Chaos [Χάος]

L’argomento di questo post appartiene ad una della categorie – in questo blog – che da tempo non ricevono attenzione da parte mia. Tematiche che ho “trascurato” ma non certo per negligenza. Chiedo quindi scusa ai frequentatori “recenti” di questo blog: non vogliatemene.

E’ un argomento, diciamo, “specialistico” – come quelli pubblicati in Psicologia Evoluzionistica – che risponde, sia ad una esigenza “personale”, sia professionale [dentro la quale mi sto ri-avviando].

Molti mi chiedono qual è la necessità di conoscere il movimento delle nubi, le turbolenze dei fluidi, la traettoria di un fulmine e tanto altro che riguarda il Caos. A cosa può servire? A nulla, nel pratico, ma di sicuro amplia la visione della vita, modella schemi di pensiero, orienta le nostre scelte, migliora la condizione culturale della comunicazione; in fondo “serve” allo sviluppo neurologico e psicologico.

Molte “chiavi di lettura” della realtà vengono proprio dalla conoscenza scientifica. Ed è fantastico trovare un modo, personale, per applicarla. Aprire la mente alle scoperte per trarne giovamento. Fa parte di quel bagaglio che io definisco inutile [in quanto non produce profitto economico] che, più di ogni altro, ci arricchisce.

Vi invito pertanto a leggere il pezzo. Se non incontrerà il vostro interesse vi chiedo scusa e un po’ di pazienza. Grazie infinite.

Uno dei pochi articoli teorici che ho prodotto – e presentato nelle sedi appropriate – molti anni fa, riguardava la teoria del Caos applicata alla psicologia, come modello di studio della variabilità del comportamento umano,visto come sistema complesso. L’argomento fu accolto con notevole interesse e approvazione dalla comunità scientifica ma, al tempo, il supporto economico era basso [la tecnologia non era a buon mercato] per poter avviare la parte sperimentale (altre ricerche erano in corso) e, forse, anche perché, da li a poco, le mie energie sarebbero state spostate ed investite a fare il padre della mia primogenita.

  1. G. Presti, S. Ravera, R. Gentile. From Chaos to Chaos: the quest for sources of behavioral variability. 20th Annual Convention of the Association for Behavior Analysis, Atlanta (USA), May, 27-30, 1994

Il tempo passa, è passato. Arriva però un momento nel quale ti giri a guardare le cose che hai prodotto e ti accorgi di aver gettato un sasso e poi ti sei dimenticato di andare a vedere cosa è accaduto. Ti chiedi: come mai non sono andato avanti? Probabilmente avevi scritto una sciocchezza: è la prima risposta che ti dai. Ma sai che non è così; la comunità aspetta i tuoi contributi. Che ca[o]sino.

Ho ripreso a studiare – in effetti non ho mai smesso – o meglio: ho ripreso a farlo con sistematicità e soprattutto finalizzando parte dello studio alla discussione teoretica (non in senso speculativo) di cui c’è forte bisogno, proprio adesso. Soprattutto in psicologia.

Ma che c’entra il Caos con la psicologia? Bella osservazione, giusta domanda. La risposta è semplice: le discipline scientifiche hanno adottato modelli di studio della complessità in quanto naturale evoluzione dei modelli lineari di analisi. Il Caos “inizia” laddove le leggi della natura (ovvero la regolarità) si fermano.

La psicologia [sperimentale] non può lasciare il tavolo della scienza dove, con grande fatica, ha ottenuto il suo posto. Meritato.

L’equazione matematica che esprime un evento Caotico è elementare. Essa esprime che: “piccole differenze in ingresso possono generare, rapidamente, grandissime differenze in uscita”.

Tutti conosciamo l’espressione metaforica che lo rappresenta cioè che: “il battito di ali di una farfalla ha un suo peso su ciò che accadrà a migliaia di chilometri di distanza” [esistono decine di “versioni” di questa immagine e raramente viene enunciata quella originale di Edward N. Lorenz del 1979 ].

Anche in psicologia è emersa l’esigenza di osservare e studiare – con occhi e modelli di analisi diversi da quelli (lineari) “noti” – le espressioni comportamentali.

Mi è stato chiesto di tradurre in moneta corrente, spicciola, questo concetto e di inquadrarlo all’interno della psicologia. Conosciamo bene le espressioni comportamentali naturali, lineari ma cosa possiamo dire quando una leggera modificazione ambientale produce una infinità variabilità della risposta? Bella domanda e, come si dice nella scienza: la risposta non è ovvia. Il che equivale a dire: siamo in odore di premio Nobel, giusto per sottolinearne la difficoltà.

Mi aiuto con un esempio. Semplice.

Immaginiamo di osservare il comportamento di un individuo davanti ad un telefono fisso, qualche decennio fa. Quando [se] il telefono squilla il soggetto può rispondere o meno. Fintanto che non risponde non saprà chi c’è all’altro capo della linea. Se vuole saperlo [allora] con altissima probabilità, risponderà. Nel frattempo, colui che sta chiamando non ha motivo di pensare che dall’altra parte qualcuno non vuol rispondere (fatte le dovute e debite eccezioni) penserà che la persona è assente o, meglio ancora, che (in casa) siano tutti assenti. Una dinamica relazionale lineare, sia nell’osservazione, sia nelle deduzioni derivabili. Un evento che si presta a poche “interpretazioni” personali: la persona cercata non è in casa.

Torniamo al presente ed introduciamo una semplice variazione nella nostra equazione: il nome (o numero) di chi sta chiamando al telefono.

Il telefono squilla: so chi mi sta chiamando. Posso decidere se rispondere o meno sulla base di un numero [n] di motivazioni personali; non osservabili ma derivabili. La mancanza della risposta non è più “naturalmente” collegata all’assenza. Colui che chiama, se non riceve risposta, ha un intero capitolo manzoniano di ipotesi cui dedicarsi. Queste abbracciano fattori che oscillano da: avrà le mani occupate; sarà stato circuito e rapito dalla vicina o dorme, a: non ha voglia di parlarmi; avrò fatto qualcosa di male; è con un’altra; si sarà accorto che… si sta vendicando di… etc. etc.

Il grappolo di spiegazioni non serve a fermare la produzione ulteriore di tentativi alternativi al dialogo, testé rifiutato, perpetrati attraverso messaggi di testo (SMS): Verba volant scripta manent.

A questo punto inizia, per direttissima, il processo ad intenzioni e fatti, parole e silenzi, sospetti e proiezioni. Il festival degli scheletri nell’armadio del nostro “rifiutatore” di chiamata, viene mandato in diretta, on line, ad una compagine di seguaci.

Questo esempio, semplice ma adeguatamente esplicativo, serve a mostrare quanto sia diventato importante e urgente, oltre che (per definizione) necessario, individuare e studiare la complessità di talune dinamiche psicologiche soprattutto quelle legate alla comunicazione verbale. Una complessità che le altre discipline, biologia in testa, ci suggerisco di considerare per comprenderne la natura e derivare, laddove possibile, implicazioni per la loro applicazione.

Gli psicologi, oggi, hanno bisogno [molto più di qualche decennio fa] di queste conoscenze per affinare competenze scientifiche (ormai) necessarie per formulare risposte adeguate alla richiesta dell’utenza. Il “lettino” è un’immagine storica che merita il dovuto rispetto per il ruolo che ancora ricopre ma (but) c’è, adesso, bisogno di altri modelli di analisi della crescente complessità relazionale.

E’ un invito che faccio alle nuove generazioni.

Io mi muoverò, quanto prima e in solitudine, in questa direzione.

E sarà un bel finale.

Renato Gentile

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L’homo non è terrestre

Da qualche tempo un pensiero mi rimbalza puntualmente in testa; generalmente prende vita davanti ad un telegiornale o, talvolta, mentre sfoglio il quotidiano. Sto abbracciando lentamente la convinzione che l’uomo, la specie vivente indicata come Homo (attualmente allo stato evolutivo sapiens-sapiens), non sia una creatura terrestre. Un figlio/prodotto della evoluzione della vita sul pianeta Terra.

Da molti anni sono affascinato dalla evoluzione umana: da tutto ciò che potrebbe spiegarci come si sia evoluta la nostra specie. Cercare idee, indizi, tracce ed elementi che possano suggerirci in che modo, e soprattutto perché, la nostra specie abbia sviluppato tutta una serie di caratteristiche da renderlo unico è esercizio che reputo fondamentale per non smettere di affascinarsi alla conoscenza della vita in generale.

Siamo arrivati ad una ricostruzione verosimile, “accettata” da molte discipline, su come la vita si sia sviluppata sulla terra e come ogni evento catastrofico sia stato l’inizio di un cambiamento. Ogni cambiamento ha aggiunto una caratteristica, un dono, che ha condotto alla nascita di questa unicità della Terra in mezzo a miliardi di altri pianeti deserti. Vuoti.

Quel che invece rimane ancora sotto molti aspetti avvolto dal mistero è lo stolto comportamento umano o, forse, il comportamento umano stolto. Dove per stolto intendo quei modi di agire umani che non giovano, né tornano utili, alla sopravvivenza della propria (ed altrui) specie. Ovvero quei comportamenti, atti, azioni che conducono alla distruzione del patrimonio naturale (ricevuto in dotazione) che rappresenta le risorse di cui questa si serve per vivere in un equilibrio vitale. Per tutte le forme di vita.

La risposta, da tempo, è il rompicapo di alcune discipline che per secoli hanno cercato di indagare l’animo umano, la sua “essenza” o la sua indole, per trovare cosa lo spinge a comportarsi “male” coi simili e con la natura. Mentre la prima domanda ha ricevuto risposte rintracciate (e/o rinvenute) in tutto l’immaginario, visibile, invisibile e sovrannaturale che l’uomo ha creato con la sua fantasia, la seconda non ha alcuna risposta a meno che non si accetta l’istanza – creata dalla prima – che l’uomo è dominato dal male. Ergo.

Ora non so se l’uomo è (sia) dominato dal male (lo subisce o lo incarna) o lo ha inventato lui o era già di suo in questa condizione, in ogni caso riesco a giungere solo ad una conclusione: se l’uomo è così intelligente come diciamo, se è così dotato di ragione come ci piace immaginarlo ma sta distruggendo tutto, allora (probabilmente) non appartiene alla storia della Terra, non è un suo abitante e soprattutto non è un prodotto della vita che è nata e maturata sulla Terra.

Il comportamento umano non può essere una espressione di vita riconducibile, comparabile, a tutte la altre che osserviamo in natura né può essere derivata considerando quel che, il resto del pianeta, ha prodotto. L’homo è una bestemmia. La specie homo è un falso, proveniente o fabbricato chissà dove, o da chi, inserito impropriamente nel circuito di questo ecosistema. E’ inadeguato ed incompatibile con tutto ciò che sulla Terra rappresenta il mondo animale e vegetale. Solo così è possibile comprendere atti come: uccidere un feto di sette mesi per riscuotere un indennizzo in denaro da una assicurazione automobilistica o pubblicare su un social network degli autoscatti (selfie) sorridenti (ed allegri) davanti alla salma di un ricoverato, appena defunto in un ospedale dove era andato a curarsi.

Diversamente dagli altri esseri viventi (che seguono il ciclo naturale degli eventi) l’homo ha programmato ed avviato la sua estinzione; ne è consapevole. Cosciente al punto da sembrare disinteressato. Quasi contento.

Tra non molto tempo terminerà questo suo lavoro lasciando alla natura un grosso carico: il compito di accomodare la vita sulla terra. Un nuovo adeguamento post catastrofe sarà messo in atto dalla vita (quella vera) rimasta sulla Terra.

Oggi, a distanza di anni, molti forse, comprendo come mai – e forse anche perché – il programma socio-spaziale “Biosfera” sia fallito (la dicitura corretta è “chiuso”) e i suoi “preziosi” risultati tenuti in segreto. Poi qualcuno ha intuito ed “inventato” un volgare, volgarissimo, reality show.

Ho motivo di pensare che la “natura” dell’uomo, la sua “essenza” caratteristica, la peculiarità comportamentale di base, sia quella di produrre, fare, procurare, architettare e mettere in atto il male – la cattiveria in tutte le declinazioni – per trarne piacere. Unico vantaggio che se ne deduce è il piacere.

Renato Gentile

fiutare il sesso opposto

Gli esseri umani sono in grado di fiutare il genere opposto? **

La gente di solito riesce a definire il sesso di una persona in base a come questa si mostra, appare. Sembra comunque che gli esseri umani in realtà riescano a percepire il genere in base all’odore.

In questo recentissimo studio viene analizzata la capacità di farsi guidare dall’odorato per riconoscere il genere di appartenenza. L’esperimento è consistito nel fare annusare, a uomini e donne, una determinata sostanza chimica, prodotta dai membri del sesso opposto androstadienone & estratetranolo e chiedere di riconoscere il genere di una figura punteggiata nell’atto di camminare. I soggetti sono stati in grado di percepire dall’andatura se la persona fosse di sesso femminile o maschile in base al loro orientamento sessuale.

Lo studio fa un passo fondamentale nella ricerca dell’influenza dei due steroidi – come feromoni sessuali – esaminando se esiste un canale di comunicazione delle informazioni di genere in modo sesso-specifico.

I risultati mostrano infatti che il naso può fiutare il genere dalle secrezioni corporee, anche se l’odore non è percepibile a livello cosciente.

Questo supporta l’ipotesi dell’esistenza di feromoni sessuali umani, o segnali chimici secreti dal corpo, che influenzano il comportamento sociale dei simili. Molti animali comunicano attraverso i feromoni, ma le prove sull’azione di feromoni umani sono state fino ad oggi inconcludenti.

Questo studio invece suggerisce una evidenza: l’androstadienone è una sostanza chimica presente nel liquido seminale e nella secrezione delle ascelle maschili, che migliora l’umore delle donne che lo annusano. Allo stesso modo l’estratetraenolo è una sostanza chimica che si può trovare nelle urine delle donne, e produce lo stesso effetto sugli uomini.

Mi sembra doveroso dare una sintesi su come è stata condotta la ricerca dal punto di vista metodologico. Uomini e donne scelti come volontari guardavano figure puntiformi in movimento su uno schermo. Ogni figura rappresentava le 12 principali articolazioni del corpo, oltre il bacino, il torace (o il seno) e la testa.

Ai volontari è stato fatto annusare una delle sostanze: androstadienone, estratetraenolo o una soluzione neutra (come controllo). Venivano quindi invitati a giudicare se le andature puntiformi sullo schermo appartenevano a soggetti maschili o femminili. Tutte e tre le sostanze odoravano di chiodi di garofano, per evitare qualsiasi riconoscimento cosciente. I ricercatori hanno trovato che:

Annusare androstadienone rendeva le donne eterosessuali, ma non gli uomini, maggiormente percettive dell’andatura maschile rispetto al normale.

Allo stesso modo, annusare estratetraenolo rendeva gli uomini eterosessuali, ma non le donne, maggiormente percettivi dell’andatura femminile.

Ma c’è di più: gli uomini omosessuali hanno risposto all’Androstadienone allo stesso modo delle donne eterosessuali mentre donne bisessuali e omosessuali hanno avuto una risposta che era in linea con la risposta degli uomini eterosessuali e donne delle eterosessuali.

I risultati forniscono la prima prova diretta che le sostanze chimiche prodotte dal corpo umano possono comunicare inconsapevolmente informazioni riguardo al genere in base al sesso e all’orientamento sessuale. Inoltre dimostrano che la percezione visiva umana a seconda del genere, disegna un effetto che è stato finora insospettato.

Buon lavoro

  • La ricerca è appena apparsa (1 maggio) nella rivista Current Biology.

http://www.cell.com/current-biology/abstract/S0960-9822(14)00327-3

 

Ciao… da quale pianeta vieni?

English: Venus and Mars, fresco by Agostino Ca...

English: Venus and Mars, fresco by Agostino Carracci in the Palazzo del Giardino (Parma). Credit: Wikipedia)

Molti studi, precedenti a quello qui proposto (condotti con strumenti come questionari, tests, prove di capacità ed attitudini), hanno cercato di mettere in evidenza le “differenze comportamentali” che si possono osservare tra uomini e donne: un fatto perfettamente naturale. Le donne, ad esempio, hanno (possono avere), in media, una migliore memoria verbale e cognizione sociale, mentre gli uomini hanno migliori capacità motorie e spaziali. In media: è questa la parola magica che viene omessa sistematicamente da chi si cimenta nella diffusione “popolare” dei risultati. Come se ci fosse una linea netta di demarcazione. La parola “genere” viene sostituita con “sessuale” ed il gioco è fatto: l’incompatibilità diventa scienza.

Questi “risultati”, senza considerare le dovute specifiche vengono diffusi come cibo nutriente per alimentare l’ignoranza sulla quale vengono coltivate e vendute (consapevolmente) le migliori motivazioni per appoggiare le guerre di vendetta e rivendicazione di genere di qualsiasi tipo. Diventano le prove scientifiche per giustificare tradimenti, delusioni, colpe, litigi ed incomprensioni di coppia. Sono i migliori frutti dell’ignoranza: i luoghi comuni. Proliferano ad ogni affermazione e vengono diffusi da media “culturali” in tutti gli spazi che è possibile raggiungere ed occupare. Alcuni commenti diventano appetibili suggerimenti per sfornare libri sulle differenze genetiche che amplificano la difficoltà di divenire coppia nella contemplazione delle differenze. Trattati di valide (false) giustificazioni, fornite dalla scienza, sui motivi per i quali uomini e donne non possono vivere insieme per un lungo periodo: sono diversi non solo “sessualmente”. Non c’è niente da fare; non ci si può capire. Vengono da pianeti diversi: un pianeta buono ed uno cattivo per definizione. Come se non fossimo figli della medesima materia.

Studi più recenti, condotti con strumenti di diagnostica per immagini neurologiche (brain imaging), hanno mostrato (e non: dimostrato) che il cervello delle donne (non: le donne) possiede una più alta percentuale di materia grigia, il tessuto computazionale del cervello, mentre gli uomini hanno una maggiore percentuale di sostanza bianca, i cavi connettivi del cervello. Guarda quanta materia grezza su cui ricamare invettive e cattiverie di genere (sessuale).

Vorrei invitarvi a “svolgere” un compito (a casa): cosa si può trarre da queste affermazioni, lavorando di fantasia ed ascoltando (seguendo) una rabbia interiore individuale (personale) e momentanea (contestuale) per l’altro sesso, da queste notizie? Tanto. Tutti argomenti che catturano, stimolano, l’interesse di moltissimi lettori.

Se avete poca ispirazione o la vostra fantasia è momentaneamente occupata a sognare un centro benessere, vi consiglio di consultare le pagine di alcune riviste scientifiche diffuse nelle sale d’attesa del parrucchiere. Contengono una messe di suggerimenti sulla cattiveria creativa umana… per non parlare dei contenuti di rotocalchi che hanno una sezione dedicata ai rapporti di coppia in crisi. Il festival di Sanremo delle Neuroscienze a cura dell’esperto.

Il problema è che spesso queste perle di scienza approdano nelle perizie legali dei tribunali. Non si può certo pretendere che sia compito dei Giudici verificare la validità della fonte. Ma questo è un altro aspetto.

Torniamo a noi; nello studio di cui vi parlo (3 Dicembre 2013, Proceedings of the National Academy of Sciences) i ricercatori hanno scansito il cervello di 949 giovani di età compresa tra gli 8 e i 22 anni (428 maschi e 521 femmine), utilizzando una metodica per risonanza magnetica (MRI). I dati sono stati trattati considerando il campione sia come un unico gruppo, sia come due gruppi separati: divisi per età.

“In media, i cervelli degli uomini mostrano collegamenti maggiori tra la parte anteriore a quella posteriore più forti rispetto alle donne, mentre quelli delle donne hanno maggiori connessioni da sinistra a destra. Nel complesso, i giovani maschi mostrano significative connessioni all’interno emisferi cerebrali, mentre le giovani donne evidenziano significative connessioni tra gli emisferi”.

Quando i ricercatori hanno confrontato i giovani per fascia di età, hanno individuato differenze cerebrali più marcate (e pertanto molto interessanti) tra gli adolescenti (13,4 – 17 anni), suggerendo che i sessi iniziano a divergere negli anni dell’adolescenza. Le maggiori differenze tra i due encefali (maschile e femminile) si riscontrano a livello della connettività tra i due emisferi. L’encefalo femminile presenta maggiori connessioni tra gli emisferi in sede lobo frontale. Queste differenze si riducono con l’età; col tempo le connessioni si distribuiscono in tutto il cervello e non solo nel lobo frontale.

Nella scienza è ben chiaro che bisogna stare “lontani” dalla tentazione delle generalizzazioni soprattutto quando si tratta di comportamento umano (la cui variabilità è immensa). Non è possibile né deontologico trarre “conclusioni” di genere. Sono tanti i fattori che bisogna tenere in considerazione per avviare, sullo stesso livello di analisi, piani di utilizzazione (applicazione) di queste conoscenze. Lascio a voi la riflessione con un personale suggerimento: l’età dell’adolescenza. Per molti considerato un periodo “critico”; secondo me è critico per le occasioni educative che vengono disattese ed omesse. Occasioni preziose perfettamente e puntualmente mancate. Ma questo è un discorso vecchio che non piace alla politica e soprattutto agli operatori della mente e della psiche.

Renato Gentile

Gemelli & Orgasmo

Il mistero dell’evoluzione dell’orgasmo femminile si colora viepiù.

Sesso reggio emilia

Sesso reggio emilia (Photo credit: Wikipedia)

Costantemente. L’orgasmo, si sa, tiene svegli… anche se sappiamo che si può avere l’orgasmo anche da morti. Intendo proprio dire da defunti: quelli cioè che non si svegliano più e non quelli che al mattino scivolano dal letto, preparano il caffè ed escono di casa per andare al lavoro.

Compito per casa: vi invito a scoprire il nome di questo riflesso.

Come ben sappiamo i biologi ma anche gli psicologi (per carità non dimentichiamoci di loro) evoluzionisti non sono riusciti, ancora, a definire se l’orgasmo si sia evoluto per dare alle donne una spinta riproduttiva, o se è semplicemente un sottoprodotto (byproduct) evolutivo dell’orgasmo maschile. Questo termine tradotto in lingua italiana (non certo da me) suona molto maschilista; io preferisco utilizzare il termine “effetto secondario”.

L’ultimo tentativo, recente, per cercare di risolvere la controversia ha coinvolto nello studio circa 10.000 soggetti, tra coppie di gemelli e coppie di fratelli, per valutare le loro abitudini sessuali. Un classico disegno di ricerca quando si vuole mettere a tappeto la Natura o la Cultura.

Se l’orgasmo femminile è un semplice sottoprodotto dell’orgasmo maschile allora alla base della medesima funzione ci saranno geni simili riscontrabili sia negli uomini che nelle donne; pertanto (di conseguenza) i gemelli di sesso opposto e fratelli distinti certamente condivideranno maggiori somiglianze nel loro suscettibilità orgasmica rispetto alle coppie di persone indipendenti.

In linea con i risultati delle ricerche precedenti, Zietsch e Santtila (sono questi i due ricercatori) hanno ipotizzato che gemelli identici dello stesso sesso avrebbero avuto maggiore somiglianza orgasmica rispetto a gemelli non identici dello stesso sesso e fratelli, mostrando così che i geni hanno un ruolo nella funzione orgasmica fornendo pertanto qualche evidenza al fatto che lo scenario del sottoprodotto potrebbe essere corretta.

Tuttavia, contrariamente alle aspettative dei sostenitori del sottoprodotto, i due ricercatori hanno scoperto che i gemelli di sesso opposto e fratelli non gemelli, non presentano alcuna correlazione di abilità orgasmica (orgasmability). Ma guarda.

“Questo indica che i geni che influenzano la funzione orgasmica negli uomini non sono gli stessi di quelli delle donne”. In altre parole, orgasmo maschile e femminile si sono evoluti secondo vie “genetiche” (si insiste) diverse e l’ipotesi del sottoprodotto non è corretta. Finalmente.

Da queste conclusioni, naturalmente, è nato un vero fermento teoretico: una marea di commenti e divergenze. Il dibattito cresce e riprende la sfida: un nuovo festival per i Peeping Tom.

Chi, come me, rimane ad osservare il susseguirsi delle dinamiche teoretiche-sperimentali si diverte un mondo: la scienza è anche questo. Divertimento.

Forse bisogna provare con un altro segno Zodiacale. Toro?

4 Tipi di Orgasmo: scegli il tuo

English: Werner Heisenberg and Niels Bohr

English: Werner Heisenberg and Niels Bohr (Photo credit: Wikipedia)

“La scienza è scienza”.

Una banale tautologia utilizzata per rispondere ai nostri interlocutori quando ci chiedono il perché di talune ricerche – e soprattutto il perché di talune metodiche – e non abbiamo una risposta. Questa risposta significa fondamentalmente che la scienza è spietata: mette a nudo la verità e pertanto è utile. E’ necessaria: fornisce le risposte. Non si sbaglia. E’ indipendente.

Quest’ultima affermazione è fondamentale e mi garba tanto. Mi garba ma la sento (a volte) un po’ stonata e per un (ex) musicista la stonatura, a meno che non dissoni in maniera con-cordata (da accordo), stride. La scienza è metodo; lo scienziato è metodico ma è umano (human). Potrebbe cioè non essere completamente indipendente; è un osservatore ma subisce – con misura variabile – l’influenza di altri fattori, dinamici, del setting cioè dell’ambiente. E’ umano; appunto naturale e non c’è (quasi) bisogno di invocare Werner Heisenberg ed il suo principio di indeterminazione. Se vale per la fisica vale ancor di più per un umano-sociale. La scienza fornisce risposte alle domande, alle nostre curiosità, alla nostra naturale sete di conoscenze e per questo utilizza strumenti di misura indipendenti.

Nello studio delle scienze umane, le domande possono scatenare talune “ossessioni” (anche io ho avuto le mie), veri accanimenti metodologici alla ricerca di una risposta. Ciò conduce, talvolta, a deviare la direzione della ricerca, sbagliare strada, utilizzare strumenti inadeguati, trovando correlazioni non verosimili e conclusioni azzardate. Ci si innamora. Guarda un po’.

Da qualche tempo, il tormentone comune di un settore di ricerca in psicologia, è l’orgasmo femminile; la sua funzione biologica. In quanto scienziato ho una posizione (nota) ed elaborato alcuni commenti e considerazioni personali in merito; nelle sedi pubbliche però mi limito ad analizzare finalità, ipotesi e metodiche. Vediamo a che punto siamo.

Il dibattito è concentrato sulla funzione biologica dell’orgasmo femminile: molte specie si riproducono sessualmente con successo in assenza di (apparente) orgasmo femminile. Questa considerazione suggerisce che l’orgasmo femminile non è necessario per la riproduzione. Pertanto alcuni studiosi sostengono che l’orgasmo femminile sia un adattamento evolutivo scolpito dalla selezione naturale per aumentare, in qualche modo, la capacità riproduttiva definita in termini di dispersione di geni nelle generazioni future (Baker & Bellis, 1993a, 1993b; Thornhill, Gangestad, & Comer, 1995; Cronin, 1991).

Altri sostengono che l’orgasmo femminile esiste come mero sottoprodotto dell’adattamento maschile, cioè: la forte spinta selettiva ci ha fornito un pene maschile sensibile, il clitoride (per alcuni era al femminile) è semplicemente il suo “involontario” omologo fisico. Pertanto esistono orgasmi femminili solo perché i maschi sono stati selezionati per avere orgasmi come ricompensa prossima per l’attività sessuale (Gould, 1987; Lloyd, 2005; Symons, 1979).

Il dibattito per verificare se l’orgasmo femminile sia un adattamento evolutivo, direttamente creato dalla selezione naturale per promuovere la fitness riproduttiva individuale, è acceso. Molto.

Questa posizione ha suggerito di prendere in considerazione la ricerca sui diversi tipi di orgasmo in quanto potrebbero far luce sulla questione. Come è noto (da altre ricerche) il genere femminile, a differenza di quello maschile, riferisce che i loro orgasmi differiscono non solo per intensità, ma anche per la loro localizzazione fenomenologica e delle componenti emotive coinvolte (Judson, 2005).

Questa “intuizione” è stata molto apprezzata, sia dai ricercatori sessuologi (Bentler e Peeler, 1979; Levin, 1981, 1998, 2001, 2004; Levin & Wagner, 1985; Singer & Singer, 1972), sia dai terapisti della sfera sessuale (Fisher, 1973; Sundahl, 2003). Tale ricerca potrebbe, secondo costoro, fornire una base per: a) individuare e b) definire diversi tipi di orgasmo femminile nella speranza di avanzare, attraverso la comprensione dell’esperienza sessuale femminile, ipotesi sulla funzione evolutiva dell’orgasmo femminile.

Indipendentemente dal fatto che l’orgasmo femminile sia considerato un prodotto dell’adattamento  (Baker & Bellis, 1993a, 1993b; Thornhill et al., 1995) o meno (Gould, 1987; Lloyd, 2005), o abbia un’altra cornice di riferimento (Masters & Johnson, 1965, 1966), resta il fatto che molti studiosi  abbracciano l’idea che tutti gli orgasmi femminili sono essenzialmente la stessa cosa. Lo studio di cui parlo ed altri a seguire sono andati oltre, hanno identificato quattro tipi di orgasmo femminile senza aggiungere una sola conoscenza a quelle note. Naturalmente li hanno chiamati: Tipo I, Tipo II, Tipo III etc. Scientificamente.

Queste ricerche sotto molti aspetti metodologici risultano banali o incongruenti ma sono ricche di spunti “erotici”, vero miele per giornalisti dei rotocalchi femminili, che trattano (cioè parlano) di salute e benessere, magari ci fanno un “test psicologico” carta e penna, il giochino da fare dal parrucchiere: Di che orgasmo sei? Stupendo. Altrettanta fonte di ispirazione per gli autori di affascinanti trasmissioni TV pomeridiane; quelle dei salotti culturali con fior di opinionisti improvvisati – quelli della notorietà fallita – che fanno molto ascolto coi quali discutere su: “Hai mai finto un orgasmo?“. Oppure sono veri tesori per quegli operatori della psiche che, se gli passano per mano ed hanno amici nell’editoria, ci scrivono un libro di auto aiuto. In fondo “cercarsi” in un libro è bello: parla di te. Finalmente qualcuno si è accorto di te.

L’orgasmo attrae alla grande. Dai: clicca mi piace.

No, no, scusatemi: questa non è la RAI e non siamo su facebook.

Ref. Robert King, Jay Belsky, Kenneth Mah & Yitzchak Binik; Archive of Sexual Behavior, August, 2010