Si chiamerà Franco e canterà nel Banco…

Qualche amico non lo ha detto ma so che lo pensa, se lo chiede:

“Come mai Renato è ancora in silenzio? Sicuramente non è pronto”.

Ho cercato, in tutti questi giorni di dare al dolore il tempo di fare il suo corso. In silenzio e solo nel silenzio ho spostato una marea di ricordi: una infinità di minuti pieni di momenti indimenticabili. Finiti.

Li ho dovuti riporre in una “scatola” virtuale, chimica, nella quale custodisco tutto ciò che non è più condivisibile se non in solitudine. Sperando che il ricordo faccia affiorare la gioia di ciò che è stato. La bellezza di ciò che è stato nella vita. Pensare che questa realtà debba diventare ricordo mi risulta difficile. La morte improvvisa non ti lascia scampo: non te lo aspetti. Crolli di colpo. E non ti alzi facilmente.

Ricordi che alimentano, per via naturale, la mia solitudine. E non solo la mia. Li conservo. Tanti, in tanti anni. Tutti. Per una persona che ha una memoria forte come la mia risulta ancora più difficile tenerli a bada. E non vanno cancellati per alcun motivo.

I media non ne parlano, tutto si è “chiuso” con la notizia e questo rende Francesco ancora più grande di ciò che era, che è stato; di ciò che rimarrà nei nostri cuori. E siamo tanti. Moltissimi. Non c’è bisogno della TV. No. Affatto. Anzi.

Adesso le scorie prodotte dall’azione del dolore sono una enorme quantità, una discarica; c’è bisogno di altre lacrime e di parole per scioglierle o incenerirle. Tornare a parlare presto di lui per come merita che sia ricordato. Come ne parlo ai miei figli.

Riposa In Pace, “Ciccio” Di Giacomo. Banco.

Grazie per tutto quello che ci hai dato – insieme a Vittorio, Gianni, Pierluigi, Rodolfo e Renato (e poi Giovanni) – in tutti questi anni di grande musica ed amicizia.

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This is “my” Christmas Greeting

                           

                       You may say I’m a dreamer but I’m not the only one. 

                                For all of You that love me…

                                                                      Renato Gentile

Omofobia? Why not?

Lou Reed ha lasciato questo mondo sul quale è passato camminando sul

The Best of Lou Reed & The Velvet Underground

The Best of Lou Reed & The Velvet Underground (Photo credit: Wikipedia)

lato selvaggio. Non voglio aggiungere nulla, anche perché non potrei dire nulla di originale né di emotivamente partecipante. Muore un grande musicista, un artista. In questi momenti solo il silenzio può dare conforto al dolore e solo il ricordo può riempire il vuoto della mancanza.

Posseggo 3 lettori portatili di musica su ognuno ho riportato un tipo (“diverso”) di musica ma ognuna delle 3 infinite play-list prevede il medesimo brano iniziale; un saluto ed un benvenuto all’ascolto: Intro – Sweet Jane dall’album Rock and Roll Animal. Che suona anche oggi, mentre scrivo. Commosso.

Quel che emerge è solo una accidentale riflessione, amara. In questi giorni, a Roma, un ragazzo di 21 anni si è tolto la vita perché non riusciva più a sostenere o contenere il peso della pressione omofoba esercitata su lui dagli “altri”. Omofobia: già il termine non ha senso. E’ razzismo.

Poco più di mezzo secolo fa, un giovane ragazzo viene sottoposto al “trattamento” di elettrochoc per farlo “guarire” dall’omosessualità. Che splendidi e geniali terapeuti. Quel ragazzo fortunatamente non è morto ed ha vissuto per 71 anni donandoci espressioni artistiche di notevole qualità.

Oggi, fortunatamente, non ci sono più terapeuti che consigliano “cure miracolose” ma ahimè c’è qualcosa di più pericoloso, che uccide in tutti i sensi: l’ignoranza umana e le sue varie espressioni. La cura per (costoro) è davvero costosa. Silenzio Please.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/28/morire-di-nuovo-di-omofobia/758712/

Musica e Movimento

PatMetheny

PatMetheny (Photo credit: Wikipedia)

Finalmente la scienza ci riferisce di aver osservato qualcosa che noi musicisti – e anche ascoltatori attenti di musica – “sapevamo” da tempo per esperienza personale: l’attivazione preferenziale dei centri di pianificazione motoria in risposta alla musica. La musica ci “spinge” al movimento; un movimento interpretato con vari modalità. Vista la notorietà di questo effetto, riscontrabile già nei bambini di tutte le culture umane, potrebbe sembrare una scoperta di secondo ordine. Non lo è. La relazione musica-movimento è rimasta “incompresa” per tanto tempo; oggi si posano le basi per una serie di studi scientifici. A me basta.

Un’altra ricerca ha anche “individuato” (in flagranza) i centri del piacere che si attivano quando si ascolta musica. Un’attività neurale impressionante: un’orchestra di locus cerebrali all’opera. Per anni ho dichiarato di aver fatto largo uso di una “droga” di colore nero, con forma circolare piena di microsolchi e con un piccolo buco in centro. Molti rimanevano disorientati ed interdetti. Ne ho ricavato infinito e costante piacere. Anche questo dato era “evidentemente noto”.

Personalmente, 15 anni fa mentre mettevamo a punto la taratura della Risonanza Magnetica Funzionale, mi sono sottoposto volontariamente ad una serie di registrazioni della risposta del cervello durante l’ascolto di alcuni brani di Pat Metheny, Andreas Vollenweider e Gentle Giant. Mi sono divertito e ne abbiamo ricavato una serie di dati, rimasti nella memoria della macchina Siemens, ed un mare di appunti sui miei quaderni da tradurre in ipotesi di ricerca ma tutto finito in una bolla si sapone con le mie dimissioni dalla struttura.

Sicuramente quei dai sono rimasti nelle mia testa (come molti sanno non possiedo l’inconscio) al punto che, anni dopo, ho azzardato la pubblicazione del mio libro. Un tentativo di comunicare la modulazione di alcune emozioni, legate agli eventi del racconto, attraverso alcuni (fantastici) brani musicali. Una sorta di colonna sonora delle varie esperienze emotive. Ma non è questo il mio intento oggi, né credo possa più esserlo.

Il fatto è che la prima ricerca indicata finalmente mi ha dato conforto. Sapere (finalmente) che non sono un folle, esaltato esibizionista che muove “qualsiasi cosa del suo corpo” mentre ascolta musica. Si, muovo le mani come fossi un mimo e faccio due cose diverse con ognuna; piccoli movimenti (metronometrici) del capo; cammino anche in modo (leggermente) diverso e lo sguardo (ahimè) diventa un film da guardare. Il cuore batte in maniera diversa ed il respiro lo segue; la conduzione elettrica cutanea varia lasciando che le scariche elettriche, i brividi, attraversino la schiena, le braccia e le gambe. Chiudo gli occhi e spesso sorrido. Un deficiente. Preciso. Per questo, tranne negli ultimi anni, ho cercato di ascoltare musica nascosto agli occhi di estranei.

Bene: è tutto normale. Finalmente, adesso si. Anche se so di essere un alieno, la cosa mi fa sentire vicino alla specie umana con la quale convivo ormai, con alti e bassi, da 50 e passa anni.

Ma devo dire ancora di più sono certo che questa osservazione dia pace ad un’altra mia “credenza”; che i batteristi, mutazione genetica della quale penso di essere espressione, siano delle persone profondamente aperte e soprattutto allegre e spiritose. Ho sempre sospettato di batteristi seriosi, silenziosi, tristi o fortemente razionali. Palestrati da esercizi.

Un’altra ricerca, infine, ha messo in evidenza la relazione del movimento generato da diverse caratteristiche musicali con le emozioni mettendo in luce tre aspetti fondamentali: 1) ogni emozione è rappresentata da una combinazione unica tra le caratteristiche; 2) ogni combinazione di caratteristiche genera la stessa emozione e relativo movimento, e 3) tale dinamica tra musica e movimento è evidente all’interno di culture diverse.

Cosa voglio di più?

Renato Gentile

Peter Gabriel: Taormina 2004

Plays Live

Plays Live (Photo credit: Wikipedia)

Tratto da: “Il silenzio degli occhi”, pgg. 415 – 422

Rehin udì il leggero brusio della carta speciale che usciva dalla stampante; rimase un attimo ad ammirare i caratteri ed il colore. Quello stile tipografico sapeva di antico ma soprattutto aveva il fascino stilistico del tempo trascorso. Senza staccare gli occhi dal foglio raggiunse il divano, lasciando calcolare al suo corpo la distanza da esso e si mise seduto. Si tuffò nella lettura, lenta e scandita. Seguendo attentamente le pause della punteggiatura: i respiri indicati. Lo stile semplice lo colpì e gli suonò presto familiare.

Sono convinto che molti di noi hanno ancora vivo nella memoria “dove” si trovavano, con “chi” erano o “cosa” stessero facendo, quel giorno di Primavera del 1975, quando la Charisma Record annunciò alla stampa che Peter Gabriel aveva lasciato il gruppo dei Genesis. Sono altrettanto certo che molti hanno vissuto male quel momento; i Genesis, il nostro “pane quotidiano musicale”, senza Peter. Che cosa significava? Cosa avremmo fatto? Di cosa ci saremo nutriti? Quale sarebbe stata la colonna sonora che avrebbe accompagnato la costruzione dei nostri sogni?

La storia oggi, dopo trent’anni, ci dice quanto importante e sofferta sia stata quella scelta e quanto inutile sia stato cercare allora, nell’immediato, la motivazione di quella decisione “stonata”, fuori da ogni logica. Aneddoti e leggende da rincorrere, e in cui credere, hanno riempito, in alcuni, quel vuoto. Per altri invece l’attesa poteva solo essere espressa dal silenzio. Tra questi ultimi io, insieme a migliaia di altri: avevamo un po’ tutti paura di “lasciare” i Genesis. Oggi, tocca a me, solo per una serie di fortunate coincidenze, l’onore di “raccontare”, come uno dei testimoni d’epoca, il concerto di Taormina. (4 Luglio, 2004). Guarda.

L’evento nasce da un sogno, uno di quelli nascosti che vengono fuori all’improvviso al momento giusto risvegliato magari da una parola, detta quasi per caso: un sogno narrato agli amici, un desiderio finalmente confessato che fino a poco prima era rimasto nascosto in quel cuore incapace di tenerlo celato o farlo dissipare nel magazzino dell’oblio. Come l’amore per una donna al cui cuore non puoi aspirare né giungere o che non devi, per ragioni, più cercare.

Il sogno col tempo è diventato visione e la visione, lo sappiamo, nell’animo inquieto di chi cerca la strada della vita, desidera diventare realtà. Questo fermento chimico è stato sufficiente a far partire la macchina dell’immaginazione, quella stessa macchina che ha nutrito i sogni della nostra gioventù. Gli organizzatori hanno fatto poi il resto.

Rehin era affascinato da quelle righe; Robert stava preparando emotivamente il lettore a raccogliere le immagini che avrebbe disegnato con le parole. “Lo prende per mano, non lo illude né lo interroga ma gli racconta cosa era e come è stato vissuto quel contesto e la storia precedente” pensò Rehin. «Vuole assicurarsi» disse stavolta a voce alta «che il lettore comprenda a fondo un messaggio non scritto: il sogno era diventato realtà. Non avete assistito a un concerto ma ad un sogno». Si prestò volentieri al gioco. Riprese il suo ruolo di lettore.

Ad essere sincero non mi riesce di dire nulla. “Bella storia” potrebbe esclamare irritato il Direttore del Giornale ma, a dire il vero, provare a scrivere del concerto è veramente difficile. È come essere stati svegliati dopo un bel sogno: riesci a mantenere in vita le sensazioni che hai provato ma non riesci a ricondurre tutto a una logica giornaliera per riprodurre nel reale, con l’uso delle parole, quello che è stato. Del resto, come studioso di linguaggio, sono convinto che non esistano in origine parole per indicare le emozioni; si tratterà quindi, nelle righe successive, di trovare solo una “traduzione” di quelle emozioni in parole. Ci provo, spinto dal dovere dell’impegno giornalistico assunto ma soprattutto per “salvare la faccia” agli occhi degli amici visto che mio figlio, il secondo genito, per mantenere nel mio cuore, per gli anni a venire, la gioia di quelle emozioni e il sogno di quei progetti, ha ricevuto per nome Gabriel. La primogenita invece porta con sé il mio legame col “Grande Spirito”.

La sequenza dei brani è stata ritagliata ad hoc, solo qualche ora prima dello spettacolo. Peter ha abbandonato la classica apertura Here comes the flood, per qualcosa di “nuovo” e di profondamente attuale in grado di “scuotere l’albero”. Ma mi fermo qui; scrivere la scaletta dei brani sarebbe esercizio facile e anche retorico, assimilabile a una informazione sterile che non diffonde né feconda alcuna altra notizia. Nella sequenza è riuscito a realizzare un incontro con la nostra parte interiore, la migliore, con ciò che per adesso l’intera umanità desidera. I brani di Gabriel non nascono per richiamare alla memoria immagini adolescenziali di amori e situazioni conflittuali giovanili, ma ben altro; richiamano, attraverso una tecnica musicale stupenda, qualcosa che scuote la nostra persona da dentro la testa per rispedirci a casa con una misura diversa della vita e del mondo: con la sua storia umana.

Rehin fece una pausa leggermente più lunga, dopo aver ripassato la lettura dell’ultima frase per due volte. Ma, nonostante sentisse il bisogno di riflettere un attimo, si sentiva spinto da una forza interiore ad arrivare alla fine dell’articolo. Voleva fare tesoro di tutte quelle sensazioni che stavano per convogliare verso la percezione cosciente. Fermata questa riflessione riprese a leggere, proponendosi di arrivare alla fine.

Vorrei raccontare il concerto, con tutti i suoi risvolti composti da piccoli eventi: movimenti, parole e gesti, sorrisi e cenni tra musicisti. C’è una quota di linguaggio non verbale che accompagna la musica stessa e l’azione di farla venire fuori dallo strumento. Dal vivo. Il risultato è quello che senti come lo vedi in quel momento.

“Suoni e Ritmi” amplificano sensazioni corticali che una volta tradotte diventano messaggi che raggiungono le zone giuste del cervello per farle diventare eventi emotivi reali; questi, a loro volta, una volta raccolte altre informazioni, come quelle visive e del contesto, dai siti adiacenti, si traducono in nuovi e diversi neuro-mediatori. Il processo di rimbalzo sinergico di percezioni definisce così uno stato di benessere totale. La consapevolezza di questa condizione psichica ci suggerisce che probabilmente siamo in presenza di un’opera d’arte. Raramente un evento artistico è anche un’opera d’arte.

Il concerto e le sue emozioni scorrono dalle orecchie alle vene come un long playing, portando con sé una carica di commozione e gioia: le giuste pause tra un brano e l’altro, i respiri e i silenzi, quei silenzi che Peter per anni, coi Genesis, ha dovuto colmare per ragioni tecniche, con quegli intervalli verbali che col tempo sono diventati dei veri classici dello spettacolo. Ora quei silenzi dormono dietro una macchina scenica silenziosa ma noi riusciamo ancora a sentire la loro presenza comunicativa.

Peter di oggi pondera le interazioni; introduce i brani, ognuno in maniera diversa ma collocandoli sempre nella dimensione attuale del feeling: a volte lancia un segnale e fa in modo che sia il pubblico, in coro, ad annunciare il brano, altre volte bastano tre note, all’improvviso nell’aria, per cadere tutti insieme sulla quarta e sentirsi condotti sulle Sulsbury Hill e, una volta lì, c’insegna a lasciare che la testa, al tramonto, si combini con l’universo, al battito del proprio cuore, per essere riportati infine a casa. Alla fine vorresti raccogliere la voce e donarla al cuore per far uscire quelle parole che non riesci a esprimere. In bocca non hai più parole.

Peter non lascia facilmente il palco, nel momento finale ci lascia immersi nel ritmo di Biko. Ci lascia lì, a proseguire in coro per lui, per noi e per tutti. Alla fine l’applauso è anche per noi: se lui è la musica, noi siamo la band.

Rehin finì di leggere l’articolo e pronunciò, scandendola, ad alta voce la firma in calce all’articolo e aggiunse, quasi sussurrando: «finalmente ti abbiamo trovato mister Robert, piacere di conoscerla».

Le parole risuonarono nella stanza, producendo una piacevole vibrazione:  le sentì ripetere nella sua mente, da parte del suo cuore, come una eco.

Renato Gentile

“Il silenzio degli occhi”, Ed. Albatros – Il Filo, 2009

Puoi ascoltare la sequenza dei brani di quel concerto:   http://www.setlist.fm/setlist/peter-gabriel/2004/teatro-greco-taormina-italy-73d4fe3d.html

Lindsay Cooper: Henry Cow

The 40th Anniversary Henry Cow Box Set

The 40th Anniversary Henry Cow Box Set (Photo credit: Wikipedia)

In ricordo e memoria di Lindsay Cooper, splendida ed intelligente musicista dal grande talento e dalla incredibile vena creativa. La vedo tra le nubi a passeggiare sulle note delle sue dolcissime melodie di oboe e fagotto; insieme ad altri giovani musicisti scomparsi prematuramente. RIP.

Renato Gentile

http://www.kalporz.com/2011/01/back-to-the-future-vol-12-henry-cow/

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