Basta un dito *

Mi chiedo spesso se i nostri politici utilizzano gli uffici postali o se gli Amministratori di questa azienda lo facciano mai. Sono certo di no.

Però è un’esperienza da fare: come per noi (da giovani) andare a Londra o per altre generazioni, a Ibiza. Lo consiglio a tutti specialmente se amate osservare la “natura umana” selvaggia. Come il Birdwatching.

Gli uffici postali, non tutti naturalmente, rappresentano un campione di servizio pubblico italico D.O.P. molto interessante. Diciamo una sorta di riserva naturale, protetta – non uno zoo – dove è possibile osservare esemplari dalle caratteristiche educative, sociali e culturali di rara ed esclusiva bellezza. Musei a cielo aperto anzi ad “apriti cielo”.

Se poi amate le esperienze estreme, quelle forti, adrenaliniche, beh allora non c’è dubbio: Agenzia numero 1 di Via N. Fabrizi. Non ve ne pentirete. Uno “sballo”.

Il repertorio delle rappresentazioni è ampio e gli attori spaziano – per bravura propria (un dono) – da una pagina all’altra del Manuale Diagnostico Statistico [DSM]: quarta edizione.

Altra caratteristica da non sottovalutare (che ammortizza eventuali costi e spese di spostamento) e che lo spettacolo è gratis e varia ogni giorno; almeno un impiegato è “occasionale” sostituto di qualcuno – ma mai di quello sbagliato – scelto secondo le caratteristiche idonee al contesto. Jérome Savary [Gran Magic Circus (mio amore giovanile)] ne sarebbe affascinato.

Vorrei raccontarvi, a grandi linee, una rappresentazione recente. Nuova.

Nel mese di Maggio ho fatto richiesta di un servizio postale (a pagamento), una cosa semplice, banale. Dopo un mese dall’attivazione mi accorgo che il servizio non è in funzione, per nulla. Qualcosa non è andata bene nella procedura? Controllo le carte: tutto in regola, preciso.

Decido di mettere a rischio il mio umore: chiedo un appuntamento col Direttore. Mi riceve, come sempre, attraverso il vetro dello sportello. Mi ascolta come un confessore ed alla fine conclude: “se il servizio non funziona non c’è nulla da fare”. Per un attimo mi sono sentito dietro la porta di una sala rianimazione: senza speranze. Distrutto.

Con molta calma riferisco che la sua risposta è incongrua e lo prego di trovarne una più adatta al suo ruolo ed all’Azienda che rappresenta. Niente: buio totale.

Gli chiedo se sia necessario chiamare un interprete, un mediatore culturale ma lui va via. Lentamente esce di scena. Uno spettacolo.

L’impiegato, sostituto temporaneo, quello nuovo, lo segue ma non per parlargli o sostenerlo; approfitta semplicemente del cambio di scena per andare a disinfettarsi le mani con gel di amuchina: di certo ha toccato il documento di identità di qualche utente. Lui è fatto così. Ogni operazione a rischio cerca una scusa: generalmente va a prendere le puntine per la spillatrice.

Cambio sportello e mi faccio consegnare [dall’impiegato, è ovvio] un modulo, apposito, per redigere un reclamo. Torno a casa, lo compilo a macchina (da scrivere) [me la tiro su questo] nel caso la scrittura fosse poco chiara, faccio una scansione e la inoltro a Poste Italiane Ufficio Reclami, poi vado a consegnare il modulo all’Ufficio postale in questione. Timbro, data, documento identificativo, firma e copia per me. Accettato: nero su bianco. Che soddisfazione.

Trascorre un altro mese. Il servizio [pagato in anticipo] non è stato (ancora) attivato ma c’è di peggio: poste italiane (lo scrivo minuscolo per comodità) non ha risposto al mio reclamo, né per e-mail, né per posta, né per telefono, fax o piccione viaggiatore.

Silenzio. Una mattina, visto che era nuvolo (quindi niente spiaggia), mi reco in UP [è così che lo chiamano i comunicatori dell’Amministrazione]: è fashion.

Il Direttore. sempre dietro il vetro – antiproiettile ma non anticazzate – sembrava attendermi; i suoi occhi avevano lo sguardo che i killer hanno disegnato sul viso quando sanno di averla fatta franca. Quello sguardo beffardo che dice: “mi volevi incastrare, brutto bastardo e invece… in quel posto l’hai presa tu. Adesso ti sistemo io”. Non mi intimorisce, lo guardo negli occhi. Lui fa altrettanto. E’ un duro.

Sorridente, mi fa cenno – educatamente – come fossimo vecchi amici, di avvicinarmi allo sportello vuoto (quello senza impiegato) e mi fa esporre; mi guarda e sorride sornione e quando concludo dicendo “non ho ricevuto alcuna risposta al reclamo” lui, serafico mi guarda e dice, con fare da requisitoria: “certo che non ha ricevuto risposta: ha compilato il reclamo sul modulo sbagliato. Non so dove lei lo abbia preso. Perciò non è stato preso in considerazione”.

A questo, punto da “personcina” a modo, ho dato uno sguardo intorno, per accertarmi che non fossero presenti bambini e donne in stato di gravidanza, ed ho chiesto, cortesemente, ai presenti un attimo di silenzio e di attenzione perché il Direttore aveva importanti comunicazioni da dare sul suo stato di salute mentale e per fare finalmente ammenda per la sua incompetenza.

Quel sorriso sornione è sparito di colpo; totalmente cancellato. Al suo posto una serie di rughe ed altre contrazioni muscolari note, facilmente osservabili, accompagnate da una variazione della colorazione della pelle e una modificazione roca del tono della voce. Un caratteristico esempio di rituale comunicativo della posizione gerarchica, espresso degli esemplari di Branco Posta. Che interpretazione mimica perfetta. Superba.

Qualcuno dei presenti ha subito lanciato una proposta di scommessa: a) sulla possibilità di infarto del Direttore e b) su un mio ricovero al pronto soccorso per trauma cranico; qualche altro invece è andato a chiamare chi, fuori dall’ufficio, aspettava il turno fumando una sigaretta. Lo spettacolo, di quella mattina era iniziato, in anticipo. Inaspettato.

Peccato che nessuno abbia avuto l’idea di riprendere il dialogo successivo con un telefono ma vi posso garantire che è stato un vero pezzo di teatro; teatro di vita. Vera.

La vita è teatro ma in UP (ormai si chiama così) è, senza dubbio, spettacolo.

P.S. Sono qui per rispondere alle, eventuali, domande di “approfondimento”. Grazie

  • Il nuovo slogan di Poste Italiane: “Per fare tutto, in Banco Posta, basta un dito”. Inutile specificare quale.

Dinamiche dell’incomunicabilità

Andare in giro per l’Italia è qualcosa che ancora mi affascina e soprattutto non mi stanca.

Sono veramente fortunato: occasioni diverse di lavoro (didattiche, professionali, editoriali ed artistiche) mi portano in luoghi dove, in ogni caso, verrò puntualmente a contatto (e conoscerò) gente nuova, usanze, modi di dire, fare, usare che hanno il sapore della libertà. Così alla occasione della conoscenza ed al sapore della libertà aggiungo la soddisfazione della gioia. Raramente torno in albergo senza poter esprimere (nella condivisione con le persone care) di aver trascorso una bella giornata.

Prima della pausa natalizia sono stato impegnato (per un Master) in una città della parte centrale della Nazione, lato est. Ancona. Da qui, poi, a Pescara.

E’ mia abitudine, una volta in “libera uscita” – libero cioè dagli impegni – chiedere di assistere o partecipare a spettacoli locali: quelli che nascono dal cuore della Città, quelle che arrivano dal lavoro di chi vive e lavora in quella realtà. Mi piace gironzolare tra le radici del tessuto locale.

Evito, in queste occasioni, le rappresentazioni ufficiali di “grido” o del momento. Proprio l’anno scorso, nel medesimo periodo, ho assistito, in Sicilia, ad uno spettacolo – tenuto in un piccolo teatro (I magazzini del sale) – che mi ha dato l’occasione (e perché no, la fortuna) di conoscere artisti dei quali tengo a mente il nome: non si sa mai quello che potrei inventarmi nel futuro. La vita, lo ripeto, è l’arte dell’incontro.

Le persone conosciute a Pescara (divenuti ovviamente amici) – vista la (insolita) richiesta – mi propongono di assistere ad uno spettacolo teatrale, frutto del lavoro di una scuola di didattica teatrale di giovani colleghi. Il tema dello spettacolo, poi, è musica per le mie orecchie: dinamiche della comunicazione. E’ fatta.

Il teatro, piccolo e “nascosto” è un luogo (quella che altri definiscono location) accogliente; una di quelle fucine nelle quali si lavora sodo. Gli attori sono tre: Alessandro, Arturo e Sara. Una breve presentazione di rito, i ringraziamenti a chi di dovere e poi in scena. Inizia lo spettacolo: tempi e ritmi adeguati da una regia precisa, attenta.

Una “originale” – ma bisognerebbe dire “reale” – carrellata di episodi sui quali viene materializzato, costruito, una sorta di archetipo (attuale) di incomunicabilità sul quale prendono forma, si intrecciano, senza mai incontrarsi né risolversi, messaggi (verbali) proto comunicativi: richieste di aiuto puntualmente disattese, inascoltate; disattenzioni parlate in terza persona plurale non reversibili che diventano mute riflessioni per il pubblico (che esplodono puntualmente, di volta in volta, al momento giusto in un applauso).

In “poche” parole, paradossalmente incalzate da fiumi di logorrea insensata, vengono sviluppate varie sfaccettature del mondo (in)comunicativo in cui viviamo: tutti i giorni per tutto il giorno. Episodi e situazioni perfettamente chiare, riconoscibili (forse anche familiari): intelligentemente (ed allegramente) argomentate da un fluire che ha una sola grande natura: l’improvvisazione. Si avete ben inteso: lo spettacolo viaggiava sulle corde dell’improvvisazione. Da non credere. Unica cosa nota il tema: come nel Jazz. E questo la racconta lunga, come suol dirsi, sul lavoro dei tre giovani attori, guidati da Ezio, e sulle loro qualità.

Fermarsi per qualche minuto con i tre attori, dopo lo spettacolo, a parlare, raccontare, riflettere a voce alta, chiedere: è stato altrettanto delizioso, vero. Senza schemi né ruoli formali. E’ stato uno spettacolo dal messaggio chiaro, facile da cogliere, grazie al lavoro gustoso, allegro, gradevole e soprattutto estemporaneo delle interpretazioni. Un lavoro che, visto nella sua semplicità, risulta davvero geniale. La nostra comunicazione è diventata patologica e gli artefici siamo noi stessi.

Mi fa piacere che, finalmente, nel post decennio di quella che è stata indicata come rivoluzione comunicativa, qualcuno (soprattutto giovane) abbia saputo, spontaneamente con le proprie parole, scelte con bravura momento su momento, condannare, castigare il “mal costume” di una società che è muta e non solo sorda.

 

Tanti auguri per Alessandro, Arturo e Sara. E al loro regista.