Video: vietato ai genitori incapaci

Un semplice, geniale e breve video.

Lo voglio dedicare a tutti quei genitori, insegnanti ed educatori che seguono con attenzione ed interesse lo sviluppo del bambino.

Naturalmente è vietata la visione, o meglio ne sconsiglio la visione a coloro i quali sono legati a tutti quei pregiudizi, luoghi comuni e leggi di cultura casalinghe (ante guerra) sullo sviluppo del bambino. E’ ovvio che non saprebbero cosa farsene… e poi è in inglese.

Domani 12 Ottobre, è la giornata dei soggetti con Sindrome di Down. Loro mi hanno insegnato tutto quello che c’era da imparare sullo sviluppo e sull’educazione. A loro va il mio infinito ringraziamento.

Renato Gentile

http://www.huffingtonpost.com/2014/10/10/toddlers-angry-behave-study-video_n_5959482.html

 

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La scuola: un pesticida della cultura.

Sragionamenti #3

La fine dell’anno scolastico, lo scorso mese di giugno, mi ha visto per motivi diversi coinvolto occasionalmente, di striscio, ad assistere incidentalmente ad alcune dinamiche legate alle svolgimento degli esami di licenza media. Ne ho tratto materia di riflessione sulla pochezza di alcuni esemplari del genere umano e soprattutto mi ha fornito argomenti di goliardico intrattenimento durante le serate tra amici. Naturalmente sia le prime che le seconde hanno il sapore dell’amarezza e soprattutto della rabbia dettata dall’impotenza contro l’ignoranza. Una triste, seria e radicata (immodificabile) realtà. Made in Italy.

La mia posizione nei riguardi del sistema scolastico (non certo educativo), o dell’istruzione, è quanto mai nota. Vecchia da tempo: da quando ho iniziato ad occuparmi di educazione speciale. Decenni fa. Chi mi ha incrociato, in qualche modo, conosce il mio “adagio” trasgressivo, provocatorio, cattivo, acre che utilizzo per proclamare la grandezza della scuola italiana. Non è una battuta. Ho detto grandezza.

Sono del parere che il 70 – 75 per cento degli insegnanti scolastici sia semplice ma in questo caso inutile, zavorra.

E qui, con uno scatto che niente ha da invidiare al moto mondiale, dalla platea partono gli insulti. Sempre, puntuali. Tremendi. Si inizia con una diagnosi di psicopatologica che dovrebbe rappresentarmi, si passa per un commento sulla cultura dei miei genitori e sull’educazione impartitami, si soffermano sulla presunta professione di mia madre e sullo stato civile di mio padre ed infine sfociano con calorosi auguri di ottime malattie mortali da contrarre da qui a poco ed anatemi sul mio futuro. Tutto noto, tutto previsto: tutto sotto controllo. Incasso.

Dopo aver recitato gli scongiuri, cha a quanto sembra funzionano anche se non ci si crede, passo a concludere la frase (interrotta) il cui inizio ha scatenato la rivolta dei Vespri. La mia serenità impermeabile, almeno esteriormente, a tutto quel ben di dio di curriculum irrita ancor di più gli astanti. Generalmente in questi brevissimi frangenti, mi posso giocare una variante, una carta da bastardo, dettata dalle condizioni di rabbia che voglio creare: gioco al ribasso o al rialzo della percentuale… e scateno l’ira di dio.

Finalmente la reazione si scarica e posso concludere il mio pensiero; sempre col fucile puntato addosso.

Il rimanente 30 per cento del corpo docente (continuo) è talmente preparato, motivato e culturalmente orientato alla professionale, da far andare avanti bene l’intera baracca. Queste persone sono veramente eccezionali: fanno funzionare la scuola. La preparazione di queste persone, la loro cultura, la loro modestia e la loro bravura didattica sarebbe da diffondere, da distribuire, da imitare. Sono la vera ed unica forza, invisibile, della scuola. Pensate: 30 persone, su 100, salvano l’istruzione dal crollo. Ed è una ricchezza che vive nel silenzio e nell’onestà del proprio lavoro; nel muto impegno della speranza di dare vita a giovani che altro non desiderano che questo: basta saperglielo offrire.

La realtà e che anche la scuola ha adottato sistemi di istruzione cautelativa annoverando molti proseliti: scansafatiche, ignoranti, disumani ed irresponsabili. Ciò significa che abbiamo perso ogni speranza di crescita e di sviluppo. L’istruzione, diventata (a suo tempo) obbligatoria per legge, ci viene nuovamente negata per difetti strutturali. Si rimane ignoranti: si formano (volutamente) ignoranti Certo non siamo più analfabeti, come mia nonna ma certamente molto più ignoranti. Le molteplici riforme, in mano a dei veri ladri di futuro, hanno partorito dei mostri: insegnanti ignoranti, frustrati, disinteressati e soprattutto incompetenti e demotivati ma investiti di un potere che nessun “buon padre di famiglia” darebbe loro in mano. In pratica sono dei cloni, perfetti, dei politici italiani. Precisi.

Si salvano poche (ma buone) persone che hanno la fortuna di incontrare quel 30 per cento. In ogni caso meglio di una lotteria. Non oso pensare a quali novità “epocali” (come si usa dire da tempo) andremo incontro nel prossimo futuro con nuove riforme; anche l’immaginazione può avere i suoi limiti quando il peggio è già stato fatto. Una cosa è certa nessuno dei politici prenderà in mano uno dei libri di testo della scuola media per “sperimentare” quanto impossibile sia imparare qualcosa da quei libri, da come sono concepiti e dal modo in cui vengono trattati gli argomenti. Lo specchio di quel 70 – 75 per cento.

E’ una sfida aperta a tutti, da me naturalmente: riuscire ad imparare qualcosa di sensato e soprattutto corretto da quei libri. Chi li scrive e (poi) chi li disegna, ne cura le immagini e l’impaginazione, sta pensando ad un “magazine”, non di più, non certo a creare uno strumento di studio e lavoro. No.

Mi chiedo come faccia un insegnante ad adottarli, qual è il criterio di scelta, la logica della costruzione del sapere da trasmettere. Non offrono alcuna visione di apprendimento: neanche nozionismo. Zero.

Mi piacerebbe che i genitori prendessero in mano i libri e cercassero di capire qualcosa ed esprimere la loro opinione. Finalmente. E poi naturalmente mi piacerebbe somministrare le prove INVALSI (livello scuola media inferiore) a tutti i nostri parlamentari, secondo le regole. Sono certo che ci sarebbe davvero da piangere. Da tutti i lati della faccia.

La scuola Italiana – ovvero i ministri che ne hanno preso carico – è riuscita a cancellare totalmente, modelli didattici di vera eccellenza in poche misere battute spacciate per riforme, come se il patrimonio culturale e l’approccio didattico che era stato creato fosse sbagliato.

Forse, però, a pensarci bene lo era, lo ha rappresentato nei fatti; ci avrebbe fatto diventare una Nazione migliore. E questo non è contemplato da chi vuole governare basandosi sull’ignoranza.

Dai, si torna a scuola: consideriamola una pausa, presto sarà finita.

Renato Gentile

Insegnanti che uccidono la scuola

Ho sempre cercato di tenermi lontano, distante dalla scuola, l’ho già confessato. Per una serie di coincidenze mi ritrovo comunque, piacevolmente, ad avere contatti con alcuni insegnati. Persone di vero spessore, soprattutto umano e civile.

Quel che non comprendo, ancora oggi dopo 30 anni, è come abbiano fatto alcune persone, fortunatamente poche, ad abbracciare questo lavoro vendendosi o votandosi al ruolo di operatori e non a quello di professionisti come dovrebbe essere. Come le grandi figure della nostra storia ci hanno insegnato.

Ripeto, fortuna che sono pochi ma ahimè producono un danno tremendo non solo alle casse dello Stato ma soprattutto al futuro di ragazzi che difficilmente riusciranno, poi, da soli, a risalire la china dell’istruzione o della legalità sociale. Un ulteriore danno lo procurano (al fegato) dei colleghi professionisti che vedono premiato (in un certo modo) l’assenteismo, il menefreghismo e la superficialità, facendogli vivere un conflitto che li spedisce, gratuitamente, in situazioni di forte stress. Ma questi sono danni collaterali.

Gli operatori godono infatti di un buon riconoscimento; vengono percepiti come attivi, sicuri di se stessi e preparati. Una bella immagine. Vediamoli da vicino… ma non troppo.

Gli insegnanti operatori sono molteplici e di natura diversa: un campionario molto ampio e vario. Li accomuna il fatto di essere fortemente legati alla fiscalità. Talvolta, quasi sempre, risultano egocentrici rispetto al lavoro; sono quelli che programmano la loro presenza scolastica in base al tempo che rimane loro libero dalle faccende personali di primaria necessità: parrucchiere, palestra, estetista, aperitivo, danza. Un classico, soprattutto nel meridione di Italia.

Il prototipo di operatore dell’istruzione impiegato (e pagato) dal Ministero con i soldi dei contribuenti è un salutista: estremamente “cauto”. Conosce cioè tutto ciò che potrebbe nuocere alla sua salute nel caso di un controllo, una denuncia, un richiamo, una lamentela o una ispezione. Pertanto si limita a fare solo ciò che è disposto dal protocollo di cui conosce a menadito ogni singola normativa. Può ripeterla o addirittura recitarla (a seconda del contesto) con la sicurezza e l’enfasi di un attore di prosa vissuto e ad essa si adegua anche a costo di far morire qualcuno. Sa come muoversi per essere attivo senza fare nulla. Una metodica direttamente mutuata da alcuni medici e paramedici ospedalieri; guarda quanto è piccolo (ma ampio) il mondo degli “operatori”; li puoi trovare ovunque. Non c’è neanche un disoccupato.

Il loro demone persecutore è il termine responsabilità. I loro ritornelli suonano monotoni: di chi è la responsabilità se accade questo? “Se fai questo, se fai così, ti assumi una responsabilità che non ti spetta e ne paghi eventuali conseguenze”. “Io questo non posso farlo, non rientra nei miei compiti né nelle responsabilità previste”; ergo puoi morire ma io non mi muovo. “La legge dice che devo fare così ed io faccio come mi dice la legge”. Che cittadino modello!

La loro paura principale è “la denuncia” e quindi si laureano – e poi specializzano – in “evitamento” ovvero: non fare nulla e stare a guardare. Ma sono (pur sempre) insegnanti, non dimentichiamo la qualifica, e come tali insegnano o meglio intimano ai colleghi, redarguendoli, di stare attenti. Li informano quotidianamente sulle possibili assunzioni di responsabilità, pericoli, norme e sanzioni. Diffondono il verbo del mestiere di operatore. Qualcosa devono pur fare. O no?

Si. Eccome. E si che devono fare qualcosa; devono – ad esempio – difendersi con tutti i mezzi normativi dai ribelli. Quei “colleghi” (cosiddetti) che non seguono le disposizioni, le regole, le norme e le circolari. Fanno arbitrariamente secondo coscienza: roba di altri tempi. Sono capaci (per esempio) di portare a teatro un ragazzo, il solo in classe, che non ha consegnato la quota di partecipazione e quindi non autorizzato a lasciare la scuola dove sarebbe rimasto al sicuro: da solo in classe. Terroristi della scuola. Soggetti pericolosi che sanno (a modo loro) come affrontare i problemi e risolverli senza   rendersi conto che possono creare dei precedenti gravi con conseguenze tremende per chi è aspirante operatore di carriera. Con tanto di titolo. Un guaio, una disgrazia: proprio dentro la scuola. Un marciume.

La necessità di diffondere, propagandare e difendere, il modello cautelativo dell’istruzione è ovvia, non c’è bisogno dello strizzacervelli per comprenderlo. Un amico strizzologo mi ha passato la dritta. Costoro sono persone che probabilmente non padroneggiano la loro professione sono, diciamolo, impreparati. Forse (ma queste sono voci) non sanno neanche insegnare: sono quelli che spiegano la lezione e “se l’alunno non ha capito sono fatti suoi” e se quando interrogato non risponde prende tre, perché “la colpa è sua che è asino”. L’operatore ha il dovere di dargli un cattivo voto: lo dice (e lo impone) la legge. Applicano disposizioni e linee direttive di valutazione in maniera pedissequa, rigida e fortemente burocratica. Non hanno (continua ancora la dritta) alcuna capacità empatica né qualità umane di alcun tipo. Non si concedono “piaceri” futili come: aver insegnato, trasmesso interesse, fatto emergere sicurezza utile. Sono persone normali, non sono deviati come quegli altri, quella massa di ribelli incivili. I professionisti.

Gli operatori però sono, soprattutto, progressisti: sono i primi a promuovere e partecipare ai corsi di aggiornamento. Un primato di ci vanno fieri. Scelgono e propongono corsi utilissimi per migliorare le loro qualità, dai quali – cioè – poter reperire migliori o ulteriori strumenti per evitare l’impegno lavorativo e ri-definire – al ribasso – i limiti entro cui muoversi.

Riuscire ad esempio ad acquisire elementi di valutazione (o anche avanzare il minimo sospetto) per poter dichiarare – con tono accorato di allarme – che un alunno, ad esempio, è dislessico rappresenta un enorme vantaggio e risparmio di tempo (suo naturalmente). Per lui, operatore preparato ed aggiornato, aumenta il livello cautelativo: avere minore responsabilità nell’insegnamento. Un ulteriore carico di lavoro, è vero, ma ne vale la pena: pensa a quanto tempo si può risparmiare.

Delegare il problema della propria ignoranza, incompetenza e negligenza ad altre figure, per la presenza di eventi fuori dalla sua competenza e operatività, non è facile ma è una vera ambrosia. Il suo vero ed unico scopo istituzionale… dopo lo stipendio.

Donne che odiano le donne II

Il pezzo sulla giornata della donna e la sua digressione sul femminicidio, ha stimolato una serie di attenzioni verso il tema e per le posizioni espresse. Alcuni commenti sono giunti alla mia casella di posta e sarebbe stato interessante renderli pubblici.

Un aspetto, più di altri, invoca un chiarimento; ho dato per scontato alcuni passaggi e reso incomprensibile il riferimento. Si tratta del “programma” di smantellamento della figura femminile per paura della sua presenza nelle sedi importanti. E’ un tema che affronto anche nel mio II romanzo.

Innanzitutto, e non si tratta di una raffinatezza linguistica, vorrei rilevare che i media (medium) parlano di “Festa della donna” e non più di Giornata della donna. Senza spendere un centesimo svuotano di significato – del vero significato – la ricorrenza. Non è una sottigliezza, un dettaglio ma un elemento fortemente indicativo. Scientifico.

Generalmente indico come autore (creatore), di questo progetto (verbale) i Governi; una entità di potere – non facilmente identificabile in “qualcuno” – cui (qualcosa come) la cultura, la conoscenza, la scienza, la democrazia può nuocere gravemente. Moltissimo. I Governi temono l’intelligenza.

La macchina dei programmi di smantellamento lavora con armi semplici: sforna con matematico criterio comunicazioni “innocenti”. Invita (spinge dolcemente) la gente ad assumere, ed infine condividere ed abbracciare, talune posizioni, atteggiamenti e valori dai quali si materializza uno stile di vita. L’indignazione di altri ha bisogno di tempo per manifestarsi e non possiede potenti canali di comunicazione: si getta il sasso e si rimane a guardare senza sporcarsi le mani.

L’esercito della comunicazione che porta avanti il programma di alienazione sociale – fatte le dovute e serie eccezioni – è noto. L’occhio esperto li riconosce subito ma sono ben mimetizzati, insospettabili e protetti. Il popolo non se ne avvede anzi li ritiene persone autorevoli, fonti di sapere e conoscenza e soprattutto paladini del vero. Giusti ed imparziali e soprattutto simpatici. Fanno propaganda efficace.

Mi lancio subito nell’esempio.

Che alla base del “femminicidio” ci sia un rapporto di coppia malato non c’è dubbio. L’oggetto da indagare (mi sembra più che ovvio) è il rapporto di coppia. Il “malato” è individuato e le caratteristiche ben definite. Le sorgenti della “malattia” sono altrettanto note. Ma il tema è scottante. Pericoloso. Capace di fare emergere migliaia di disattenzioni e falle pedagogiche e sociali ovvero politiche.

I personaggi dell’esercito al soldo dei Governi entrano subito all’opera: ci informano (ovvero ci fanno intendere, credere) che gli uomini – ahimè contrari per definizione alla emancipazione della donna – si oppongono alla loro libertà, provano e promettono ma non ci riescono e, alla fine, cedono e la uccidono. Non hanno scelta: gli uomini sono malati, cattivi, non possono fare a meno di esprimere la loro natura violenta.

Le donne – sorprese – hanno paura. Non sono cattive subiscono e tacciono; per amore. Non sanno ribellarsi, sono deboli. L’uomo è più forte e le sopprime. L’emancipazione femminile ha un nemico. Preciso.

Come da copione, il problema è già stato deviato (ed anche risolto); l’attenzione è andata da un’altra parte. Con poche semplici frasi – una spiegazione scientificamente pacchiana declamata da uno strizzacervelli attraente e la dichiarazione del politico “trendy” di turno – e la notizia sulla quale orientare i pensieri e le posizioni dell’opinione pubblica è data. Gli uomini sono ufficialmente violenti, intrinsecamente orientati al femminicidio.

Una parentesi: ci sono uomini più stupidi che (anche se so che il loro intento è onesto ed anche nobile) abboccano e si organizzano per formare una (nuova) categoria di uomini dichiaratamente non violenti verso le donne. Come dire che alcuni preti si dichiarano non pedofili. Chiusa la parentesi.

La cassa di risonanza per meglio diffondere l’opinione “corretta”, giusta, è costituita dal seguito – al completo – di servi, vassali, ancelle, maggiordomi e soprattutto aristocratiche cortigiane e le loro autorevoli “opinioni” in merito. Loro sanno come alimentare il tema: se ne parlerà  – di certo – per settimane in Televisione, in orari ben definiti, e sulle riviste collegate, distribuite nei luoghi di incontro più adatti.

L’oggetto, l’argomento di studio, il problema da risolvere ovvero il rapporto di coppia – la relazione umana – e la sua educazione (o rieducazione) viene cassato. Occultato. Il problema reale, quello vero, da affrontare, sparisce.

Al suo posto rimane il match semplificato: uomini contro donne. Un derby; né più né meno. Tutto si muove come per un incontro sportivo dove le analisi e le opinioni (post hoc) sono a perdere. Divide et impera. Facilissimo.

Gli amministratori (i nostri politici) di turno possono dormire sereni e pensare alle cose personali.

Tutto questo ha sempre funzionato ma, col tempo, potrebbe non essere più tanto “logico”. Qualcuno potrebbe svegliarsi dal coma letargico televisivo. Quando questo pericolo si presenta, i Governi giocano la carta della sezione “scientifica” deviata al suo soldo. La scienza è indiscutibile. Così, con abile mossa, ferma il gioco e prende tempo per riorganizzarsi. La scienza prende la parola e prepara una “nuova” direzione. Nota.

Ed ecco che da domani gli uomini non saranno solo violenti, cattivi e stupidi ma anche ignoranti: non leggono non sono informati. Se leggessero invece di pensare alle partite di calcetto saprebbero come comportarsi. E qui vi regalo un esempio della nuova campagna a favore della “emancipazione femminile”:

E’ arrivato il momento di abbandonare la monogamia? Forse sì. Uno studio condotto da quattro università americane ha dimostrato che avere più partner può migliorare la “qualità” della prole. Gli scienziati hanno studiato un antenato del pollo e hanno scoperto che l’accoppiamento con maschi diversi può aiutare le femmine ad avere dei figli più sani.

Non ho parole.

Per “saperne” di più vai a:

http://donna.fanpage.it/sesso-avere-piu-partner-puo-migliorare-la-salute-dei-figli/#ixzz2vCphU6SJ

Grazie per l’attenzione.

Donne che odiano le donne

Non so a cosa possa servire ma penso sia arrivato il momento – sento probabilmente il bisogno –  di renderlo pubblico: dal 2008 non festeggio più l’8 marzo.

Ho sempre lavorato in ambienti in cui la presenza di professioniste era ed è consistente. Ho sempre creduto nelle notevoli capacità professionali delle donne. Sentivo il dovere, ogni anno, di mostrare con un gesto riconoscenza per le (faticose) conquiste ottenute. Rievocare simbolicamente (non con la mimosa ma con una pianta dai fiori gialli) la lotta per il riconoscimento di diritti elementari, fondamentali, validi per ogni essere umano significava – per me – continuare a mantenere accesi i riflettori sulla strada da continuare a precorrere. L’ho fatto per decenni.

Collaboratrici, colleghe ed amiche hanno sempre accettato questo gesto, comprendendo (conoscendomi) che non era per nulla formale. Ho lottato anche io, a suo tempo, per difendere i diritti della donne; l’ho insegnato ai miei figli e lotto ancora ma: Basta “8 Marzo”. Perché? Semplice: basta guardare cosa è diventato anzi: cosa accade.

A prescindere da ciò che accade – che sarebbe da considerare seriamente dal punto di vista sociale – ancora si dibatte per affermare qualcosa che dovrebbe essere naturale, normale. Discutere, chiacchierare, sparare cazzate è lo sport preferito degli Italiani. Ripetere alla nausea qualcosa che dovrebbe essere ovvio; senza mai risolvere nulla.

Ho vissuto a lungo nei paesi scandinavi dove la figura della donna è veramente una presenza preziosa; una risorsa che va oltre ogni aspettativa. Non è facile da spiegare; come tante altre cose – belle – di quella cultura. Non riesco quindi ad “accettare” gli spettacoli e gli scenari che la nostra Nazione ci regala, da anni, per l’occasione. Gli “inviti” e gli auguri, le speranze ed i propositi, gli impegni e le promesse disseminati ad ogni intervista. Solo parole; e neanche originali. Quest’anno arrivano anche dalla dirigenza della televisione. Da quale pulpito, mi verrebbe da dire. Si chiedono: “come rappresentano le donne i mezzi di comunicazione?”. La TV compie 60 anni quest’anno, non è nata ieri, lo saprà. Penso.

Non voglio presentare critiche, dico soltanto che non dobbiamo dimenticare che siamo un Paese che ha alle spalle una vecchia storia di discriminazione delle donne. Non dimentichiamoci che Maria Montessori, primo medico donna in Italia, fu “relegata” a coprire un ruolo da maestra (molti ancora credono fosse una pedagogista). Poi le abbiamo fatto la cortesia, il regalo, di “ricordarla” su una banconota da 1000 lire nascondendo la vergogna che in ogni parte del mondo esiste (almeno) una scuola che segue le direttive montessoriane. Noi l’abbiamo cassata. Però ci “indigniamo”, facciamo un gran casino, se le donne in altri paesi, hanno il divieto di guidare l’automobile. La dottoressa, ed ingegnere, Maria Montessori non è il solo caso e la lista, di donne, è veramente lunga. Lunghissima se consideriamo tutti i dimenticati in generale.

Passo al cuore di questo pezzo. Io credo sia finalmente emerso che si tratti di un disegno politico. Preciso, come sempre, per scardinare valori altrimenti pericolosi.

E’ il medesimo, vecchio, espediente comunicativo progettato dai governi per reprimere la consapevolezza: svuotare un valore del proprio significato e renderlo inutile, inefficace. Smontarlo e renderlo innocuo. Tenerlo in ogni caso sotto controllo.

Le agenzie di comunicazione “vendute” o alleate dei governi, hanno programmato la rottura e la fine dell’emancipazione femminile costruendo una serie di eventi, un controvalore, capaci di alterarne e sconvolgerne il significato. Innescare, alla fine, una “naturale” e quanto mai “spontanea” reazione contraria. Lo so sembra complesso e contorto ma non lo è.

Infine – e chiedo scusa per l’atrocità della cosa – penso che una delle sorgenti di quello strano fenomeno che chiamano femminicidio nasce (involontariamente ma sarebbe terribile dire “spontaneamente”), dalla rappresentazione, dalla “organizzazione”, dalla liturgia della festa della donna. Un incidente di percorso; danni collaterali. Fuoco amico direbbero gli Americani. Qualcuno penserà che ciò sia esagerato. Sarà?

Probabilmente, parecchie “figure femminili” vendute al consumo della festa nei salotti televisivi e quelle dello spettacolo della politica mi darebbero addosso, senza pietà, ma so per certo che non accadrà perché costoro non leggono questo blog. In ogni caso non importa.

Non è peccato né reato esprimere la propria opinione soprattutto senza offendere alcuno. La festa della donna è, secondo me, un progetto programmato (contro la donna) che ha funzionato, e continua a farlo, perfettamente. Come sempre. Se così non fosse, allora dovremmo seriamente discutere di altro; seriamente.

Non sono un politico né un sociologo; né tantomeno un “opinionista” di quelli bravi ed esperti. Io osservo e cerco di comprendere cosa lega gli eventi tra loro, gli effetti che possono produrre e le idee che ne possono derivare. Spesso mi accorgo di loschi traffici silenti: contrabbando. Contrabbando “legale” cioè autorizzato, in regola. Quasi un decreto legge. O meglio un articolo del codice civile. Tutto legale.

C’è una testimonianza, un video dal vivo, ma credo ce ne siano centinaia. Io ne posseggo una. Gelosamente conservata. E’ grazie al mio computer se posseggo una copia di questo video; qualche ora dopo il suo delirante debutto in Rete, è stato oscurato ma “lui” l’aveva conservata. Bravo Mac. Contiene una espressione della finalità del progetto “festa della donna”. Disgustoso. Ci sono le premesse per spiegare il fenomeno delle Baby Squillo; complimenti.

Vecchio progetto? Completato? E ne parli adesso che è concluso?

Si, ne parlo adesso. Ho pensato – da povero scemo quale sono – che in tanti, in molti, si sarebbero accorti di quel che accadeva. Era chiaro, evidente. Lampante, sotto gli occhi di tutti. Tutti vedono ciò che si vede. O no? La risposta è No.

Non lo era. Mi spiace, ho fallito. Dovevo dare l’allarme, denunciare il  fatto, smascherare la “manovra” anche se non sono un giornalista. Né avere paura che potermi ritrovare attaccato al collo – come un “pass” o, peggio ancora, all’alluce del piede destro – un cartellino con un termine psichiatrico – diagnostico – da psicopatologia scritto sopra. Beh, veramente mi bastano quelli che ho collezionato a scuola e nelle relazioni sentimentali.

E chiudo. Concluso il progetto “festa della donna” sostenuto adesso – fino ad esaurimento – con una geniale proposta che si chiama “quote rosa” (ancora più distruttiva dell’immagine della donna), la strategia è cambiata: si ricorrerà alla scienza. La scienza e le sue ricerche ci dicono che è meglio così; anzi necessario per migliorare la salute dei nostri figli.

Una campagna di marketing – geniale – per lenire o evitare femminicidi, almeno per il momento, per prendere tempo prima di avviare la nuova “collezione” promozione donna. Un nuovo progetto contro le donne. Sempre più sottile e micidiale.

Ci sono uomini che odiano le donne e questo è un serio problema ma ci sono, ahimè, donne che “odiano” le donne.

Il mio pensiero va al significato dell’8 Marzo ed alle donne che lo rappresentano: tutti i giorni. Sempre.

Che “lingua” parla la scuola?

Non mi accadeva più da tempo. Ho sempre cercato di evitare contatti diretti con la “scuola”. Per scuola (sempre tra virgolette) intendo quella organizzazione farraginosa costellata di circolari, norme, disposizioni e protocolli che fanno paura a qualsiasi altra forma di complessità burocratica pensata per ottenere nulla. La vedo proprio come un mosaico casuale, sul quale ogni esperto incompetente mette la tessera che vuole, dove vuole, e non importa da dove l’ha presa. Alla fine, come per una macchia di Hermann Rorschach, qualcuno la interpreta. Stupendo.

Naturalmente una macchina complessa organizzata per produrre nulla – utilizzando il progetto più complicato e complesso mai elaborato – ha bisogno di creare e adottare un “linguaggio” proprio. Un linguaggio sovra esteso che, mai come in questo caso, serve esclusivamente per regolare il comportamento umano altrimenti non comprensibile. Tradurre e ridurre ad uno i linguaggi che ogni incompetente ha utilizzato. Gran bel lavoro.

Se non sai cosa produrre – e soprattutto renderlo impossibile da realizzare – è ovvio che devi inventare e discutere in qualche modo come produrlo. Ci vogliono le “istruzioni per l’uso”. Sicché. E’ come salire su una navicella spaziale progettata per andare su Marte e cercare di fare un giro di pista della base di lancio. Un gran bel “trip”, davvero.

All’interno di questa organizzazione c’è, vive, l’uomo. L’umano la gestisce e la manda avanti… sempre sulla pista si intende. Dirigere una struttura costantemente appesantita da frottole verbali e dai relativi responsabili nominati per ricoprire questi ruoli non è facile. Un lavoro fortemente usurante. Ma non è tutto. Ahimè.

Voi sapete o potete bene immaginare, cosa accade quando un organismo umano viene “isolato” all’interno di un perimetro mentale ristretto che, fisicamente, ricorda le dimensioni di una cella di sicurezza e forzato a: non pensare, immaginare, dialogare, scoprire, sperimentare, inventare, sorridere, risolvere. Tutto ciò – o meglio quel poco – che arriva al cervello dai 5 sensi viene, lentamente, alterato, distorto, diventando costante ossessione e relativa compulsione. Una realtà virtuale spacciata per reale. Usare a lungo quella lingua coniugata solo in forma “direttiva”, rigida, senza possibilità di eccezioni, senza alcuna plasticità conduce a serie compromissioni comportamentali prima e neurologiche dopo. In poco tempo la deprivazione del contatto con la realtà conduce ad una forte compromissione del sistema nervoso centrale: la punizione più atroce che un essere umano può ricevere. Un crimine dell’uomo sull’uomo? No, si tratta di eroi immolati per mantenere l’istituzione.

Il 75% delle risorse umane a disposizione, l’energia vivente, viene utilizzata per mantenere in vita questa “istituzione” fondamentale per una Nazione politicamente importante, orientata al futuro vuoto, come la nostra.

Ma, come in ogni favola, ci sono i cattivi e i guai. E ti pareva. Come ogni altra organizzazione sociale serena, utile ed amata, amministrata in maniera impeccabilmente intoccabile cova, tra le sue fila, gruppi, spesso disorganizzati e sparsi, di ribelli. Dissidenti.

Sono pochi, circa il 25 – 30 % non di più, ma riescono a neutralizzare o quantomeno arginare ed ostacolare (a volte anche a eludere o impugnare) le dure (ma sacre) leggi che regolano la selezione “genetica” (cioè naturale) del sapere, della conoscenza. Ribelli, contestatari, irriducibili e soprattutto pericolosi. Molto pericolosi. Potremmo dire sovversivi. Sicuramente.

Si mimetizzano, in maniera efficientissima, tra gli altri simili; non mettono un solo particolare fuori posto. Nulla. Si mescolano e confondono eludendo anche i body scanner. Un vero e proprio pericolo per la scuola. Può presto diventare allarme. Non si sa mai.

Infatti da qualche tempo – grazie a nuove intuizioni ministeriali – si cerca di infiltrare, tra le fila di questi ribelli, soggetti più giovani, sotto copertura, ai quali hanno fornito dei falsi documenti (laurea), una falsa identità (esperti) ed un addestramento di sopravvivenza (esaltati e convinti). Talvolta però questi infiltrati vengono smascherati per le loro evidenti qualità, difficili da nascondere: incapaci. Un autogol del sistema… che si può migliorare.

A causa o per colpa di questo esiguo ma efficientissimo 30% di persone, molti utenti (condannati all’obbligo) riescono a superare lo “sbandamento”, la demolizione sociale e la demotivazione culturale programmata cui vengono avviati – con l’aiuto di istituzioni collaterali deviate – poco prima dell’adolescenza. Diventano bravi e si distinguono per l’amore verso la conoscenza. Un insulto, un affronto per quegli impiegati impegnati a seguire pedissequamente i programmi (ovvero andare avanti) e cercare di interpretare al peggio (secondo le personali esigenze) le disposizioni e soprattutto lasciare che la zavorra affondi. Sembra facile.

Dopo aver presentato l’ambiente in cui mi sono imbattuto, vorrei raccontarvi la mia breve esperienza: un breve dialogo con un rappresentante autorevole che vive, opera, in una delle basi del meridione. Al suo fianco un tirocinante; apprendista della raffinata arte della selezione. Giovane ma con una buona conoscenza della (loro) lingua. Ecco cosa accade e cosa si rischia quando non sei padrone della lingua della scuola.

Sala di un liceo. Lui è di matematica; Io è il sottoscritto ed il Servo è un impiegato specializzato nulla facente (solo tre ore settimanali).

Lui: Buongiorno lei è il padre?

Io: No, non sono il padre.

Lui: Che titolo ha?

Io: Nessuno, sono arrivato al diploma. Ho lavorato all’estero ed aiuto il ragazzo a fare gli esercizi di inglese.

Lui: Il problema che abbiamo col ragazzo è chiaro, lei ne conviene?

Io: Non saprei, mi spiace non mi intendo di scuola. Qual è il problema?

Lui: Parliamoci chiaro: il ragazzo è segnato, non ce la fa; pensi che non sa la differenza tra equazione ed espressione?

Io: capisco perfettamente. E’ indietro (penso che adesso neanche io mi ricordo la differenza).

Lui: Capisce? Mi dica: come faccio adesso che dobbiamo passare ai Radicali.

Io: Perbacco, certo sarà un problema (gli unici radicali che ricordo sono quelli della rosa nel pugno).  Suggerisce di fargli prendere delle lezioni private?

Lui: No, mi spiace forse lei non ha colto bene la gravità, questo ragazzo può fare solo la differenziata.

Io: (sbianco e mi sistemo sulla sedia, allento la sciarpa, faccio cenno col labbro e oscillo il capo come a dire “si” con qualche perplessità)

Lui: Il ragazzo è stato adottato… (dice accompagnando la gravità sventolando il dito indice della mano); viene dalla Romania… (agita allo stesso modo il l medio); non è  integrato… (muove singhiozzando sull’anulare, con anello nuziale, e scandendo le sillabe).  Ci serve la differenziata. Non c’è altra soluzione.

Io: Scusi professore, non riesco a cogliere il significato di “differenziata”, a cosa si riferisce?

Lui: Si riferisce ad una programmazione differenziata.

Io: Differenziata cioè da quella “ufficiale”, quella normale? Diversa.

Lui: Si diversa, ridotta. Consideriamo che il ragazzo è ad un livello di seconda, terza elementare. Non di più.

Io: Se non sbaglio ha frequentato tutte le classi qui in Italia. Mi scusi il termine differenziata è suo?

Lui: No. E’ una definizione del Ministero della pubblica istruzione.

Io. Oh si capisco, il Ministero. Si, una volta il termine era “classi differenziali”, oggi è “differenziata”.

Lui: No. Mi scusi lei non si può permettere; sono cose completamente diverse. Questo non glielo permetto.

Io. Beh si mi scusi non conosco la normativa. In effetti, lo confesso, ho pensato che differenziata si riferisse alla raccolta; mi sembra più in linea con il concetto di rifiuti.

Lui: Buon giorno, felice di averla conosciuta. (Si alza e schizza via, senza guardarmi).

Io: (mi alzo lentamente, indosso i guanti, aggiusto la sciarpa. Penso che nulla è cambiato anzi. Il servo si alza, premuroso, e tenta una spiegazione in termini ministeriali. E’ convinto di farcela: deve salvare il suo posto di lavoro).

Servo: In effetti si tratta di valutazione differenziale è l’articolo 15, comma 5, dell’Ordinanza Ministeriale…

Io: Si ho capito: l’umido in un contenitore e la carta in un altro. E’ chiaro. La ringrazio. Buon giorno.

Servo: (balbettante) …è nell’interesse del ragazzo. Io sono l’ins … (ma io, maleducatamente indignato ero già fuori).

Renato Gentile