La mafia è donna

Questo non significa: donna = mafia. Che sia chiaro, subito.

E’ una teoria che fino a poco tempo fa eravamo solo in due a sostenere, io e un altro studioso. Oggi forse siamo in 3 in quanto è una posizione difficile, scomoda e soprattutto pericolosa. Non si tratta di un teorema ma di una analisi deduttiva; derivata da osservazioni, numeri e fatti. Ad ogni modo la cosa non riveste alcuna importanza; la volontà di debellare la prepotenza, il sopruso e la relativa “potenza economica” è scarsa. Pertanto, il fatto che (la mafia) possa essere uomo o donna, in fondo, poco importa. Cosa importa? E soprattutto a chi?

Quando mai uno studioso (giornalista, storico, filosofo, sociologo) è stato preso in considerazione? Ascoltato? Mai, meglio tenerli lontani perché con le loro strane idee potrebbero indicare quale direzione prendere e/o svegliare i cittadini dal sonno mediatico. Scoprire verità

Il metodo mafioso, è adottato da chi vuole “gestire” un potere per trarre esclusivamente profitto economico. Pertanto è diffuso ovunque; dove più, dove meno. Reggio Emilia è, da tempo, una città “mafiosa”. Lo dico da anni: Ce ne è tanta. Il “seme” reggiano della Resistenza e della libertà si è perso. Calpestato e offeso.

Lo ripeto, non si tratta di quella mafia che uccide, ma del metodo (sistema) mafioso della gestione non legale che va ad esclusivo vantaggio di una gruppo esiguo della società: quella affiliata. L’esatto metodo in uso per creare grandi imperi economici. La mafiosità è per definizione una mentalità, uno stile comportamentale caratterizzato da arroganza, sopruso, cattiveria, vessazione ed ingiustizia al fine di “comandare”, avere potere; tale stile è completato dai relativi accessori: gli “appoggi”esterni. Un vero e proprio indotto.

La mafia cruenta delle cronache ha una identità specifica ed un territorio di pascolo preciso e definito; facile da individuare. Il metodo mafioso (o mentalità per dirla con le parole di Libero Grassi) è modello adottabile ed adattabile da chiunque abbia un ruolo professionale, in stile elegante – molto fashion – griffato, adatto a gestire operazioni di clientelismo, ruoli di potere e (naturalmente) accumulo di denaro. Professioni o ruoli in cui è facile coinvolgere un indotto di imprese o associazioni di vario genere: pulizie, ristrutturazioni, manutenzioni, servizi sociali di varia natura, perizie, accoglienza, formazione, gestioni varie o altri professionisti.

Tali professionisti hanno bisogno di tener lontano il controllo a partire (naturalmente) dal cittadino: il semplice utente che potrebbe ingenuamente fare una regolare e banale denuncia di irregolarità o richiesta di chiarimenti e giustificazioni per un diritto che ritiene leso.

Il punto chiave, lo sbarramento è proprio li: il cittadino può “reclamare” spiegare cosa accade, denunciare un dubbio di sopruso, un sospetto di irregolarità, ma nessuno lo ascolterà. Scientifico. E se qualche altro chiede, in sua vece, emergerà solo trasparenza. Il cerchio è magico ma reale: i diritti spariscono. Inutile urlare: ci vogliono troppi soldi per alzare il livello della (tua) voce.

Queste “Imprese” non minacciano (direttamente) il cittadino ma lo vessano, lo scoraggiano, spingendolo verso l’isolamento ed infine lo pongono impotente con le spalle al muro: nel modo più illegale della Terra. Lo mettono davanti a condizioni dalle quali risulta inutile, infruttuoso, e controproducente reagire perché tutti gli aiuti che potrebbe chiedere fanno parte del medesimo “giro di affari”. Cane non mangia cane.

Il cittadino è fregato: potrebbe avere tutte le ragione ma ovunque andrà a chiedere aiuto per far valere la sua voce (sindacati, associazioni, tribunali dei diritti, enti di assistenza) troverà terreno già contaminato: nessuno lo ascolterà. Mai.

Sono fior di professionisti (alcuni dei quali lavorano a stretto contatto con le istituzioni) che hanno creato connivenze di “basso profilo” ad alto livello. Un giro di “illegalità” evidente in cui tengono in pugno persone normali, persone oneste e civili che fanno presto a prendere ed aver paura. Chi azzarda alzare la mano per chiedere i propri diritti, urlare l’ingiustizia subita, trova un muro di gomma: prima o poi dovrà pagare. Anche se ha ragione: ci sarà sempre un motivo ed un timbro a sancirlo.

Mi chiedo, ma solo perché mi piace ragionare su fatti, una cosa semplice: se la gestione della città è questa perché meravigliarsi del fatto che ci siano “infiltrazioni” mafiose? Non è infiltrazione, è concorrenza; perché vederla (e chiamarla) in altro modo? La materia è uguale: il mercato è libero.

La lotta alla mafia, quella vera, efficace, non ha senso se non comprende il risveglio sociale di giustizia dei cittadini che questi professionisti dell’ illegale quotidiano – consentito e certificato – hanno soffocato. La lotta alla mafia dovrebbe iniziare dalle piccole insospettabili amministrazioni dei diritti del cittadino.

Ma torniamo al tema. Non è un caso, dicevo, che a capo di queste piccole Imprese (generalmente) ci siano donne. Menti raffinate, insospettabili, che hanno saputo scegliere le persone giuste per costruire una rete di connivenze che gli uomini non sarebbero capaci di mettere su. Ci vuole intelligenza, tatto, fiuto, pazienza, lungimiranza, autorità “riconosciuta” e freddezza per creare e costruire la gabbia dove introdurre chi “deve” (in silenzio) soggiacere e obbedire col denaro. Ci vuole la flessibilità (e cattiveria) femminile per decidere le azioni da avviare, le “bugie” da far sembrare inviti cordiali le (dure) minacce e il fascino recitante per gestire la rete di distribuzione e re-investimento (interno) dei benefici.

Io nel privato, personale, in pochi anni qui nella Città della gente, ne ho incontrate due: geniali. Cattive da far paura. Rispettate insospettabili per antonomasia. Visibilissime. Figurine di legalità e soprattutto giustizia. Due espressioni femminili diverse ma perfettamente sovrapponibili; con ottime squadre di “appoggio” professionale esterno. Non è raro trovare inseriti nei ranghi i propri “rampolli”.

Nel girovagare per la città ne ho adocchiate tante altre: sono sparse, a macchia d’olio, nei luoghi e nelle stanze della gestione ufficiale (o derivata) della Città. Tutte adottano il medesimo metodo contornandolo di visibilissime etichette (educazione, slogan e campagne civili) di “legalità” e trasparenza. Questa è la Città della gente (ma la gente non sei tu), dove la “gente” sono solo loro. Amici, parenti e affiliati: il famoso bene comune.

Sono tutti tranquilli: nessuno controlla, nessuno “sospetta” o che (se lo sa, lo vede) abbia voglia di “mettersi contro”. Denunciare? Chi glielo fa fare? Poi, non si sa mai, potrebbero entrare, prima o poi, a far parte degli eletti.

La mafia, dicono gli “esperti” nelle conferenze annuali puntualmente programmate da Comune e Provincia, è quella delle grandi imprese, dei grandi appalti e non (può essere) questa. Questa è trasparenza. Visibilissima a tutti. La città è sana.

La mafia, lo sappiamo [o forse no?]: è gestione – raffinata o rude – dell’ingiustizia ma soprattutto “controllo” [occulto] della (vera) giustizia. E se non c’è giustizia elementare, allora c’è mafia. Semplice.

Datemi una scorta e garantitemi un pool di magistrati da prima linea nella lotta alla delinquenza e vi racconterò i particolari. Io non ho paura e soprattutto nulla da perdere: soprattutto la vita.

Come ha detto un grande uomo: chi vive nella paura muore ogni giorno.

Renato Gentile

Per alcuni anni, mattina dopo mattina, ho percorso a piedi Viale della Libertà per andare a lavoro, incrociando puntualmente le lapidi poste a ricordo di Libero Grassi e Piersanti Mattarella.

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Fascismo democratico

Una città inospitale, così la descrivono alcuni concittadini, residenti illuminati, non tutti; e sono pochi. Gli altri si meravigliano, si stupiscono, cadono dalle nuvole quasi gridando al sacrilegio al vilipendio. I primi sono le persone giuste, cioè consapevoli di quello che (in fondo) rappresenta questa cittadina. Sono le persone per le quali ho deciso di trasferirmi qui e che mi dispiace, ahimè, dover lasciare.

Sono già due anni (o poco più) che osservo sistematicamente, valuto, ipotizzo e verifico; prima ero “cieco”. Illuso. Questa città cela aspetti, caratteri riconducibili all’atteggiamento, al modo di fare mafioso. Preciso.

Sottolineo, ancora una volta che questo termine non indica necessariamente omicidi, estorsioni, vendette o stragi. Il termine mafioso comprende una serie di caratteristiche che facilmente possono essere “celate” dietro una condivisa modalità di vita sociale, amministrativa. Mafia significa “gestione”: una particolare gestione che sotto certi aspetti “funziona”. Significa organizzazione: regole. E soprattutto significa accesso vietato ad altri non contemplati: chiusura. Totale. Ostilità mai manifesta.

Gli ultimi (miei) contatti con le strutture amministrative, pubbliche e professionali che si occupano della gestione in genere (scuole, studi professionali, aziende consociate etc.) che in qualche modo rappresentano la facciata di questa città, sono pure rappresentazioni di una mentalità mafiosa caratterizzata (e alimentata) dalla diffidenza, dal sospetto ed alla (estenua) difesa del bene proprio, della propria individualità, dei propri giri “familiari”. Del rifiuto.

Mi potrebbe star bene se non fosse che questa si autoproclama “la città della gente” (aperta cioè a tutti i contributi). Quale gente? Ma chi è “questa” gente? Chi sono queste persone? Non si capisce; eppure si sbandiera lo slogan e tutti lo accolgono.

I morti della guerra partigiana, gli eroi antifascisti e con loro gli ideali dei valori di libertà e giustizia, oltre che uguaglianza, non ricevono il dovuto rispetto da questa Città. Quei combattenti hanno “tentato” di liberare la città ma questo non è mai realmente accaduto. Hanno provato, inutilmente. Hanno perso.

Basterebbe il lavoro di pochi giorni di storici e sociologi, qualche osservazione sul campo, qualche intervista e qualche sporadica partecipazione ad eventi culturali o sociali per comprendere che tipo di cerchio chiuso racchiude un puro e vivo sentimento fascista. L’ho detto.

Bene, non passa il concetto di mafiosità (me ne sono accorto) suona brutto, offensivo, inadeguato (anche se non si riesce a dimostrare il contrario) allora lasciatemi passare quello di fascismo. Questa città ha un cuore ed una (ben celata) espressione sociale fascista. Suona un controsenso, un non senso, una bestemmia? No.

Credo proprio di no. Quel modo di fare, che molti hanno combattuto pagando con la vita è finemente celato da un velo raffinato di (falsa) socialità, gentilezza, disponibilità e apertura che è solo apparente, molto apparente. Direi funzionale agli scopi quindi: un falso. Perfettamente visibile nella quotidiana richiesta di giustizia. Quella, appunto, banale.

Mi “piace” definire questo stile di vita (condiviso da molti) un “fascismo democratico”, sostenuto da un concetto (falso) di “trasparenza“: regole di incorruttibilità gestite da chi è dentro, nel giro. Non è una nuova etichetta, da me inventata o un nuovo movimento messo in piedi dalle nuove generazioni di rampolli, di rango e non, arrivisti, ma una evoluzione, in loco, del peggiore dei mali italiani. Una perfetta strategia di potere e di controllo.

Chiedo scusa, davvero, a quanti non si riconoscono in questa definizione, in questo concetto e che, non a torto, alzeranno voci ed insulti contro questa visione ma sono una parte, una minima parte, un “poco” per cento. Che non conta. Non possono riconoscersi ma sono inconsapevoli vittime di questo regime che toglie tanto a molti, soprattutto diritti e giustizia, per tenerlo per se. Dare benessere, privilegi e ruolo solo ai membri del loro ristretto cerchio di “amici”, notabili veri e/o falsi, dislocati nei posti giusti: dappertutto.

C’è una enorme struttura, diffusa, che si fonda sul falso. Un abile gioco di prestigio, di illusionismo. Ogni iniziativa “sociale”, civile o culturale è solo una operazione di facciata, di mimetizzazione e propaganda. Manca addirittura la più elementare giustizia civile. Chi andrebbe a cercare fascisti nella città dei “rossi” per antonomasia? Nessuno. Pensare che lo sia equivale a sostenere una eresia.

Quale gioco più semplice?

Renato Gentile

Diffido di chi …

Non è trascorso tanto tempo dalle ultime elezioni. Lo ricordo; eccome.

Una bella idea: trovarsi fuori città, su in collina, e rimanere a pranzo insieme. Quel che si direbbe una occasione per socializzare, condividere, integrarsi, conoscersi, divertirsi e magari progettare e lavorare. Il luogo è fantastico: una vecchia residenza di caccia (del 1700) di vecchi nobili Reggiani. Quale migliore occasione per fermarsi tutto il fine settimana e correggere in pace e tranquillità la prima stesura completa del secondo libro?

La mattina di domenica arriva il mio amico con tutto l’occorrente per trascorrere il resto della mattina in cucina a preparare contributi gastronomici tipici di tre diverse regioni italiane. E una cassa di Lambrusco.

Arriva, in ordine sparso, il resto della comitiva; un’auto dopo l’altra. Saluti, sorrisi, sguardi ed allegria. Tra poco il pranzo sarà in tavola; mi cimento anche nel ruolo di cameriere e suggerisco alternative alimentari per i piccoli che non gradiscono cibi “inconsueti” al loro palato.

Il dopo pranzo viene caratterizzato da esibizioni musicali in chiave Jazz; che bel feeling. La Band del mio amico Giovanni è davvero preparata. Alla fine mi coinvolgono in una versione “standard” di Yesterday dei Beatles. Un buon successo.

Il buio arriva presto, la primavera è vicina ma il sole è già stanco. Prendo le mie cose e rimedio un passaggio. Sono felice.

Durante il viaggio in auto, mentre si parla di andare per il week end di Pasqua al mare, in Toscana, sento che la malinconia mi ha assalito. Lascio perdere ma la sensazione è consistente; mi distraggo. Arriviamo in Città. Non sento più gioia. Ahia. Qualcosa sta accadendo.

Entro in casa e appena chiusa la porta la sensazione di tristezza mi assale. Va bene, forse i ricordi dell’ultima relazione – recentemente chiusa – hanno trovato una scintilla per emergere e presentare il conto della malinconia e dei sensi di colpa rivisitati. La solitudine fa il resto. Reagisco: ho da finire di guardare la serie di Dexter da cui trarre contributi di riflessione per un amico.

Ad un tratto ho consapevolezza del mio malessere: chiara. Ho trovato la sorgente di quel disagio senza parole. Rivedo la giornata in un Rewind caotico; vado avanti e dietro con la “registrazione” cercando di dimostrare che mi sto sbagliando. Alla fine ho la certezza: nessuno degli invitati mi ha chiesto il nome, nessuno mi ha chiesto cosa facessi nella vita, la mia provenienza, perché o come mai ero li e dove stavo andando. Nessuno.

Gioco ancora con la “registrazione” e trovo altri elementi: durante il pranzo nessuno dei commensali ha lasciato il proprio tavolo per avvicinarsi agli altri, scherzare con loro, chiedere qualcosa. Nulla. Ognuno al posto che aveva preso arrivando, come alla Corte della Regina: cerimoniale rigido ma “sicuro”. Divisi in piccole comunità regali separate dallo spazio abbondante tra i tavoli. Io ero stato il giullare. E come tale tenuto a distanza, come la casta impone.

Nessuno aveva interagito con alcuno. Eppure era stato un incontro tra persone che si conoscevano, che condividevano qualcosa e che avevano accettato di stare insieme. Avevamo infiniti argomenti di cui parlare; sviscerare i propri contributi, le visioni, i giudizi o anche i pettegolezzi. Nulla. Estranei consenzienti; formali.

Che immagine infernale: terribile per un mediterraneo. Impossibile ed inaccettabile solo al pensiero. Esperienza drammatica, deludente ma soprattutto dolorosa. Divisi da noi stessi.

Riesco finalmente a stare male con un motivo chiaro. Mi calmo anche se sono arrabbiato come un bisonte. Ognuno dei presenti, quasi 50, era rimasto al proprio tavolo come se fossero gli unici presenti in quei due saloni. Non si sono mischiati neanche fuori dalle sale, dopo pranzo e nelle pause. A coppie (fisse) o al massimo in tre, il resto per ognuno era deserto. La mia presenza un puro commento insignificante. Invisibile anche qui? Si, perfettamente invisibile. Ne sono certo. Sicuro. Neanche una foto da mettere su facebook. Ma che gente è questa? Forse ho sbagliato schieramento politico? Forse ho sbagliato e basta.

E’ ovvio che da allora ho iniziato a meditare di lasciare, definitivamente, questa Città.

Ne ho parlato con gli amici e la cosa peggiore è aver saputo che, ahimè, non si è trattato di una eccezione, di un evento dettato da fattori casuali ma della Regola. Un popolo diffidente e sospettoso, chiuso persino coi concittadini: auto razzista. Non è possibile.

Col tempo stavo quasi dimenticando questo triste evento ma sono arrivate le elezioni del 29 Maggio scorso ed il “crollo” è stato totale. Era il venerdì prima della pausa di silenzio elettorale; vado al Centro Sociale prima di cena. Qui un gruppo di nove ragazzi, percussionisti africani, si sta esibendo a titolo gratuito per la chiusura della campagna promozionale di una candidata. Il ritmo è coinvolgente; impossibile rimanere fermi. Ci si muove anche rimanendo seduti. Il ritmo trascina il respiro e l’attenzione è totalmente galvanizzata; non è possibile resistere al richiamo. Non è possibile. Mi avvicino e seguo il ritmo da fermo come un richiamo ancestrale. Muovo gambe e piedi; applaudo. Mi tornano in mente immagini passate di gioia e felicità in un contesto simile. Lontano.

Eppure lo spettacolo che si è realizzato da li a poco è stato traumatizzante. Nei locali del cinema del Centro Sociale un gruppo numeroso di persone stava consumando un aperitivo dopo una (loro) manifestazione. A coppie o al massimo in gruppi di tre hanno occupato tutto il giardino antistante e preso a chiacchierare tra loro; lontani anni luce dai musicisti distanti solo qualche paio di metri. Con aria schifata di sufficienza e distacco ma non insofferente, si sono mantenuti a distanza e come se non stesse accadendo nulla: hanno continuato a parlare tra loro, indisturbati, incuranti dell’evento. Come non udenti sono rimasti impassibili a quei disegni delle percussioni e dall’armonia dei canti che li accompagnavano. Solo tre mamme, dico tre: uno, due e tre, si sono avvicinate ai musicisti solo perché i loro figli piccoli erano stati attirati dal ritmo dei tamburi accennando movimenti coordinati ed interesse. I “padri”, nel ruolo di quelli che qui vengono definiti fighetti, si sono ben guardati dall’avvicinarsi. Le donne hanno delega a “sporcarsi” mentre i figli esplorano; i maschi osservano, commentano e dispongono. Si tratta di pari opportunità.

Tutta quella gente, quasi un centinaio, in massima parte giovani maturi, è rimasta impassibile. Come se nel parco non ci fossero che loro, le loro discussioni e soprattutto la loro importante appartenenza. Unica. Donne a seguito comprese.

No. Non sono razzista ma non credo ci si possa fidare di persone che rimangono impassibili ad un richiamo di questo tipo. Credo invece che bisogna essere razzisti nel cuore, nell’anima e nella testa per riuscire a non avere il benché minimo accenno di partecipazione. Sono persone fatte di pietra: la pietra è dura e soprattutto non si scioglie. Sono la generazione illuminata di questa città. La generazione che conta e che esclude tutto il resto.

Da lunedì 26 Giugno, abbiamo un nuovo sindaco; al primo colpo. Ha vinto la Città. Che significa?

Da sempre qui si fa un “gioco di prestigio” con le parole ambigue.

Qui non c’è niente da cambiare se non cambiare città. Andare via ancora una volta.

Tornare dalla mafia sembra l’unica vera alternativa alla mafia.

Non è edificante né civile ma è la realtà.

E la realtà qui è mafia.

5 Stelle: la mafia a RE

Il tema è caldo, quasi un tormentone. Ancora Mafia a Reggio Emilia? Basta. Non se ne può più.

Anche il Movimento 5 Stelle sul loro bollettino delle News, apre con la Mafia. Mi fermo a discutere con uno di loro; è sempre piacevole scambiare impressioni e idee, condividere visioni di legalità. Incontrarsi.

Anche lui sembra cadere dalle nuvole quando gli riferisco che c’è più mafia a Reggio Emilia che in Sicilia. Ribadisco e sottolineo: mafia e non “infiltrazioni” mafiose. La mafia reggiana è viva e gode di ottima salute; le infiltrazioni sono altra cosa. Io direi addirittura una copertura, un alibi. E’ un fenomeno locale, certamente nato da tempo. La mafia è un atteggiamento, una mentalità, uno stile relazionale di potere. Spietato.

Quella delle presunte “infiltrazioni” è una manovra di depistaggio messa in atto per non (far) guardare nelle tasche proprie. Distrarre il “nemico”, così, è facile come bere. E lui, beve volentieri.

Ma vediamo qualche punto:

La mentalità di appartenenza, ristretta chiusa; lo stile relazionale ostile, “della città” in genere; le modalità formali sono perfettamente allineate al verbo mafioso. Mi spiace ma è una amara e triste constatazione. Ma dai non ci credi? Pensaci.

E’ perfettamente mafioso l’atteggiamento di alcune (molte) categorie di professionisti (non c’è bisogno di dire quali) nei riguardi della gente, anche e soprattutto utenti. Niente senso – né speranza – di giustizia. Nessuno dei cittadini si “ribella”. Accetta. China il capo come le pecore. Si naviga nell’omertà. Costantemente.

E’ perfettamente inutile ribellarsi; nessuno ti ascolta né ti aiuta; il mafioso non è perseguibile per definizione. Cane non morde cane. Posso fare luoghi ed eventi, fatti e situazioni, nomi e cognomi. Basta chiedere… e non voglio certo la scorta. Gratis.

E’ estinta, nel cittadino comune, ed azzerata, la capacità (desiderio, bisogno), di creare relazioni ma c’è di più, è aumentata la diffidenza ed il sospetto verso il prossimo. Si chiama paura. La mafia si nutre di qualsiasi paura indotta. Indifferenza totale (paura) da un lato, valori comunitari sbandierati (mafia) dall’altro. Strano? No Reggiano.

Mi chiedo dove siano finiti i “cromosomi” di cultura della libertà, della giustizia e dell’uguaglianza propri di questa Città. Secondo me sono stati distrutti ed al loro posto clonati esemplari di quella (sotto) cultura, che vedo molto diffusa, che con quella mafiosa ha tanto da dividere.

E’ perfettamente mafiosa la facciata pulita e trasparente di molte istituzioni pubbliche ed altre amministrazioni e dei loro “dirigenti”. Ognuna copre e nasconde trame politiche ed interessi economici di lobby di potere (povero). Il nemico è il cittadino non noto; l’altro.

Non aggiungo altro a questo articolo, sono stanco di ripetere che la Mafia è Reggio Emiliana (è una mentalità, locale, diffusa e condivisa) e non c’entrano niente gruppi di delinquenti meridionali che con questi si sono (forse) alleati. Anzi, direi piuttosto che sia vero l’inverso.

Ancora mafia? Ne prendo giusto un po’.

Da poco terminata la settimana organizzata dalla Provincia ecco che parte la risposta del Comune e dei Centri Sociali. Certo che c’è un bel da fare. Chissà?

Io sorrido ma non ci sto bene. Vado al Centro Sociale “Buco Magico”; altri relatori parlano di mafia. Poca gente. E’ ovvio la mafia qui non c’è. I titoli delle relazioni hanno però un respiro diverso rispetto a quelle di “Noi contro le mafie” ed anche i toni sono diversi. Forse sto sognando? Non è possibile la mafia ruba soprattutto i sogni. Ma qui la mafia non c’è; allora posso sognare.

Posso sognare qualsiasi cosa ma la realtà qui è la medesima di sempre. Da quando sono qui.

Mi muovo verso il centro, torno a casa. Un manifesto murale attira la mia attenzione. I creativi qui a Reggio Emilia sono davvero in gamba; il nuovo slogan per invitare la gente ad andare in centro è veramente bello: (Io) C’entro. Semplice e geniale.

Tra le cose che ogni cittadino può trovare in Centro alcune mi lasciano perplesso. Non scherzo. Un brivido mi attraversa la pelle delle braccia: Relazioni e Accoglienza. Ho qualche perplessità su Emozioni poi, rifletto e se consideriamo che tra le emozioni sono annoverate rabbia, paura e disgusto allora ci siamo: queste le provi prima o poi, devi solo attendere. Ci vuole pazienza.

Mi piacerebbe sapere o capire con quale coraggio si parla di accoglienza e di relazioni. In Centro città. Bisognerà certo invitare i nostri amministratori a fare delle passeggiate didattiche, delle escursioni pedagogiche o delle gite guidate per le vie del Centro giusto per fargli osservare come la Gente si comporta con la gente.

Questa domenica è stata ancora interessante. Una ragazza, giovanissima e di aspetto delicato, distribuiva volantini per una causa che (personalmente) ritengo giusta e che è abbastanza condivisibile soprattutto in una Città simbolo come la nostra. Questa ragazza era sicuramente reggiana. Ho voluto osservarla bene negli occhi tutte le volte che, quasi pregando di essere perdonata per il disturbo, porgeva il volantino ai passanti. Era disorientata, impaurita; non sapeva cosa stesse accadendo. Chi mai l’ha trattata così? Come una “indegna” di cotanto ardire. Io ho provato diverse volte questa sensazione e ne ho sofferto. Ed io sono vecchio.

La Gente qui quando per strada offri un volantino, ma potrebbe anche essere un biglietto gratis per il teatro, ti guarda con aria di sufficienza, inorridita. Manifesta il fastidio del contatto sia pure verbale. Rimangono zitti facendo parlare il loro corpo, che dice a voce alta: “ma ti vuoi allontanare che mi fai schifo?”. Tutto questo per un volantino. Un volantino che neanche guarda. Non vuole sapere nulla. Non gli riguarda nulla oltre i suoi “personali confini di casta”.

Quando a suo tempo ci ho provato io, in mezz’ora ne ho “piazzati” solo tre ma le sensazioni di disgusto e di evitamento sono state molte; tanto da farmi abbandonare l’impresa. Ma siccome sono un bastardo sono andato pesante: ho portato nelle vie principali ed in Piazza i miei disegni. Li ho messi in mostra – con una scritta evidente: non in vendita – e mi sono messo a guardare: attento. Non vi dico cosa ho registrato. Lo tengo per me. Non c’è nulla di buono in quel che ho osservato. Davvero.

Una cosa però è bene dirla, anche se rischio di ripetermi; l’atteggiamento mafioso della Gente, dalle stanze della gestione/amministrazione si è materializzato nella vita in Città, sulle strade e sta alimentando e nutrendo il richiamo e la risposta “mafiosa” da parte di altri. Ecco adesso si che bisogna iniziare a preoccuparsi.

Continuiamo a parlare di mafia a Reggio Emilia. Si perché no? Più se ne parla e meno si vede.

Renato Gentile

“Noi contro le mafie”: noi chi?

Il secondo appuntamento è andato in porto.

La prima considerazione che mi viene da fare è: come mai il Comune con questa iniziativa c’entra poco e niente? Non è una sottigliezza da poco. Mi sono chiesto, come tanti altri, se in questa settimana di lavori la cultura della legalità sia stata veramente affermata. Ad occhio sembra di si: la Gente ha dormito serenamente; i consumi sono stati normali, le passeggiate fashion in ripresa e nessun caso di insonnia.

Unica cosa certa? Hanno parlato di mafia, soprattutto per non sentirsi lontani dall’invito / monito di Paolo Borsellino.

Leggo ed ho anche ascoltato che lo scopo di questa iniziativa è stato, tra gli altri, quello di formare una nuova classe dirigente. A Reggio Emilia? Una nuova classe dirigente? Che significa?

Questa è la Città della Gente, signori miei. Dove la Gente, perbacco, sono gli amici degli amici. I dirigenti già ci sono e sono anche ben formati. Sono nati Idonei; e successivamente educati. Come nella monarchia.

Ma questo è un dettaglio inutile da riproporre. Scenografia.

Leggo a conclusione di una delle presentazioni ufficiali che: nessuno deve essere lasciato solo. Lapidario. Scenografico anche questo. Toccante. Qui nel nostro Comune nessuno è solo; l’emarginazione, è chiaro, è un’altra cosa – un fenomeno diverso – qui la Gente non si lascia sola. Gli altri può capitare. Talvolta.

Un altro punto nella presentazione delle finalità del programma è: riflettere sulla legalità e sul rispetto delle regole. Il rispetto delle regole? Il rispetto delle regole – signori – è il cavallo di Troia della legalità, cosa andate discettando? Ma dai?

Ma la ciliegina sulla torta, quella proprio, davvero, ghiotta è l’affermazione di un Presidente, che sancisce l’utilità di fornire ai giovani gli strumenti di lettura della realtà. Mi chiedo: quale realtà intende il Presidente visto che presso il suo Consorzio il “colloquio di selezione” per avere il permesso di entrare dal portone te lo fanno per citofono?

Ho avuto proprio l’impressione di trovarmi al cinema a vedere un documentario sugli effetti dannosi delle droghe pesanti sulla percezione in generale. Uno studio sulla alterazione delle risposte verbali ad un tema dato. Come quando si confonde la delinquenza con la mafia. Incredibile. Divertente comunque.

In sintesi:

La Provincia non sa come funziona il Comune; ed è per questo che tali personalità sembrano venire da un altro pianeta, parlano un’altra lingua: forse non sono Gente di questa Città. Qui niente mafia.

Fortuna che ci sono i giovani studenti che hanno capito che: se manca l’umiltà allora la mafia incomincia a mettere radici. E le radici le mette per comandare.

A buon rendere

Renato Gentile