Curare la crescita I: premessa

Basta. Non userò più mezzi termini, inviti alla riflessione, stimoli delicati per rendere viva la consapevolezza. Il genitore non è un mestiere né una nomina ma un impegno, una carica, che si assume seriamente. Superata la selezione (il matrimonio) ed ottenuto il colloquio di assunzione (accoppiamento) – o magari solo quest’ultimo se siete o volete rimanere single – si inizia a lavorare a tempo indeterminato. L’orario è a tempo pieno e la reperibilità costante; bisogna essere organizzati se si vuole recuperare tempo da dedicare a se stessi. Lo stipendio, la paga, non è in contanti, sono titoli del tesoro; bisogna aspettare per spenderlo. Se non vi sentite preparati (ovvero maturi per le responsabilità) o pensate di essere incapaci (carenti di competenze) allora è il caso che iniziate, seriamente, a studiare. Con impegno.

Iniziamo. Tra le specie viventi, la nostra, quella umana, è quella che necessita di un lungo periodo di crescita prima di diventare indipendente. Il piccolo della specie umana ha bisogno di molti anni di cure e di esercizi relazionali per sviluppare le caratteristiche, le capacità e le facoltà proprie della specie umana. Quelle capacità di ordine superiore che fanno di noi un mammifero diverso dalla balena ed un essere vivente diverso dal topo, dal cane e dalla gallina. Durante tutti questi anni di crescita e dello sviluppo, le esperienze da portare a compimento e le conoscenze da acquisire sono infinitamente numerose ed è per questo, molto probabilmente, che siamo stati capaci di “inventare” e sviluppare un comportamento che “abbrevia” o media il contatto con l’esperienza. Il linguaggio. E qui sta il nodo dolente dell’educazione; il punto cruciale del problema, il focus, la sorgente della mia rabbia.

I genitori, in genere, quelli che consideriamo nella media, si preoccupano di conoscere quale sarà il sesso del nascituro, scegliere in tempo un nome, acquistare il corredino “in tinta” e seguire tutti i luoghi comuni che derivano dalle parole esperte di chi non ha proprio titolo per farlo: i parenti e gli altri genitori; amici. Aver inseminato una donna o aver partorito un figlio non significa essere esperti nella crescita di un bambino; anche se si hanno 5, 6, 8 figli ed altrettanti nipoti. Crescere un bambino non significa semplicemente nutrirlo, lavarlo e mostrargli i giocattoli con cui distrarsi nel tempo libero ma accudirlo cioè: prendersi cura della sua crescita percettiva, verbale, emotiva, affettiva, cognitiva e sensoriale.

Una volta nato il bambino, lo spettacolo dell’attesa finisce: iniziano i riti scanditi da pappe e sonno, bagno e pannolini, visite mediche (peso e lunghezza) e “tavole rotonde” con amici e parenti sulle qualità fisiche, intellettive e psicologiche mai registrate in nessun altro piccolo della famiglia. Si rispettano le tappe dei riti sociali, scanditi dal calendario e dai luoghi comuni: primo compleanno, passeggiate domenicali, parco giochi, scuola materna, laboratori, danza etc. Tutto ad un livello di visibilità sociale eloquente e chiaro. Inequivocabile dello status cui si vive o si tende. Virtualmente però.

Ma non tutti i genitori sono uguali, c’è chi dice no e vuole fare di più. Qualcuno di questi, una buona parte, affonda le sue attenzioni nei programmi televisivi ad alto livello di competenza, quelli della fascia pomeridiana da salotto. Luoghi del sapere dove bambini, cani, abbandoni ed infedeltà coniugali, delitti o disastri vengono argomentati allo stesso modo e soprattutto sempre da esperti sconosciuti. Sempre uguali. Altri genitori invece, forse con meno tempo, si affidano al sapere diffuso sulle pagine di riviste normalmente reperibili presso le sale di attesa del parrucchiere. Entrambi questi gruppi di genitori hanno in comune il desiderio, la smania, di sapere e di imparare a fare bene o fare meglio.

Questi entrano presto in contatto, casualmente, prima o poi con gli “esperti” istituzionali del settore, quegli affabulatori travestiti da professori i quali vendono un prodotto (bufala) ormai rarissimo: l’intelligenza. Rispondono alle interviste televisive, riportate talvolta sui rotocalchi, con informazioni raffazzonate qua e la ma dal sapore altisonante. Una volta confezionate a dovere, sono accolte come un credo religioso; oltretutto propongono soluzioni facili ma importanti per aumentare l’intelligenza del proprio bambino. Alcuni sono organizzati a vendere il loro prodotto ancor prima che il bambino venga alla luce. Sono stanco e disgustato da chi mi approccia per ostentare la sua “attenzione”, prenatale, alle cure del bambino, come avergli fatto “ascoltare la musica di Mozart, quando ancora era nel pancione”. Questa comunque è la migliore e più innocua, di quelle che circolano; che ha scatenato un vero vespaio. Io rispondo con una semplice ma cattivissima domanda: “ed ora che è nato cosa gli fa ascoltare? Jovanotti o Vasco? Sa che molti consigliano Gigi?”. Poi rido e chiedo scusa. Rispondo seriamente ma non sono sereno.

Basta. Qui non rido. Siamo nel 2013 ed ancora parliamo di qualcosa negli stessi termini in cui se ne parlava quando la conoscenza era ancora modesta, esigua. Non è accettabile parlare ancora di una ipotesi affascinante e tosta e non chiedere mai se ci sono dei risultati sperimentali a sostegno. Si da per vero. Illusi.

A questo approccio se ne aggiunge un altro, più riflessivo e meno impulsivo. Razionale e poco intuitivo: quello dei “manuali” per affrontare e (forse) risolvere i problemi del bambino. Io mi chiedo ancora se sia un problema del bambino o dei genitori. E’possibile macinare, reiterare, informazioni e spiegazioni, consigli e metodi laddove la variabilità è nota (ogni bambino è diverso) ed il sistema educativo, anche se vecchio di almeno 2000 anni deve essere ancora acquisito da altrettanti soggetti mai uguali; i genitori. Il problema sono i genitori non il bambino; dico questo riconoscendo il dovuto rispetto per chi sa farlo e ci riesce bene. Persone dalle quali ho sempre imparato qualcosa. Anche piccole cose ma di cero significanti.

Il numero di questi “manuali” ci fa sospettare che c’è confusione, sbando e disorientamento, dove ognuno vede qualcosa di diverso in un processo chiaro. Tutto però funziona; come mai? E qui mi metto nei panni di un genitore volenteroso che vuole imparare e capire; come fare? E’ veramente frustrante riuscire ad orientarsi senza perdere il senso della calma e la lucidità mentale. E’ come trovarsi sull’otto volante mentre si cerca di caricare la caffettiera. Qui nasce, come per partenogenesi, un altro pericolo: gli operatori della mente. Per questo potenziale “pericolo” neanche il Padre eterno può far nulla: qui c’entra il fato, l’alea, la fortuna, il caso. Gli dei e le loro beghe con gli umani. E’ una lotteria monopolizzata dove si gioca a farla diventare dipendenza. Unica speranza è la scienza.

Detto questo, con questo tono, magari immaginando quello della mia voce, le persone vengono attraversate da brividi di tensione e paura. Li assale un senso di inefficacia e di inadeguatezza: come trovarsi dentro un ascensore con la paura della claustrofobia. Dove si trova la scienza? Come è vestita? Chi la vende? Domande che alimentano la paura di non poterla trovare. Subito si va su Internet. Di certo la scienza non è Internet come non lo è (stata) la televisione. Sono contenitori in cui si trova anche la scienza; qualche frammento in mezzo a enormi nuvole di fumo, sempre più diffuse e cupe, di ciarlatanerie. Bisogna stare attenti. Sempre. Mai lasciarsi “prendere” dalle malie.

In ogni caso, nessun problema: la scienza è pubblica (cioè di tutti); non è in vendita perché non ha proprietà fisica ma solo intellettuale. La scienza diffonde le conoscenze, le partecipa – consegna al bisogno le fonti ed i riferimenti – è questo che il professionista preparato e deontologicamente corretto fa nell’esercizio quotidiano delle sue funzioni.

continua

Renato Gentile

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