Curare la crescita II: infanticidio educativo

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Dexter Morgan

Dexter Morgan (Photo credit: FRKZARTZ)

Impegnarsi a curare la crescita di un bambino significa che non è possibile agire improvvisando, farlo nei ritagli di tempo, con l’umore sbagliato e senza considerare le conseguenze delle proprie azioni. Anche se non si conoscono i progetti da perseguire in relazione all’età ed alle esigenze dello sviluppo umano, non è possibile disattendere le naturali attenzioni affettive e le normali interazioni pedagogiche. Il nostro cervello, per sopravvivere ha il fondamentale bisogno di stabilire relazioni con gli altri. La nostra specie è sopravvissuta soprattutto perché siamo riusciti a formare gruppi sociali cooperativi. Da qui, ed in seconda battuta, riemerge l’importanza del linguaggio come strumento di istruzione.

Molti usano il linguaggio come strumento di distruzione. Spesso sono tentato a pensare che sarebbe meglio che molti genitori rimanessero in silenzio piuttosto che aprire la bocca e spingere l’aria sulle corde vocali per fare uscire il peggio della frustrazione che vivono riversandola sul proprio figlio. Il “danno” che producono, sul momento non si vede ma sarà presto visibile; ripararlo costerà molto più di un momento di attenzione.

Come parliamo ai bambini? Lo ribadisco: male.

La cosa che l’uomo fa con molta semplicità, naturalezza, direi con spontaneità è parlare. Lo si può fare con tale facilità al punto che non è necessario “pensare”. Basta aprire la bocca e i pensieri escono da soli senza sforzo mentale. Parliamo per chiudere un discorso, non per avviarlo. Lo so sembra paradossale. Parliamo e non ci riguarda se chi ascolta dirà qualcosa; non ci interessa. Siamo talmente abituati a parlare per “affermare” qualcosa che lo facciamo anche con la nostra automobile quando ha difficoltà a mettersi in moto o col nostro computer quando rallenta nel caricare i programmi. Parliamo.

Il problema è proprio questo: mentre un’auto o un computer non ascoltano un bambino ascolta e, ahimè capisce; avverte – anche se è piccolo e non comprende i termini – il tono di rimprovero, il tono polemico, di critica, di ironia, di umiliazione, di dissenso etc. e questo lo prostra. E non poco; lo allontana dalla interazione e lo esclude. E’ possibile non comprenderlo? Ed anche se è difficile capirlo non sarebbe giusto accettare questo dato e cercare di stare in silenzio invece di inveire?

Dovremmo proporre di emanare un decreto legge.

Si. Ho molti dati. Troppi. E la cosa mi duole. I genitori inveiscono contro i figli; non parlano con i figli. E’ frustrante dover ripetere, dire, “annunciare” (nel 2013) che il linguaggio è il veicolo principale dell’educazione umana, che serve a modellare strutture come il cervello, i tratti psicologici della personalità e le dimensioni affettive, cognitive ed emotive. Spesso mi sento nel medio-evo; mi vedo a dover spiegare, sostenere e difendere che la Terra che gira intorno al sole. Il guaio (ma direi il dolore) è che qualcuno, nel 2013, mi condannerebbe volentieri, e secondo lui a buon diritto, come eretico. Qualcuna lo ha fatto (ndr).

Naturalmente i bambini imparano soprattutto quel che vivono. Quel che viene loro fatto “vivere”, sperimentare, attraverso il linguaggio è davvero sconvolgente. Pesante. Basterebbe mettersi nei panni del bambino in quel momento per comprendere quanta paura ed insicurezza si va formando e non ci vuole la veggente per sapere che presto un adolescente cercherà un motivo di affermazione. Non c’è bisogno di attendere che qualcuno diventi serial-killer per comprenderlo. E non c’è nemmeno bisogno che la TV ci mandi un esperto, fashion, da salotto a spiegarcelo.

Cosa è emerso? Ho registrato dati che mi permettono di ipotizzare che nel linguaggio utilizzato da taluni genitori manca il rispetto; dai toni, dal contenuto delle frasi e dagli elementi (aggettivi) di commento emerge una totale mancanza di rispetto verso un essere vivente ancora indifeso. Eppure i media si affannano a sbandierare e difendere i diritti civili delle persone (adulte) ma dei nostri figli non si curano per nulla. Falsi moralisti.

Manca, forse, la responsabilità; molti genitori non mi sembrano responsabili dell’educazione dei figli. I bambini mi sembrano verbalmente maltrattati. E’ sufficiente osservare molti adolescenti per comprendere che non è il gruppo sociale che li ha “spinti” a determinati stili culturali ma la carenza di cure parentali e di educazione familiare. Di riferimenti. Siamo responsabili di una riproduzione in massa di un modello culturale scadente che ha pochi decenni di vita. Ciò significa che non abbiamo fatto alcun progresso culturale, civile e sociale negli ultimi 20-25 anni. Non è una stasi ma un vero e proprio regresso. Non abbiamo avuto capacità educative.

Nella maggior parte del campione osservato non ho visto entusiasmo nell’atto educativo ma neanche nella relazione giornaliera, naturale, tra genitore e figlio. Non ho letto amore né gioia nelle parole, nei toni e nei termini utilizzati ma un atteggiamento costante di arroganza. Facilmente osservabile o altrettanto deducibile, è la dimensione di ignoranza in cui l’interazione nasce (è nata) e si muove. Il genitore sta riproducendo il modello educativo che ha ricevuto; il bambino non viene guidato da spiegazioni ma sottoposto a critiche, giudizi e commenti come se dovesse sapere, per definizione genetica, cosa fare e come fare.

Un esempio per tutti; raccolto un mese fa. Una madre passeggia col figlio, lo tiene per mano, lei parla al cellulare. Il bambino guarda le vetrine, cerca di guardare perché la madre quasi lo trascina seguendo il ritmo della concitazione telefonica. Il piccolo inciampa, non ha visto una mattonella dissestata; quasi cade ma la mano della madre lo regge. Si sbilancia un po’ in avanti e la madre ha un momento di difficoltà a mantenersi in equilibrio. Si ferma, lo guarda, quasi lo fulmina, non allontana il telefono dall’orecchio ed esclama: “hai visto quanto sei stupido? Stai attento”. Ecco, è solo un esempio. Ne ho, ahimè, una infinità.

Come farà questo bambino a diventare sicuro di sé, ad avere una buona autostima, a non temere il giudizio altrui ed a controllare l’ansia se la madre (il genitore) lo tratta così? Cosa significa “stai attento?”. Vi lascio questo compito per casa; potete farvi aiutare da qualche operatore della mente se volete. Naturalmente la madre, in altri contesti, successivi, lo coccolerà; darà al figlio quello che lui chiede – anche se non può permetterselo – magari utilizzando modalità poco adeguate (ad esempio piangendo o urlando) perché, forse, si sentirà in colpa. E così tutto torna in pari? Per nulla al mondo. Fermatevi a riflettere prima che vi venga in mente di pensare che vorreste che vostro figlio/a debba diventare vostro/a amica.

“E tutto questo cinematografo verrebbe fuori solo perché parlo male a mio figlio?”.

Si, è molto probabile.

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