Psicologia: il Complesso di Edipo vince Sanremo

Un quotidiano o forse un settimanale di quelli gratuiti, come tanti distribuiti nelle nostre città. Si legge piacevolmente mentre viaggi o sei in attesa; un buon investimento del tempo per informarsi, imparare e allargare le proprie conoscenze. Insomma la “carta scritta” è ancora un ottimo mezzo di diffusione del “sapere” in generale.

Volentieri ne ritiro una copia: mi piace sapere “cosa gira” e come gira l’informazione nelle città. E’ una sorta di carta di identità della cittadinanza. Deformazione professionale? Forse.

L’attenzione viene attirata dalla pagina di psicologia: psicologia e dintorni. Oddio è una persecuzione, una pandemia.

Curioso di scoprire quali siano (qui) i “dintorni” della psicologia [non si finisce mai di imparare] inizio a leggere. Lo faccio tutto d’un fiato: bella storia. Mi sento scosso, lentamente riprendo a respirare.

Vi lascio gustare l’argomento, lo trascrivo.

La pelle del bambino ha fame del contatto con la madre e lo desidera ardentemente. Nel contatto piacevole con le mani della madre la pelle di entrambi si carica energeticamente, diventa rosea, calda, vibrante e un senso di benessere li pervade tutti e due; il bambino arde dal piacere di essere amato (carica). Poi il piccolo si sazia, la carica rifluisce al centro (scarica) e, felicemente rilassato, si abbandona nelle braccia della madre (distensione). Tu senti me, io sento te: noi due ci apparteniamo.

Accidenti, roba forte. Incesto e Pedofilia insieme. Forse dovrei chiamare il 118.

Rapito da questo incipit continuo la lettura concentrato [ma certamente anche impaurito] a seguire il ragionamento per giungere alla spiegazione di questo incredibile risultato raggiunto dalla scienza attraverso uno strumento ineccepibile, nuovo, all’avanguardia: la video camera. La quale “mostra al mondo commosso il fenomeno del contatto madre-neonato”.

Caspita è come aver visto faccia a faccia il bosone di Higgs. Uguale.

Incredibile. Guardo la foto della terapeuta: carina, troppo giovane per essere bella. Si, senza dubbio, è una psicoterapeuta bio energetica; potenzialmente promettente. Potrebbe “sfondare” nella professione.

Wow. Non si finisce mai di imparare che: siamo circondati da parolai convinti, seriamente, che il sole gira (ancora) attorno alla Terra al punto da farci sentire il peso della nostra crassa ignoranza. Arroganti, drogati della loro nullità di fede da diventare capaci di trasmettere la certezza del possesso della “verità” e che tu sei un vero, povero e inutile ignorante. Ne sono convinti.

Il meccanismo è sempre quello: vendere fumo, amuleti, paradisi, pozioni magiche etc. Ma, visti i tempi, ci aggiungono un pizzico di quel sapore salottiero (ormai falso) borghese che alimenta la vanità di chi non è nulla nella vita. E, come da copione, tutto diventa fashion, tendenza, moda, etichetta. Per pochi, ovviamente.

Che fantastico il dintorno di questa psicologia, del genere radical chic: Freud inventa il complesso di Edipo, le psico-sciacquette [quelle in perenne adorazione del pene] lo teorizzano e lo diffondono, le psico-arrapate [prive dell’oggetto fallico proprio] lo simulano durante la  psicoterapia e le mogli di questi bambini di 35-39 anni adottano e curano il paziente [da brave crocerossine] in cambio del vitalizio di risorse della famiglia del rampollo.

Non so se gettare il giornale o, incurante della raccolta differenziata, bruciarlo. Una volta era più facile scrivere di scienza: si faceva sulle riviste scientifiche oggi devi cercare (con mezzi non certo meritocratici) in quale fogna andare a sguazzare e seminare ignoranza (di alto livello culturale) per trarne indebito, ignobile, ingente e disumano profitto.

Renato Gentile

PS Se fossi su facebook mi darei subito un “mi piace” per la diffusione della scienza.

Domenica: supermercato

Giulio "Lili" Romano

Domenica mattina, supermercato, con Karla (si, con la K); un momento necessario diventato gioco, rappresentazione. Quasi un rito per “esorcizzare” la solitudine.

Entriamo salutando. Lei toglie gli occhiali scuri ed inforca le lenti trasparenti; è necessario guardarsi. Sorridere e ascoltare ogni sguardo. Numerosi. Qualcuno premiato con un bacio o una carezza.

E’ piacevole muoversi lungo i corridoi, fermarsi alle tappe indicate dalla lista; discutere, scegliere, decidere. Scherzare come altri non fanno. Tutti seri, concentrati e soprattutto (alcune donne), vestiti a dovere. Quasi da passerella.

L’aria cambia. Sembra proprio che gli impiegati ci aspettino: tutto acquista un sapore diverso, piacevole. Chiediamo informazioni e consigli, scherzando garbatamente con ognuno di loro: e giù scambi di sorrisi. Il reparto salumeria diventa palcoscenico di un dialogo familiare. Un “pubblico” – per noi assente – osserva, ci guarda e si chiede qualcosa. Si capisce che commenta. Si domanda qualcosa che non esprime. E’ chiaro: non recitiamo, ci divertiamo. Siamo quel che il nostro cuore desidera esorcizzare.

Finiamo il “giro” all’ultimo corridoio, quello dei surgelati, con qualche commento sul menù del giorno e qualche “…al diavolo: prendo questo”. Una buona mezz’ora è andata impiegata, possiamo andare.

Scegliamo la fila da seguire alle casse in base, anche, a chi la gestisce. Non importa il tempo d’attesa; perché avere fretta? Il tempo non ha facoltà di influenzarci. La cassiera ci scorge (in realtà ci sente arrivare) e alzando per un attimo gli occhi mentre prende la tessera del carrello prima del nostro, sorride in segno di saluto.

Karla ricorda di aver bisogno di qualcos’altro che non era nella lista; mi lascia in fila e sparisce, veloce con le sue scarpe leggere, dietro gli scaffali.

Mentre giro attorno lo sguardo, una figura familiare viene nella mia direzione da un corridoio. Incrociamo gli sguardi. Lo guardo e sorrido di gioia, stavolta per primo. Wow. Generalmente lui anticipa il mio, sempre. Non è possibile che non mi abbia visto. Strano. Curioso.

Normalmente, a questa distanza, inizia a “declamare” una frase di commento per sottolineare la sua contentezza, usando un tono di gioia sincera, evidente, mentre mi viene incontro accompagnando tutto con l’apertura delle braccia. Lui mi abbraccia, ovunque e con chiunque sia; mi apostrofa per non essermi fatto vivo. E mi chiede di mio figlio.

Accanto a lui un giovane, slanciato, alto quanto lui, lo tiene per il braccio. Lo regge.

Ha un berretto di lana. Lui non indossa berretti e oggi non è freddo; in ogni caso qui dentro si sta bene. Siamo a due passi, di fianco. Lo guardo nuovamente – sperando che sia stata distrazione – ed intuisco che i suoi occhi hanno smarrito la strada che conduce alle porte della memoria o forse qualcosa le ha bloccate impedendogli di riconoscermi. Non può essere. No, non può.

Una frazione di secondo e vengo spinto in una fossa gelida di sconforto tremendo: ci siamo incontrati un mese e mezzo fa. Ha voluto leggere il manoscritto del mio secondo libro regalandomi un commento sublime: “adesso sarà un problema per me, alle prese con la mia pubblicazione, superare l’allievo”.

Agghiacciante. Il gelo mi penetra nelle ossa. L’umore si sbriciola davanti al dolore. Intono nella mente una bestemmia alla vita.

Poi una voce, quella di Karla, chiede: “cosa c’è, Renato ti senti bene?”. Mi strofina la mano sul braccio, delicatamente. Rispondo di si, aggiungendo che, per un attimo, ho avvertito una brutta sensazione. Percepisco di essere sbiancato in viso. Lei mi guarda con occhi preoccupati e scuote la testa come a chiedere se, veramente, tutto va bene.

La cassiera mi chiede quasi sottovoce se ho bisogno di qualcosa e ferma per un attimo il suo lavoro, faccio cenno che va tutto bene. Sorrido. In silenzio inizio a riporre la merce nei sacchetti con la mia solita attenzione: alimenti da frigo, confezioni delicate e prodotti di uso diverso. Avverto che le mani mi tremano. Respiro e prendo a parlare normalmente; accenno qualche battuta per rassicurarli. Sorrido. Salutiamo al (nostro) solito e scherzo col ragazzo straniero che si offe di aiutare a riporre la merce nelle borse.

“Una brutta sensazione… diciamo alla Leebee?”, mi chiede Karla. Rispondo di si, sorridendo e scuotendo la testa. Il mio ego (bastardo) risponde sereno, si sveglia alla citazione e spedisce un sorriso rassicurante, a salve. Cornuto e tetragono, passerebbe anche sul mio cadavere per avere il suo attimo di gloria quotidiano.

Saliamo in auto, sento il motore avviarsi. Rassicurata toglie le lenti trasparenti ed inforca gli occhiali scuri; ingrana la marcia e muove. Io tolgo i miei e mi stropiccio gli occhi. Usciamo dal posteggio e andiamo verso il centro: spettacolo terminato.

Il silenzio, quel silenzio infantile, comune a molti uomini – quello che irrita tutte le donne – ha preso la scena; completamente. Totalmente. Avrebbe bisogno di esplodere o dissolversi in un abbraccio; nessuna delle due.

Non è successo niente, come da copione.

Scendo al semaforo, un “grazie” allegro echeggia sul rumore dello sportello che si chiude accompagnando il commiato: “ciao, a domenica”.

Questa è la dimensione della solitudine. La mia. Da tanto.

Renato Gentile, Domenica 9 Marzo, 2014.

 

PS Solo oggi ho “trovato”, raccolto, la forza per accettare che il mio Prof non c’è, fisicamente, più.

L’homo non è terrestre

Da qualche tempo un pensiero mi rimbalza puntualmente in testa; generalmente prende vita davanti ad un telegiornale o, talvolta, mentre sfoglio il quotidiano. Sto abbracciando lentamente la convinzione che l’uomo, la specie vivente indicata come Homo (attualmente allo stato evolutivo sapiens-sapiens), non sia una creatura terrestre. Un figlio/prodotto della evoluzione della vita sul pianeta Terra.

Da molti anni sono affascinato dalla evoluzione umana: da tutto ciò che potrebbe spiegarci come si sia evoluta la nostra specie. Cercare idee, indizi, tracce ed elementi che possano suggerirci in che modo, e soprattutto perché, la nostra specie abbia sviluppato tutta una serie di caratteristiche da renderlo unico è esercizio che reputo fondamentale per non smettere di affascinarsi alla conoscenza della vita in generale.

Siamo arrivati ad una ricostruzione verosimile, “accettata” da molte discipline, su come la vita si sia sviluppata sulla terra e come ogni evento catastrofico sia stato l’inizio di un cambiamento. Ogni cambiamento ha aggiunto una caratteristica, un dono, che ha condotto alla nascita di questa unicità della Terra in mezzo a miliardi di altri pianeti deserti. Vuoti.

Quel che invece rimane ancora sotto molti aspetti avvolto dal mistero è lo stolto comportamento umano o, forse, il comportamento umano stolto. Dove per stolto intendo quei modi di agire umani che non giovano, né tornano utili, alla sopravvivenza della propria (ed altrui) specie. Ovvero quei comportamenti, atti, azioni che conducono alla distruzione del patrimonio naturale (ricevuto in dotazione) che rappresenta le risorse di cui questa si serve per vivere in un equilibrio vitale. Per tutte le forme di vita.

La risposta, da tempo, è il rompicapo di alcune discipline che per secoli hanno cercato di indagare l’animo umano, la sua “essenza” o la sua indole, per trovare cosa lo spinge a comportarsi “male” coi simili e con la natura. Mentre la prima domanda ha ricevuto risposte rintracciate (e/o rinvenute) in tutto l’immaginario, visibile, invisibile e sovrannaturale che l’uomo ha creato con la sua fantasia, la seconda non ha alcuna risposta a meno che non si accetta l’istanza – creata dalla prima – che l’uomo è dominato dal male. Ergo.

Ora non so se l’uomo è (sia) dominato dal male (lo subisce o lo incarna) o lo ha inventato lui o era già di suo in questa condizione, in ogni caso riesco a giungere solo ad una conclusione: se l’uomo è così intelligente come diciamo, se è così dotato di ragione come ci piace immaginarlo ma sta distruggendo tutto, allora (probabilmente) non appartiene alla storia della Terra, non è un suo abitante e soprattutto non è un prodotto della vita che è nata e maturata sulla Terra.

Il comportamento umano non può essere una espressione di vita riconducibile, comparabile, a tutte la altre che osserviamo in natura né può essere derivata considerando quel che, il resto del pianeta, ha prodotto. L’homo è una bestemmia. La specie homo è un falso, proveniente o fabbricato chissà dove, o da chi, inserito impropriamente nel circuito di questo ecosistema. E’ inadeguato ed incompatibile con tutto ciò che sulla Terra rappresenta il mondo animale e vegetale. Solo così è possibile comprendere atti come: uccidere un feto di sette mesi per riscuotere un indennizzo in denaro da una assicurazione automobilistica o pubblicare su un social network degli autoscatti (selfie) sorridenti (ed allegri) davanti alla salma di un ricoverato, appena defunto in un ospedale dove era andato a curarsi.

Diversamente dagli altri esseri viventi (che seguono il ciclo naturale degli eventi) l’homo ha programmato ed avviato la sua estinzione; ne è consapevole. Cosciente al punto da sembrare disinteressato. Quasi contento.

Tra non molto tempo terminerà questo suo lavoro lasciando alla natura un grosso carico: il compito di accomodare la vita sulla terra. Un nuovo adeguamento post catastrofe sarà messo in atto dalla vita (quella vera) rimasta sulla Terra.

Oggi, a distanza di anni, molti forse, comprendo come mai – e forse anche perché – il programma socio-spaziale “Biosfera” sia fallito (la dicitura corretta è “chiuso”) e i suoi “preziosi” risultati tenuti in segreto. Poi qualcuno ha intuito ed “inventato” un volgare, volgarissimo, reality show.

Ho motivo di pensare che la “natura” dell’uomo, la sua “essenza” caratteristica, la peculiarità comportamentale di base, sia quella di produrre, fare, procurare, architettare e mettere in atto il male – la cattiveria in tutte le declinazioni – per trarne piacere. Unico vantaggio che se ne deduce è il piacere.

Renato Gentile

La mafia è donna

Questo non significa: donna = mafia. Che sia chiaro, subito.

E’ una teoria che fino a poco tempo fa eravamo solo in due a sostenere, io e un altro studioso. Oggi forse siamo in 3 in quanto è una posizione difficile, scomoda e soprattutto pericolosa. Non si tratta di un teorema ma di una analisi deduttiva; derivata da osservazioni, numeri e fatti. Ad ogni modo la cosa non riveste alcuna importanza; la volontà di debellare la prepotenza, il sopruso e la relativa “potenza economica” è scarsa. Pertanto, il fatto che (la mafia) possa essere uomo o donna, in fondo, poco importa. Cosa importa? E soprattutto a chi?

Quando mai uno studioso (giornalista, storico, filosofo, sociologo) è stato preso in considerazione? Ascoltato? Mai, meglio tenerli lontani perché con le loro strane idee potrebbero indicare quale direzione prendere e/o svegliare i cittadini dal sonno mediatico. Scoprire verità

Il metodo mafioso, è adottato da chi vuole “gestire” un potere per trarre esclusivamente profitto economico. Pertanto è diffuso ovunque; dove più, dove meno. Reggio Emilia è, da tempo, una città “mafiosa”. Lo dico da anni: Ce ne è tanta. Il “seme” reggiano della Resistenza e della libertà si è perso. Calpestato e offeso.

Lo ripeto, non si tratta di quella mafia che uccide, ma del metodo (sistema) mafioso della gestione non legale che va ad esclusivo vantaggio di una gruppo esiguo della società: quella affiliata. L’esatto metodo in uso per creare grandi imperi economici. La mafiosità è per definizione una mentalità, uno stile comportamentale caratterizzato da arroganza, sopruso, cattiveria, vessazione ed ingiustizia al fine di “comandare”, avere potere; tale stile è completato dai relativi accessori: gli “appoggi”esterni. Un vero e proprio indotto.

La mafia cruenta delle cronache ha una identità specifica ed un territorio di pascolo preciso e definito; facile da individuare. Il metodo mafioso (o mentalità per dirla con le parole di Libero Grassi) è modello adottabile ed adattabile da chiunque abbia un ruolo professionale, in stile elegante – molto fashion – griffato, adatto a gestire operazioni di clientelismo, ruoli di potere e (naturalmente) accumulo di denaro. Professioni o ruoli in cui è facile coinvolgere un indotto di imprese o associazioni di vario genere: pulizie, ristrutturazioni, manutenzioni, servizi sociali di varia natura, perizie, accoglienza, formazione, gestioni varie o altri professionisti.

Tali professionisti hanno bisogno di tener lontano il controllo a partire (naturalmente) dal cittadino: il semplice utente che potrebbe ingenuamente fare una regolare e banale denuncia di irregolarità o richiesta di chiarimenti e giustificazioni per un diritto che ritiene leso.

Il punto chiave, lo sbarramento è proprio li: il cittadino può “reclamare” spiegare cosa accade, denunciare un dubbio di sopruso, un sospetto di irregolarità, ma nessuno lo ascolterà. Scientifico. E se qualche altro chiede, in sua vece, emergerà solo trasparenza. Il cerchio è magico ma reale: i diritti spariscono. Inutile urlare: ci vogliono troppi soldi per alzare il livello della (tua) voce.

Queste “Imprese” non minacciano (direttamente) il cittadino ma lo vessano, lo scoraggiano, spingendolo verso l’isolamento ed infine lo pongono impotente con le spalle al muro: nel modo più illegale della Terra. Lo mettono davanti a condizioni dalle quali risulta inutile, infruttuoso, e controproducente reagire perché tutti gli aiuti che potrebbe chiedere fanno parte del medesimo “giro di affari”. Cane non mangia cane.

Il cittadino è fregato: potrebbe avere tutte le ragione ma ovunque andrà a chiedere aiuto per far valere la sua voce (sindacati, associazioni, tribunali dei diritti, enti di assistenza) troverà terreno già contaminato: nessuno lo ascolterà. Mai.

Sono fior di professionisti (alcuni dei quali lavorano a stretto contatto con le istituzioni) che hanno creato connivenze di “basso profilo” ad alto livello. Un giro di “illegalità” evidente in cui tengono in pugno persone normali, persone oneste e civili che fanno presto a prendere ed aver paura. Chi azzarda alzare la mano per chiedere i propri diritti, urlare l’ingiustizia subita, trova un muro di gomma: prima o poi dovrà pagare. Anche se ha ragione: ci sarà sempre un motivo ed un timbro a sancirlo.

Mi chiedo, ma solo perché mi piace ragionare su fatti, una cosa semplice: se la gestione della città è questa perché meravigliarsi del fatto che ci siano “infiltrazioni” mafiose? Non è infiltrazione, è concorrenza; perché vederla (e chiamarla) in altro modo? La materia è uguale: il mercato è libero.

La lotta alla mafia, quella vera, efficace, non ha senso se non comprende il risveglio sociale di giustizia dei cittadini che questi professionisti dell’ illegale quotidiano – consentito e certificato – hanno soffocato. La lotta alla mafia dovrebbe iniziare dalle piccole insospettabili amministrazioni dei diritti del cittadino.

Ma torniamo al tema. Non è un caso, dicevo, che a capo di queste piccole Imprese (generalmente) ci siano donne. Menti raffinate, insospettabili, che hanno saputo scegliere le persone giuste per costruire una rete di connivenze che gli uomini non sarebbero capaci di mettere su. Ci vuole intelligenza, tatto, fiuto, pazienza, lungimiranza, autorità “riconosciuta” e freddezza per creare e costruire la gabbia dove introdurre chi “deve” (in silenzio) soggiacere e obbedire col denaro. Ci vuole la flessibilità (e cattiveria) femminile per decidere le azioni da avviare, le “bugie” da far sembrare inviti cordiali le (dure) minacce e il fascino recitante per gestire la rete di distribuzione e re-investimento (interno) dei benefici.

Io nel privato, personale, in pochi anni qui nella Città della gente, ne ho incontrate due: geniali. Cattive da far paura. Rispettate insospettabili per antonomasia. Visibilissime. Figurine di legalità e soprattutto giustizia. Due espressioni femminili diverse ma perfettamente sovrapponibili; con ottime squadre di “appoggio” professionale esterno. Non è raro trovare inseriti nei ranghi i propri “rampolli”.

Nel girovagare per la città ne ho adocchiate tante altre: sono sparse, a macchia d’olio, nei luoghi e nelle stanze della gestione ufficiale (o derivata) della Città. Tutte adottano il medesimo metodo contornandolo di visibilissime etichette (educazione, slogan e campagne civili) di “legalità” e trasparenza. Questa è la Città della gente (ma la gente non sei tu), dove la “gente” sono solo loro. Amici, parenti e affiliati: il famoso bene comune.

Sono tutti tranquilli: nessuno controlla, nessuno “sospetta” o che (se lo sa, lo vede) abbia voglia di “mettersi contro”. Denunciare? Chi glielo fa fare? Poi, non si sa mai, potrebbero entrare, prima o poi, a far parte degli eletti.

La mafia, dicono gli “esperti” nelle conferenze annuali puntualmente programmate da Comune e Provincia, è quella delle grandi imprese, dei grandi appalti e non (può essere) questa. Questa è trasparenza. Visibilissima a tutti. La città è sana.

La mafia, lo sappiamo [o forse no?]: è gestione – raffinata o rude – dell’ingiustizia ma soprattutto “controllo” [occulto] della (vera) giustizia. E se non c’è giustizia elementare, allora c’è mafia. Semplice.

Datemi una scorta e garantitemi un pool di magistrati da prima linea nella lotta alla delinquenza e vi racconterò i particolari. Io non ho paura e soprattutto nulla da perdere: soprattutto la vita.

Come ha detto un grande uomo: chi vive nella paura muore ogni giorno.

Renato Gentile

Per alcuni anni, mattina dopo mattina, ho percorso a piedi Viale della Libertà per andare a lavoro, incrociando puntualmente le lapidi poste a ricordo di Libero Grassi e Piersanti Mattarella.

Infanticidio: nuove prospettive di guadagno

Lo so: il titolo è amaro, disgustoso. Me ne rendo conto ma è realtà.

Non ho ancora smaltito l’indignazione che mi ha suggerito di scrivere una riflessione di sdegno sul fotografo-paparazzo – che chiede di non scontare la condanna per i reati a lui ascritti – che un altro fatto di cronaca investe e turba la mia/nostra giornata.

Stavolta c’è da stupirsi veramente per quel che alcune persone hanno architettato per truffare soldi ma c’è da stupirsi ancora di più perché questo fatto, questo evento dai risvolti atroci, non ha avuto la riverberazione che avrebbe dovuto ottenere in una società civile, evoluta ed educata al rispetto. Non solo la società ma soprattutto la Chiesa non ha neanche sussurrato. Silenzio. Dovrebbe tuonare e scuotere la giustizia.

Quasi un banale fatto di cronaca locale. Mentre sarebbe giusto seguire passo passo il seguito della vicenda e l’operato ferreo della giustizia. In tempo reale. Dare un segnale di presenza dello Stato: di noi stessi. Niente, siamo assenti in tutto. Come se non volessimo essere rappresentati.

Lasciar morire un bambino dopo averlo partorito, al settimo mese di gravidanza, per incassare il risarcimento dall’Assicurazione-auto [in un falso incidente] è un fatto che supera ogni evento di infanticidio. E pensare che solo qualche giorno fa le TV hanno programmato una serie di salotti sulle donne che uccidono i bambini: tutte “salvate”, naturalmente, dalla Psichiatria.

Dicevo la Chiesa e mi vengono in mente le “battaglie” per salvare la vita, l’individuo, la persona: niente aborto, guai a staccare la spina, medici obiettori di coscienza, testamento biologico etc. etc. E qui cosa dice la chiesa? Silenzio, neanche una preghiera.

Il quotidiano “Il Messaggero” ne parla e a fronte di 144 persone indagate (non delinquenti comuni ma “onorati” professionisti) per reati tremendi concentra l’attenzione del lettore su un medico assenteista che rimaneva a casa a guardare le partite, beccato (per sbaglio) durante l’inchiesta. Magari adesso si apriranno salotti TV e talk-show per discutere se licenziare o meno il medico, sulla base [naturalmente] dell’importanza della partita che stava vedendo.

E qui pioveranno opinionisti da tutte le sedi dell’Ufficio Collocamento Idioti (UCI) della Rai e Ufficio Creazione Cretini (UCC) della Non Rai. Dibatteranno con grinta, analizzeranno se si trattava di un derby o di un incontro decisivo – per il quale vige la regola del farmaco “salvavita” – in questi casi si potrebbe arrivare ad un richiamo scritto ma se stava guardando una partita qualunque allora potrebbe scattare la sanzione. Qualche giorno di sospensione ci sta bene. Infine, sentite le opinioni e le attenuanti, se il giudice è della stessa squadra, magari ne uscirà assolto. In caso contrario ci si accorda.

In una società civile episodi di questa portata e gravità, che superano ogni limite e non hanno attenuanti di alcun tipo, dovrebbero essere mandati a processo e i responsabili condannati nel giro di una settimana. Nessuna attenuante può essere avanzata: c’è una premeditazione agghiacciante, un disegno mostruoso che contempla la soppressione gratuita e malvagia di una vita umana innocente. Qui non si tratta di qualcuno che ruba una mela per sfamarsi ma di gente (professionisti ed impiegati) che non ha bisogno del “necessario” per vivere degnamente. Quindi?

Anche i rispettivi partiti di appartenenza di questi personaggi indegni dovrebbero caldeggiare l’applicazione della legge e chiedere velocemente giustizia. Ma figuriamoci se un partito, oggi come ieri in Italia, ha velleità di avere [e seguire] una morale civile. Lo slogan è il medesimo, antico, collaudato, nostalgico: me ne frego. Ricorda qualcosa?

Tutto rimane impunito: ci fanno vergognare, in tutto il mondo, di essere Italiani. A che serve il Governo coi i suoi Ministri?

Potrà sembrare scellerato ma credo che questi mostri di persone – soprattutto per le professioni che ricoprono – dovrebbero essere allontanate dalla società e punite in maniera esemplare: isolandole da tutto. Tutti, indistintamente perché: “tanto è ladro chi ruba che chi para il sacco”.

Invece c’è già il silenzio e l’indifferenza di chi non ha alcuna sensibilità. Né memoria. L’importante è “dare” la notizia (per giustificare il lavoro dei giornalisti), puntualmente seguita dalla dichiarazione del Ministro (competente?) di turno. Poi: tutto come prima. Va tutto bene.

Il delicato e serio lavoro delle forze dell’ordine viene vanificato. Disciolto. In tipico stile mafioso.

Siamo pronti a scatenare campagne di protesta, raccolta firme, interpellanze e grandi cortei di manifestazione per chiedere “giustizia” per le cattive condizioni di un canile ma della qualità della vita della società non importa niente a nessuno. Facciamo finta che il crimine sia stato commesso da stranieri. Clandestini sui quali non c’è competenza.

La riforma della giustizia è cosa semplice: basterebbe l’applicazione equa e veloce delle regole. Nel nome del Popolo Italiano.

Renato Gentile

Corona & Scettro

Non amo scrivere di politica, direttamente; seguendo cioè un pensiero orientato o predefinito. Mi piace pensare alla politica come ad una gestione del bene comune e costante difesa delle eventuali [aberrazioni] alterazioni dell’equilibrio sociale.

Siamo stati, nell’antichità, bravi a regolarizzare il vivere sociale tralasciando, a mio parere, la convivenza. Cosa ben diversa.

In Italia sembra esistano più reati non contemplati, per una regolazione sociale, che leggi. La fantasia e la creatività non mancano: inventiamo reati che non hanno leggi che le sanzionano. Di contro abbiamo reati raffinatissimi nati dalla fantasia dei migliori legislatori. Questa è libertà.

E’ un paradosso non avere leggi e relative sanzioni da elevare per azioni che danneggiano gravemente – o distruggono, uccidono – il bene comune. Anche la parola giustizia sembra una delle tante fantasie italiche ancora non realizzate: come il ponte sullo stretto. Eppure siamo (stati) la patria del diritto.

Questa premessa vuole mettere in evidenza una modalità comportamentale che è tipica del nostro sistema [italico] comunicativo di tipo sociale. Non credo sia necessaria una laurea o una formazione culturale specifica per comprendere cosa accade giornalmente sotto i nostri occhi: basta guardare con un minimo di attenzione, semplificare e riflettere.

Gli Italici comunque amano il dibattito sterile, le battaglie verbali, gli slogan e gli striscioni, le campagne di giustizia, il braccio di ferro fatto di annunci e minacce, i messaggi tweet. Si fa “salotto” in ogni trasmissione televisiva ad ogni occasione, per risolvere questione serie come se bastassero banali opinioni. Un popolo, il nostro, distratto e disattento che ha (al governo e non) i politici che merita e che difende per principio: come la fede calcistica. Un popolo sempre e comunque diviso, per gioco. Per stupidità.

Recentemente è in atto una campagna di appelli, a largo raggio, per “salvare” dal carcere un fotografo (ma sarebbe più idoneo usare il termine paparazzo) diventato, chissà perché, personaggio noto. Non è certo famoso – non ha qualità di alcun tipo – ma è conosciuto. Si dice che, in carcere, stia male: soffre. Comprensibile ma, se è li avrà pur combinato qualcosa; non sarà certo innocente. Avrà fatto qualcosa che ha violato o danneggiato la percezione le regole della civile convivenza.

Ho ascoltato, per dovere di conoscenza, qualche telegiornale e letto decine di articoli. Ho contato oltre 10 capi di imputazione, tutti gravi ed alcuni addirittura gravissimi. Credo che chiunque altro cittadino (me per primo) del Paese, che avesse commesso solo uno (dico uno) di questi reati, sarebbe in carcere già da tempo senza sconti né possibilità di aver voce. In carcere ad attendere il tempo della pena, in silenzio e inascoltato. Questo signore invece ha avuto decine e decine di occasioni per andare in TV non solo a discolparsi ma soprattutto ad accusare, irridere ed offendere. Ed è nato un idolo, con tanto di scettro. Accidenti.

Gli scudi si levano e alcuni sono scudi famosi, noti, importanti. Mi piace informarmi, lo faccio con rigore e metodo, poi ascolto le “ragioni” dei pro e dei contro. Ancora una volta siamo caduti nel ridicolo, nella farsa: il festival di frasi, editti e slogan contro la giustizia ha preso il via. Non le riporto perché sono una vera indecenza e ripetono lo stesso ritornello: a) non merita una pena così dura; b) altri imputati “prendono” una condanna minore. Invenzioni verbali, simili alle scuse che elaborano, a loro discolpa, bambini e adolescenti. Motivazioni che non si possono né accogliere, né accettare.

Ancora una volta non sappiamo dove guardare e cosa è necessario dire: tutti insieme. Tutti i cittadini, all’unisono e con grande veemenza dovrebbero gridare di rabbia. La richiesta è semplice: mettere in prigione tutti quelli che hanno commesso reati analoghi – non certo tutto il pacchetto, che rappresenta una collezione non da poco – senza fare sconti o particolarità di trattamento. Tutti.

La vera domanda, legittima, quindi è: perché lui e gli altri no? Questo avrebbe senso. Applicare la regola, nota, della giustizia uguale per tutti. E’ questa la domanda da porsi.

Se non si sa formulare la domanda, la risposta non avrà senso e il gioco del “derby” e dei tweet continuerà infangando (a torto o a ragione) il senso della giustizia. Senza giustizia si rimane divisi. Discriminati per definizione.

Che ci sia un solo colpevole in carcere, che stia “pagando” quello che molti altri cittadini – con altrettanti reati – normalmente non pagano, e che continuano altresì a girare per il Paese ricoprendo (anche) impieghi di tutto rispetto, è una scelta incivile. E’ una scelta che non fa onore a nessuno. O tutti o nessuno. Questa dovrebbe essere la voce della popolazione; Big & Vip in testa. Come sarebbe rivoluzionario.

Quando uno paga per tutti significa solo una cosa: è mafia.

Renato Gentile