Insegnami a pensare

Arrivare ad un ventesimo anniversario è un cosa non da poco. Le reazioni emozionali che si possono scatenare sono tante, diverse, alcune imprevedibili, altre attese e contenute. Alla fine il risultato è quello: ricordare 20 anni fa significa esporsi ad una serie di stimoli capaci di far arrivare alla memoria fatti dimenticati. I più preparati parlano di ricordi rimossi, da evitare, forse pericolosi, dolorosi: chissà perché. Noi non abbiamo dimenticato nulla, anzi ricordiamo ancora il “fallimento” di una Associazione (Meter & Miles) che nasceva su basi non assistenziali, rifiutando modelli impliciti di abbandono, con l’intento di formare ragazzi in situazioni di handicap ad un futuro produttivo attivo e soprattutto utile (in senso economico) a se stessi ed alla società, sia stato soffocato, come sempre dai politici e amministratori di questa deludente città della Terra. Compresi quelli, più deludenti di altri, vista la qualità culturale della “provenienza”, che hanno appoggiato soluzioni “fumose” e concedere ad “estranei” (cioè non indigeni) strutture ed immobili per “curare” l’autismo, non quello normale, l’Autismo Blu, quello di elite, come il diesel. C’è differenza, come la dolce Euchessina. Si oggi l’autismo è Fashion, fa tendenza, un tempo era vissuto come “vergogna”. Il progresso politico è anche questo. Per questo se ne interessano: dal salotto al Municipio, il passo è breve. Quasi come andare nell’altra stanza. Ma non divaghiamo. Ho portato a casa (a parte un po’ di tristezza) un bel ricordo o meglio la sensazione di un ricordo impossibile da dimenticare, che forse era stato un po’ accantonato e suonava arrugginito anche se per me è un dato acquisito, penso che è tempo di farlo tornare attuale. Almeno a chi pazientemente ascolta e con modestia segue queste pagine. Dopo venti anni ricordo ancora nomi e cognomi, laddove normalmente uno dimentica anche il nome della prima moglie. Nomi, cognomi, frasi tipiche delle mie capaci di strappare una risata, soprannomi buffi, distorsioni o alterazioni di parole. Un repertorio che ancora conservo nella mia memoria, insieme a quello musicale. Uno diverso per ogni ragazzo/ragazza. Non sono più i bambini di venti anni fa. Adesso uno è campione di nuoto, un altro dipinge e fa mostre molto frequentate, un altro è un talento per il disegno, uno fa il cuoco, una è attrice di teatro e così via. In qualche modo non sono finiti “rinchiusi” come si pensava dovessero fare poco più di 20 anni fa. Tutto con le “proprie mani”: senza aiuto delle Istituzioni. Non ero certo alle prime armi ma con lo studio della sindrome autistica non si finisce mai di osservare ed imparare a programmare metodiche più efficaci, per ognuno. Per questo videoregistravo periodicamente i nostri incontri, mi servivano per osservare cosa accadeva durante il lavoro. Ho imparato tutto da quei filmati, ancora conservati, consumati, quasi sfocati ormai per l’uso e dal tempo. Dovrei digitalizzarli ma a che pro? Io li conosco e credetemi le nuove leve di psico-qualcosa-ti-impovviso-terapeuti, credono di aver trovato il metodo giusto: il loro. Fondato su nulla, su ciò che anche un animale domestico, senza laurea e soprattutto senza voce, può fare. Giuro. Infatti ognuno di questi neo-esperti senza esperienza, né cultura di base, ne trova uno: crede di essere un (il) genio della terapia riabilitativa, gli da un nome altisonante, si fa pubblicità, accalappia un paio di genitori (sempre in cerca di una soluzione al loro dolore), apre un conto in banca, va alle giornate blu, trova assessori coglioni che non ne sanno nulla, fanno progetti ed il gioco è fatto. E intanto gli autistici rimangono autistici. Su questo non c’è alcun dubbio ancora dopo altri 20 anni di ricerca. Anzi aumentano per “superficialità diagnostica” di comodo. Però questi maghi della psiche autistica non hanno ancora preso il Nobel mi chiedo: come mai? Ogni giorno. Ma torniamo al ricordo ritornato alla memoria, che mi sembra la cosa più tenera che il mio cervello – ormai agli ultimi neuroni revisionati – possa regalarmi. Una delle leggi dell’apprendimento/insegnamento suggerisce una pausa di silenzio tutte le volte che uno dei due soggetti dell’interazione “sbaglia”, commette un “errore” metodologico e tecnico. Una regola talmente semplice che nessuno riesce a comprendere l’importanza. Gli psico-qualcosa-ti-invento-terapeuti per primi. Rivedo nella testa le immagini di un giorno lontano, alcuni particolari sono andati, rimane vivo il concetto. Veronica, sette anni: qualcosa non funziona nella risposta, di certo sbaglio a fare la richiesta. Tra una prova e l’altra faccio cadere il silenzio e provo a non far trapelare incertezza o delusione con lo sguardo. Mi fermo, magari accarezzo il lobo o sposto i capelli (quelli di un tempo). Dopo due pause Veronica mi chiede: Renato cosa, cosa, còsa fai? Io rispondo “sto pensando”, e lei: “bello mi piace”. Ti piace quando penso? Si mi piace. Vera, veramènte. Perchè ti piace? Perché dopo che pensi sei più buono: mi insegni a pensare? Ogni bambino, giovane o grande che sia ci chiede sempre, solo, ancora questo: insegnami a pensare. E qui il ricordo, la mia memoria, non può non andare al Maestro Inverosimile: Silvio Ceccato. L’uomo che mi ha “indicato” le strade della conoscenza che ho poi percorso.  E’ questo l’unico vero compito. Loro mi hanno insegnato tutto. Davvero. Renato Gentile   Autismo Fashion: http://abautismo.wordpress.com/

Matematica: primo ciclo

Aritmética

Aritmética (Photo credit: My Buffo)

L’insegnamento della matematica, come altre discipline che ci permettono di sviluppare le capacità superiori tipiche della specie, necessita di un approccio dedicato, legato sia alla manipolazione, sia alla fantasia. Dalla praticità del 2+2 alle astrazioni dei teoremi il passo è breve. Basta studiare, sperimentare, creare ed applicare, metodologie di insegnamento efficaci – che prendano l’avvio dalle conoscenze riguardo allo sviluppo (di base) del nostro cervello e della realtà in cui da millenni ci muoviamo – e questo (insegnamento) si realizza e materializza in apprendimento. Vero ed efficace ma soprattutto divertente ed utile.

Chi (educatore) non riesce a produrre questo semplice miracolo (ci vuol pur sempre un minimo di preparazione didattica) inventa metodiche fantasiose, voli pindarici per fuggire dall’incompetenza, che non portano a nulla se non ad uno spreco di denaro pubblico. Il problema non è motivare allo studio ma farsi capire quando si parla in lingua matematica; renderla quel che è. La matematica è un linguaggio che serve per giocare a trovare le risposte e risolvere problemi. Bisogna saperlo parlare ed insegnare.

Si veda, a proposito di fantasie inutili, un esempio per tutti:

https://gentilerenato.wordpress.com/2012/11/08/matematica-e-movimento-wow/

Io sono sereno. Quest’anno inizia il secondo anno del primo ciclo delle elementari, che vede alcune mie amiche impegnate nell’istruzione di questa materia. I bambini sono più grandi e verranno impegnati nell’apprendimento delle due operazioni aritmetiche previste dai programmi ministeriali. Moltiplicazione e divisione. Loro sono pronte ed anche gli alunni.

Oddio, le divisioni. Fortuna che hanno inventato le piccole calcolatrici e che l’algoritmo delle operazioni è stato inserito nei telefoni cellulari. Wow.

Da quasi due decenni lo ripeto, in lungo e largo; la divisione è la prima operazione che i bambini dovrebbero imparare in quanto è la più facile dal punto di vista “logico”. Lo sanno fare ancor prima di imparare a contare; basta riconoscere “l’unità”. Un “singolo” come: una mamma, un papà, un nonno, una maestra. Semplice.

Vi invito ad una considerazione: se divento oggetto di critiche e invettive quando affermo che i bambini a tre anni dovrebbero già leggere (non lo sostengo io – in quanto tale – ma l’evidenza e la prassi), figuratevi quando consiglio di insegnare la divisione come prima operazione aritmetica. Vengo subito classificato all’interno di tutte le voci dei “disturbi di personalità” contemplate dal Manuale Statistico Diagnostico. Le insegnanti hanno molta dimestichezza (esperienza) quasi familiarità con le voci di questo manuale; molti operatori della mente si prendono carico di istruirle. Ogni anno.

“Ma come si fa ad eseguire la divisione se non si conosce (saper fare) la moltiplicazione?”. Con questa perla di saggezza dei luoghi comuni – riferita con un tono di consumata alterigia – venivo e vengo liquidato (durante i corsi di aggiornamento) come l’imbecille del giorno, anzi lo stupido dell’anno. Molte insegnanti recuperano dalla tasca la corona del “rosario” e si segnano a croce, altre guadagnano l’uscita senza salutare mormorando: “abbiamo capito tutto; buon lavoro”.

Rimangono in poche. Sul loro volto leggo disagio ed imbarazzo: generalmente sono quelle della prima fila le più sconvolte. Non è facile alzarsi. Certamente si stanno maledicendo per aver scelto quei banchi e giurano solennemente di non commettere più tale scelleratezza. Qualche altra presenza, sparsa, finge di essere interessata. Comprendo.

Di tutto questo non ne soffro più ormai, da tempo; anzi mi diverto. La (sola) cosa che mi addolora è che dopo 20 anni, il clima non è cambiato. La preparazione di base non è cambiata; le ricerche non hanno prodotto alcun cambiamento nella didattica. Si ricomincia sempre daccapo, da cinquanta anni fa; non da zero ma, ogni anno, da qualche punto sotto.

Il fumo (inteso come prodotto corrispettivo dell’arrosto) si vende sempre meglio ed in grosse quantità. Del resto è ovvio: il fumo inebria, alleggerisce – soprattutto dalle responsabilità – e poi svanisce. Non rimane niente.

La delusione aleggia tra i sopravvissuti all’impatto finché diventa voce: “magari dove vive lei, nella sua realtà (intendendo un altro Pianeta), sarà come dice lei. Qui è diverso; lei non conosce i nostri alunni, quelli che vivono qui. Con tutto il rispetto, cosa ne sa lei della nostra utenza?”. E’ vero, non ne so nulla. Ma neanche loro della mia. Siamo pace e patta. Allora “parliamone”.

Li tranquillizzo con due frasi: a) i bambini sono tutti uguali e tutti sono capaci di apprendere,  memorizzare e progredire, a tutte le latitudini della terra; basta volerlo fare; b) gli esperti di bambini per antonomasia, quelli di Reggio Children, direbbero le medesime cose cha avete pensato voi; è ovvio. “Se mi permettete un commento personale posso affermare che non siete in buona compagnia”. Per nulla.

Faccio partire il Video, pochi minuti, come se fosse l’intervallo della pubblicità. Segue il rumore di quaderni posati sul tavolo, il suono di pagine sfogliate, lo scatto delle penne e poi silenzio. Adesso ascoltano, finalmente.

Renato Gentile

Approccio alla lettura: alcuni suggerimenti

Tratto dal Progetto “Formazione dei Genitori”, Baby Club, 1997.

Le Mie Parole...

Le Mie Parole… (Photo credit: Jody Art)

I bambini che non hanno ancora imparato a leggere devono essere avvicinati ed accompagnati alla lettura attra­verso la “lettura delle immagini”, proposta dal genitore. Successivamente si passerà alla lettura dei periodi che accompagnano le immagini.

La lettura fatta per il bambino da un adulto, rappresenta un momento importan­te dell’educazione in senso molto più ampio di quello strettamente cognitivo. Saper ascoltare, concentrare l’attenzione sul linguaggio verbale, riflettere sulle parole è un processo fondamentale per lo sviluppo linguistico, mnesico e soprattutto relazionale. Desideriamo pertanto discutere insieme alcune indicazioni di base:

  1. La scelta del posto non deve essere casuale. Un’attività fortemente creativa come la lettura richiede una situazione con particolari caratteristiche: deve essere un luogo gradevole (illuminazione e temperatura adeguate) e comodo (confortevole), e non disturbato (buona acustica ed assenza di rumori). L’ascoltatore deve poter guardare, seguire ed ascoltare senza alcuno sforzo, il lettore ed immergersi nel racconto.
  2. Leggere lentamente, in modo chiaro e cadenzato. La lettura deve essere calma, e le parole ben pronunciate. Non bisogna avere fretta; la fretta trasmette una sensazione di superficialità e diminuisce la comprensione verbale. “Se hai fretta, fai altre cose, ma non la lettura”. La velocità deve essere utilizzata solamente per fini ritmici, per arricchire di incisività alcune espressioni: se l’azione è incalzante, il ritmo accelera; dopo, ritorna la calma. Evitare l’espressione mono-tonale.
  3. La lettura deve essere espressiva, empatica. Ciascuna parola va valorizzata; non tutte le parole hanno la stessa portata emotiva e rappresentativa. Le variazioni di volume, tengono alto il livello di attenzione; la modulazione alto-basso aiuta a presentare le atmosfere. Quando si abbassa la voce per “dire un segreto” o “svelare un mistero”, l’attenzione del bambino aumenta. E così anche la partecipazione emotiva. L’uso di diverse tonalità di voce, a seconda dei personaggi, aumenta le capacità discriminative ed ideative dei piccoli.
  4. A volte anche declamata. Accompagnarla con la mimica e lo sguardo; non abbiate vergogna se non l’avete mai fatto. Vi divertirete a scoprirvi attori. Utilizzare tutto il corpo: il lettore si muove, si alza, si siede, trasale, si sposta per passare da “un ambiente all’altro”.
  5. Nel caso di una lettura in gruppo, il lettore deve guardare tutti i bambini; ciascun ascolta­tore deve avere l’impressione che la lettura si rivolga espressamente a lui.
  6. E’ buona norma utilizzare e mantenere i vocaboli del testo, non bisogna “semplificare” i termini; i bambini comprendono le accezioni e le sfumature di significato. Non ci sono termini difficili da imparare; ognuno ha un proprio significato e tale deve essere.
  7. Utilizzare i silenzi (non solo le pause del discorso). Il silenzio serve a creare un’aspettativa ad anticipare. I silenzi aiutano i bambini a rivedere le immagini ascoltate, a pensare. Allo stesso modo bisogna trarre profitto dagli “effetti speciali”: ogni rumore descritto (porte sbattute, cavalli al galoppo ecc.), deve essere amplificato ed ogni caratteristica emotiva (voce tremula o roca), rimarcata.
  8. Aiutarsi con le illustrazioni del libro per dare contributi linguisti per definire o chiarire espressioni nuove o concetti.

Buon lavoro

 

<a rel=”license” href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/”><img alt=”Licenza Creative Commons” style=”border-width:0″ src=”http://i.creativecommons.org/l/by-nc-sa/2.5/it/88×31.png&#8221; /></a><br />Quest’ opera è distribuita con <a rel=”license” href=”http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/”>licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 2.5 Italia</a>.

Diventa il mio pensiero

In your daddy’s arms again. P. Gabriel

Il bambino ci chiede: “mettiti nelle mie scarpe”. Breve estratto di alcuni esercizi, compiti, per calzarle facilmente.

Mettersi nei panni del bambino non è facile. Non è scontato che si sappia, spontaneamente, fare anche perché nessuno, forse, ci ha spiegato come fare. Ci vuole esercizio, oltre ad una guida, ed un vocabolario chiaro. Io utilizzo la frase “diventa il mio pensiero”; è più evidente senza metafora. Innanzitutto consiglio l’esercizio di imparare a “leggere” (considerare) ciò che i bambini avvertono, ciò che provano o di cui hanno bisogno.

E’ un impegno, un compito che abbiamo abbandonato; è più comodo delegarlo. Addirittura, pochi anni fa, è stato messo in commercio un dispositivo elettronico in grado di tradurre, classificare, il pianto del bambino. Il genitore doveva leggere sullo schermo se il pianto indicava paura, fame, sonno etc. Inutile dire che l’articolo andò a ruba ma da qualche tempo non se ne sente più parlare; forse perchè si è saputo che era una “evoluzione” dello strumento utilizzato per comprendere l’abbaiare del cane.

Comprendere  cosa sta vivendo e chiedendo il bambino in quel momento davanti a quella data situazione è fondamentale. Bisogna imparare la loro lingua; loro stanno imparando la nostra che, sotto molti aspetti, è incomprensibile. Evitare, allo stesso tempo, di diventare traduttori simultanei. Indico con questo termine quei genitori che elaborano tutta una serie di spiegazioni, di raffinata analisi, sul pianto o altro comportamento, del figlio. Non vi dico cosa viene fuori.

Cercate quindi di focalizzare, in occasioni diverse, i sentimenti del vostro bambino ed abbiatene rispetto e cura. All’inizio il genitore non è (ma ancora per poco) in grado di parlare, rispondere al bambino, quindi è buona norma, per il momento, non rispondere. Il vostro sguardo di comprensione, di complicità, di empatia, di sostegno parlerà per voi. Imparerete presto a rispondere verbalmente e controllare la situazione. Prima di imparare a parlare ogni individuo deve prima comprendere; vale anche per i genitori.

La seconda cosa da fare (contemporaneamente alla precedente) è quella di imparare a gestire la propria ansia. Allontanare le tensioni e relegarle altrove (Esercizio n° 2). In quanto genitori, punti costanti ed insostituibili di riferimento e di conforto, abbiamo il dovere di gestire la nostra ansia. Dobbiamo eliminare, radicalmente, la tensione che proviamo in quanto, inconsapevolmente, carichiamo i nostri figli dei (nostri) problemi quotidiani. Proteggiamoli da questo costume diffuso.

Una volta gestita l’ansia bisogna (Esercizio n° 5) impegnarsi a smettere di irritarsi quando si è davanti a loro. Minacciare i bambini con soluzioni punitive può essere causa di una preoccupazione costante; incomprensibile per loro. I bambini tendono ad incolpare se stessi se c’è tensione in casa anche se non sono l’origine di questa. Una frustrazione enorme e, per giunta, priva di fondamento che funziona come un pesticida. Lo facciamo spesso.

Infine (Esercizio n° 7), evitate di discutere delle aspettative che coltivate per il vostro bambino o cercare almeno di limitarne il livello. Incoraggiarli a trovare i propri talenti e le proprie passioni, aiutarli ad identificare e realizzare i loro (o vostri) sogni. L’autostima nei bambini si sviluppa quando si sentono accettati per quello che sono e quando sono capaci, in grado, di ottenere padronanza sulle cose.

Il genitore deve essere, innanzitutto, un “luogo” sicuro per il bambino; un luogo certo dove poter andare a ripararsi, chiedere supporto e sostegno quando il mondo esterno diventa incomprensibile. Non ho alcun dubbio che ogni genitore sappia e faccia questo ma alcuni dettagli aiutano a fare meglio ed evitare inutili tensioni che, inconsapevolmente, trasmettiamo.

Essere padre/madre significa imparare una nuova professione o quantomeno aggiornare le proprie competenze e conoscenze relazionali. In parole semplici bisogna modificare alcuni schemi di comportamento che funzionano, perchè necessari o accettati, esclusivamente nel mondo degli adulti.

I bambini sono ospiti del nostro mondo e desiderano vedere, innanzitutto, le cose migliori. Per il resto ci sarà tempo.

Buon lavoro

Writing comes more easily if you have something to say. Sholem Asch

Esplorare la realtà: affrontarla con fantasia

Tratto dall’introduzione al “programma di lettura del Baby Club”. Catania, 1995

English: Fontana dell'Elefante (Elephant fount...

English: Fontana dell’Elefante (Elephant fountain), Catania, Sicily, Italy – Detail (Photo credit: Wikipedia)

Educare alla lettura non è lo stesso che insegnare a leggere. Insegnare a leggere, è il fine di una impostazione metodologica scolastica; insegnare l’amore per la lettura rappresenta invece una costruzione emotiva che fa parte degli impegni nella programmazione delle attività di crescita del Baby-Club.

Sappiamo bene, per esperienza, che a volte, in­segnare a leggere può comportare un irreparabile rifiuto per la lettura. Per noi è difficile accettare che un bambino, pieno di fantasia, ricco di curiosità, felice delle sue emozioni, e con tanta voglia di crescere, non stabilisca un legame affettivo con i libri e la lettura.

I libri rappresentano, fin dai primi mesi di vita, una fonte preziosa di stimolazione sensoriale e di curiosità esplorativa diventando, nel tempo, veicoli privilegiati di conoscenza. Il problema è che spesso i libri vengono proposti in modo poco adeguato alle caratteristiche del bambino oppure non vengono proposti quelli giusti al momento giusto.

Lo scopo di questi brevi incontri è quello di suggerire alcuni stili di comportamento, strategie e sistemi educativi, che possano incoraggiare l’amore per la lettura nei nostri bambini.

“I have always thought the actions of men the best interpreters of their thoughts”.

John Loke

Pesticidi educativi

Parzialmente tratto da: La scuol@ come promozione dello sviluppo umano: la relazione educativa verbale. Modena, 2000/2001

Il richiamo all’agricoltura non è casuale ma in linea col concetto di natura cui spesso riporto l’impegno ed il lavoro educativo. La metafora si presta a chiarire molteplici aspetti da considerare nella dinamica della relazione familiare di coppia.

Se preleviamo due semi da uno stesso baccello e li mettiamo a dimora in due vasi distinti per composizione nutritiva del terreno, registreremo che la crescita delle due piante sarà diversa. Il terremo più ricco di humus fertilizzante nutrirà la pianta facendola crescerà robusta, rigogliosa, forte, di bell’aspetto e sana. Il seme nel vaso con il terreno povero di elementi nutritivi darà una pianta differente dalla prima soprattutto per robustezza e rigogliosità.

La scienza, e la ricerca ad essa collegata, da tempo è impegnata a trovare la quota di contributo che la Natura e la Cultura forniscono allo sviluppo umano. Senza scendere in particolari o accendere polemiche, assumiamo un equo 50% da ognuno per proseguire nel discorso.

L’ambiente di crescita è caratterizzato da una molteplicità di fattori fisico-chimici (luce, esposizione solare, scambio di ossigeno, presenza di insetti e parassiti, temperatura, inquinamento); ognuno dei quali influenza la crescita di un organismo a prescindere dalla qualità del seme. Se questa influenza vale per una pianta figuriamoci quanto lo è per un essere vivente umano. Spesso ce ne dimentichiamo. Oppure crediamo (erroneamente) che l’uomo, ben lontano da essere una pianta, non ha bisogno di certe cure: può chiedere l’acqua quando ha sete, prendere la merenda quando ha fame e coprirsi se ha freddo. No, non funziona così.

Il bambino ha continuo bisogno di “nutrimenti” e di protezione. Per molti genitori appena il bambino è in grado di camminare e parlare è già maturo. Non è così. Ha bisogno sempre più di noi man mano che cresce. Comprende molte cose, parla e cammina in maniera sicura ma non per questo è grande. Non possiamo trattarlo da pari come spesso facciamo. Il piccolo dell’umano ha una crescita molto lunga. I genitori sono una parte considerevole dell’ambiente del bambino.

Quello che desidero sottolineare è che esistono fattori ambientali intervenienti, volontariamente introdotti dall’uomo / genitore, che devono essere maneggiati con cura. Mi riferisco ai pesticidi. Personalmente ritengo nocivo per la salute l’uso di queste sostanze e sono altrettanto convinto che si possano evitare. Esistono alternative naturali ai pesticidi. Questo termine – oltre a supportare la metafora – si adatta perfettamente al caso. Anni fa si usava dire, di un bambino poco educato, che era una peste. Un pestifero, non un ADHD.

I genitori usano, inconsapevolmente, diversi pesticidi. Il peggiore, ed ahimè è anche il più economico (utilizzabile anche a distanza), si chiama “linguaggio tossico”. E’ un pesticida molto velenoso: uccide anche l’anima. Ha anche un’altra proprietà incredibile; è retroattivo. Si può usare su fatti già accaduti anche a distanza di diverse ore. Una vera arma biologica.

Il linguaggio tossico è prodotto in diverse confezioni. C’e quello di rimprovero, imperativo, di insulto che impoverisce la curiosità del piccolo ed aumenta le sue incertezze; il linguaggio che deride, ridicolizza e colpevolizza un bambino incapace di difendersi creando sensi di colpa inutili; il linguaggio che sminuisce ed umilia il suo pensiero e le sue capacità. Spesso lo vedo somministrato – inconsapevolmente, come in “automatico” – distribuito in occasioni diverse della giornata di molti bambini.

Tutte le volte che ne sono testimone, la cosa mi rende profondamente triste. Mi fa sentire sconfitto e professionalmente inutile. Basta pesticidi.