Cambiamo la città dal basso

Errata corrige: Cambiamo (la) città (dal basso) = Cambiamo città.

E’ uno slogan più realistico. Lo dico con delusione e tristezza. Non nascondo lo sconforto. Delusione perché credo che siano svanite e dissipate le aspettative. Tristezza perché è evidente che nulla e nessuno potrà (mai) cambiare questa città. Nessuno.

Se non c’è riuscito Accorinti, che con la “politica” non ha mai fatto affari – una persona simbolo di trasparenza e fiducia – allora non c’è alcuna speranza. Anzi non c’è mai stata né ci sarà. E questa è la prova del nove.

Fatta fuori la giostra di partiti che hanno sostenuto i vari sindaci – uguali negli affari e negli interessi – non rimaneva che questa scelta. E’ stata fatta, con coraggio ed è fallita. Checché se ne dica. Fallita. Inutile “arrampicarsi” è finita. E’ stata sconfitta.

La fine dell’ isola pedonale è la cartina al tornasole dei fatti. Evidenti.

Ognuno può fare la retorica che vuole: scaricare colpe e responsabilità ad altri ma rimane l’evidenza a mostrare le vere dinamiche (alcune occulte ma note ed altre fin troppo evidenti) che guidano la gestione della città. Situazione irreversibile. Come sempre.

Ogni rivoluzione si spegne se non si sa come alimentare lo spirito. E’ storia.

Accorinti non ha programmi di comunicazione né strategie efficaci e perderà consenso. Nonostante si faccia “il mazzo”.

Visti i fatti mi chiedo dove sia il Ministro della Giustizia o, soprattutto, il Ministro degli Interni che qui ha profondi e vasti interessi. Si me lo chiedo ed è la mancanza di risposta che mi lascia sempre più basito.

Cosa rimane? Niente.

La malattia è: “non voler andare via” a cercare una vita da vivere. Ostinarsi a rimanere nella propria città di nascita a fare la fame senza un lavoro e rimanere imbrigliato nell’assenza di futuro ha rappresentato nei decenni scorsi l’epidemia più diffusa delle città del meridione. La speranza di una elemosina, dall’alto, pagata col servilismo, mendicata con favori, barattata con illeciti scambi ha mandato avanti intere generazioni. Il merito è rimasto al bando fino ad estinguersi e l’ignoranza premiata con l’assegnazione dei posti di dirigenza.

Il “richiamo” della terra è forte, come quello del sangue. Sarà poi vero? No.

Una cosa è certa: tra tutte le realtà che hanno come unica soluzione di vita la fuga, la città di Messina rappresenta un vero paradosso. E’ senza dubbio una città, come tante altre, molto ricca. Sicuramente anche troppo. Economicamente è ricchissima ma nessuno lavora, nessuno produce. ma non è questo il paradosso. Non ci sono più Aziende produttive.

Il controsenso sta nel fatto che c’è un tasso di presenze turistiche da fare invidia a molte altre città Europee (1500 turisti al giorno, in media); possiede bellezze paesaggistiche naturali e ricchezze storico culturali da far paura a moltissimi tesori archeologici.

Il patrimonio artistico è inestimabile per quantità, varietà e unicità. La ricchezza è talmente tanta che viene gettata e fatta marcire negli scantinati fatiscenti, nei sottoluoghi di opere pubbliche incompiute o nelle discariche libere e pubbliche utilizzate come cassonetti della spazzatura. Ovunque, ad ogni angolo.

Tesori trattati come rifiuti. La città stessa considerata pattumiera.

Un città ricchissima e potenzialmente produttiva il cui livello culturale medio – e la relativa qualità di vita – fa paura per le espressioni di miseria e arretratezza che esprime. Una povertà costante. La volgarità, la cafonaggine, le espressioni di inciviltà e l’ignoranza raggiungono livelli altissimi e non c’è bisogno di sondaggi o rilievi statistici. Basta guardare in giro, ovunque. Intorno. Dappertutto. Girare a caso.

Un enorme “rione” degradato, a cielo aperto: dal centro cittadino alle spiagge, dai negozi ai servizi, dagli uffici pubblici alle imprese. Ignoranza, arroganza e maleducazione a tappeto, come se piovesse. Abbondantemente distribuita. Da record dei primati.

Una cittadinanza senza identitàappartenenza, un agglomerato di piccole tribù nomadi che formano innumerevoli gruppi ristretti a vari livelli ognuno isolato e staccato dagli altri. Questa auto-esclusione produce una sorta di indifferenza che ricorda l’ignavia.

Infine la caratteristica più esemplificativa della cittadinanza: l’assenza di omertà. In Sicilia? Si. A Messina non viene praticata, in genere, l’omertà ma il corrispettivo, altrettanto dannoso: la buddacità.

Si parla, sempre, tanto, troppo. Tutti sanno e dicono la verità; ognuno è il migliore in produzione di idee e soluzioni. Ognuno è un boss (di se stesso). Chiunque è preparatissimo soprattutto nelle cose che non sono di sua competenza: veri professionisti delle balle e dei luoghi comuni. E nessuno si muove, chi si espone è fesso: farebbe una cortesia ad un altro. Una grande “filosofia” individualistica.

E’ chiaro, oltre che ovvio a tutti, tranne che agli interessati che una città già divisa per sé, e soprattutto in sé, rappresenta un ambrosia per chi – meno chiacchierone – ha in mente il gioco di Imperare. Arriva già “a tavola apparecchiata”, il più è fatto. Non resta che ringraziare e sfamarsi. Senza sforzi, insieme. A pranzo e a cena. Tutti i giorni. Il popolo non fa paura: non esiste.

Sotto il tavolo i commensali non si pestano i piedi, è da maleducati.

Sotto il tavolo le signore dei rispettivi potenti (spesso dei perfetti incapaci), con abili piedi e delicate mani stabiliscono relazioni interessanti e creano alleanze ed accordi politici. Nelle stanze dell’amministrazione gli uomini (delle donne) si concedono il permesso, sottoscritto dalle mogli, di educare segretarie di fiducia e dare alla luce “alleanze” di tutto rispetto. Importanti.

Ricordo un recente caso di due coppie di politici che hanno utilizzato le rispettive mogli (guarda caso omonime) par due vita a due diversi filoni di carriere. A cascata. I giornalisti di gossip farebbero a gara per queste notizie ma qui il pettegolezzo è materia esclusiva dei salotti.

Il popolo messinese non legge e su quel che legge non si osa parlare di questo.

Allegri: qui si gioca. Sempre. Da sempre allo stesso gioco: “non cambiare niente” cioè: lascia tutto come si trova, soprattutto le guerre di invidia e soprattutto non cambiare le promesse. Funzionano benissimo da un secolo. Sono collaudate, come i cittadini. Non cambieranno mai.

Niente li può scalfire: la cultura, la conoscenza ed il sapere non li hanno mai minimamente sfiorati. Sono schiavi per scelta non dimentichiamolo.

Ascoltami: cambia città. E’ meglio.

Renato Gentile

 

P.S. buon ferragosto

Costruiamo (la città) dal basso

Alcuni decenni fa, mentre soggiornavo al Max Plank Insitute di Monaco (D) per motivi di studio e lavoro, rimasi meravigliato dal fatto che i grattacieli venivan costruiti dall’alto verso il basso. Insolito, bizzarro. Naturalmente ho chiesto il motivo, me lo hanno spiegato ed anche io penso che si dovrebbe procedere così. Per logica. Semplice banale logica.

Oggi a distanza di alcuni decenni ho un problema esistenziale; sento dire, sempre più forte e sempre più frequentemente una frase (che forse è solo uno slogan): costruiamo la città dal basso (cfr Renato Accorinti). A partire dal basso. Io mi sto ancora scervellando: cosa significa? Dove è posizionato (socialmente) questo basso? Qual è il livello (culturale) di questo basso? Quali proprietà (politiche) di base possiede questo basso? Quali sono le caratteristiche umane? Una cosa è certa: il basso è ricco, è forte, è una potenza, va oltre i limiti. Sbaraglia tutto e tutti: dal malaffare alle ingiustizie sociali. Accidenti, facciamolo. Mi aggrego.

Allora dove è il problema? Il problema è: non riesco a comprendere.

So, per certo, di non appartenere né fare capo in qualche modo ai “piani alti” della società. Quella elìte salottiera (che spazia dalla borghesia notabile alla massoneria) che caratterizza la Città. Mi ritengo escluso da questi “esclusivi” e in tutta onestà ritengo di voler stare in basso rispetto a costoro. Pertanto ho dato subito disponibilità a contribuire con le mie (poche) capacità a questa, nuova, “costruzione dal basso”.

Oggi sto ancora cercando di capire quanto è basso. Tanto? Poco? Boh. Se fossi stato in mezzo, pian piano salendo avrebbero già compreso, considerato ed acquisito il “livello” in cui mi trovo. Niente. Oltre un anno: 6 richieste scritte inoltrate. Nessun contatto, nulla. Neanche tra gli scrittori indigeni – che sfileranno coi loro racconti con presentazioni per le vie del Centro pedonale – per diffondere cultura estiva c’è traccia di me. Zero. Il Cerchio Magico esiste. Ovunque.

Avrei voluto partecipare; ad esempio avrei voluto chiedere di non accendere le luci dell’illuminazione stradale, in moltissime zone del centro, alle 16 del pomeriggio, in Estate e soprattutto da quando è in vigore l’ora legale. Il Comune è senza soldi ma di certo non pensa a risparmiare sugli sprechi. Possibile che nessuno si sia ancora accorto di questa anomalia? Da Giugno ad ora? Si. Nessuno. Siamo messi male.

Certo dirà qualcuno: “sei sempre il solito egocentrico, narcisista, ti credi chi sa chi ma, in fondo, non sei nessuno”. Vero, io sono nessuno, sono semplicemente una persona normale. Un cittadino (ospite per giunta). Niente altro. Lo so ma speravo che, stavolta, dal basso… No?

Allora mi sorge un dubbio e un atroce sospetto: vuoi vedere che io sto più giù del basso? Nel fondo? E quale amministrazione vuole costruire o cambiare, partendo dal fondo? Ecco, probabilmente sono io il problema.

Per piacere: qualcuno può attivare lo Stargate? Grazie.

I Liberti

Il riferimento, come è ovvio, è alla Roma Antica. Mi piace anche se, sotto certi aspetti, sarebbe più consona una ambientazione medievale. Il Liberto era lo schiavo affrancato dal suo status; uno scatto di carriera.

In ogni zona amministrativa è previsto un avanzamento pertanto, oltre ai servi troviamo i liberti. Uno status giuridico ben definito ed organizzato. In regola con le leggi scritte dai “signori”. Gli aristocratici.

Stamane, con una scusa plausibile, mi sono intrufolato nel Palazzo ed ho fatto il solito “giro panoramico”: la varietà delle persone che ci vivono è uno spettacolo. Molti purtroppo sono in cattività e si vede.

Tra le diverse specie che lo occupano, oggi sono stato colpito dai liberti: tantissimi. Equamente distribuiti anche se “circolano” soprattutto nell’area centrale. Molti liberti sono donne. Si spostano da una stanza all’altra, per lavoro ovviamente, sempre in coppia; si accompagnano al cellulare che, probabilmente, sostituisce la borsa. Il telefono cellulare è lo strumento di “evasione” privilegiato; è consentito. Difficile osservarle a lungo o ascoltare i loro discorsi; stanno in guardia. Parlano piano, persino al telefono. Alzano un poco la voce solo per “avvisare” che stanno facendo qualcosa che riguarda il lavoro; un modo per darsi delle arie di “importanza” o per denunciare a fine giornata una sensazione di stanchezza. Di affaticamento da lavoro: stress. Termine che si utilizza nell’ambiente quando si lavora due ore su sei.

Quelli appartenenti al genere maschile invece tendono a rimanere nelle loro stanze, escono meno. Studiano, in genere, le rassegne stampa anche se non le condividono coi loro simili. Sono molto riservati ma qualcuno più socievole lo si può incontrare durante le parti della mattinata in cui ci previste “udienze”. Vagano con aria indifferente nella speranza di incrociare qualche telecamera o rientrare nell’inquadratura di una foto. Come fa di solito un liberto che aspira ad un altro avanzamento di status. Anche se è dura.

I liberti, a Palazzo, sono ben distinti dai servi: parlano un altro linguaggio, soprattutto quello del corpo. Vestono in maniera diversa. Camminano e si muovono in modo diverso dai servi; più adatto al loro status. E’ facile riconoscerli ma non nascondo che un po’ di occhio allenato aiuta ad individuarli senza errore.

Sono stati riscattati dai loro “padroni” ed hanno, pertanto, provenienze diverse ma sembrano tutti uguali. Molti, come è ovvio, non hanno fatto un concorso ma ricevuto la “promozione”, la carica, per meriti, a discrezionalità della Casta. Questo li relega (un po’) in una esigua zona d’ombra dell’integrazione totale; da un riconoscimento condiviso. Ma col tempo tutto si aggiusterà. Finiranno i pregiudizi.

In questa categoria sociale di “impiegati” si osserva una caratteristica molto evidente, oltre che di fondamentale importanza distintiva: non hanno timore di “quel che c’è da fare?”, nessuna perplessità sul carico di lavoro e, soprattutto, per chi farlo. Il liberto non ha dubbi su questo. Qualunque sia l’amministrazione, il compito è il medesimo: nulla. Nessun compito. Bivaccare, ciondolarsi, trovare liberamente qualcosa per distrarsi così da far trascorrere la giornata. Ho visto comunque molte facce angosciate; qualcuno mi suggerisce che ultimamente c’è un clima di solitudine. Una sorta di sensazione di “abbandono”. Passerà.

I liberti sono liberi per definizione e non ci sono tornelli (in stile Brunetta) o tessere magnetiche identificative a frenarli dalla voglia di scappare. Una volta “liberati” continuano ad avere legami, anche virtuali, di rispetto e riconoscenza con il signore che li ha riscattati dalla servitù. E mentre da servi lavoravano per qualcuno adesso, da liberti, lavorano per se stessi. Cioè per nessuno. Che salto qualitativo.

In Germania direbbero che sono disoccupati – senza lavoro – che ricevono un sussidio, per indigenza. Che fantasia, che ignoranza. I tedeschi non hanno cultura storica; cosa ne sanno loro degli antichi romani? Loro che storicamente sono barbari per definizione.

Certo però, e lo dobbiamo riconoscere, non è tutto rose e fiori. Ci sono le “mele marce”: sono i liberti ribelli, quelli che hanno un cuore responsabile e desiderano produrre qualcosa per la comunità. Si rendono utili ed a volte anche indispensabili. Questi bisogna tenerli d’occhio: squalificano lo Status di liberto. Fortuna che qualcuno, da vero liberto, ha inventato il Mobbing. Una specie di giustizia.

Però sono tanti e fanno molto, spesso con devozione, pareggiando quel che un buon numero di liberti e liberte non fanno. Peccato. La colpa sicuramente è stata dei sindacati. E di chi allora?

Renato Gentile

I servi

Bandiera della pace.

Bandiera della pace. (Photo credit: Wikipedia)

Qualcuno li definirebbe schiavi ma preferisco utilizzare l’accezione del titolo per riferirmi ai personaggi in questione. La schiavitù è altro. Orrenda in tutte le sue espressioni. Il servo invece è colui che si mette a servizio, si piega, si concede, si vende o si offre. Accetta consapevolmente. Ergo non hanno bisogno di “difesa”. Lo schiavo no; subisce totalmente e non può chiedere udienza.

Dire che il mio comportamento sia espressione di una deformazione professionale è poco; è diventato uno stile di vita. Osservare, al momento opportuno, la gente, le persone e gli eventi; riuscire a cogliere quel breve attimo in cui scorgere l’intuizione, la relazione. Quell’attimo di un respiro per accendere l’attenzione e porgere la penna al foglio.

Proprio in queste mattine mi sono trovato a dover girare per la città. Luoghi del centro a me caro. Non è difficile imbattersi, casualmente, in un capannello di persone che discutono, chiacchierano, in modo “serio” (a volte emotivamente stravolti), di calcio o di politica. Di base escludo di interessarmi alla prima grande fonte di “cultura” del paese e per riflesso gastrico evito di ascoltare la seconda grande vocazione degli italiani, soprattutto meridionali. Per entrambi gli argomenti si ha l’impressione che i componenti (ma sarebbe il caso di dire partecipanti) del gruppo siano direttamente interessati ai fatti come se fossero i consulenti privilegiati dei vari tecnici e/o politici. Quelli Nazionali intendo; è ovvio.

Stamattina sono stato davvero fortunato a trovare un “fuori programma”, sia per contenuto, sia per interpretazione. Una vera esibizione artistica. Un gruppo di “impiegati”, probabilmente in servizio (esterno), era impegnato all’angolo di un palazzo, all’ombra, a parlare con altri cittadini, credo amici, nel proposito di far luce e partecipare al contempo “qualcosa” di veramente oscuro. Indecifrabile. Discutevano infatti di non sapere cosa potevano fare o cosa ci fosse da fare, adesso, sul posto di lavoro.

Non lo nego: quando mi ci metto sono un bastardo. Attratto, come da una potente calamita, da un vocabolo, una parola, un termine che suonava molto “stonato” (mannaggia ai pregiudizi) in quel contesto, dovevo fermarmi. Ho approfittato di una panchina per improvvisare una sosta, necessaria, per confezionarmi una sigaretta. Peccato non aver avuto un cellulare normale (il mio è un modello speciale, serve solo a telefonare e mandare, con difficoltà SMS), lo spettacolo era davvero da biglietto in prima fila. Da farci un video.

L’argomento dell’incontro (o conferenza stampa) occasionale, tra impiegati & cittadini amici, era “parlare del Sindaco” della Città (ndr Messina). Il tema da discutere: capire cosa fare. Decifrare il codice. Il leader, ovvero colui che mi è sembrato a capo del gruppo (sia per il baffo di chi deve distinguersi, sia perché stava appoggiato al muro per creare un proscenio), si sforzava di spiegare (e far capire) agli altri che la situazione è, ormai, allo sbando; non si può fare più nulla e che, soprattutto, “non si sa più chi ascoltare”. Da chi dipendere = prendere ordini. Dipendenti senza direttive: dei nuovi esodati? Mi dispiace. Devo arrivare in fondo, temporeggio: accendo la sigaretta.

Il dibattito dei “servi sbandati” è durato molto più del confezionamento e del consumo lento della sigaretta e me lo sono assaporato. Mi ha ricordato gli antichi sit-in. Evito le frasi del dibattito, al 50% in dialetto con un buon 20 % di bestiario, e faccio una sintesi a conclusione.

In pratica, questi impiegati, afferenti in qualche modo ai servizi del Comune, non sanno più “chi ascoltare” ovvero da chi prendere ordini: sbandati e confusi come su una nave senza capitano né timone. Non si “ritrovano”. Una crisi di identità? Bisognerebbe interpellare un operatore della psiche. Da sempre abituati a prendere ordini di “corrente” (politica locale) ed in piena filosofia del “tira a campare portando acqua (favori) al tuo mulino”, adesso non sanno più chi è il “partito” (ovvero la persona) cui devono obbedire (da bravi servi) e col quale schierarsi nella lotta delle grandi spartizioni. In piena crisi di appartenenza affermano di non essere disposti ad incontrare il nuovo Sindaco.

Il Capo-mastro è cambiato ed è un capo senza bandiera e senza bastone per cui non c’è più un nemico. C’è solo un amico: il dovere verso la Città. I diritti civili. Il bene comune. Cose da pazzi.

Nessuno gli aveva mai detto, né tantomeno avvisati, che loro (in quanto impiegati) dovevano lavorare per la Gente di questa città; svolgere le mansioni richieste dal ruolo. Nessuno gli aveva mai fatto neanche sospettare che erano a servizio del prossimo (cioè tutta la città, intera: “200 mila cristiani”) e non esclusivamente dell’assessore, presidente, dirigente, consigliere o dell’onorevole Tal dei Tali. “Quale idiozia: lavorare per tutti questi imbecilli, sporchi e morti di fame. Per fargli un piacere?” (riporto la frase tradotta dal dialetto ed adattata). Detta così “rende poco” l’odio che contiene ma il dolore che ne deriva è davvero grande. Incredibile. Chi era pagato (è pagato) per svolgere servizi pubblici riteneva i cittadini dei nemici. Loro lavoravano i per “pochi”; quelli giusti, quelli meritevoli. “I cittadini, chi sono?”.

Ma torniamo al “lutto” ed alla rabbia dei nostri assembrati. Un vero veleno, altro che pillola amara. Il cittadino allora – da questo momento – non è più un nemico da osteggiare ma uno da favorire a cui rendere i servizi di cui necessita (e di cui ha diritto) ed il collega di lavoro non è più “mio compare” (livello superiore) o un “cugino” (pari livello) ma un individuo estraneo da rispettare in quanto tale e col quale collaborare a prescindere. E questa gente (questi impiegati intendo) quando mai è vissuta in queste assurde condizioni? Mai. Poverini che shock; una doccia gelata. Senza preavviso.

Mai, almeno negli ultimi 45 anni. Non c’è più “il mio lavoro” (ovvero faccio quello che voglio e quando voglio sempre se mi va di farlo) ma il bene comune. Impiegati e politicanti sono diventati i nemici di se stessi. Bello scherzo del destino elettorale. Una Corazzata armata con testate nucleari sconfitta dalla voce dei sogni, dalle parole che invitano a lottare per farli realizzare.

Bene Comune. Termine sconosciuto, altrettanto vago come: merito, rispetto, educazione, empatia, professionalità, lavoro, diritti civili, doveri, regole, onestà, collaborazione, educazione, futuro e democrazia.

Mi torna in mente un “mio” (recente) motivo-tormentone: l’educazione alla libertà si deve insegnare fin da piccoli, dal momento in cui si è imparato a scrivere. Chiudo la parentesi di riflessione.

La conferenza estemporanea, la riflessione dialettica, non si è fermata; la discussione-dibattito è andata oltre. Un altro punto fondamentale prima delle conclusioni. Il problema adesso è che questi impiegati & cittadini non hanno più chi pagherà le cambiali delle “promesse” firmate a suo tempo; come da usanza. Vi sembra poco?

Non ci sarà quel ricambio generazionale garantito dal favoritismo. “Se l’onorevole non fa strada come si fa ad avere un posto sicuro?”. “Sarà un disastro” sociale; e su questa affermazione arriva un altro termine che attizza la mia bastardaggine vista la dissonanza cognitiva: “rischiamo il default”. Sorrido ma non c’è proprio da ridere: quale futuro avranno i “loro” figli? E’ un allarme serio, da non sottovalutare.

Questa Città, se continua così, rischia veramente di diventare una società civile e chi non sarà d’accordo, chi non ce la farà, potrebbe anche considerare di emigrare.

Grazie Sindaco Renato

Renato Gentile

PS adesso, quando posso, vado a passeggiare per i corridoi tra i quali sono cresciuto.

No Ponte

In molti, ma potrei dire quasi tutti, abbiamo fatto una considerazione: “mai vista una cosa simile qui a Messina”. Tutti ci siamo ritrovati d’accordo. Mai un evento così bello, spontaneo, allegro, deciso, animato da uno spirito di appartenenza così grande e forte. Appartenenza appunto. Quando mai?

Questa Città finalmente ha un Sindaco eletto dalla gente: Renato Accorinti.

A mio modo di vedere, e non solo mio, è stata una Rivoluzione: il popolo, la gente, ha deposto il tiranno; diventando finalmente cittadini. Un tiranno che ha succhiato tutta la linfa vitale ad una città un tempo grandissima e soprattutto importantissima nel giro della Cultura e delle Arti. Espropriata di tutto ed abbandonata alla migliore delinquenza che, nel frattempo, per necessità e per male educazione, è prosperata come gramigna. Un tiranno con una corte di servi, schiavi asserviti sia alla loro condizione, sia al loro padrone, sciocchi e creduloni, oltre che ignoranti ed indegni. Servi comprati con pochi spiccioli di promesse. Persone che, per decenni, hanno venduto la loro dignità, ipotecando così il futuro dei loro figli, per la promessa di un “favore” che certamente era (doveva essere) un diritto sacrosanto. Altri ancora per meno, come una telefonata per avere prenotata una visita in Ospedale.

Una rivoluzione dicevo che, a differenza delle altre, compresa l’ultima avventura Italiana in fatto di rivoluzioni, non ha nemici. Non possiamo averne perché siamo pacifisti? Non solo, non semplicemente per questo. Molti vorrebbero che fosse così banale. Non possiamo averne perché non ne vogliamo; la cultura, il cambiamento civile, deve essere insegnato con l’esempio, con le azioni come si fa per educare un bambino. Il cambiamento non può essere coercizione, obbligo, imposizione. Il cambiamento è educazione, guida, confronto ed esperienza diretta. Quale migliore esperienza della partecipazione attiva e del donare il proprio contributo creativo, professionale, intellettuale? Una gratificazione che non può essere “spiegata” a parole, raccontarla, bisogna provarla. Adesso è tempo di educare le sacche di delusi che sono diventati inermi e soprattutto scoraggiati. Deboli; facili prede di affabulatori. Il “nemico” se vogliamo identificarlo in qualcosa è solo uno ed è l’ignoranza; ma l’ignoranza non è un nemico ma una malattia. Esiste la cura ed è giusto curarsi.

Abbiamo aspettato 40 anni ma alla fine il momento è arrivato; siamo quasi tutti invecchiati ma attorno vediamo, ci sono, tantissimi giovani aperti ad ascoltare e cercare di comprendere qual è l’idea alternativa. Giovani che hanno detto No all’ennesimo festival delle promesse elettorali e ai soliti “progetti” per cambiare la città. Stavolta in tanti hanno fatto silenzio ed ascoltato; la loro maturità, finalmente, li ha portati a scegliere da soli quale doveva essere la direzione. Poche settimane, intense, faticosissime e senza sosta. Esami di maturità superati brillantemente.

Gli ultimi, stanchi e ritriti giochi di potere, sono finiti in un museo e non in un magazzino, archivio, dal quale potrebbero essere, un giorno, ripresi e messi in vendita. No. Il malgoverno di questa Città è storia di soprusi ed errori, di diritti calpestati, con nomi cognomi e date, e non deve essere distrutta ma conservata ed esposta pubblicamente per la consultazione al fine di evitare che possa essere riproposta da qualche fanatico nostalgico o pseudo rivoluzionario di turno. Abbiamo smascherato l’ultimo inganno di dittatura e malaffare camuffato da “giovane di bella presenza” e soprattutto non abbiamo permesso, stavolta, che tutti quei rivoli di aspiranti candidati, compresi quelli dell’ultima invenzione rivoluzionaria, la facessero da “padrone” nel programma tacitamente condiviso di rubare (ancora una volta) la città ai cittadini – ed i loro diritti – per altri cinque anni.

Dimenticare il momento – la festa spontanea – di ieri non sarà possibile; come un concerto Rock rimarrà nella nostra memoria come è rimasto nella mia, ed in quella di tanti della mia età, che quello spazio che abbiamo riempito ieri (Piazza Europa, ex Municipio) un tempo, era Teatro. Il Teatro dei 5000 (posti a sedere). Come hanno potuto rubare tutto questo in 50 anni? Ahimè lo hanno fatto ma finalmente è finita. Mi piace pensare che i nostri figli possano continuare a vivere la Piazza, quella piazza, come il luogo della partecipazione alla politica civile e democratica della Città.

Adesso è tempo di progettare la Pace allo stesso modo come gli altri, in questi anni, hanno progettato la guerra.

Renato Gentile