Audizione o debutto?

DIGITAL CAMERA

E’ (sempre) come la prima volta, ancora, dopo tanti anni. Venticinque, o più.

Stavolta si aggiunge il peso di una lunga assenza dalle “scene”: da qualche anno. 

Aggiusto la cravatta: la stringo e accomodo il colletto della camicia [guarda caso quella che mi ha regalato lei e non ha mai visto indosso]. Abbottono la giacca, quella blu, leggera e senza fodera, vi scorro le mani, dall’alto in basso, per distenderla.

Le mani tremano leggermente e le lascio fare; il respiro asseconda i battiti del cuore che cerca di portare ossigeno dove serve. Sono concentrato.

I pensieri “rituali” [legati ai ricordi dei miei maestri] si avviano e si susseguono autonomamente in un ordine preciso mai trascritto e mai dimenticato. Come da copione.

Respiro ancora disordinatamente ma cerco di farlo sembrare normale; so di avere uno sguardo “assente”, staccato dalla realtà come se fossi altrove: dentro un preludio di suoni e luci. Unica differenza è che non ho in mano un paio di bacchette (Pearl 12A: ormai introvabili) ma, nella borsa ho una coppia di 5A, non (più) quelle color amaranto, lasciate (incautamente) a Pavia.

Entro sorridendo. Passo deciso. Saluto. Prendo il mio posto e apro la borsa; metto fuori tutto ciò che potrebbe servirmi e per dare tempo al silenzio di riempire la stanza. Dal taschino estraggo l’orologio (meccanico); è uno nuovo. Quello “storico” è rimasto a fare compagnia ad un cucciolo di cane, dentro la sua piccola cuccia per il sonno. Il ticchettio, a suo tempo, lo rassicurava. Adesso “dorme” serenamente e ne fa a meno.

Ecco, ora 70 occhi sono orientati su me, mi osservano, mi stanno “studiando”. Faccio una “carrellata” per incrociarli: sono curiosi. Alcuni mi sembrano distratti, pochi annoiati (o vaghi) altri invece sorridenti. Come “pulcini” nel nido aspettano di essere nutriti anche se alcuni sembrano già in grado di volare: gli servono solo poche istruzioni.

Saluto nuovamente, ringrazio e mi presento; nessuno mi conosce né, probabilmente, ha mai “sentito parlare” di me, prima d’oggi. Poche indicazioni su titoli e cariche, quelle sufficienti, e passo subito a presentare il “tema” della giornata: Analisi del Comportamento, meglio nota come Behavior Analysis.

Sento subito gli “scatti” delle penne e un susseguirsi di fruscio di fogli e di piccoli movimenti di assestamento delle gambe e delle spalle sulle sedie.

“Partiamo dalla definizione del nostro oggetto di studio: [qualcuno vorrebbe ricordare qual è il nostro oggetto di studio?”. No, forse è meglio evitare subito le domande, meglio esprimersi diversamente, la seconda parte non va bene: meglio dire] “Il nostro oggetto di studio è il comportamento umano”. [Lo dico o non lo dico? Sì, è un fatto]. “O per meglio dire: lo studio scientifico del comportamento umano”.

Pausa, respiro, e via senza esitazione. Unico obiettivo: coinvolgerli e motivarli. And I think to myself…

“Comportamento. Questo termine (nell’ambito della psicologia) suscita in qualcuno aria di sufficienza, data la natura banale dell’oggetto di studio. A volte può capitare di leggere, negli sguardi di costoro, ilarità; una vena di umorismo o una sottile aria di scherno. Il comportamento, per alcuni – “altri” studiosi – è una cosa superficiale, ovvia, rispetto allo studio [profondo] della mente, della psiche. Fatto sta che questi due termini non sono sufficientemente operativi da permetterci di trovare, per isolare e osservare, la loro natura, la loro identità: cosa sono, dove sono situati, a cosa servono? Chi li ha mai osservati e con quali strumenti? Non lo sappiamo. Ma (but) se proviamo, con molta onestà intellettuale e scientifica, a qualificare le varie espressioni del comportamento umano [di cui dirà tra poco] scopriremo, insieme, da oggi in avanti, quanto questo non sia per nulla banale ma anzi: estremamente affascinante”.

Lentamente continuo ad esporre e definisco i punti in questione. Il silenzio fa da sottofondo alle mie parole. Sento i miei passi, le mie pause e lo scorrere delle penne sui fogli. A momenti sento (anche) gli occhi addosso: magari da quelli dietro gli occhiali.

La prima mezz’ora è andata: l’aria intorno è più distesa, rilassata e viva. Non avverto timori né dissensi ma la dimensione dell’interesse. Lentamente, con gesti delicati e disinvolti, naturali, allento il nodo della cravatta e libero dall’asola il primo bottone della camicia. Cammino, mi sposto, scrivo alla lavagna, disegno con le mani, nell’aria, uno schema invisibile di relazioni tra eventi. Adesso, finalmente, posso togliere la giacca e, senza smettere di parlare l’appendo alla spalliera della sedia. Continuo. Senza sosta. Tengo la scena.

Ci siamo, l’attenzione – fisiologicamente – sta calando: mi fermo in mezzo all’aula, davanti alla cattedra, mi appoggio col sedere ad essa e sbottono i polsini della camicia, arrotolo le maniche (due risvolti) e nel frattempo propongo una pausa, per un pacchetto di cracker o un succo di frutta da consumare in aula e magari, nel frattempo, fare qualche domanda, libera, anche di curiosità personale. Chi vuole lasciare l’aula, per qualche minuto (non di più), può farlo.

70 occhi, 35 facce, incredule adesso sembrano felici, qualcuna addirittura affascinata [dalla materia è ovvio] e qualche altra rimane lì: rapita. Metti lì; un giorno. Per caso.

“Hello Martha? (I’m) Gary”,

“Yah, hi Gary, how (are) you?”

“Fine, very fine Martha. Have you heard (the) news? From Italy, I mean?”

“ No, not yet. May I?”

“Oh yes, listen: see on Twitter. Renato is [really] back”

“Oh it’s a very good news. Fantastic: [Big] Renato join us again. I say: wow.

Un volo notturno mi sta riportando a casa, mentre [commosso per un recente rimpianto] scrivo questo post. E sarò nuovamente solo.

Renato Gentile, 22 Settembre, 2015

Chaos [Χάος]

einstein

L’argomento di questo post appartiene ad una della categorie – in questo blog – che da tempo non ricevono attenzione da parte mia. Tematiche che ho “trascurato” ma non certo per negligenza. Chiedo quindi scusa ai frequentatori “recenti” di questo blog: non vogliatemene.

E’ un argomento, diciamo, “specialistico” – come quelli pubblicati in Psicologia Evoluzionistica – che risponde, sia ad una esigenza “personale”, sia professionale [dentro la quale mi sto ri-avviando].

Molti mi chiedono qual è la necessità di conoscere il movimento delle nubi, le turbolenze dei fluidi, la traettoria di un fulmine e tanto altro che riguarda il Caos. A cosa può servire? A nulla, nel pratico, ma di sicuro amplia la visione della vita, modella schemi di pensiero, orienta le nostre scelte, migliora la condizione culturale della comunicazione; in fondo “serve” allo sviluppo neurologico e psicologico.

Molte “chiavi di lettura” della realtà vengono proprio dalla conoscenza scientifica. Ed è fantastico trovare un modo, personale, per applicarla. Aprire la mente alle scoperte per trarne giovamento. Fa parte di quel bagaglio che io definisco inutile [in quanto non produce profitto economico] che, più di ogni altro, ci arricchisce.

Vi invito pertanto a leggere il pezzo. Se non incontrerà il vostro interesse vi chiedo scusa e un po’ di pazienza. Grazie infinite.

Uno dei pochi articoli teorici che ho prodotto – e presentato nelle sedi appropriate – molti anni fa, riguardava la teoria del Caos applicata alla psicologia, come modello di studio della variabilità del comportamento umano,visto come sistema complesso. L’argomento fu accolto con notevole interesse e approvazione dalla comunità scientifica ma, al tempo, il supporto economico era basso [la tecnologia non era a buon mercato] per poter avviare la parte sperimentale (altre ricerche erano in corso) e, forse, anche perché, da li a poco, le mie energie sarebbero state spostate ed investite a fare il padre della mia primogenita.

  1. G. Presti, S. Ravera, R. Gentile. From Chaos to Chaos: the quest for sources of behavioral variability. 20th Annual Convention of the Association for Behavior Analysis, Atlanta (USA), May, 27-30, 1994

Il tempo passa, è passato. Arriva però un momento nel quale ti giri a guardare le cose che hai prodotto e ti accorgi di aver gettato un sasso e poi ti sei dimenticato di andare a vedere cosa è accaduto. Ti chiedi: come mai non sono andato avanti? Probabilmente avevi scritto una sciocchezza: è la prima risposta che ti dai. Ma sai che non è così; la comunità aspetta i tuoi contributi. Che ca[o]sino.

Ho ripreso a studiare – in effetti non ho mai smesso – o meglio: ho ripreso a farlo con sistematicità e soprattutto finalizzando parte dello studio alla discussione teoretica (non in senso speculativo) di cui c’è forte bisogno, proprio adesso. Soprattutto in psicologia.

Ma che c’entra il Caos con la psicologia? Bella osservazione, giusta domanda. La risposta è semplice: le discipline scientifiche hanno adottato modelli di studio della complessità in quanto naturale evoluzione dei modelli lineari di analisi. Il Caos “inizia” laddove le leggi della natura (ovvero la regolarità) si fermano.

La psicologia [sperimentale] non può lasciare il tavolo della scienza dove, con grande fatica, ha ottenuto il suo posto. Meritato.

L’equazione matematica che esprime un evento Caotico è elementare. Essa esprime che: “piccole differenze in ingresso possono generare, rapidamente, grandissime differenze in uscita”.

Tutti conosciamo l’espressione metaforica che lo rappresenta cioè che: “il battito di ali di una farfalla ha un suo peso su ciò che accadrà a migliaia di chilometri di distanza” [esistono decine di “versioni” di questa immagine e raramente viene enunciata quella originale di Edward N. Lorenz del 1979 ].

Anche in psicologia è emersa l’esigenza di osservare e studiare – con occhi e modelli di analisi diversi da quelli (lineari) “noti” – le espressioni comportamentali.

Mi è stato chiesto di tradurre in moneta corrente, spicciola, questo concetto e di inquadrarlo all’interno della psicologia. Conosciamo bene le espressioni comportamentali naturali, lineari ma cosa possiamo dire quando una leggera modificazione ambientale produce una infinità variabilità della risposta? Bella domanda e, come si dice nella scienza: la risposta non è ovvia. Il che equivale a dire: siamo in odore di premio Nobel, giusto per sottolinearne la difficoltà.

Mi aiuto con un esempio. Semplice.

Immaginiamo di osservare il comportamento di un individuo davanti ad un telefono fisso, qualche decennio fa. Quando [se] il telefono squilla il soggetto può rispondere o meno. Fintanto che non risponde non saprà chi c’è all’altro capo della linea. Se vuole saperlo [allora] con altissima probabilità, risponderà. Nel frattempo, colui che sta chiamando non ha motivo di pensare che dall’altra parte qualcuno non vuol rispondere (fatte le dovute e debite eccezioni) penserà che la persona è assente o, meglio ancora, che (in casa) siano tutti assenti. Una dinamica relazionale lineare, sia nell’osservazione, sia nelle deduzioni derivabili. Un evento che si presta a poche “interpretazioni” personali: la persona cercata non è in casa.

Torniamo al presente ed introduciamo una semplice variazione nella nostra equazione: il nome (o numero) di chi sta chiamando al telefono.

Il telefono squilla: so chi mi sta chiamando. Posso decidere se rispondere o meno sulla base di un numero [n] di motivazioni personali; non osservabili ma derivabili. La mancanza della risposta non è più “naturalmente” collegata all’assenza. Colui che chiama, se non riceve risposta, ha un intero capitolo manzoniano di ipotesi cui dedicarsi. Queste abbracciano fattori che oscillano da: avrà le mani occupate; sarà stato circuito e rapito dalla vicina o dorme, a: non ha voglia di parlarmi; avrò fatto qualcosa di male; è con un’altra; si sarà accorto che… si sta vendicando di… etc. etc.

Il grappolo di spiegazioni non serve a fermare la produzione ulteriore di tentativi alternativi al dialogo, testé rifiutato, perpetrati attraverso messaggi di testo (SMS): Verba volant scripta manent.

A questo punto inizia, per direttissima, il processo ad intenzioni e fatti, parole e silenzi, sospetti e proiezioni. Il festival degli scheletri nell’armadio del nostro “rifiutatore” di chiamata, viene mandato in diretta, on line, ad una compagine di seguaci.

Questo esempio, semplice ma adeguatamente esplicativo, serve a mostrare quanto sia diventato importante e urgente, oltre che (per definizione) necessario, individuare e studiare la complessità di talune dinamiche psicologiche soprattutto quelle legate alla comunicazione verbale. Una complessità che le altre discipline, biologia in testa, ci suggerisco di considerare per comprenderne la natura e derivare, laddove possibile, implicazioni per la loro applicazione.

Gli psicologi, oggi, hanno bisogno [molto più di qualche decennio fa] di queste conoscenze per affinare competenze scientifiche (ormai) necessarie per formulare risposte adeguate alla richiesta dell’utenza. Il “lettino” è un’immagine storica che merita il dovuto rispetto per il ruolo che ancora ricopre ma (but) c’è, adesso, bisogno di altri modelli di analisi della crescente complessità relazionale.

E’ un invito che faccio alle nuove generazioni.

Io mi muoverò, quanto prima e in solitudine, in questa direzione.

E sarà un bel finale.

Renato Gentile

Aspetto che piova

ultimo tabacco

Ciao. Cosa fai qui?

Ciao. Sto aspettando la pioggia. E fumo.

E sì, tra poco arriverà… credo.

Ci puoi contare: senti l’odore?

No, perché la pioggia ha odore?

Sì, come l’aurora.

Ma dai non dire sciocchezze.

No, lasciami dire: sono il mio pane quotidiano.

Perché adesso “insegni” la materia SCIOCCHEZZE?

La insegno da sempre. La scienza per molti è sciocchezza; una giustificazione per non interessarsene.

No, magari molti non riescono a comprenderla.

Uhm, la scienza parla in modo semplice, come si fa a non capirla? E’ un pregiudizio. Come tanti altri. La gente ama parlare di altro. Interessarsi di altro.

A proposito di parlare: ho visto che hai lasciato la pagina su Facebook.

Sì, crearla è stata una scelta di “marketing”; una strategia miseramente fallita perché sono mancati gli aiuti programmati per la gestione. Un errore di valutazione. 60 giorni sono stati più che sufficienti per capire che “non mi riguarda”.

Ma no, dai. In fondo ci si diverte. Ci si passa il tempo. In compagnia.

In compagnia di chi? Mi spiace, non è per me. Senza offesa per alcuno. Non è per me.

Una solitudine affollata di gente: ecco cosa è per me. Illusione di condivisione. Patetico.

Ma come fai? Ad essere così rigido, scostante, categorico. Sei il solito egocentrico. Se non ti conoscessi non vorrei certo conoscerti. E so anche che è questo quello che vuoi.

Diciamo che sono asociale; è più semplice.

Non farmi ridere: tu asociale? Con tutta la gente che ti ama?

La gente che mi ama sono amici. Quelli che vedi, ascolti, parli e tocchi dal vivo. Che ti abbracciano, accarezzano e ridono con te, guardandoti negli occhi. Senza bisogno di “faccine” di circostanza.

Intanto gli alberi iniziano ad ondeggiare, un leggero vento ne scuote le fronde e l’aria si riempie di elettricità. Da lì a poco arriva qualche goccia di pioggia.

Beh, inizia a piovere, dai ti do un passaggio a casa. Vieni?

No grazie, te l’ho detto, l’aspettavo. Nessun problema, torno a piedi.

Accidenti non riesco ad abituarmi alla tua testardaggine.

L’uomo non è solubile in acqua [se mai nell’alcol]. Vedrai arriverò intero. Nessun problema. Ah, non dimenticarti di scriverlo sulla tua pagina di Bookface; lì, come su Marte, non piove mai. E’ meglio dare questa insolita notizia: vedrai quanti “I like”. Sarai sommersa di commenti: un assalto.

Quanto ti odio… ma ti voglio anche bene. Antipatico.

Ciao, a presto.

PS Nella mia testa, mentre cammino, improvvisamente prende forma – e risuona – un brano che da ragazzo suonavo (e cantavo) nei Night Club:

Raindrops keep falling on my head,

But that doesn’t mean my eyes will soon be turning red,

Crying’s not for me.

And, I’m never gonna stop the rain by complaining,

Because I’m free.

Nothing’s worrying me!

It won’t be long till happiness steps up to greet me.

Un minuto a mezzanotte

einstein

Accidenti. Non mi era mai capitato di trasalire così nel sonno. In maniera [diventata] “automatica”, guardo l’ora; lo faccio sempre. Un minuto a mezzanotte, è (ancora) oggi.

Ti ho aspettata tutto il giorno.

Stavolta è stato tremendo, mai un risveglio così angoscioso. Forte. Le mani mi tremano: brutto segno. Neanche per un terremoto; ho anche sospirato qualcosa, come uno spasimo. E mi sono sollevato a guardare intorno.

Cosa è accaduto? Non lo so però è accaduto, lontano o forse qui a due passi dal mio letto. Cerco di orientarmi, di capire; so dove sono ma non cosa sia accaduto. E soprattutto dove è accaduto: non qui. Di certo.

Mi alzo e giro per casa, al buio. L’angoscia è forte, oddio se lo è.

Ehi, la parola “Oh dio”: mi sembra di averla sentita nel sonno. Un gemito dal respiro ansimante. Quello.

Non era la mia voce.

Ho la sensazione che qualcuno [o qualcuna] si sia seduto accanto a me mentre dormivo; tra sogno e risveglio, in quella zona d’ombra. Ho perso qualche immagine ma lascio perdere di ricomporle adesso, devo tranquillizzarmi. Respiro mentre il cuore insegue la paura per bloccarla. Avverto un odore strano ma non è quello della notte. Forse un incendio o qualcosa che brucia e fa fumo.

Troppe domande aggrediscono i pensieri, li interrogano; le immagini si riorganizzano velocemente e compongono un nome. Il suo.

Qualcosa è accaduto. Altrove.

Qualcosa è accaduto. Fuori e dentro di me.

E’ accaduto ora. Adesso.

Accendo il telefono? No. Chi dovrebbe chiamare?

Lei? E perchè?

Rapidamente il pensiero diventa dolore e cancella definitivamente il sonno: il cuore batte ma mi sento morto. Inutile.

E’ andata: se ne è andata. Non ha atteso domani.

Lo sapevo. Presto lo saprò. Sì, certo, lo saprò. Anche se, già, lo so.

Sono stato seppellito: vivo. Stanotte.

Sul mio nome c’è (già) una croce.

E’ bastato un orgasmo.

… a un minuto da domani.

Basta un dito *

on my desk

Mi chiedo spesso se i nostri politici utilizzano gli uffici postali o se gli Amministratori di questa azienda lo facciano mai. Sono certo di no.

Però è un’esperienza da fare: come per noi (da giovani) andare a Londra o per altre generazioni, a Ibiza. Lo consiglio a tutti specialmente se amate osservare la “natura umana” selvaggia. Come il Birdwatching.

Gli uffici postali, non tutti naturalmente, rappresentano un campione di servizio pubblico italico D.O.P. molto interessante. Diciamo una sorta di riserva naturale, protetta – non uno zoo – dove è possibile osservare esemplari dalle caratteristiche educative, sociali e culturali di rara ed esclusiva bellezza. Musei a cielo aperto anzi ad “apriti cielo”.

Se poi amate le esperienze estreme, quelle forti, adrenaliniche, beh allora non c’è dubbio: Agenzia numero 1 di Via N. Fabrizi. Non ve ne pentirete. Uno “sballo”.

Il repertorio delle rappresentazioni è ampio e gli attori spaziano – per bravura propria (un dono) – da una pagina all’altra del Manuale Diagnostico Statistico [DSM]: quarta edizione.

Altra caratteristica da non sottovalutare (che ammortizza eventuali costi e spese di spostamento) e che lo spettacolo è gratis e varia ogni giorno; almeno un impiegato è “occasionale” sostituto di qualcuno – ma mai di quello sbagliato – scelto secondo le caratteristiche idonee al contesto. Jérome Savary [Gran Magic Circus (mio amore giovanile)] ne sarebbe affascinato.

Vorrei raccontarvi, a grandi linee, una rappresentazione recente. Nuova.

Nel mese di Maggio ho fatto richiesta di un servizio postale (a pagamento), una cosa semplice, banale. Dopo un mese dall’attivazione mi accorgo che il servizio non è in funzione, per nulla. Qualcosa non è andata bene nella procedura? Controllo le carte: tutto in regola, preciso.

Decido di mettere a rischio il mio umore: chiedo un appuntamento col Direttore. Mi riceve, come sempre, attraverso il vetro dello sportello. Mi ascolta come un confessore ed alla fine conclude: “se il servizio non funziona non c’è nulla da fare”. Per un attimo mi sono sentito dietro la porta di una sala rianimazione: senza speranze. Distrutto.

Con molta calma riferisco che la sua risposta è incongrua e lo prego di trovarne una più adatta al suo ruolo ed all’Azienda che rappresenta. Niente: buio totale.

Gli chiedo se sia necessario chiamare un interprete, un mediatore culturale ma lui va via. Lentamente esce di scena. Uno spettacolo.

L’impiegato, sostituto temporaneo, quello nuovo, lo segue ma non per parlargli o sostenerlo; approfitta semplicemente del cambio di scena per andare a disinfettarsi le mani con gel di amuchina: di certo ha toccato il documento di identità di qualche utente. Lui è fatto così. Ogni operazione a rischio cerca una scusa: generalmente va a prendere le puntine per la spillatrice.

Cambio sportello e mi faccio consegnare [dall’impiegato, è ovvio] un modulo, apposito, per redigere un reclamo. Torno a casa, lo compilo a macchina (da scrivere) [me la tiro su questo] nel caso la scrittura fosse poco chiara, faccio una scansione e la inoltro a Poste Italiane Ufficio Reclami, poi vado a consegnare il modulo all’Ufficio postale in questione. Timbro, data, documento identificativo, firma e copia per me. Accettato: nero su bianco. Che soddisfazione.

Trascorre un altro mese. Il servizio [pagato in anticipo] non è stato (ancora) attivato ma c’è di peggio: poste italiane (lo scrivo minuscolo per comodità) non ha risposto al mio reclamo, né per e-mail, né per posta, né per telefono, fax o piccione viaggiatore.

Silenzio. Una mattina, visto che era nuvolo (quindi niente spiaggia), mi reco in UP [è così che lo chiamano i comunicatori dell’Amministrazione]: è fashion.

Il Direttore. sempre dietro il vetro – antiproiettile ma non anticazzate – sembrava attendermi; i suoi occhi avevano lo sguardo che i killer hanno disegnato sul viso quando sanno di averla fatta franca. Quello sguardo beffardo che dice: “mi volevi incastrare, brutto bastardo e invece… in quel posto l’hai presa tu. Adesso ti sistemo io”. Non mi intimorisce, lo guardo negli occhi. Lui fa altrettanto. E’ un duro.

Sorridente, mi fa cenno – educatamente – come fossimo vecchi amici, di avvicinarmi allo sportello vuoto (quello senza impiegato) e mi fa esporre; mi guarda e sorride sornione e quando concludo dicendo “non ho ricevuto alcuna risposta al reclamo” lui, serafico mi guarda e dice, con fare da requisitoria: “certo che non ha ricevuto risposta: ha compilato il reclamo sul modulo sbagliato. Non so dove lei lo abbia preso. Perciò non è stato preso in considerazione”.

A questo, punto da “personcina” a modo, ho dato uno sguardo intorno, per accertarmi che non fossero presenti bambini e donne in stato di gravidanza, ed ho chiesto, cortesemente, ai presenti un attimo di silenzio e di attenzione perché il Direttore aveva importanti comunicazioni da dare sul suo stato di salute mentale e per fare finalmente ammenda per la sua incompetenza.

Quel sorriso sornione è sparito di colpo; totalmente cancellato. Al suo posto una serie di rughe ed altre contrazioni muscolari note, facilmente osservabili, accompagnate da una variazione della colorazione della pelle e una modificazione roca del tono della voce. Un caratteristico esempio di rituale comunicativo della posizione gerarchica, espresso degli esemplari di Branco Posta. Che interpretazione mimica perfetta. Superba.

Qualcuno dei presenti ha subito lanciato una proposta di scommessa: a) sulla possibilità di infarto del Direttore e b) su un mio ricovero al pronto soccorso per trauma cranico; qualche altro invece è andato a chiamare chi, fuori dall’ufficio, aspettava il turno fumando una sigaretta. Lo spettacolo, di quella mattina era iniziato, in anticipo. Inaspettato.

Peccato che nessuno abbia avuto l’idea di riprendere il dialogo successivo con un telefono ma vi posso garantire che è stato un vero pezzo di teatro; teatro di vita. Vera.

La vita è teatro ma in UP (ormai si chiama così) è, senza dubbio, spettacolo.

P.S. Sono qui per rispondere alle, eventuali, domande di “approfondimento”. Grazie

  • Il nuovo slogan di Poste Italiane: “Per fare tutto, in Banco Posta, basta un dito”. Inutile specificare quale.

Incontrarsi *

Incontro Concita

Un adagio, a me caro, recita: “la vita è l’arte dell’incontro”.

Da qualche tempo, ho il sospetto, che il significato della parola incontrarsi sia cambiato molto, almeno nella sua valenza di concetto sociale, relazionale, quotidiano. Ho sempre odiato quel “ci vediamo” [o “ci sentiamo”] vago ed impreciso anche se suona come se fosse già stabilito, registrato, in agenda. Quanta gente si è congedata con un “bene, allora ci vediamo” e poi non si è più vista? Tantissima.

Ci si incontra ancora? A volte. Su un ponte certo non più (ndr).

Tornando all’adagio [che è il titolo di un LP], incontrarsi è bello ma è necessario aggiungere l’occasione, il desiderio di frequentarsi, cioè la possibilità di concretizzare, trasformare, l’incontro in qualcosa che sia più di un numero di telefono latente: una occasione di crescita reciproca.

Quel che rimane, alla fine [della vita] sono le relazioni che abbiamo realizzato, cucito, ricamato e coltivato; gli “scambi” reali di valori, idee, conoscenze, pensieri, affetti, attenzioni ed opinioni con altre persone che in qualche modo le hanno recepite, condivise, criticate, rifiutate o fatte proprie. In ogni caso hanno accettato di ascoltare, di ascoltarci. E noi abbiamo fatto altrettanto.

Sembra che la variabile che ostacola la bellezza che nasce dall’incontro – e dalle relazioni che ne possono derivare – è un atteggiamento arbitrario di sfiducia verso il prossimo (o timore del giudizio) oppure una eccessiva stima (fallace e/o inesistente) di se stessi. Oppure, più semplicemente, non si “vede” una opportunità egoistica.

I parametri di popolarità virtuale possono rappresentare un valido esempio di questa dinamica. Non c’è bisogno di valori culturali, professionali, artistici [da acquisire con fatica e impiego di tempo] sui quali costruire la propria immagine di persona autorevole – in virtù dei propri meriti – su quali poggiare la propria “autostima”: No. Bastano un titolo qualunque di studio, un profilo professionale (sulla carta, anche falso o gonfiato) e stime numeriche – tante – altamente visibili, pubbliche, sui social network.

Non c’è (più) bisogno di appartenere a qualcosa [o anche a qualcuno] di reale, tangibile, valido, consistente, osservabile. Ci si vede autosufficienti nel proprio essere nulla. Ognuno è leader in quanto ha un seguito: altri leader che, in questo caso, sono potenziali seguaci. Siamo approdati ad una società, sia reale che virtuale, formata da singoli “io”. Tanti “Io”. Troppi.

Raramente vedo un “noi”; anche il noi “duale”, il più semplice, quello di base. Il noi è uscito di scena. Se esiste, è un “noi” opportunistico: a tempo determinato, a utilità da ottenere. E senza un “noi” non abbiamo alcuna identità, non abbiamo finalità comuni di vita, non abbiamo gioie da condividere e moltiplicare, né problemi da dividere (suddividere) in tanti pezzi per renderli risolvibili, né strada da percorrere insieme. Non abbiamo nulla da costruire, e nulla su cui costruire.

Normalmente due (o più, sui social) “Io” parlano, ma ognuno per sé; parla a sé. Non si ascoltano, l’un l’altro, per definizione. Ascoltano se stessi e ciò che pensano (o meglio credono) sia giusto; ed è giusto perché: lo è per se stessi. Di conseguenza, quel che ogni singolo (io) fa, è “giusto” per definizione perché lo ha pensato, fatto, costruito lui. Senza paura di “ferire”, di essere indelicati.

Nessuno è disposto, o incline, a mettersi nelle scarpe di un altro.

Da qui deriva [e potrebbe sembrare una forzatura o una banalità] l’idea (automatica, inconsapevole direi) del controllo. L’atteggiamento di controllo degli altri. Controllare la realtà “apparente” – irreale o ideale che sia – diventa ruolo, compito quotidiano, diffuso in ogni segmento della propria comunità (coniuge, amici, partner, colleghi, parenti).

Il controllo soffoca le interazioni naturali (sociali) ma quel che è peggio è che diventa uno stile di vita, una innocente esigenza, un necessario comportamento di adattamento.

Controllare significa (implicitamente): tutto dipende da me… solo da me: c’è bisogno del mio “benestare” per tutto ciò che mi appartiene o che gira attorno alla mia vita.

Anche uomo & donna (e le varie declinazioni sul sesso) sono diventate due entità necessariamente affermative ed esclusive: o l’una, o l’altra. Una controlla l’altra e viceversa. E questo si chiama attrito, conflitto, senza soluzione. Non ci si incontra più.

Non sappiamo più cosa significhi incontrarsi? Non credo.

Stiamo perdendo il sapore, il gusto di mettere in funzione questo raffinato meccanismo di sviluppo sociale, intellettivo, culturale, creativo – esclusivamente umano – per paura di non trovare quelle “occasioni di vita” che gli stereotipi educativi ci hanno mostrato ed imposto, come valore. Unico.

Ci sono troppi pregiudizi, luoghi comuni letali, diffusi con sapienza da mezzi di controllo sociale – dalle riviste, ai social, ai talk show – che lavano, smacchiano, sterilizzano e asciugano i neuroni; li isolano e bloccano da pericolose connessioni sinaptiche in grado di far nascere ed esplodere un cervello pensate e non le 50, e forse anche più, sfumature di materia grigia: facili da governare.

Renato Gentile

*Dialogando con Concita da Gregorio