It’s raining: inside me.

One Sunday in fall: late in the morning. A few pairs of hours, by train, and we will meet each other. For the first time. A nice project; desired.

I fill my travel time reading a book and compiling a list of songs that represent the various sensations I feel, now, while I’m reaching you. I try to imagine all facets of a first encounter: from the glances to the words to say, from the smiles to the silence you dial to listen to. And why not: from invitation and proposals. I smile by itself.

The train is a little late; only a few minutes but it seems like an eternity.

I recognize you at once: with your ballet shoes, tall, sleek and lean properly. You look at me smiling through your glasses: you recognized me. My (old) age has passed the examination; the most feared. It has been. We discover ourselves: the smell, the look, the softness of the skin, the hands and body movements are added to complete the fragments of traits that we have envisaged. For a long time.

While I move clumsy in my windcheater – and awkward by the straps of my backpack weighed down by the laptop – we walk on the autumnal waterfront: slowly. Gently we let our footsteps on the sidewalk until we reach the bridge on the river mouth. We walk side by side, stopping now and then to give us a smile which accompanies comments and dialogues. We stop on the top of the bridge to admire the sea at east side and mountains to the west. A round on ourselves, like a dance in front of the mirror, until we come face to face and share a spontaneous embrace and a kiss: tender and dainty. Sensitive and brief. A soft kiss accompanied by the silence of words in our respective thoughts. Moved upon the soul.

That bridge soon become a metaphor of the new perspective of life. A metaphor of plans: large but possible dreams to fulfill right away. Soon. A bridge to cross, that offers the shore of a new life. Leaving behind the so far passively accepted roles. Accepted with many compromises that devoid the line of the future. Your time has been suspending, for very long time, by neglected events. It’s time to cut the umbilical cord.

We go back on the waterfront and the tales we talk about, assured of us in this new dimension, roll out of the mouth without pausing. Without fear or fright: we rely on each other. Confident about each other.

The distressing situations – terrible to deal with and hard to overcome – now seem to present space for a renewal project. There is an air of renewed joy in the eyes; hope has been replaced by reality, by the truth. By life.

Sitting in a downtown cafe we consume – in addition to the drinks – the rest of the few hours available, we exchanged personal belongings useful to underline our reciprocal presence. From now on. We can try to reboot our life; restart the time.

Another train will take me back home soon, and when I’ll come will be already night. No matter.

Railway station platform 4: the train is coming. On time.

We say good bye melancholically and I get on the train. I turn around, the doors are still open, I lean out and look at the signal of the driver. I have time. Quickly I get off the train for a last kiss and for a necessary hug: only for a few seconds. A short, long, moment: the right one. The railway light turns in yellow and sharp we heard the conductor’s whistle. I jump on the three steps just in time. The beating of my stray heart went out of phase: I feel almost a dizzy spell. I gather your moved smile and your green eyes as they prepare to tears; I close mine like to thank the Lord and I repeat myself to feel, at last, happy. I deep breath rearranges the beating of my heart.

I take my place, turn on the laptop and begin to write “a walk on the bridge”; I will attach it to the e-mail as soon as I arrived home. I write something else that I will keep safe: I’ll make you read it when, one day, we will be old.

I turn off the laptop and close my eyes too. I have the hunch of wanting to become the bridge that will help you to cross the stormy river that is blocking your path. That river stirred by to be frightening: that swollen river that has ripped you away from your road. You have to face it, overcome it and continue to live: begin to grow up again. Learning to spread your wings and fly away.

I’ll be your bridge over trouble water.

We have a long road to walk together: building our future career and family plans. Draw up new horizons and reach it. Happiness to sow and reap. I think what happened is the beginning of a beautiful story: to tell to our friend, parents and children. A bewitching story: unique.

A fairy tale, enchanting, delicate, so unbelievable that it seems a dream. A magical event to live day by day with you: together.

Everything has changed inside me: I feel alive again. What an amazing gift that made me life. Thee.

Yes, you.

And what a sneering surprise the life gave me afterwards: this was the end of the story. None the beginning.

https://www.youtube.com/watch?v=k49yMJE8jyg

Renato Gentile

Silent’s Backstage #3

Up side-down

La solitudine lo aveva assalito e divorato ed alla fine si trovò dentro, assorbito da questa, fino a diventare invisibile. Non riuscì ad essere più forte della sua malinconia ed i rimpianti diventarono la matrice creativa della propria solitudine. A pochi sguardi di distanza da quegli occhi che lo avevano amato, era un perfetto sconosciuto: invisibile.

Lei era lì, (2015);  pag. 52

Centonove

Invito fb x mercoledì

Il programma annunciava la presentazione del libro, il suo libro. In una libreria del centro: La Feltrinelli. Vado a fare il mio servizio. Puntuale mi presento, mi qualifico e prendo posto.

Tutto normale, come da prassi, come da copione. Sedie, microfoni, saluti, sorrisi, strette di mano, congratulazioni: una liturgia nota.

Ultima sigaretta fuori dalla sala e, senza attendere oltre i sette minuti di “tolleranza” si inizia. Mi aspetto la solita languida presentazione, con qualche citazione estrapolata dal curriculum dell’autore, qualche titolo o “competenza”, o riconoscimento; preparo la penna, apro il taccuino.

Ma che succede? Le luci si spengono; sullo schermo partono le immagini di un film che non ho (mai) visto. Si riferisce ad una guerra, è chiaro, ma quale? L’equipaggiamento dei militari non è supertecnologico è molto spartano ma non è quello della seconda guerra mondiale. La musica che accompagna le immagini è affascinante, il ritmo trascina il corpo al movimento, le pupille si dilatano. Il cuore si adegua.

Ascolto le parole della canzone e leggo la sofferenza nei toni. Le immagini scorrono veloci: un aereo decolla pieno di giovani militari e sfuma tra le nuvole, la dissolvenza incrocia su un gruppo di ragazzi coi capelli lunghi; il “piano inquadratura” allarga la scena che si apre su un cimitero militare. Migliaia di croci bianche perfettamente allineate. Adesso non c’è dubbio: il riferimento è al Vietnam.

Le immagini si fermano su una folla di migliaia di giovani che cantano “Let the Sunshine in”. Torna il silenzio e, sempre al buio, parte un altro brano: un’orchestra accorda gli strumenti, un rincorrersi di note che cercano la giusta frequenza di vibrazione. La tonalità di ogni corda degli archi gioca sui salti degli intervalli fino a riconoscerla poi inizia la musica e piove su tutti un’aria di pace che invita alla riflessione, alla concentrazione e lancia una nota di tristezza, o meglio di nostalgia. Sulle ultime note si innesta, sapientemente, un dialogo tra un uomo e una donna: Beelèv e Stray iniziano a parlare prima di riconoscersi. Il loro primo incontro.

La voce di Eliana, prestata a Beelèv, è un vero spettacolo: “mima” una macchina ma si avverte forte che è una (macchina) donna. Lui è sciolto, sicuro: determinato. Dialogo breve ma intenso.

Fine de “prologo” che l’autore ha creato per introdurre l’ambiente e il cuore della narrazione. Le luci si accendono e partono, delicatamente annunciate dallo scandire di due colpi sul rullante, le note di un brano che catapulta gli intervenuti ad accogliere l’evento. Riconosco il brano anzi lo conosco: Are you going with me? Il cuore inizia a battere e respirare come in una danza. Un preludio di qualcosa. Entra l’autore; spontaneo parte un applauso. Inspiegabilmente fragoroso.

Chi non lo conosce potrebbe pensare che si “atteggia” ad una star. No. Ha dipinto in faccia la sua commozione e la gioia che esprime con gli occhi. Fa un mezzo inchino, sorride, congiunge le mani. La musica sfuma delicatamente, un attimo di silenzio. Esordisce con una battuta, tipica delle sue, e poi aggiunge: “scusate l’invecchiamento”. Una risata nasce e si diffonde. Gli serve qualche secondo per controllare l’emozione e rompere il ghiaccio: sa come fare, lui.

Saluta chi conosce, uno per uno, e presenta tra loro le persone che appartengono ad altre realtà ed invita gli ospiti “sconosciuti” a presentarsi da soli. Mi chiedo se siamo alla presentazione di un libro o a qualcosa di diverso.

La relatrice ci dà il benvenuto, introduce con le giuste puntualizzazioni e riferimenti il lavoro e la scrittura e tutto sembra prendere una piega nota. L’aria si riempie di curiosità e di respiri di attesa.

Si parla del nuovo libro ma si richiama costantemente il primo; partono, senza rumore, silenziosamente, sullo sfondo della sala, una serie di diapositive che “raccontano” quel che è “accaduto” tra il primo ed il secondo libro: immagini che raccontano i retroscena della vita (dell’autore) che scorre mentre la malinconia detta le pagine e cerca di superare l’ennesimo abbandono, compreso l’ultimo ancora caldo di lacrime. E poi ancora un filmato musicale ed altre letture stralciate dal libro. Un susseguirsi di domande, risposte e contributi come se seguissero un copione mentre è pura improvvisazione. Compreso “un minuto di… rumore” per ricordare l’amico musicista, Pippo Mafali, scomparso da poco.

Trascorrono ben oltre due ore senza avvertire alcuna stanchezza; dopo i saluti ed il congedo le persone rimangono a parlare, sorridere e scherzare, con lui.

Dovrei dire con te; beh si, provo a dirlo, ci conosciamo: sono (stata) la tua ultima compagna. E posso dire che non finisci mai di sorprendermi. Vorrei abbracciarti qui: davanti a tutti. Grazie, ancora una volta, Renato.

Domani scriverò il pezzo.

M. CA.

Silent’s Backstage # 2

Last classroom

Terza ora, Aula F, la più grande, Polo didattico. Non sarà troppo grande per te?

Voglio proprio vedere.

Attraversi il capannello, lo tagli in due, preciso come un bisturi. Entri. Noto che te la tiri alla grande.

Si dice che molti ti temono; che agli esami sei tremendo. Voce di Popolo, voce di dio?

Come gregge, entriamo nel recinto; mi siedo nelle prime file, lato esterno. Pronta a scappare. Mi guardo intorno. Ti guardo.

Parli, cammini e ci guardi.

Non è vero, mi sbagliavo: si sbagliano. Adesso vedo i tuoi occhi dentro i quali si può leggere. Ci scrivi tante cose. Umane. Mentre parli. Ascolto e guardo: ma così non posso prendere appunti.

L’aula è al completo; l’aria è delicata, viva e serena e tu l’addobbi con le parole. Le mani le accompagnano come stessi scrivendole nel vento. Scrivi alla lavagna – col gesso – i termini tecnici; perché? Non sei umano.

Saltiamo la pausa così finiamo prima. Buona idea. Accolta.

Come sei? Cosa fai? Come? A cosa pensi? Vorrei chiedere subito tutto questo.

Fino a ieri, ancora, certe curiosità non facevano parte del mio mondo, ero molto (troppo) presa da me, e da me. E tu non c’eri.

Adesso arrivi tu e parli, ti muovi, ci guardi, passeggi. Sorridi; ci parli. Chiedi.

Arrivi tu; ti presenti educato in punta di piedi e pian piano esplodi.

Fai macerie delle nostre illusioni e demolisci false credenze. Ci scuoti e svegli e continui ad essere calmo. Sicuro. La tua immagine cresce, si ingigantisce ma tu rimani delle stesse dimensioni. Chi sei?

Ci interroghi ma non giudichi le nostre risposte, le accogli tutte. Con rispetto.

Vieni da un altro mondo: si vede.

L’orecchino è certo un simbolo. Segreto? In quale dio credi? Sei sicuro, preparato, disponibile al confronto, rispettoso: mito o miraggio?

Di sicuro hai sentito i miei pensieri; il tuo sguardo me lo rivela. Mi stai parlando.

Devo prendere appunti anche se dici di non farlo. Perché? Io lo faccio.

Non so da dove cominciare, non so dove ci eravamo lasciati… Smetto.

Sei l’unica persona con cui saprei parlare bene.

Tutte le altre sono troppo vicine a me e con loro non so usare la parola vera, non riesco a concentrarmi abbastanza per capire chi sono io e quale verbo mi esprime.

Tu l’hai già capito.

Lei era lì, Renato Gentile – pag. 225

http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/1131480/Lei_era_landigrave_#!”

Silent’s Backstage #1

Je_ghost

Il sottotitolo del mio secondo libro in realtà è il (vero) titolo ma provate a pensare ad un libro intitolato “Dietro le quinte del Silenzio”; bello, senza dubbio ma molti hanno storto il muso. Abbiamo provato varie combinazioni ma non “suonava” per niente bene. Ci sono termini, concetti, stati emotivi che riescono ad essere espressi più con una lingua che con un altra. Il segreto è saperle scegliere e gestirle con parsimonia e adeguatezza.

La foto è una delle copertine che abbiamo dovuto “scartare” per incongruenze tecnologiche.

In queste pagine vorrei dare voce a questi silenzi che hanno dato vita ad alcuni scenari rappresentati sul palco del racconto. Cosa c’è dietro le quinte quando è di scena il silenzio? Provate ad ascoltarlo mentre si stende tra i periodi. Sarà un bel viaggio, ancora uno, mentre un altro silenzio riempie la casella della mia posta elettronica. Buona lettura.


rieccomi… Ciao Renato, è un po’ che ci penso.

Non ti scrivo da una trattoria in riva al mare, ti scrivo da Parma, da una stanza poco illuminata di Parma.

Mi sono chiesta più volte in questi anni, che strano poter parlare di anni, il tempo si dilata anche per me… Come ti senti cosa fai come a cosa pensi. Ai tempi ancora certe curiosità non facevano parte del mio mondo, ero molto troppo presa da me, e da me.

Mi prendevo per mano e mi dicevo che sarebbe cambiato qualcosa, avrei continuato a giocare sui campi probabilmente, ma in modo diverso, avrei cominciato a dormire col cuore tranquillo anch’io.

Non so da dove cominciare, non so dove ci eravamo lasciati…

Ho molte meno paure di prima, a volte sogno anche un po’.

Ho fatto tante acrobazie, mi sono stancata spesso annoiata, poi di nuovo in piedi a contare i passi verso altro, che altro mai non sembra, ma lo è.

E poi, rileggendo, mi accorgo del caos che continua ad appartenermi, è la luce che mi accompagna. 

Anche tu sei stata una luce.

B serata

spero di ricevere presto due righe

Mel

Lei era lì

Interrompo l’assenza dalle pagine del Web e da questo luogo di parole e pensieri. Sento il “bentornato” dalla voce di molti. Posso solo rispondere grazie. Un titolo “strano” questo. Sì, diciamo che non incontra gli altri titoli di questo blog.

E’ il titolo del mio secondo libro; il primo non lo ha letto nessuno ed il terzo, probabilmente, non sarà scritto, quindi approfittate.

Questo libro ha rappresentato una vera “fatica”, non per scriverlo [quello è e rimane un piacere] ma per pubblicarlo. E’ stato cassato da tutte le case editrici, grandi e piccole, con le motivazioni più disparate ma l’amore di molti amici ha fatto si che continuassi a crederci.

Tra i lettori scelti per la lettura critica, pensate addirittura che magia, una è rimasta affascinata tanto che, poi, si è innamorata dell’autore. Che botta di fortuna: con un libro? Accidenti.

Naturalmente, come sempre accade, è [appena] sparita, anche lei. Persa tra le nebbie del “piacere”: quello di cui si tratta nel libro. E, guarda un po’, utilizzando i medesimi tratti di inganno: sarà un classico? Forse dovevo scriverlo a dispense. Chissà? Probabilmente la realtà è diventata vuota ed insignificante cedendo il passo ai social network.

E’ stato comunque il segnale per spingere, impetuosamente, il pedale del gas e sgommare dritti sulla pista. Pensate, adesso racconto due storie con un solo libro: meglio delle offerte dei Supermercati in tempo di crisi. Mi sono risparmiato la sofferenza: era già scritta. Però, nel cuore, l’ho rivissuta [male] in pieno.

Adesso però vorrei regalarvi l’incipit.

Grazie per tutto quello che sentirete il bisogno di scrivere.

Vorrei abbracciarvi tutti, in anticipo, ed invitarvi a bere, insieme, una birra.

Lei era lì. Incantata. Immobile in mezzo alla stanza. Silenziosa.

Accarezzava ogni oggetto con gli occhi, delicatamente, rimanendone ogni volta rapita.

     Lo sguardo affascinato sfiorava le forme respirando piano in maniera regolare, fermandosi sulle ombre con la dolcezza di chi guarda un bambino che dorme.

     Dirigeva lentamente il capo inseguendo i messaggi che giungevano, molteplici, a disegnare ricordi sui quali rintracciare pensieri. Ascoltando al contempo la brezza del cuore gonfiare i più reconditi anfratti dell’anima e spingere brividi fin sulla pelle.

Perchè sei qui?

     L’ondeggiare dei capelli accompagnava la danza sinuosa dei suoi occhi che disegnavano sguardi. Poi, d’un tratto come se la musica di quei pensieri avesse smesso di suonare, chinò lievemente il capo, socchiuse gli occhi e lasciò che un sorriso disegnasse sulle labbra un delicato sapore di gioia innocente.

     La sua anima riprese a danzare. Volò con la mente verso immagini lontane, che avevano riempito il deserto silenzioso di un tempo. Cercò quello sguardo custodito nei ricordi e, abbandonandosi, lo ascoltò e un brivido si diffuse tra le linee vellutate della sua pelle. L’essenza di un profumo antico si sprigionò dal ventre superando i limiti spaziali del presente per planare, lentamente, nel calore di quella vibrazione.

Era lì, adesso, pronta ad affrontare la fine di un viaggio lento.

     Un respiro profondo, lungo come la notte, ridisegnò la sua presenza nella stanza. Si avviò piano verso la scrivania e, sfiorandola appena, si sedette. Quel contatto la inebriò con una forza tale da spingere i pensieri ad annodarsi sul corpo: la pelle rispose ed apparve chiaro sul suo seno il ricordo dell’attesa. Sollevò le narici, reclinò il capo e dischiuse le labbra.

     Accarezzò il legno levigato, antico, punteggiato d’inchiostro, avvertendone calore e morbidezza, come la pelle nuda che una mano sapiente aveva lentamente addolcito da ogni paura. Avvertì distintamente il profumo di chi lo aveva accarezzato, frequentato: assaporando l’incanto della sua presenza discreta.

     Tutto in torno, il gioco delicato dei profumi che si rincorrevano nell’aria invadeva ricordi composti, sconosciuti, avvolti in silenzi di aurore boreali. Sollevò il mento e chiuse le palpebre per respirare quel leggero umore della sera. Lo sentì scivolare nella trachea, lentamente, inondare i polmoni e dissolversi dentro una bruciante sensazione di vertigine.

Da dove vieni?

     Fermò la mente per ricamare l’immagine che adesso esplodeva silenziosamente dentro il cervello. La ricompose fino a consumarla. Riconobbe sapori nuovi, fragranze antiche, suoni rassicuranti e messaggi disegnati dalle dita sulla pelle. La vita diventava libera. Lo comprese: e trovò le risposte.

     Fuori, le leggende narrate dal vento diventavano ritmo: profumi e pensieri capaci di diventar parole, non più preghiere. Lei lo ascolta in silenzio: adesso sa.

     Sulle labbra e negli occhi il disegno di un ricordo: un uomo. Il suo Uomo. Nelle orecchie quel canto sapiente le sussurra i riti, i gesti e le parole per accoglierlo.

     Lo attende paziente, come Penelope, e non le importa se sarà invecchiato perchè certamente il suo cuore non lo sarà. Non lo è. Di sicuro. Tornerà e tutto sarà come un tempo. Come non è mai stato. Ancora.

     La luce riverberata dai suoi occhi chiari ci dice quanto questo sia vero. Qui. Adesso.

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=1131480

Grazie

Renato Gentile