Infanticidio: nuove prospettive di guadagno

Lo so: il titolo è amaro, disgustoso. Me ne rendo conto ma è realtà.

Non ho ancora smaltito l’indignazione che mi ha suggerito di scrivere una riflessione di sdegno sul fotografo-paparazzo – che chiede di non scontare la condanna per i reati a lui ascritti – che un altro fatto di cronaca investe e turba la mia/nostra giornata.

Stavolta c’è da stupirsi veramente per quel che alcune persone hanno architettato per truffare soldi ma c’è da stupirsi ancora di più perché questo fatto, questo evento dai risvolti atroci, non ha avuto la riverberazione che avrebbe dovuto ottenere in una società civile, evoluta ed educata al rispetto. Non solo la società ma soprattutto la Chiesa non ha neanche sussurrato. Silenzio. Dovrebbe tuonare e scuotere la giustizia.

Quasi un banale fatto di cronaca locale. Mentre sarebbe giusto seguire passo passo il seguito della vicenda e l’operato ferreo della giustizia. In tempo reale. Dare un segnale di presenza dello Stato: di noi stessi. Niente, siamo assenti in tutto. Come se non volessimo essere rappresentati.

Lasciar morire un bambino dopo averlo partorito, al settimo mese di gravidanza, per incassare il risarcimento dall’Assicurazione-auto [in un falso incidente] è un fatto che supera ogni evento di infanticidio. E pensare che solo qualche giorno fa le TV hanno programmato una serie di salotti sulle donne che uccidono i bambini: tutte “salvate”, naturalmente, dalla Psichiatria.

Dicevo la Chiesa e mi vengono in mente le “battaglie” per salvare la vita, l’individuo, la persona: niente aborto, guai a staccare la spina, medici obiettori di coscienza, testamento biologico etc. etc. E qui cosa dice la chiesa? Silenzio, neanche una preghiera.

Il quotidiano “Il Messaggero” ne parla e a fronte di 144 persone indagate (non delinquenti comuni ma “onorati” professionisti) per reati tremendi concentra l’attenzione del lettore su un medico assenteista che rimaneva a casa a guardare le partite, beccato (per sbaglio) durante l’inchiesta. Magari adesso si apriranno salotti TV e talk-show per discutere se licenziare o meno il medico, sulla base [naturalmente] dell’importanza della partita che stava vedendo.

E qui pioveranno opinionisti da tutte le sedi dell’Ufficio Collocamento Idioti (UCI) della Rai e Ufficio Creazione Cretini (UCC) della Non Rai. Dibatteranno con grinta, analizzeranno se si trattava di un derby o di un incontro decisivo – per il quale vige la regola del farmaco “salvavita” – in questi casi si potrebbe arrivare ad un richiamo scritto ma se stava guardando una partita qualunque allora potrebbe scattare la sanzione. Qualche giorno di sospensione ci sta bene. Infine, sentite le opinioni e le attenuanti, se il giudice è della stessa squadra, magari ne uscirà assolto. In caso contrario ci si accorda.

In una società civile episodi di questa portata e gravità, che superano ogni limite e non hanno attenuanti di alcun tipo, dovrebbero essere mandati a processo e i responsabili condannati nel giro di una settimana. Nessuna attenuante può essere avanzata: c’è una premeditazione agghiacciante, un disegno mostruoso che contempla la soppressione gratuita e malvagia di una vita umana innocente. Qui non si tratta di qualcuno che ruba una mela per sfamarsi ma di gente (professionisti ed impiegati) che non ha bisogno del “necessario” per vivere degnamente. Quindi?

Anche i rispettivi partiti di appartenenza di questi personaggi indegni dovrebbero caldeggiare l’applicazione della legge e chiedere velocemente giustizia. Ma figuriamoci se un partito, oggi come ieri in Italia, ha velleità di avere [e seguire] una morale civile. Lo slogan è il medesimo, antico, collaudato, nostalgico: me ne frego. Ricorda qualcosa?

Tutto rimane impunito: ci fanno vergognare, in tutto il mondo, di essere Italiani. A che serve il Governo coi i suoi Ministri?

Potrà sembrare scellerato ma credo che questi mostri di persone – soprattutto per le professioni che ricoprono – dovrebbero essere allontanate dalla società e punite in maniera esemplare: isolandole da tutto. Tutti, indistintamente perché: “tanto è ladro chi ruba che chi para il sacco”.

Invece c’è già il silenzio e l’indifferenza di chi non ha alcuna sensibilità. Né memoria. L’importante è “dare” la notizia (per giustificare il lavoro dei giornalisti), puntualmente seguita dalla dichiarazione del Ministro (competente?) di turno. Poi: tutto come prima. Va tutto bene.

Il delicato e serio lavoro delle forze dell’ordine viene vanificato. Disciolto. In tipico stile mafioso.

Siamo pronti a scatenare campagne di protesta, raccolta firme, interpellanze e grandi cortei di manifestazione per chiedere “giustizia” per le cattive condizioni di un canile ma della qualità della vita della società non importa niente a nessuno. Facciamo finta che il crimine sia stato commesso da stranieri. Clandestini sui quali non c’è competenza.

La riforma della giustizia è cosa semplice: basterebbe l’applicazione equa e veloce delle regole. Nel nome del Popolo Italiano.

Renato Gentile

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Video: vietato ai genitori incapaci

Un semplice, geniale e breve video.

Lo voglio dedicare a tutti quei genitori, insegnanti ed educatori che seguono con attenzione ed interesse lo sviluppo del bambino.

Naturalmente è vietata la visione, o meglio ne sconsiglio la visione a coloro i quali sono legati a tutti quei pregiudizi, luoghi comuni e leggi di cultura casalinghe (ante guerra) sullo sviluppo del bambino. E’ ovvio che non saprebbero cosa farsene… e poi è in inglese.

Domani 12 Ottobre, è la giornata dei soggetti con Sindrome di Down. Loro mi hanno insegnato tutto quello che c’era da imparare sullo sviluppo e sull’educazione. A loro va il mio infinito ringraziamento.

Renato Gentile

http://www.huffingtonpost.com/2014/10/10/toddlers-angry-behave-study-video_n_5959482.html

 

Perchè mio figlio è aggressivo?

Dottore vorrei sapere perché nostro figlio è così aggressivo: ha preso a schiaffi la cugina ed il marito di questa, senza alcuna ragione.

Il problema di questi genitori è: sapere perché il figlio, ragazzo intelligente ed affettuoso, si comporta così. Preoccupazione e curiosità legittimi visto che se sono rivolti ad uno specialista del settore.

Una analisi accurata dei fatti e degli eventi, anche in situazioni di osservazioni dal vivo, conduce alla “diagnosi” (non offensiva) di cattiva educazione. Un esempio della quale è nel mostrare che se dopo il fatto dell’aggressione, il nonno per “calmare” il bambino (come se fosse posseduto dagli spiriti maligni) gli promette di regalargli la bici che ha alla casa al mare, significa lasciare le cose come stanno. Anzi. Alimentare il “problema”.

Da li a qualche giorno una telefonata allarmata: stessa litania.

Medesima richiesta: cosa ha mio figlio? Provo a sottolineare che il bambino, organicamente, non ha alcun problema, niente di patologico ma che bisogna rivedere (come già esposto) le dinamiche educative. Le relazioni. Stabilire nuove condizioni e regole. Silenzio di tomba. Pausa poi nuovamente la domanda: “si ma noi siamo venuti da lei per sapere cosa ha nostro figlio”.

E’ vero. Stavolta tiro io un sospiro; è il secondo caso in una settimana. Stesso copione. Faccio ammenda e suggerisco ai genitori di rivolgersi, urgentemente, al centro specialistico del policlinico universitario.

Mi richiamano felici dopo qualche giorno per ringraziarmi: mi leggono la diagnosi e i farmaci che il bambino deve prendere e il programma di controllo mensile. Sono finalmente contenti. Sereni. Scagionati da ogni possibile “colpa” o responsabilità.

Loro hanno fatto (sempre) bene: è il bambino che è malato.

Mi chiedo se non sarebbe il caso di istituire il permesso di procreare figli. Quantomeno farli giurare che si è disposti ad accudirli e proteggerli.

Altro che inseminazione assistita, molta gente dovrebbe essere indirizzata ad adottare un cane.

Quanto costa alla comunità questa inadeguatezza, questa negligenza gratuita, questa mancanza di responsabilità?

Penso tanto.

Curare la crescita II: infanticidio educativo

segue

Dexter Morgan

Dexter Morgan (Photo credit: FRKZARTZ)

Impegnarsi a curare la crescita di un bambino significa che non è possibile agire improvvisando, farlo nei ritagli di tempo, con l’umore sbagliato e senza considerare le conseguenze delle proprie azioni. Anche se non si conoscono i progetti da perseguire in relazione all’età ed alle esigenze dello sviluppo umano, non è possibile disattendere le naturali attenzioni affettive e le normali interazioni pedagogiche. Il nostro cervello, per sopravvivere ha il fondamentale bisogno di stabilire relazioni con gli altri. La nostra specie è sopravvissuta soprattutto perché siamo riusciti a formare gruppi sociali cooperativi. Da qui, ed in seconda battuta, riemerge l’importanza del linguaggio come strumento di istruzione.

Molti usano il linguaggio come strumento di distruzione. Spesso sono tentato a pensare che sarebbe meglio che molti genitori rimanessero in silenzio piuttosto che aprire la bocca e spingere l’aria sulle corde vocali per fare uscire il peggio della frustrazione che vivono riversandola sul proprio figlio. Il “danno” che producono, sul momento non si vede ma sarà presto visibile; ripararlo costerà molto più di un momento di attenzione.

Come parliamo ai bambini? Lo ribadisco: male.

La cosa che l’uomo fa con molta semplicità, naturalezza, direi con spontaneità è parlare. Lo si può fare con tale facilità al punto che non è necessario “pensare”. Basta aprire la bocca e i pensieri escono da soli senza sforzo mentale. Parliamo per chiudere un discorso, non per avviarlo. Lo so sembra paradossale. Parliamo e non ci riguarda se chi ascolta dirà qualcosa; non ci interessa. Siamo talmente abituati a parlare per “affermare” qualcosa che lo facciamo anche con la nostra automobile quando ha difficoltà a mettersi in moto o col nostro computer quando rallenta nel caricare i programmi. Parliamo.

Il problema è proprio questo: mentre un’auto o un computer non ascoltano un bambino ascolta e, ahimè capisce; avverte – anche se è piccolo e non comprende i termini – il tono di rimprovero, il tono polemico, di critica, di ironia, di umiliazione, di dissenso etc. e questo lo prostra. E non poco; lo allontana dalla interazione e lo esclude. E’ possibile non comprenderlo? Ed anche se è difficile capirlo non sarebbe giusto accettare questo dato e cercare di stare in silenzio invece di inveire?

Dovremmo proporre di emanare un decreto legge.

Si. Ho molti dati. Troppi. E la cosa mi duole. I genitori inveiscono contro i figli; non parlano con i figli. E’ frustrante dover ripetere, dire, “annunciare” (nel 2013) che il linguaggio è il veicolo principale dell’educazione umana, che serve a modellare strutture come il cervello, i tratti psicologici della personalità e le dimensioni affettive, cognitive ed emotive. Spesso mi sento nel medio-evo; mi vedo a dover spiegare, sostenere e difendere che la Terra che gira intorno al sole. Il guaio (ma direi il dolore) è che qualcuno, nel 2013, mi condannerebbe volentieri, e secondo lui a buon diritto, come eretico. Qualcuna lo ha fatto (ndr).

Naturalmente i bambini imparano soprattutto quel che vivono. Quel che viene loro fatto “vivere”, sperimentare, attraverso il linguaggio è davvero sconvolgente. Pesante. Basterebbe mettersi nei panni del bambino in quel momento per comprendere quanta paura ed insicurezza si va formando e non ci vuole la veggente per sapere che presto un adolescente cercherà un motivo di affermazione. Non c’è bisogno di attendere che qualcuno diventi serial-killer per comprenderlo. E non c’è nemmeno bisogno che la TV ci mandi un esperto, fashion, da salotto a spiegarcelo.

Cosa è emerso? Ho registrato dati che mi permettono di ipotizzare che nel linguaggio utilizzato da taluni genitori manca il rispetto; dai toni, dal contenuto delle frasi e dagli elementi (aggettivi) di commento emerge una totale mancanza di rispetto verso un essere vivente ancora indifeso. Eppure i media si affannano a sbandierare e difendere i diritti civili delle persone (adulte) ma dei nostri figli non si curano per nulla. Falsi moralisti.

Manca, forse, la responsabilità; molti genitori non mi sembrano responsabili dell’educazione dei figli. I bambini mi sembrano verbalmente maltrattati. E’ sufficiente osservare molti adolescenti per comprendere che non è il gruppo sociale che li ha “spinti” a determinati stili culturali ma la carenza di cure parentali e di educazione familiare. Di riferimenti. Siamo responsabili di una riproduzione in massa di un modello culturale scadente che ha pochi decenni di vita. Ciò significa che non abbiamo fatto alcun progresso culturale, civile e sociale negli ultimi 20-25 anni. Non è una stasi ma un vero e proprio regresso. Non abbiamo avuto capacità educative.

Nella maggior parte del campione osservato non ho visto entusiasmo nell’atto educativo ma neanche nella relazione giornaliera, naturale, tra genitore e figlio. Non ho letto amore né gioia nelle parole, nei toni e nei termini utilizzati ma un atteggiamento costante di arroganza. Facilmente osservabile o altrettanto deducibile, è la dimensione di ignoranza in cui l’interazione nasce (è nata) e si muove. Il genitore sta riproducendo il modello educativo che ha ricevuto; il bambino non viene guidato da spiegazioni ma sottoposto a critiche, giudizi e commenti come se dovesse sapere, per definizione genetica, cosa fare e come fare.

Un esempio per tutti; raccolto un mese fa. Una madre passeggia col figlio, lo tiene per mano, lei parla al cellulare. Il bambino guarda le vetrine, cerca di guardare perché la madre quasi lo trascina seguendo il ritmo della concitazione telefonica. Il piccolo inciampa, non ha visto una mattonella dissestata; quasi cade ma la mano della madre lo regge. Si sbilancia un po’ in avanti e la madre ha un momento di difficoltà a mantenersi in equilibrio. Si ferma, lo guarda, quasi lo fulmina, non allontana il telefono dall’orecchio ed esclama: “hai visto quanto sei stupido? Stai attento”. Ecco, è solo un esempio. Ne ho, ahimè, una infinità.

Come farà questo bambino a diventare sicuro di sé, ad avere una buona autostima, a non temere il giudizio altrui ed a controllare l’ansia se la madre (il genitore) lo tratta così? Cosa significa “stai attento?”. Vi lascio questo compito per casa; potete farvi aiutare da qualche operatore della mente se volete. Naturalmente la madre, in altri contesti, successivi, lo coccolerà; darà al figlio quello che lui chiede – anche se non può permetterselo – magari utilizzando modalità poco adeguate (ad esempio piangendo o urlando) perché, forse, si sentirà in colpa. E così tutto torna in pari? Per nulla al mondo. Fermatevi a riflettere prima che vi venga in mente di pensare che vorreste che vostro figlio/a debba diventare vostro/a amica.

“E tutto questo cinematografo verrebbe fuori solo perché parlo male a mio figlio?”.

Si, è molto probabile.

Curare la crescita I: premessa

Basta. Non userò più mezzi termini, inviti alla riflessione, stimoli delicati per rendere viva la consapevolezza. Il genitore non è un mestiere né una nomina ma un impegno, una carica, che si assume seriamente. Superata la selezione (il matrimonio) ed ottenuto il colloquio di assunzione (accoppiamento) – o magari solo quest’ultimo se siete o volete rimanere single – si inizia a lavorare a tempo indeterminato. L’orario è a tempo pieno e la reperibilità costante; bisogna essere organizzati se si vuole recuperare tempo da dedicare a se stessi. Lo stipendio, la paga, non è in contanti, sono titoli del tesoro; bisogna aspettare per spenderlo. Se non vi sentite preparati (ovvero maturi per le responsabilità) o pensate di essere incapaci (carenti di competenze) allora è il caso che iniziate, seriamente, a studiare. Con impegno.

Iniziamo. Tra le specie viventi, la nostra, quella umana, è quella che necessita di un lungo periodo di crescita prima di diventare indipendente. Il piccolo della specie umana ha bisogno di molti anni di cure e di esercizi relazionali per sviluppare le caratteristiche, le capacità e le facoltà proprie della specie umana. Quelle capacità di ordine superiore che fanno di noi un mammifero diverso dalla balena ed un essere vivente diverso dal topo, dal cane e dalla gallina. Durante tutti questi anni di crescita e dello sviluppo, le esperienze da portare a compimento e le conoscenze da acquisire sono infinitamente numerose ed è per questo, molto probabilmente, che siamo stati capaci di “inventare” e sviluppare un comportamento che “abbrevia” o media il contatto con l’esperienza. Il linguaggio. E qui sta il nodo dolente dell’educazione; il punto cruciale del problema, il focus, la sorgente della mia rabbia.

I genitori, in genere, quelli che consideriamo nella media, si preoccupano di conoscere quale sarà il sesso del nascituro, scegliere in tempo un nome, acquistare il corredino “in tinta” e seguire tutti i luoghi comuni che derivano dalle parole esperte di chi non ha proprio titolo per farlo: i parenti e gli altri genitori; amici. Aver inseminato una donna o aver partorito un figlio non significa essere esperti nella crescita di un bambino; anche se si hanno 5, 6, 8 figli ed altrettanti nipoti. Crescere un bambino non significa semplicemente nutrirlo, lavarlo e mostrargli i giocattoli con cui distrarsi nel tempo libero ma accudirlo cioè: prendersi cura della sua crescita percettiva, verbale, emotiva, affettiva, cognitiva e sensoriale.

Una volta nato il bambino, lo spettacolo dell’attesa finisce: iniziano i riti scanditi da pappe e sonno, bagno e pannolini, visite mediche (peso e lunghezza) e “tavole rotonde” con amici e parenti sulle qualità fisiche, intellettive e psicologiche mai registrate in nessun altro piccolo della famiglia. Si rispettano le tappe dei riti sociali, scanditi dal calendario e dai luoghi comuni: primo compleanno, passeggiate domenicali, parco giochi, scuola materna, laboratori, danza etc. Tutto ad un livello di visibilità sociale eloquente e chiaro. Inequivocabile dello status cui si vive o si tende. Virtualmente però.

Ma non tutti i genitori sono uguali, c’è chi dice no e vuole fare di più. Qualcuno di questi, una buona parte, affonda le sue attenzioni nei programmi televisivi ad alto livello di competenza, quelli della fascia pomeridiana da salotto. Luoghi del sapere dove bambini, cani, abbandoni ed infedeltà coniugali, delitti o disastri vengono argomentati allo stesso modo e soprattutto sempre da esperti sconosciuti. Sempre uguali. Altri genitori invece, forse con meno tempo, si affidano al sapere diffuso sulle pagine di riviste normalmente reperibili presso le sale di attesa del parrucchiere. Entrambi questi gruppi di genitori hanno in comune il desiderio, la smania, di sapere e di imparare a fare bene o fare meglio.

Questi entrano presto in contatto, casualmente, prima o poi con gli “esperti” istituzionali del settore, quegli affabulatori travestiti da professori i quali vendono un prodotto (bufala) ormai rarissimo: l’intelligenza. Rispondono alle interviste televisive, riportate talvolta sui rotocalchi, con informazioni raffazzonate qua e la ma dal sapore altisonante. Una volta confezionate a dovere, sono accolte come un credo religioso; oltretutto propongono soluzioni facili ma importanti per aumentare l’intelligenza del proprio bambino. Alcuni sono organizzati a vendere il loro prodotto ancor prima che il bambino venga alla luce. Sono stanco e disgustato da chi mi approccia per ostentare la sua “attenzione”, prenatale, alle cure del bambino, come avergli fatto “ascoltare la musica di Mozart, quando ancora era nel pancione”. Questa comunque è la migliore e più innocua, di quelle che circolano; che ha scatenato un vero vespaio. Io rispondo con una semplice ma cattivissima domanda: “ed ora che è nato cosa gli fa ascoltare? Jovanotti o Vasco? Sa che molti consigliano Gigi?”. Poi rido e chiedo scusa. Rispondo seriamente ma non sono sereno.

Basta. Qui non rido. Siamo nel 2013 ed ancora parliamo di qualcosa negli stessi termini in cui se ne parlava quando la conoscenza era ancora modesta, esigua. Non è accettabile parlare ancora di una ipotesi affascinante e tosta e non chiedere mai se ci sono dei risultati sperimentali a sostegno. Si da per vero. Illusi.

A questo approccio se ne aggiunge un altro, più riflessivo e meno impulsivo. Razionale e poco intuitivo: quello dei “manuali” per affrontare e (forse) risolvere i problemi del bambino. Io mi chiedo ancora se sia un problema del bambino o dei genitori. E’possibile macinare, reiterare, informazioni e spiegazioni, consigli e metodi laddove la variabilità è nota (ogni bambino è diverso) ed il sistema educativo, anche se vecchio di almeno 2000 anni deve essere ancora acquisito da altrettanti soggetti mai uguali; i genitori. Il problema sono i genitori non il bambino; dico questo riconoscendo il dovuto rispetto per chi sa farlo e ci riesce bene. Persone dalle quali ho sempre imparato qualcosa. Anche piccole cose ma di cero significanti.

Il numero di questi “manuali” ci fa sospettare che c’è confusione, sbando e disorientamento, dove ognuno vede qualcosa di diverso in un processo chiaro. Tutto però funziona; come mai? E qui mi metto nei panni di un genitore volenteroso che vuole imparare e capire; come fare? E’ veramente frustrante riuscire ad orientarsi senza perdere il senso della calma e la lucidità mentale. E’ come trovarsi sull’otto volante mentre si cerca di caricare la caffettiera. Qui nasce, come per partenogenesi, un altro pericolo: gli operatori della mente. Per questo potenziale “pericolo” neanche il Padre eterno può far nulla: qui c’entra il fato, l’alea, la fortuna, il caso. Gli dei e le loro beghe con gli umani. E’ una lotteria monopolizzata dove si gioca a farla diventare dipendenza. Unica speranza è la scienza.

Detto questo, con questo tono, magari immaginando quello della mia voce, le persone vengono attraversate da brividi di tensione e paura. Li assale un senso di inefficacia e di inadeguatezza: come trovarsi dentro un ascensore con la paura della claustrofobia. Dove si trova la scienza? Come è vestita? Chi la vende? Domande che alimentano la paura di non poterla trovare. Subito si va su Internet. Di certo la scienza non è Internet come non lo è (stata) la televisione. Sono contenitori in cui si trova anche la scienza; qualche frammento in mezzo a enormi nuvole di fumo, sempre più diffuse e cupe, di ciarlatanerie. Bisogna stare attenti. Sempre. Mai lasciarsi “prendere” dalle malie.

In ogni caso, nessun problema: la scienza è pubblica (cioè di tutti); non è in vendita perché non ha proprietà fisica ma solo intellettuale. La scienza diffonde le conoscenze, le partecipa – consegna al bisogno le fonti ed i riferimenti – è questo che il professionista preparato e deontologicamente corretto fa nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni.

continua

Renato Gentile

Genitori in rivolta *

* ovvero: pari opportunità II – la vendetta

Love is the greatest gift that one generation ...

Love is the greatest gift that one generation can leave to another (Photo credit: symphony of love)

Uno degli errori più comuni che commettiamo, quasi inconsapevolmente, forse perché ci sentiamo proiettati direttamente sulla scena, è la generalizzazione dei fatti, o delle persone, che in un dato momento rappresentano l’oggetto della discussione. Dovrebbe essere un dato acquisito che quando si parla di una “classe” non si include tutta la categoria nella quale è contemplata. E’ una rappresentazione.

Certo è che nel linguaggio comune siamo “abituati”, erroneamente, a parlare di una classe come se fosse l’intera categoria; si usa arbitrariamente il senso assoluto. Un vistoso errore di presunzione, supponenza o di crassa ignoranza. La politica chiacchierata è maestra (anche) in questo.

Quando parlo in pubblico (dal vivo) mi impongo di sottolineare, anche più volte, che sto trattando di una classe ristretta e pertanto non rappresentativa dell’intera categoria. Come è noto: un esemplare non fa una specie anche se molti operatori della mente cercano di classificare forzatamente tutto entro categorie; più o meno ampie per ostentare una conoscenza divina, generale, dei fatti emanata direttamente dalla professione. Forse è per questo che qualcuno ha percepito un alone di tale atteggiamento. Non appartengo a quella classe. Da sempre.

Sorrido quando sento quegli incipit che iniziano con: “voi uomini; voi donne; gli insegnanti; gli impiegati”. Il prologo, alla fine della narrazione, mi fa paura. Tanta. Tira sempre aria di razzismo, sessismo, fobie discriminative becere.

Sarò stato poco attento a non specificarlo abbastanza. Beh è mio dovere chiedere quindi scusa.

Lo ribadisco: quando parlo di taluni genitori, li definisco ed indico con determinati caratteri, più o meno individuabili ad occhio nudo. Gli altri genitori sono esclusi per definizione, d’ufficio.

Ma vengo al punto. Nell’articolo recente, pari opportunità dei genitori, alcuni lettori hanno ravvisato dei rimproveri. Mi sono chiesto: come mai? Se non appartengono a quella classe che ho indicato perché si sono sentiti chiamati in causa? Forse prendono le difese di alcuni loro amici? Può darsi. Mi ricordo a tal proposito lo spezzone di un film, con Nino Manfredi e Maurizio Micheli, che mostravo agli studenti durante le unità didattiche sul Colloquio, l’Assessment & la Comunicazione. Grandi interpreti di due dimensioni sociali “distanti” e di ruoli professionali tendenti a mantenere il divario culturale che ne asserve una all’altra.

In ogni caso io non rimprovero; non è nel mio stile. Certo denuncio, commento, mi indigno, ne soffro. Non riesco a dire “chi se ne frega”. Magari, anzi certamente, dico che fanno male ma questo significa che devono imparare a fare bene.

Il mio sguardo rimprovera; questo è vero. Lo so. Non so controllarlo ma quando scrivo non ho lo sguardo che uccide.

Sarà mia cura indicare, come richiesto, le caratteristiche verbali delle relazioni che ho osservato anche se sono simili a quelle già discusse altrove. Così i genitori meno attenti sapranno come fare.

Grazie per l’attenzione.

Renato Gentile