Genitori in rivolta *

* ovvero: pari opportunità II – la vendetta

Love is the greatest gift that one generation ...

Love is the greatest gift that one generation can leave to another (Photo credit: symphony of love)

Uno degli errori più comuni che commettiamo, quasi inconsapevolmente, forse perché ci sentiamo proiettati direttamente sulla scena, è la generalizzazione dei fatti, o delle persone, che in un dato momento rappresentano l’oggetto della discussione. Dovrebbe essere un dato acquisito che quando si parla di una “classe” non si include tutta la categoria nella quale è contemplata. E’ una rappresentazione.

Certo è che nel linguaggio comune siamo “abituati”, erroneamente, a parlare di una classe come se fosse l’intera categoria; si usa arbitrariamente il senso assoluto. Un vistoso errore di presunzione, supponenza o di crassa ignoranza. La politica chiacchierata è maestra (anche) in questo.

Quando parlo in pubblico (dal vivo) mi impongo di sottolineare, anche più volte, che sto trattando di una classe ristretta e pertanto non rappresentativa dell’intera categoria. Come è noto: un esemplare non fa una specie anche se molti operatori della mente cercano di classificare forzatamente tutto entro categorie; più o meno ampie per ostentare una conoscenza divina, generale, dei fatti emanata direttamente dalla professione. Forse è per questo che qualcuno ha percepito un alone di tale atteggiamento. Non appartengo a quella classe. Da sempre.

Sorrido quando sento quegli incipit che iniziano con: “voi uomini; voi donne; gli insegnanti; gli impiegati”. Il prologo, alla fine della narrazione, mi fa paura. Tanta. Tira sempre aria di razzismo, sessismo, fobie discriminative becere.

Sarò stato poco attento a non specificarlo abbastanza. Beh è mio dovere chiedere quindi scusa.

Lo ribadisco: quando parlo di taluni genitori, li definisco ed indico con determinati caratteri, più o meno individuabili ad occhio nudo. Gli altri genitori sono esclusi per definizione, d’ufficio.

Ma vengo al punto. Nell’articolo recente, pari opportunità dei genitori, alcuni lettori hanno ravvisato dei rimproveri. Mi sono chiesto: come mai? Se non appartengono a quella classe che ho indicato perché si sono sentiti chiamati in causa? Forse prendono le difese di alcuni loro amici? Può darsi. Mi ricordo a tal proposito lo spezzone di un film, con Nino Manfredi e Maurizio Micheli, che mostravo agli studenti durante le unità didattiche sul Colloquio, l’Assessment & la Comunicazione. Grandi interpreti di due dimensioni sociali “distanti” e di ruoli professionali tendenti a mantenere il divario culturale che ne asserve una all’altra.

In ogni caso io non rimprovero; non è nel mio stile. Certo denuncio, commento, mi indigno, ne soffro. Non riesco a dire “chi se ne frega”. Magari, anzi certamente, dico che fanno male ma questo significa che devono imparare a fare bene.

Il mio sguardo rimprovera; questo è vero. Lo so. Non so controllarlo ma quando scrivo non ho lo sguardo che uccide.

Sarà mia cura indicare, come richiesto, le caratteristiche verbali delle relazioni che ho osservato anche se sono simili a quelle già discusse altrove. Così i genitori meno attenti sapranno come fare.

Grazie per l’attenzione.

Renato Gentile

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