Basta un dito *

Mi chiedo spesso se i nostri politici utilizzano gli uffici postali o se gli Amministratori di questa azienda lo facciano mai. Sono certo di no.

Però è un’esperienza da fare: come per noi (da giovani) andare a Londra o per altre generazioni, a Ibiza. Lo consiglio a tutti specialmente se amate osservare la “natura umana” selvaggia. Come il Birdwatching.

Gli uffici postali, non tutti naturalmente, rappresentano un campione di servizio pubblico italico D.O.P. molto interessante. Diciamo una sorta di riserva naturale, protetta – non uno zoo – dove è possibile osservare esemplari dalle caratteristiche educative, sociali e culturali di rara ed esclusiva bellezza. Musei a cielo aperto anzi ad “apriti cielo”.

Se poi amate le esperienze estreme, quelle forti, adrenaliniche, beh allora non c’è dubbio: Agenzia numero 1 di Via N. Fabrizi. Non ve ne pentirete. Uno “sballo”.

Il repertorio delle rappresentazioni è ampio e gli attori spaziano – per bravura propria (un dono) – da una pagina all’altra del Manuale Diagnostico Statistico [DSM]: quarta edizione.

Altra caratteristica da non sottovalutare (che ammortizza eventuali costi e spese di spostamento) e che lo spettacolo è gratis e varia ogni giorno; almeno un impiegato è “occasionale” sostituto di qualcuno – ma mai di quello sbagliato – scelto secondo le caratteristiche idonee al contesto. Jérome Savary [Gran Magic Circus (mio amore giovanile)] ne sarebbe affascinato.

Vorrei raccontarvi, a grandi linee, una rappresentazione recente. Nuova.

Nel mese di Maggio ho fatto richiesta di un servizio postale (a pagamento), una cosa semplice, banale. Dopo un mese dall’attivazione mi accorgo che il servizio non è in funzione, per nulla. Qualcosa non è andata bene nella procedura? Controllo le carte: tutto in regola, preciso.

Decido di mettere a rischio il mio umore: chiedo un appuntamento col Direttore. Mi riceve, come sempre, attraverso il vetro dello sportello. Mi ascolta come un confessore ed alla fine conclude: “se il servizio non funziona non c’è nulla da fare”. Per un attimo mi sono sentito dietro la porta di una sala rianimazione: senza speranze. Distrutto.

Con molta calma riferisco che la sua risposta è incongrua e lo prego di trovarne una più adatta al suo ruolo ed all’Azienda che rappresenta. Niente: buio totale.

Gli chiedo se sia necessario chiamare un interprete, un mediatore culturale ma lui va via. Lentamente esce di scena. Uno spettacolo.

L’impiegato, sostituto temporaneo, quello nuovo, lo segue ma non per parlargli o sostenerlo; approfitta semplicemente del cambio di scena per andare a disinfettarsi le mani con gel di amuchina: di certo ha toccato il documento di identità di qualche utente. Lui è fatto così. Ogni operazione a rischio cerca una scusa: generalmente va a prendere le puntine per la spillatrice.

Cambio sportello e mi faccio consegnare [dall’impiegato, è ovvio] un modulo, apposito, per redigere un reclamo. Torno a casa, lo compilo a macchina (da scrivere) [me la tiro su questo] nel caso la scrittura fosse poco chiara, faccio una scansione e la inoltro a Poste Italiane Ufficio Reclami, poi vado a consegnare il modulo all’Ufficio postale in questione. Timbro, data, documento identificativo, firma e copia per me. Accettato: nero su bianco. Che soddisfazione.

Trascorre un altro mese. Il servizio [pagato in anticipo] non è stato (ancora) attivato ma c’è di peggio: poste italiane (lo scrivo minuscolo per comodità) non ha risposto al mio reclamo, né per e-mail, né per posta, né per telefono, fax o piccione viaggiatore.

Silenzio. Una mattina, visto che era nuvolo (quindi niente spiaggia), mi reco in UP [è così che lo chiamano i comunicatori dell’Amministrazione]: è fashion.

Il Direttore. sempre dietro il vetro – antiproiettile ma non anticazzate – sembrava attendermi; i suoi occhi avevano lo sguardo che i killer hanno disegnato sul viso quando sanno di averla fatta franca. Quello sguardo beffardo che dice: “mi volevi incastrare, brutto bastardo e invece… in quel posto l’hai presa tu. Adesso ti sistemo io”. Non mi intimorisce, lo guardo negli occhi. Lui fa altrettanto. E’ un duro.

Sorridente, mi fa cenno – educatamente – come fossimo vecchi amici, di avvicinarmi allo sportello vuoto (quello senza impiegato) e mi fa esporre; mi guarda e sorride sornione e quando concludo dicendo “non ho ricevuto alcuna risposta al reclamo” lui, serafico mi guarda e dice, con fare da requisitoria: “certo che non ha ricevuto risposta: ha compilato il reclamo sul modulo sbagliato. Non so dove lei lo abbia preso. Perciò non è stato preso in considerazione”.

A questo, punto da “personcina” a modo, ho dato uno sguardo intorno, per accertarmi che non fossero presenti bambini e donne in stato di gravidanza, ed ho chiesto, cortesemente, ai presenti un attimo di silenzio e di attenzione perché il Direttore aveva importanti comunicazioni da dare sul suo stato di salute mentale e per fare finalmente ammenda per la sua incompetenza.

Quel sorriso sornione è sparito di colpo; totalmente cancellato. Al suo posto una serie di rughe ed altre contrazioni muscolari note, facilmente osservabili, accompagnate da una variazione della colorazione della pelle e una modificazione roca del tono della voce. Un caratteristico esempio di rituale comunicativo della posizione gerarchica, espresso degli esemplari di Branco Posta. Che interpretazione mimica perfetta. Superba.

Qualcuno dei presenti ha subito lanciato una proposta di scommessa: a) sulla possibilità di infarto del Direttore e b) su un mio ricovero al pronto soccorso per trauma cranico; qualche altro invece è andato a chiamare chi, fuori dall’ufficio, aspettava il turno fumando una sigaretta. Lo spettacolo, di quella mattina era iniziato, in anticipo. Inaspettato.

Peccato che nessuno abbia avuto l’idea di riprendere il dialogo successivo con un telefono ma vi posso garantire che è stato un vero pezzo di teatro; teatro di vita. Vera.

La vita è teatro ma in UP (ormai si chiama così) è, senza dubbio, spettacolo.

P.S. Sono qui per rispondere alle, eventuali, domande di “approfondimento”. Grazie

  • Il nuovo slogan di Poste Italiane: “Per fare tutto, in Banco Posta, basta un dito”. Inutile specificare quale.

Corona & Scettro

Non amo scrivere di politica, direttamente; seguendo cioè un pensiero orientato o predefinito. Mi piace pensare alla politica come ad una gestione del bene comune e costante difesa delle eventuali [aberrazioni] alterazioni dell’equilibrio sociale.

Siamo stati, nell’antichità, bravi a regolarizzare il vivere sociale tralasciando, a mio parere, la convivenza. Cosa ben diversa.

In Italia sembra esistano più reati non contemplati, per una regolazione sociale, che leggi. La fantasia e la creatività non mancano: inventiamo reati che non hanno leggi che le sanzionano. Di contro abbiamo reati raffinatissimi nati dalla fantasia dei migliori legislatori. Questa è libertà.

E’ un paradosso non avere leggi e relative sanzioni da elevare per azioni che danneggiano gravemente – o distruggono, uccidono – il bene comune. Anche la parola giustizia sembra una delle tante fantasie italiche ancora non realizzate: come il ponte sullo stretto. Eppure siamo (stati) la patria del diritto.

Questa premessa vuole mettere in evidenza una modalità comportamentale che è tipica del nostro sistema [italico] comunicativo di tipo sociale. Non credo sia necessaria una laurea o una formazione culturale specifica per comprendere cosa accade giornalmente sotto i nostri occhi: basta guardare con un minimo di attenzione, semplificare e riflettere.

Gli Italici comunque amano il dibattito sterile, le battaglie verbali, gli slogan e gli striscioni, le campagne di giustizia, il braccio di ferro fatto di annunci e minacce, i messaggi tweet. Si fa “salotto” in ogni trasmissione televisiva ad ogni occasione, per risolvere questione serie come se bastassero banali opinioni. Un popolo, il nostro, distratto e disattento che ha (al governo e non) i politici che merita e che difende per principio: come la fede calcistica. Un popolo sempre e comunque diviso, per gioco. Per stupidità.

Recentemente è in atto una campagna di appelli, a largo raggio, per “salvare” dal carcere un fotografo (ma sarebbe più idoneo usare il termine paparazzo) diventato, chissà perché, personaggio noto. Non è certo famoso – non ha qualità di alcun tipo – ma è conosciuto. Si dice che, in carcere, stia male: soffre. Comprensibile ma, se è li avrà pur combinato qualcosa; non sarà certo innocente. Avrà fatto qualcosa che ha violato o danneggiato la percezione le regole della civile convivenza.

Ho ascoltato, per dovere di conoscenza, qualche telegiornale e letto decine di articoli. Ho contato oltre 10 capi di imputazione, tutti gravi ed alcuni addirittura gravissimi. Credo che chiunque altro cittadino (me per primo) del Paese, che avesse commesso solo uno (dico uno) di questi reati, sarebbe in carcere già da tempo senza sconti né possibilità di aver voce. In carcere ad attendere il tempo della pena, in silenzio e inascoltato. Questo signore invece ha avuto decine e decine di occasioni per andare in TV non solo a discolparsi ma soprattutto ad accusare, irridere ed offendere. Ed è nato un idolo, con tanto di scettro. Accidenti.

Gli scudi si levano e alcuni sono scudi famosi, noti, importanti. Mi piace informarmi, lo faccio con rigore e metodo, poi ascolto le “ragioni” dei pro e dei contro. Ancora una volta siamo caduti nel ridicolo, nella farsa: il festival di frasi, editti e slogan contro la giustizia ha preso il via. Non le riporto perché sono una vera indecenza e ripetono lo stesso ritornello: a) non merita una pena così dura; b) altri imputati “prendono” una condanna minore. Invenzioni verbali, simili alle scuse che elaborano, a loro discolpa, bambini e adolescenti. Motivazioni che non si possono né accogliere, né accettare.

Ancora una volta non sappiamo dove guardare e cosa è necessario dire: tutti insieme. Tutti i cittadini, all’unisono e con grande veemenza dovrebbero gridare di rabbia. La richiesta è semplice: mettere in prigione tutti quelli che hanno commesso reati analoghi – non certo tutto il pacchetto, che rappresenta una collezione non da poco – senza fare sconti o particolarità di trattamento. Tutti.

La vera domanda, legittima, quindi è: perché lui e gli altri no? Questo avrebbe senso. Applicare la regola, nota, della giustizia uguale per tutti. E’ questa la domanda da porsi.

Se non si sa formulare la domanda, la risposta non avrà senso e il gioco del “derby” e dei tweet continuerà infangando (a torto o a ragione) il senso della giustizia. Senza giustizia si rimane divisi. Discriminati per definizione.

Che ci sia un solo colpevole in carcere, che stia “pagando” quello che molti altri cittadini – con altrettanti reati – normalmente non pagano, e che continuano altresì a girare per il Paese ricoprendo (anche) impieghi di tutto rispetto, è una scelta incivile. E’ una scelta che non fa onore a nessuno. O tutti o nessuno. Questa dovrebbe essere la voce della popolazione; Big & Vip in testa. Come sarebbe rivoluzionario.

Quando uno paga per tutti significa solo una cosa: è mafia.

Renato Gentile

Della comunicazione

Ma ci siamo veramente cremati il cervello o davvero pensiamo che questa sia comunicazione? E’ un insulto a tutti gli sforzi che ognuno fa per farsi comprendere, spiegare, educare.

Io, non ho parole. La foto si commenta da sé.

Ma cosa dice? Cosa vuole dirmi? A chi lo vuole dire? Che linguaggio è?

Chiedo, umilmente, a tutti voi: cosa regola questo avviso? Grazie.

Avviso

Avviso all’ingresso di tutti questi luoghi UP

 

 

Psicologo: una professione?

Titolo: Le emozioni negative influenzano il bambino.

Lo trovo scritto su un opuscolo, dedicato al benessere, in una sala d’attesa di una città Italiana. Altri articoli parlano di medicina contro l’invecchiamento, della lombo sciatalgia e fecondazione assistita. Interessante. Ricco di pubblicità di moti psicologi: che curano tutto. Accidenti.

Da tempo si assiste ad una commercializzazione della psicologia in chiave di (estrema) superficialità; qualcosa che qualitativamente può essere collocata al di sotto dei luoghi comuni. In più c’è l’aggravante della fonte, spesso disattesa o, laddove presente, riferita a perfetti sconosciuti: come le frasi di rito sui profili di facebook.

Lo psicologo non sembra più essere una professione; nonostante si sia lottato (molti) anni per creare un Ordine di appartenenza per distinguerla dall’attività di maghi, fattucchiere, ciarlatani, chiromanti e chiaroveggenti la sostanza non è cambiata. Gli uni e gli altri si sono mischiati e grazie all’ignoranza accademica, finalmente convivono. Felici.

Ma torniamo all’articolo di cui cito il titolo. Lo leggo e poi, lo rileggo. Cerco di capire, comprendere o magari imparare qualcosa. Niente; non ci riesco. Ma veramente si può pensare che “questa” (cosa) sia psicologia? Con tutto il rispetto per coloro i quali questo lavoro lo praticano con dedizione, serietà, preparazione e soprattutto professionalità, non mi sembra. Gioca a discapito. Immotivatamente. E per giunta gratis.

Però è così. E questi giovani, non tutti ovviamente ma la massima parte, sono figli del loro tempo: formati così, come la società li vuole. Superficiali ed impreparati, pronti ad affermarsi con le regole del clientelismo politico e del culto del talk-show mediatico. In fondo la colpa non è loro ma dei valori che questa società (noi) gli abbiamo trasmesso. Usano come verità e onnipotenza l’ignoranza di cui sono tristi testimonial; e nella quale hanno una profonda fede. Usano parole, termini, concetti ed empietà come se fossero verità.

Mi spiace parlare usando questi toni ma, a quanto sembra, come in tutte le cose italiane, nessuno controlla niente. Chi controlla gli psicologi? Nessuno. E ci mancherebbe che nel paese dove nessuno controlla niente (tranne la trasmissione Report e Presa Diretta) ci si metta a controllare gli psicologi. E perché no i bidelli? Adesso (poi) sono anche obbligati ad avere una assicurazione contro (eventuali) danni verso terzi: tutto è sotto controllo. E che significa? Che non hanno più neanche un bagliore di responsabilità, che nessuno controllerà il loro lavoro, che possono fare qualsiasi danno, senza prevederlo minimamente, perché tanto non dovranno sborsare soldi; risarcire direttamente i danni. Liberi tutti… di sbagliare sulla pelle di altri: chi se ne frega? Che belle innovazioni.

Fortunatamente non si può generalizzare: grazie al cielo ma provate a trarre qualcosa da ciò che viene scritto a conclusione di questo “articolo” stampato e diffuso. E credetemi: non è un caso unico ma una epidemia, in quasi tutte le Regioni Italiane. Quanto sotto riportato è conforme a quanto pubblicato (grassetto compreso).

“In conclusione, per sviluppare un equilibrio funzionale tra emotività e linguaggio nel bambino, bisogna portare attenzione alla propria emotività dato che è impossibile e incompleto un linguaggio interiore che diventa linguaggio verbale, senza integrare la parte razionale del contatto emotivo verbale con le difficoltà della parte emozionale”.

Vi posso garantire che nel testo dell’articolo non c’è nulla che possa far comprendere a cosa fanno riferimento queste conclusioni: non si definisce neanche l’età del bambino, un dato che rimane vago, indefinito. Ovviamente non esiste accenno a quali siano queste emozioni negative: è lasciata libera interpretazione al lettore il quale, certamente, lo sa di suo; deve saperlo. In fondo neanche gli psicologi, come giornalisti ed intrattenitori televisivi, parlano di emozioni confondendole con altre espressioni del comportamento umano mostrando di non sapere, ovviamente, di cosa si parla.

Mi chiedo, da cittadino comune: Cosa ho imparato, capito, appreso da questo articolo? Cosa posso fare con mio figlio, il mio alunno? Niente se non sentirmi in colpa per non aver capito nulla; che esiste un mondo a me sconosciuto. Quale migliore strategia che farti sentire ignorante, inadeguato, stupido e decidere quindi di consultare uno psicologo? Il punto è: cosa ha da insegnarmi una persona che parla (scrive) così?

Vogliamo riflettere su questa professione?

Con un approccio di questo tipo rischiamo di vederli approdare in TV o al Governo come Ministri di qualcosa. Un vero rischio; per noi cittadini naturalmente e per chi, invece, fa bene il proprio lavoro.

Buon lavoro.

La nazione vista dal treno

Sono uscito, per disattenzione, dall’isolamento che ho scelto di adottare, da un po’ di tempo, quando viaggio in treno; proprio questa ultima volta. Tornare ad essere presenti, in loco, è stata un’esperienza interessante e, sotto certi aspetti, nuova. Le lunghe tratte da percorrere richiedono una certa capacità di sopravvivenza: bisogna soprattutto salvaguardare la propria salute mentale da agenti inquinanti. Cercare di uscire incolumi dall’esposizione da sorgenti di “sapere” e “modi di pensare” – infettivi – molto nocivi che possono seriamente (e gravemente) alterare l’umore di un modesto viaggiatore che desidera trascorrere il tempo in santa pace. Leggendo, scrivendo, guardando il paesaggio o magari meditando.

Le persone che viaggiano sulle tratte che uniscono i due poli della Nazione, sono geneticamente, facili all’abbordaggio. Ti agganciano senza preamboli con strategie che invocano tutte le caratteristiche ancestrali umane. Dieci minuti dopo la partenza, gli occupanti del compartimento si sono (già) “presentati” e in meno di un’ora ognuno potrebbe scrivere il certificato di Stato di famiglia, il grado di istruzione e la cartella storica dell’ufficio di collocamento di ognuno dei presenti e in meno di due ore la cartella medica clinica completa degli stessi. Che spettacolo la meridionalità. Un modo di essere: come la “follia” ai tempi della legge 180.

Il tema fondamentale dell’approccio in treno è la salute e le vicissitudini legate ad interventi chirurgici – o ai ricoveri per accertamenti – effettuati da personalità della scienza – quelli dalla tariffa esageratamente elevata (altrimenti non sono bravi) – che magari “sono andati a parlare in televisione”. Una volta erano quotatissimi quelli che “andavano” da Raffaella Carrà; un titolo superiore al premio Nobel. E questo aggiunge un tratto di orgoglio che ha lenito la loro sofferenza, non tanto per aver ricevuto qualificati servigi ma l’onore della conoscenza, dell’incontro, di persone famose. Una forma di umana tenerezza che commuove; poi magari il congiunto muore ma che importa: è stato fatto il meglio. Senso di colpa uguale a zero. Ottimo.

Prima della fine del viaggio comunque, se non è stato proposto un gemellaggio con i residenti del compartimento adiacente ci si lascia con un facile quanto mai impossibile: “Ciao, ci vediamo” o un improbabile “fatti sentire”. Ma dove? Quando? E soprattutto, perché?

Queste interazioni mi hanno sempre incuriosito: rimango incantato per la vastità del repertorio di “conoscenze” (estemporanee) che le persone comuni posseggono per ogni argomento che si affronta. Le interazioni del primo approccio riguardano, generalmente, la conduzione e la gestione del treno in sé. Viaggiatori, esperti conoscitori della ferrovia e delle strategie di viaggio, fanno da cicerone a chi non ha alcuna esperienza. Attimi di celebrità che fanno stare bene. Frasi come: “adesso recupera il ritardo”; “qui rallenta perché deve dare la precedenza”; “adesso vengono a fare i letti”; “il cuccettista i biglietti ce li darà domani” sono perle di sapienza per chi, nel 2014 affronta lo spazio siderale della Nazione ed ha bisogno di conforto.

Di altro valore sono invece le performance di chi, di colpo, assurgere ad “esperto” della politica attuale; regalano spiegazioni – che odorano di “sentito dire” – la cui fonte è rigorosamente anonima e soprattutto priva del più elementare supporto teoretico. Luoghi comuni e posizioni dettate dall’ignoranza. Mi ricordano le dissertazioni ascoltate, per anni, su un treno di “pendolari di alto livello (e concentrazione) culturale”, in corsa alle cinque del mattino. Insegnanti della scuola dell’obbligo che “spalmavano” le ore del tragitto sfoggiando la loro incompetenza, ignoranza, impreparazione e soprattutto cattiveria professionale (pagata dai contribuenti) per tutta la provincia. Nessuno di loro che cercasse di recuperare qualche ora di sonno o che leggesse un libro (o anche, almeno, un giornale) per investire il tempo in modo utile; tutti a fare comizi, diagnosi e pettegolezzi sui genitori di ragazzi problematici e “scherzare” (come insegnava al tempo dei fatti un insegnante-scrittore) sugli strafalcioni degli studenti asini (i meno capaci), oppure spettegolare duro sui colleghi – idioti – assenti, perfettamente incapaci ed impreparati, senza curarsi di esserne la loro copia conforme.

Ma torno a questa esperienza nuova, nella specie. Diversa. Le persone si presentano ai compagni di viaggio con modalità diversa; la tecnologia ci aiuta a porgere il “biglietto da visita” già all’ingresso. Il telefono: il beato cellulare. Non c’è condivisione – se non del proprio status – ma ostentazione forzata. Aperta.

Prendo posto sul Freccia Argento, direzione sud, dopo aver chiesto ad un passeggero se lasciava libero il posto (finestrino) a me assegnato; sbuffando questi si sposta sul lato corridoio commentando, quasi incredulo, “ma è lo stesso”. Io rispondo che per me non lo è. Mi guardano quasi fossi un mostro. La mia dirimpettaia, una bella ragazza sui 30 anni, da li a poco chiama al telefono un amico. Una inflessione verbale chiaramente “nordica”, dai toni delicati.

“Ti disturbo? No, sono qui a Roma, da due giorni, ma sto partendo. Volevo sapere come stai, cosa fai”. Dal tono e dagli argomenti si comprende che è una professionista, forse un avvocato, Un osservatore direbbe subito che se la tira; parla a voce piena. Si nasconde dietro gli occhiali da sole di ottima firma e al dito ostenta un diamante. Poi informa il suo interlocutore che giorno uno Gennaio sarà nuovamente a Roma ma per prendere il volo per Budapest a fare la vacanza con amici e quindi andrà a Toronto. Si accomiata.

Accidenti. Sarà un manager di quelli a quattro stelle. Questa è l’Italia che funziona. Da li a poco, dalla borsa estrae una copia di un giornale settimanale di super-gossip, uno di quelli che ti dice anche a che ora la tale velina allatta il rampollo del giocatore. Non lo sfoglia ma lo divora, legge tutte le pagine piene, fino alla fine; con estrema cura ed attenzione. Lo leggerà tutto.

Nel frattempo, ad una fermata, sale una signora che cerca il posto mentre parla ad alta voce al telefono: in perfetto romanesco. Non c’è dubbio è di Roma. Impartisce ordini di “servizio” come: Metti le lasagne ner micro-onde, tre minuti. Non dimenticarti che ae quattro devi prendere a ragazza in piscina. Etc. etc. Seguono altre telefonate pubbliche cioè ascoltabili chiaramente dagli astanti. Anche questa ha l’aria di essere una manager… ogni telefonata un commento a chiusura: “questo nun ha capito che deve fare er suo lavoro altrimenti se chiude, bello mio”.

Comincio ad avvertire seriamente la mancanza delle mie cuffie; pagherei per averne un paio anche scadenti. Come ho fatto a lasciare a casa anche quelle che tengo (sempre) in valigia? Ritorno alla mia lettura e stacco virtualmente l’ascolto ma la mia “deformazione” mi restituisce frasi verso le quali non posso rimanere sordo.

Mi accorgo, con mio stupore che la pronuncia, la cadenza nordica e romana, svaniscono man mano che si scende al sud ed il vagone si svuota. Arrivano altre telefonate alle quali le signore rispondono in perfetto accento calabro che gradatamente lascia posto, verso la fine del viaggio, a dialoghi condotti in perfetto dialetto. Con doppie consonanti, intercalari monosillabici, imprecazioni e vocali sfiatate. Le due signore si sono trasformate come la carrozza di Cenerentola in una zucca. Questo viaggio, dopo tanti trascorsi in silenzio, è stato veramente una favola.

Quote rosa… confetto

Trascorso il momento caldo della bufera verbale è saggio riflettere; chiarire ed analizzare, a freddo, qual è il problema. Mi riferisco al recente “dibattito” che ha avuto per tema la percentuale di presenza femminile all’interno dei posti di amministrazione della Nazione. Argomento interessante.

Come abbiamo visto, il ciarlare sul tema è risultato grassamente ridicolo. Già ridicola, per sé, è la connotazione: quote rosa. Mi vergogno di averlo dovuto usare. E mi vergogno, io, per coloro i quali lo hanno adottato passivamente offrendocelo come dato, come verità. Mi fa tristezza che i professionisti della comunicazione non provino neanche lontanamente a rettificare, aggiustare o sostituire la definizione. La si usa e come tale è corretta come un nome proprio. Non c’è da meravigliarsi, poi, se alcuni conduttori di programmi di Radio Rai 2 ti rispondono (male) se provi a farli riflettere. Ti azzannano via SMS sbandierando il dizionario dei neologismi. Idioti retribuiti ma poveri.

Il termine utilizzato ci fa comprendere la qualità (la profondità) degli interventi con i quali si vuole “presentare” l’argomento e, di conseguenza, con quale atteggiamento sarà affrontato politicamente. Il termine ricorda più la sala d’attesa del ginecologo, al mattino, tra mamme che si scambiano le informazioni sul sesso del nascituro; giusto per socializzare.

Che senso questo termine? Nessuno. Parliamo di niente.

O forse ha senso? I dubbi non mi abbandonano mai. E’ la consapevolezza di esistere. Forse bisognerebbe chiamarlo diritto. Avrebbe senso.

Le dichiarazioni che abbiamo ahimè ascoltato hanno avuto semplicemente il compito di spostare, come farebbe un carro attrezzi, il problema su piani diversi da quelli legittimi. Si sono susseguite con un corretto ritmo da avanspettacolo. E’ regola. Anche il tono e la (falsa) serietà recitativa era da passerella.

Non vale la pena ricordarle né ritengo possa essere importante citarle. Anzi me ne guardo bene dal rievocarle; fanno stare male. Vorrei solo aggiungere che sono state penose (e dolorose) soprattutto quelle provenienti dalla sezione “commenti” da parte del genere in questione. Accidenti. Che botta.

Che il 50% delle persone al governo di “qualcosa di pubblico” debba per legge essere di sesso femminile stona completamente con tutto ciò che questa nostra società ha costruito (e manovrato) nei trascorsi decenni. Se non ho permesso alle donne una strada percorribile con i medesimi diritti del sesso maschile dove le trovo adesso? Di certo “attorno” non ce ne sono: non le abbiamo “volute”.

Se non ho aperto le porte e permesso alla meritocrazia di potersi coniugare per entrambi i generi sessuali, dove lo trovo il 50% ? Al massimo ne trovo il 10%. Forse.

Il problema (vero) è che esiste una discriminazione di genere, nei riguardi delle donne, in ingresso. Ma di questo non se ne può parlare. Sarebbe un autogol politico. Se non le abbiamo fatte entrare non le possiamo “chiamare” a lavorare. Come fare? La strategia è ormai nota: la si fa diventare polemica, litigio tra schieramenti opposti. Ci offrono uno spunto per litigare, tra noi, sui commenti; in fondo siamo noi ad alimentare la polemica come per il calcio parlato al bar o sui marciapiedi del centro. E intanto “il ladro scappa”. I fessi siamo sempre noi: guardiamo il dito.

Il fatto reale, alla fine, è che si vuole inventare qualcosa per chiacchierare e perdere tempo senza trovare né accennare mai né al problema né ad una soluzione che sia attuata domani stesso. Ne parliamo dopo: sempre.

Intanto è doloroso dover constatare che alcune (non molte) persone di sesso femminile presenti nelle istituzioni politiche, spesso non rappresentano (talune neanche un poco), quelle capacità naturali di gestione e conduzione di una squadra (e sono tante) che risultano vincenti per la loro alta qualità. Femminile.

Spesso vedo in queste rappresentanti partitiche prototipi di cattiveria, rabbia, immaturità e rigidità di pensiero tipiche (qualità) della parte maschile.

Forse qualcuno sta tentando di clonare al femminile la parte peggiore degli esponenti politici di genere maschile; una sorta di trans gender politico genetico. Non diamogli una mano.

Renato Gentile