Per superare un dolore… *

Incontro Concita De Gregorio

Seguendo una antica usanza/tradizione, i Giapponesi ricompongono i cocci di un vaso andato in frantumi incollandoli utilizzando l’oro. Metallo prezioso anche nella loro cultura; prezioso e sacro come le parole.

Non è un caso, il modo di dire, che le parole, in taluni casi, naturalmente, sono come “oro colato”.

Utilizzando l’oro, le “ferite” delle cuciture rimangono visibili facendo acquistare al vaso un valore diverso: maggiore.

Mi piace usare questa immagine per farne una metafora: quella del dolore.

Come un vaso, noi ricostruiamo un evento – che rappresenta la sorgente del nostro dolore – andato in frantumi. Chi non lo ha sperimentato?

E ritorna (richiamo) il concetto delle parole usate come l’oro per ricucire i pezzi, per ricomporre il ricordo di qualcosa che era intero, ed integro. Le parole, tra le tessere, diventano visibili, chiare. Nette, precise ed articolate tanto quanto è la complessità del bordo della tessera.

Nel vaso ricostruito le parole sono chiare, basta ascoltarle.

Saper ascoltare, ahimè, non è una capacità ben distribuita.

Vorrei tornare nuovamente alla metafora, figura che utilizzo spesso quando ho necessità di spiegare fatti di scienza – ed i meccanismi che ne derivano – quando sono applicati al comportamento umano.

Molti di noi (occidentali in genere), invece, per riparare un vaso rotto, utilizzano una colla tenace che abbia come caratteristica principale di essere incolore, trasparente. Il vaso in questo caso apparirà come se fosse (ancora) integro, intero. Senza ferite.

Mostriamo, e di rimando, osserviamo [secondo i due punti di vista] un reperto, un oggetto, falso o quantomeno illusorio. Ci viene presentato come intero, intatto, senza ferite. Sano.

Per noi è naturale, normale, nascondere il dolore. Le nostre ferite “devono” essere celate. E così, per cultura (vergogna o timore) non ne parliamo, come se il dolore fosse una cosa di cui vergognarsi. Un peccato. Un punto debole.

Così scappiamo dal dolore, dalla sua immagine; cerchiamo luoghi e persone lontane da esso. Oggi ci si rifugia nella “vita virtuale” nella quale è più facile nasconderlo (nascondersi) o addirittura negarlo. Lo nascondiamo anche a costo di perdere l’affetto o la stima di una persona cara: tanta è la paura di mostrarlo. Come fosse una debolezza.

Ma tutto ciò non serve a superarlo. Rimane una zona d’ombra del nostro passato sul nostro presente.

E qui mi piace invocare una seconda metafora, da amante di automobili. Se guardiamo al passato in queste condizioni, culturali educative, è come guardare dietro di noi dallo specchietto retrovisore dell’auto: c’è sempre un punto morto. Una zona buia.

Una immagine che prima o poi arriva, torna visibile, perché c’è. E’ solo celata.

Il ricordo è qualcosa che torna, che ci viene incontro: non si può cancellare. Puoi cancellare un pensiero ma il ricordo vive, torna.

Il dolore – concludo – non ha diritto di renderci infelici, dobbiamo guardarlo, farci corrodere fino a comprenderlo e dargli la giusta collocazione. Poi andare avanti.

Ed è chiaro, a questo punto, quel che noi (ancora) non riusciamo a comprendere: per sopportare e superare un dolore è necessario molto amore.

E se qualcuno te lo offre sarebbe veramente una cattiveria, una cattiva scelta, metterlo sotto i piedi.

Renato Gentile

*Incontro con Concita De Gregorio

But [bət]

dalai lama

Altra insonnia, la seconda in tre giorni. Questa è la forma “classica”: ti giri e rigiri nel letto fino a quando ti alzi, esausto e avvii una iniziativa. Visto che sono sveglio e non ho con me un gregge di pecore in fila, da contare, faccio qualcosa. Leggo, scrivo, studio oppure seguo pensieri, riflessioni e prendo nota. Elaboro. Ho sempre qualcosa su cui lavorare.

Ho una decisione da prendere, consigliatami 8 anni fa dalla mia ex moglie, dopo 7 di separazione. Una richiesta assurda all’epoca – e forse lo è ancora oggi – ma è l’ultima possibilità. Non ce ne sono altre.

No.

Serve una analisi. Ora.

Adesso? Sì, insonnia maledetta. O benedetta?

Ho tante qualità – e non lo dico io – me lo hanno sempre riconosciuto e riferito. Ho altrettanti difetti, forse più delle qualità. Nella vita ho sempre cercato di equilibrare le due cose: riuscendoci per un tempo limitato, non breve comunque.

Per ogni relazione, in ogni relazione, ho bilanciato – spostandole come fossero biglie – il tutto, facendo pendere sempre il piatto delle qualità ma (but) è bastato l’accenno di un difetto – una semplice brevissima manifestazione – per rivoluzionare, ribaltare, la posizione dei piatti della bilancia. Irreversibilmente.

E aggiungerei: impropriamente.

Non sono mai stato perdonato, neanche una volta. Mai. Grazie mille.

Ad essere bastardi – l’ho capito da un po’ – si guadagna molto: le rare volte che fai qualcosa di buono vieni super apprezzato, amato, rispettato, perdonato; mostri addirittura agli increduli di avere un cuore, un’anima. Vieni santificato. Ma (but) se dalle tue (infinite) qualità emerge l’accenno di un (solo) “difetto”, dettato da un momento, solo per un attimo, tutto salta. Crolla. Irrimediabilmente.

Diventi indiscutibilmente un demone.

Ti voglio bene, tanto, credimi, sei dolce, affettuoso ma… bla, bla, bla.

Ti voglio bene, sei unico, grande ma… bla, bla, e bla, bla.

Ho sentito tutte le possibili combinazioni di queste declinazioni inconsistenti.

Sono qui, stamattina [è quasi l’alba] davanti alla mai “stadera”. E decidere.

Devo decidere se ri-tornare nella “Torre d’Avorio” e beffare il mio futuro. Oppure cercare chi potrebbe “salvarmi” da questa dissennata scelta. Qualcuna che apra la gabbia della mia mente e farmi volare. Volare insieme.

Osservo la stadera e le biglie sui piatti; provo a fare un bilancio. Bella storia.

I difetti sembrano addomesticati, educati a stare al loro posto: in silenzio.

Le virtù, le qualità, sono evidenti, chiare; alcune ancora più affinate. Affascinano, stupiscono: sorprendono.

In sintesi. Sono sufficientemente femminile: dolce nei modi, nelle attenzioni, nel ricordare e sorprendere, nella delicatezza dei gesti, nel semplificare problemi e mediare, nel confortare. E adeguatamente maschile: nella gestualità, nell’amicizia, nell’educazione, nella forza delle decisioni, delle soluzioni, nel dare sicurezza e appoggio, nel parlare, sorridere e scherzare, nel garbo e nel rispetto dell’altro sesso. Sempre.

E allora cosa è che non va? Perché è finita? Qual è il problema stavolta? Cosa non ha funzionato? Dove ho sbagliato?

E poi, perché ritirarsi? Fisso la stadera, non oscilla; uno dei piatti tocca il piano.

C’è una biglia, nuova. Ahi!

Ha le medesime dimensioni delle altre ma un peso specifico incredibile: pesa più di tante messe insieme. La sua presenza è cruciale. Accidenti se lo è: non c’è scampo.

Niente, nulla e nessuno potrebbe invertire l’esito, il giudizio. Non c’è via di scampo.

“Non c’è niente che non va. Ti voglio bene. Sei una persona speciale, leale, dolce, intelligente. Ti voglio bene e te ne vorrò sempre; te lo giuro… ma  [but]:  sei vecchio”.

Basta poco

follia

Basta poco: una parola letta, una immagine, una frase ascoltata, un oggetto, un profumo, un gesto quotidiano e tutto torna alla mente. Tutto, improvvisamente (ma non spontaneamente) riappare dai magazzini scenografici della memoria. Tutto torna presente. Il più complesso presente virtuale che Dio (o chi per lui) abbia creato.

Bella “invenzione” la memoria: poter ricordare e ricondurre al presente, fatti, eventi, persone, luoghi, sensazioni, emozioni e profumi, da un lontano temporale e spaziale senza confini. Senza limiti di alcunché.

Basta poco… e ritornano immagini accompagnate dal profumo delle lenzuola: ed avverto le tue spalle infreddolite appoggiarsi nude sul mio petto per riscaldarsi offrendo i glutei al mio pube, ancheggiando per assestarsi e conquistare la massima superficie di contatto e spingere al momento giusto per farlo aderire. Riconosco la tua pelle; i polpastrelli seguono la fila di vertebre ed arrivano, deviando, sui fianchi per accarezzarne il profilo e scorrere oltre: fino alla “stellina” di pizzo applicata allo slip.

Basta poco… per ricordare il ricongiungersi delle mani; slego le tue serrate al petto, chiuse a pugno, per invitarti a lasciare libero quel seno che “nasconde l’anima”. Quel seno che amo accarezzare dolcemente e sfiorare delicatamente per accendere sensazioni a lungo nascoste e da altri negate. Accarezzare il profilo del collo, seguire le braccia – finalmente libere – e sentirle aggrapparsi a me, cambiando l’orizzonte degli eventi della notte con un abbraccio.

Basta poco… per udire la voce degli orgasmi che hanno – finalmente – rotto gli argini di gelo, i limiti entro cui erano stati relegati, costretti ed umiliati; avvertire che hanno raggiunto e toccato nuovi confini dove le parole diventano espressioni di appartenenza e bisogno di delicatezza e protezione dalla solitudine. Voglia di amare. Percepire il tuo sapore: delicato, dolce, che odora di fiori e di salsedine. Respiro profondamente – insieme a te – e invado le narici del tuo umore: libero di esprimersi nelle iniziative, nel silenzio degli sguardi.

Basta poco… per vedere i tuoi occhi sereni, sorridenti, da donna-bambina che proiettano sui miei la gioia di sentirsi – finalmente – donna completa per il suo uomo: per lui. Dimenticando disagi, vergogne e tabù adolescenziali – ancora latenti – e silenzi di passività e paura tenuti in vita da un legame disfunzionale.

Basta poco… per trovare labbra – per nulla “invadenti” – che esplorano il (mio) corpo per offrire un invito ad alzarsi per fare colazione; e farsi invadere dalle (prime) parole del mattino, piene di progetti – e sorrisi sui “piccoli imbarazzi” intimi – conditi con l’odore e il calore del caffè. Quelle labbra che ti accolgono al rientro la sera, delicate e desiderose di dolcezza e passione: come un bacio rubato, alla (nostra) “clandestinità”, in un luogo pubblico.

Basta poco… per dimenticarsi di dimenticare.

Lo scriverei cento volte…

luce serratura

Ho fatto questa affermazione e quindi, per coerenza…

Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene.

Sala d’attesa

Tànila copia

Improvvisamente, senza motivo ho aperto gli occhi. Nessun rumore, nessun suono o segnale ha interrotto il mio sonno. Gli “esperti” lo chiamano risveglio spontaneo: non sono mai stato d’accordo con questa classificazione / definizione. Ridicolo solo a pensarlo.

Ho gli occhi aperti ma questo non significa che io sia vigile, orientato. Sono sbandato.

Il “passaggio” è stato repentino e carico di energia come determinato da una forte scossa tellurica ondulatoria; le connessioni alla coscienza sono bloccate. In allarme. Avverto angoscia.

Riconosco, lentamente, la stanza: non è casa mia.

Il silenzio è la precisa colorazione del buio di questa notte; lentamente sfuma e diventa sottofondo fino a lasciare posto al tonfo secco e profondo di quell’organo che batte dentro il mio petto spingendo la sua eco fino alla gola arida.

L’esofago sembra occluso, bloccato dal respiro disritmico.

Avverto le spinte oppositive del torace come se volesse domarlo: sta andando fuori giri e non c’è verso di contenerlo, placarlo. E’ stato attivato chimicamente, in modo autonomo, difficile da quietare: è fuori da ogni controllo. Soprattutto razionale.

Le narici sono congestionate, umide. Apro la bocca per respirare e un brivido si diffonde lungo la schiena.

Alle orecchie arriva il rumore del fluire del sangue: scorre dietro la nuca. Secco e variabile come il suono sintetizzato del Doppler. Il tremore delle mani si adegua ai suoni realizzando un ritmo a me noto: insonnia.

Ne avverto la presenza: il suo respiro. Non è la “solita” insonnia.

I pensieri che la compongono non sono per nulla chiari, sembrano provenire da un incubo: forse si preparavano a realizzarlo. Pensieri senza volto: certamente ne hanno uno. Bisogna ricomporlo: non è facile data l’enorme agitazione.

Le 2, e lentamente arrivano le 3. Scrivo una e-mail: ho capito tutto. Finalmente. Adesso è tutto chiaro. Come sempre del resto. L’energia inizia a defluire lasciando uno spazio che sarà riempito da una emozione derivata.

Le 3 e mezzo e subito le 4. Forse qui, a questo punto, è arrivato il sonno. Finalmente vengo abbandonato da quegli artigli muscolosi in grado di strappare immagini da una parte sconosciuta del cervello – come fosse carne viva – per simulare realistici scenari di premonizione. Adesso è tutto chiaro: come fosse vero.

L’alba attraversa la finestra e mi trova addormentato e stanco; i pensieri dentro il caffè sanno di malinconia. Più del solito, molto più. Cresce come la pianta posta sulla cassettiera all’ingresso e prende il posto di tutte quelle sensazioni ormai spente e sento dentro, fino in fondo, una necessaria quanto utile rassegnazione. Un equilibrio accettato ma non certo voluto. Subìto passivamente. Totalmente.

Ho il numero 57, in ambulatorio, e sono arrivati al 32; sarà una lunga attesa stamattina e, stavolta, non ho portato, con me, alcun libro. Disattenzione? Distrazione? Che importa?

Ore 9, 28 la vibrazione del telefono mi informa dell’arrivo di un SMS:

Sono uscita…” [a cena – con lui – ieri sera].

Lo so.”.

200

After

Le 6 del mattino di qualche giorno fa, come sempre, sul balcone di casa dove alloggio. Mi fa compagnia un libro di una scrittrice scandinava: una vera delusione considerando quanto sia “quotata”.

Stamane nell’aria avverto qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco, ad identificare. Non riesco ad individuare la causa, né ad isolare la motivazione di una esagerata sensazione di vuoto. Solitudine? No; ormai è la mia compagna di vita. Fedele. Io e lei, soli: come su un’isola del mare del Nord.

Chiudo quel libro – nel quale ho ravvisato una espressione che mi appartiene – e lascio andare la mente che – da sola – ha scelto un pensiero da seguire; lo riconosco e voglio ricordarlo. Lo lascio andare. Non mi va di allontanarlo e, caso molto strano – oltre che inconsueto – mi confeziono una sigaretta. Non è un buon segno. Questo è noto. Sì.

Seguo il pensiero, le immagini e le reazioni neurofisiologiche: conosco l’origine di questa malinconia. Ho provato a descriverla, qualche tempo fa, pertanto la riporto, qui, nella sua veste originale.

Vicino, qualche tavolo più avanti, sotto la luce di una lampada, un uomo avanti negli anni ma dall’aspetto vivace era immerso nella consultazione di un classico libro di architettura “200”, degli inizi del nuovo secolo. Affrontava le pagine con fare deciso saltando da un capitolo all’altro come se stesse cercando le prove per la quadratura di una incongruenza. Non esitò a regalargli un sorriso quando incrociò lo sguardo di Robert. I suoi occhi recitavano antichi versi capaci di sciogliere le paure. Rassicuranti e teneri.

Ritrovare – da adulti – le (poche) persone che si sono prese cura della nostra formazione, stimolando, anche con una semplice parola, la viva curiosità, il desiderio di conoscenza e il fascino della ricerca, è una esperienza unica, immensa. Poterle finalmente abbracciare, realmente, significa riconoscere la reciproca valenza tra chi ha dato e chi ne ha fatto tesoro. In quel momento l’allievo restituisce al maestro la sua riconoscenza.

Come un padre che ritrova la figlia dopo anni trascorsi a distanza ed insieme iniziano a prendersi cura uno dell’altro pur sapendo che, per uno, il tempo rimasto è breve. Entrambi hanno la certezza di essere stati importanti l’un l’altro, che sono stati sempre uno accanto all’altro; e questo è ciò che si chiama felicità. Quel termine difficile da definire per ogni disciplina umana, diventa finalmente chiaro. Vivo, tangibile, presente. Verificando tutte le risposte su cosa la felicità non è.

Negli occhi di Robert si disegnò presto una gioia che da tempo non apparteneva a quella vita solitaria; quella gioia che tutti ricordano e che molti non hanno più rivisto e solo pochi hanno cancellato dalla loro memoria. Forse qualche linea di nostalgia si stava disegnando tra le pieghe del suo viso. [ndr Lei era lì pag. 219]

Di colpo ravviso cosa aveva scatenato nella mia testa la sensazione di “novità” angosciante, di disagio immotivato alla quale non ero riuscito a dare volto: stamattina non c’era, qui con me, il garrire delle rondini tutto intorno. Non ho udito zinziluare. Sono andate via, tutte insieme. All’improvviso. Il tempo è andato, come sempre: senza avvisare.

Come ha fatto Giulio Romano.

Come vorrei fare io. Adesso.