Silent’s Backstage # 2

Terza ora, Aula F, la più grande, Polo didattico. Non sarà troppo grande per te?

Voglio proprio vedere.

Attraversi il capannello, lo tagli in due, preciso come un bisturi. Entri. Noto che te la tiri alla grande.

Si dice che molti ti temono; che agli esami sei tremendo. Voce di Popolo, voce di dio?

Come gregge, entriamo nel recinto; mi siedo nelle prime file, lato esterno. Pronta a scappare. Mi guardo intorno. Ti guardo.

Parli, cammini e ci guardi.

Non è vero, mi sbagliavo: si sbagliano. Adesso vedo i tuoi occhi dentro i quali si può leggere. Ci scrivi tante cose. Umane. Mentre parli. Ascolto e guardo: ma così non posso prendere appunti.

L’aula è al completo; l’aria è delicata, viva e serena e tu l’addobbi con le parole. Le mani le accompagnano come stessi scrivendole nel vento. Scrivi alla lavagna – col gesso – i termini tecnici; perché? Non sei umano.

Saltiamo la pausa così finiamo prima. Buona idea. Accolta.

Come sei? Cosa fai? Come? A cosa pensi? Vorrei chiedere subito tutto questo.

Fino a ieri, ancora, certe curiosità non facevano parte del mio mondo, ero molto (troppo) presa da me, e da me. E tu non c’eri.

Adesso arrivi tu e parli, ti muovi, ci guardi, passeggi. Sorridi; ci parli. Chiedi.

Arrivi tu; ti presenti educato in punta di piedi e pian piano esplodi.

Fai macerie delle nostre illusioni e demolisci false credenze. Ci scuoti e svegli e continui ad essere calmo. Sicuro. La tua immagine cresce, si ingigantisce ma tu rimani delle stesse dimensioni. Chi sei?

Ci interroghi ma non giudichi le nostre risposte, le accogli tutte. Con rispetto.

Vieni da un altro mondo: si vede.

L’orecchino è certo un simbolo. Segreto? In quale dio credi? Sei sicuro, preparato, disponibile al confronto, rispettoso: mito o miraggio?

Di sicuro hai sentito i miei pensieri; il tuo sguardo me lo rivela. Mi stai parlando.

Devo prendere appunti anche se dici di non farlo. Perché? Io lo faccio.

Non so da dove cominciare, non so dove ci eravamo lasciati… Smetto.

Sei l’unica persona con cui saprei parlare bene.

Tutte le altre sono troppo vicine a me e con loro non so usare la parola vera, non riesco a concentrarmi abbastanza per capire chi sono io e quale verbo mi esprime.

Tu l’hai già capito.

Lei era lì, Renato Gentile – pag. 225

http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1131480/Lei_era_landigrave_#!”

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Silent’s Backstage #1

Il sottotitolo del mio secondo libro in realtà è il (vero) titolo ma provate a pensare ad un libro intitolato “Dietro le quinte del Silenzio”; bello, senza dubbio ma molti hanno storto il muso. Abbiamo provato varie combinazioni ma non “suonava” per niente bene. Ci sono termini, concetti, stati emotivi che riescono ad essere espressi più con una lingua che con un altra. Il segreto è saperle scegliere e gestirle con parsimonia e adeguatezza.

La foto è una delle copertine che abbiamo dovuto “scartare” per incongruenze tecnologiche.

In queste pagine vorrei dare voce a questi silenzi che hanno dato vita ad alcuni scenari rappresentati sul palco del racconto. Cosa c’è dietro le quinte quando è di scena il silenzio? Provate ad ascoltarlo mentre si stende tra i periodi. Sarà un bel viaggio, ancora uno, mentre un altro silenzio riempie la casella della mia posta elettronica. Buona lettura.


rieccomi… Ciao Renato, è un po’ che ci penso.

Non ti scrivo da una trattoria in riva al mare, ti scrivo da Parma, da una stanza poco illuminata di Parma.

Mi sono chiesta più volte in questi anni, che strano poter parlare di anni, il tempo si dilata anche per me… Come ti senti cosa fai come a cosa pensi. Ai tempi ancora certe curiosità non facevano parte del mio mondo, ero molto troppo presa da me, e da me.

Mi prendevo per mano e mi dicevo che sarebbe cambiato qualcosa, avrei continuato a giocare sui campi probabilmente, ma in modo diverso, avrei cominciato a dormire col cuore tranquillo anch’io.

Non so da dove cominciare, non so dove ci eravamo lasciati…

Ho molte meno paure di prima, a volte sogno anche un po’.

Ho fatto tante acrobazie, mi sono stancata spesso annoiata, poi di nuovo in piedi a contare i passi verso altro, che altro mai non sembra, ma lo è.

E poi, rileggendo, mi accorgo del caos che continua ad appartenermi, è la luce che mi accompagna. 

Anche tu sei stata una luce.

B serata

spero di ricevere presto due righe

Mel

Lei era lì

Interrompo l’assenza dalle pagine del Web e da questo luogo di parole e pensieri. Sento il “bentornato” dalla voce di molti. Posso solo rispondere grazie. 

Un titolo “strano” questo. Sì, diciamo che non incontra gli altri titoli di questo blog. E’ il titolo del mio secondo libro; il primo non lo ha letto nessuno ed il terzo, probabilmente, non sarà scritto, quindi approfittate.

Questo libro ha rappresentato una vera “fatica”, non per scriverlo [quello è e rimane un piacere] ma per pubblicarlo. E’ stato cassato da tutte le case editrici, grandi e piccole, con le motivazioni più disparate ma l’amore di molti amici ha fatto si che continuassi a crederci.

Tra i lettori scelti per la lettura critica, pensate addirittura che magia, una è rimasta affascinata tanto che, poi, si è innamorata dell’autore. Che botta di fortuna: con un libro? Accidenti. Naturalmente, come sempre accade, è [appena] sparita, anche lei. Persa tra le nebbie del “piacere”: quello di cui si tratta nel libro. E, guarda un po’, utilizzando i medesimi tratti di inganno: sarà un classico? Forse dovevo scriverlo a dispense. Chissà?

Probabilmente la realtà è diventata vuota ed insignificante cedendo il passo ai social network. E’ stato comunque il segnale per spingere, impetuosamente, il pedale del gas e sgommare dritti sulla pista. Pensate, adesso racconto due storie con un solo libro: meglio delle offerte dei Supermercati in tempo di crisi. Mi sono risparmiato la sofferenza: era già scritta. Però, nel cuore, l’ho rivissuta [male] in pieno.

Adesso però vorrei regalarvi l’incipit. Grazie per tutto quello che sentirete il bisogno di scrivere. Vorrei abbracciarvi tutti, in anticipo, ed invitarvi a bere, insieme, una birra.

Lei era lì. Incantata. Immobile in mezzo alla stanza. Silenziosa. Accarezzava ogni oggetto con gli occhi, delicatamente, rimanendone ogni volta rapita.     

Lo sguardo affascinato sfiorava le forme respirando piano in maniera regolare, fermandosi sulle ombre con la dolcezza di chi guarda un bambino che dorme.     

Dirigeva lentamente il capo inseguendo i messaggi che giungevano, molteplici, a disegnare ricordi sui quali rintracciare pensieri. Ascoltando al contempo la brezza del cuore gonfiare i più reconditi anfratti dell’anima e spingere brividi fin sulla pelle. Perchè sei qui?     

L’ondeggiare dei capelli accompagnava la danza sinuosa dei suoi occhi che disegnavano sguardi. Poi, d’un tratto come se la musica di quei pensieri avesse smesso di suonare, chinò lievemente il capo, socchiuse gli occhi e lasciò che un sorriso disegnasse sulle labbra un delicato sapore di gioia innocente.      La sua anima riprese a danzare.

Volò con la mente verso immagini lontane, che avevano riempito il deserto silenzioso di un tempo. Cercò quello sguardo custodito nei ricordi e, abbandonandosi, lo ascoltò e un brivido si diffuse tra le linee vellutate della sua pelle. L’essenza di un profumo antico si sprigionò dal ventre superando i limiti spaziali del presente per planare, lentamente, nel calore di quella vibrazione. Era lì, adesso, pronta ad affrontare la fine di un viaggio lento.     

Un respiro profondo, lungo come la notte, ridisegnò la sua presenza nella stanza. Si avviò piano verso la scrivania e, sfiorandola appena, si sedette. Quel contatto la inebriò con una forza tale da spingere i pensieri ad annodarsi sul corpo: la pelle rispose ed apparve chiaro sul suo seno il ricordo dell’attesa. Sollevò le narici, reclinò il capo e dischiuse le labbra.     

Accarezzò il legno levigato, antico, punteggiato d’inchiostro, avvertendone calore e morbidezza, come la pelle nuda che una mano sapiente aveva lentamente addolcito da ogni paura. Avvertì distintamente il profumo di chi lo aveva accarezzato, frequentato: assaporando l’incanto della sua presenza discreta.     

Tutto in torno, il gioco delicato dei profumi che si rincorrevano nell’aria invadeva ricordi composti, sconosciuti, avvolti in silenzi di aurore boreali. Sollevò il mento e chiuse le palpebre per respirare quel leggero umore della sera. Lo sentì scivolare nella trachea, lentamente, inondare i polmoni e dissolversi dentro una bruciante sensazione di vertigine. Da dove vieni?     

Fermò la mente per ricamare l’immagine che adesso esplodeva silenziosamente dentro il cervello. La ricompose fino a consumarla. Riconobbe sapori nuovi, fragranze antiche, suoni rassicuranti e messaggi disegnati dalle dita sulla pelle. La vita diventava libera. Lo comprese: e trovò le risposte.     

Fuori, le leggende narrate dal vento diventavano ritmo: profumi e pensieri capaci di diventar parole, non più preghiere. Lei lo ascolta in silenzio: adesso sa.     

Sulle labbra e negli occhi il disegno di un ricordo: un uomo. Il suo Uomo. Nelle orecchie quel canto sapiente le sussurra i riti, i gesti e le parole per accoglierlo.     

Lo attende paziente, come Penelope, e non le importa se sarà invecchiato perchè certamente il suo cuore non lo sarà. Non lo è. Di sicuro. Tornerà e tutto sarà come un tempo. Come non è mai stato. Ancora.     

La luce riverberata dai suoi occhi chiari ci dice quanto questo sia vero. Qui. Adesso.

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1131480

Grazie Renato Gentile

Dinamiche dell’incomunicabilità

Andare in giro per l’Italia è qualcosa che ancora mi affascina e soprattutto non mi stanca.

Sono veramente fortunato: occasioni diverse di lavoro (didattiche, professionali, editoriali ed artistiche) mi portano in luoghi dove, in ogni caso, verrò puntualmente a contatto (e conoscerò) gente nuova, usanze, modi di dire, fare, usare che hanno il sapore della libertà. Così alla occasione della conoscenza ed al sapore della libertà aggiungo la soddisfazione della gioia. Raramente torno in albergo senza poter esprimere (nella condivisione con le persone care) di aver trascorso una bella giornata.

Prima della pausa natalizia sono stato impegnato (per un Master) in una città della parte centrale della Nazione, lato est. Ancona. Da qui, poi, a Pescara.

E’ mia abitudine, una volta in “libera uscita” – libero cioè dagli impegni – chiedere di assistere o partecipare a spettacoli locali: quelli che nascono dal cuore della Città, quelle che arrivano dal lavoro di chi vive e lavora in quella realtà. Mi piace gironzolare tra le radici del tessuto locale.

Evito, in queste occasioni, le rappresentazioni ufficiali di “grido” o del momento. Proprio l’anno scorso, nel medesimo periodo, ho assistito, in Sicilia, ad uno spettacolo – tenuto in un piccolo teatro (I magazzini del sale) – che mi ha dato l’occasione (e perché no, la fortuna) di conoscere artisti dei quali tengo a mente il nome: non si sa mai quello che potrei inventarmi nel futuro. La vita, lo ripeto, è l’arte dell’incontro.

Le persone conosciute a Pescara (divenuti ovviamente amici) – vista la (insolita) richiesta – mi propongono di assistere ad uno spettacolo teatrale, frutto del lavoro di una scuola di didattica teatrale di giovani colleghi. Il tema dello spettacolo, poi, è musica per le mie orecchie: dinamiche della comunicazione. E’ fatta.

Il teatro, piccolo e “nascosto” è un luogo (quella che altri definiscono location) accogliente; una di quelle fucine nelle quali si lavora sodo. Gli attori sono tre: Alessandro, Arturo e Sara. Una breve presentazione di rito, i ringraziamenti a chi di dovere e poi in scena. Inizia lo spettacolo: tempi e ritmi adeguati da una regia precisa, attenta.

Una “originale” – ma bisognerebbe dire “reale” – carrellata di episodi sui quali viene materializzato, costruito, una sorta di archetipo (attuale) di incomunicabilità sul quale prendono forma, si intrecciano, senza mai incontrarsi né risolversi, messaggi (verbali) proto comunicativi: richieste di aiuto puntualmente disattese, inascoltate; disattenzioni parlate in terza persona plurale non reversibili che diventano mute riflessioni per il pubblico (che esplodono puntualmente, di volta in volta, al momento giusto in un applauso).

In “poche” parole, paradossalmente incalzate da fiumi di logorrea insensata, vengono sviluppate varie sfaccettature del mondo (in)comunicativo in cui viviamo: tutti i giorni per tutto il giorno. Episodi e situazioni perfettamente chiare, riconoscibili (forse anche familiari): intelligentemente (ed allegramente) argomentate da un fluire che ha una sola grande natura: l’improvvisazione. Si avete ben inteso: lo spettacolo viaggiava sulle corde dell’improvvisazione. Da non credere. Unica cosa nota il tema: come nel Jazz. E questo la racconta lunga, come suol dirsi, sul lavoro dei tre giovani attori, guidati da Ezio, e sulle loro qualità.

Fermarsi per qualche minuto con i tre attori, dopo lo spettacolo, a parlare, raccontare, riflettere a voce alta, chiedere: è stato altrettanto delizioso, vero. Senza schemi né ruoli formali. E’ stato uno spettacolo dal messaggio chiaro, facile da cogliere, grazie al lavoro gustoso, allegro, gradevole e soprattutto estemporaneo delle interpretazioni. Un lavoro che, visto nella sua semplicità, risulta davvero geniale. La nostra comunicazione è diventata patologica e gli artefici siamo noi stessi.

Mi fa piacere che, finalmente, nel post decennio di quella che è stata indicata come rivoluzione comunicativa, qualcuno (soprattutto giovane) abbia saputo, spontaneamente con le proprie parole, scelte con bravura momento su momento, condannare, castigare il “mal costume” di una società che è muta e non solo sorda.

 

Tanti auguri per Alessandro, Arturo e Sara. E al loro regista.

“Her” by Spike Jonze (english)

Early  in the morning, yesterday. My son Roberto called me: “Dad, I heard on radio news something that seemed to speak about of your novel. A movie screened at the Film Festival in Rome tells a story similar to yours. Do you know anything? Go to see what”.

I read some newspapers. “Her” by Spike Jonze, is the most romantic film of recent years. Preceded by rave reviews at the New York Festival this movie has welcomed by a long and warm applause of the Auditorium in Rome. Great success.

A writer, abandoned by his wife, try a new software. Samantha, this is the name of the new “friend” – who has the voice of Scarlett Johansson – becomes his confidant; without a body, with a cybernetic soul, that along time acquires its own personality. Theodore, finished in a vacuum sentimental, wakes up and gets excited.

Spike Jonze makes us take a Journey into the depths of love, feelings, and human relations in the contemporary world, so fast and frantic.

Yes, it looks like my story in “Silence of eyes”, edited in 2009, but it is not. It seems. The idea, the contest and the concept are very similar. That’s true.

Mine is little more complex and “complete”, as always the books are.

I talk of sentiments and special relationship (between human and machine), but I give to Music the challenging task of exploring the emotions. The music and the voice of Leebee (dialogues with Rehin) are the special way to explore the feeling and the mood of “falling in love” emotions. I quote nearly 50 tracks of  music; very special sample of good music. I have chosen each song, personally, to activate in our brain that particular feeling and emotion. A good feeling and a fantastic mood. Like a soundtrack.

Finally. I am happy that someone have had the same idea about this “new” but ancient (sentimental) relationship in the new era.

I would like to meet Scarlet Johansson, Spike Jonze, Joaquin Phonix and Rooney Mara; it could be fantastic  but I think it will be impossible. Do you?

Is there anyone who could help me?

Thank you to All.  Renato Gentile

Her, di Spike Jonze

Scarlet Johansson in Red

Scarlet Johansson in Red (Photo credit: 2TOP: Wallpapers, Fashion, music,)

La prima e-mail che ho ricevuto è stata quella di mio figlio, poi tutta la serie completa: dagli amici ai lettori / sostenitori incontrati durante le varie presentazioni in Italia. “Papà, mi è sembrato parlassero di Leebee; incredibile. Ho provato un brivido di gioia oltre che di sorpresa: vai a sentire. Su Rai 2 Radio”.

Molti hanno pensato fossi riuscito a vendere il soggetto del mio primo libro. Magari. Niente di tutto questo. Però che forte somiglianza con Leebee e Rehin. Anche la voce di Scarlet Johansson mi ricorda quella (vera, reale) di Gwendaline.

Il film “Her”, di Spike Jonze, presentato ieri, sabato 9 Novembre, al festival del Cinema di Roma, somiglia moltissimo, sotto certi aspetti al mio primo romanzo, scritto a partire dal 2007 e pubblicato nel 2009. Una bella idea, un soggetto interessante una trama ben articolata ed un finale davvero mozzafiato. A dire il vero, rischiando di essere considerato paranoico, quella scritta è molto più complessa e profonda. Scusatemi.

Il silenzio degli occhi è (stato) questo. Una bella storia. Da raccontare. Fine.

Cosa dire? Non lo so; certo mi fa piacere che “Her” somigli a qualcosa che ho scritto prima ma questo non mi fa certo migliore o più grande. Approfitto del blog per comunicare appunto che ho preso atto e può solo farmi piacere.

Una confessione, forse questa si, un po’ amara: ieri non ho fatto altro che pensare a tutte quelle “Case Editrici”, grandi ed egemoni, depositarie di grandi talenti, che hanno rifiutato il mio lavoro con quella frase tipica: “siamo spiacenti ma il suo racconto non rientra nella nostra linea editoriale”. Sono preoccupato perchè per il secondo lavoro non ho ricevuto neanche questa risposta. E’ tempo che lo pubblichi altrove?

Poi ho pensato, per un attimo ai giornalisti; soprattutto a quelli (non tutti) della RAI. Quelli della Rete Nazionale. Sorrido: non sono meravigliato.

Mi spiace invece non essere riuscito a mettere in scena, in teatro, tre anni fa, l’adattamento del romanzo con musiche dal vivo. La stesura della riduzione si è “fermata” subito dopo ma nella mia testa è tutta scritta. Un altro sogno nel cestino della carta straccia.

Voglio ringraziare tutti i sostenitori/difensori della “proprietà intellettuale”.

Ho subito trovato il pezzo di Arianna Finos di Repubblica, di Federico Gironi e di Emanuele Bigi: “Samantha evolve a mano a mano che viene a conoscenza della realtà, mentre Theodore, finito in un vuoto sentimentale, si risveglia entrando in contatto con qualcuno che si emoziona semplicemente davanti al mondo. Jonze ci fa fare un viaggio nei meandri dell’amore, dei sentimenti, delle relazioni umane”. Ed infine quella del Dr. Apocalypse di Blogsfere: “Un’opera semplice eppure complessa, fondata sull’amore e sulle relazioni, inclassificabili ed immodificabili, persino tra uomini e macchine, cuori pulsanti e chip”.

Ho veramente pensato, in alcuni momenti, parlassero del mio lavoro. Una bella sensazione accompagnata da un pizzico di tristezza: costoro (non solo i giornalisti ma tutto lo staff delle redazioni) non hanno certo letto il mio libro anzi neanche la recensione eppure ne sono state scritte tante. Non importa.

Grazie a tutti per il pensiero.

Renato Gentile