Audizione o debutto?

E’ (sempre) come la prima volta, ancora, dopo tanti anni. Venticinque, o più.

Stavolta si aggiunge il peso di una lunga assenza dalle “scene”: da qualche anno. 

Aggiusto la cravatta: la stringo e accomodo il colletto della camicia [guarda caso quella che mi ha regalato lei e non ha mai visto indosso]. Abbottono la giacca, quella blu, leggera e senza fodera, vi scorro le mani, dall’alto in basso, per distenderla.

Le mani tremano leggermente e le lascio fare; il respiro asseconda i battiti del cuore che cerca di portare ossigeno dove serve. Sono concentrato.

I pensieri “rituali” [legati ai ricordi dei miei maestri] si avviano e si susseguono autonomamente in un ordine preciso mai trascritto e mai dimenticato. Come da copione.

Respiro ancora disordinatamente ma cerco di farlo sembrare normale; so di avere uno sguardo “assente”, staccato dalla realtà come se fossi altrove: dentro un preludio di suoni e luci. Unica differenza è che non ho in mano un paio di bacchette (Pearl 12A: ormai introvabili) ma, nella borsa ho una coppia di 5A, non (più) quelle color amaranto, lasciate (incautamente) a Pavia.

Entro sorridendo. Passo deciso. Saluto. Prendo il mio posto e apro la borsa; metto fuori tutto ciò che potrebbe servirmi e per dare tempo al silenzio di riempire la stanza. Dal taschino estraggo l’orologio (meccanico); è uno nuovo. Quello “storico” è rimasto a fare compagnia ad un cucciolo di cane, dentro la sua piccola cuccia per il sonno. Il ticchettio, a suo tempo, lo rassicurava. Adesso “dorme” serenamente e ne fa a meno.

Ecco, ora 70 occhi sono orientati su me, mi osservano, mi stanno “studiando”. Faccio una “carrellata” per incrociarli: sono curiosi. Alcuni mi sembrano distratti, pochi annoiati (o vaghi) altri invece sorridenti. Come “pulcini” nel nido aspettano di essere nutriti anche se alcuni sembrano già in grado di volare: gli servono solo poche istruzioni.

Saluto nuovamente, ringrazio e mi presento; nessuno mi conosce né, probabilmente, ha mai “sentito parlare” di me, prima d’oggi. Poche indicazioni su titoli e cariche, quelle sufficienti, e passo subito a presentare il “tema” della giornata: Analisi del Comportamento, meglio nota come Behavior Analysis.

Sento subito gli “scatti” delle penne e un susseguirsi di fruscio di fogli e di piccoli movimenti di assestamento delle gambe e delle spalle sulle sedie.

“Partiamo dalla definizione del nostro oggetto di studio: [qualcuno vorrebbe ricordare qual è il nostro oggetto di studio?”. No, forse è meglio evitare subito le domande, meglio esprimersi diversamente, la seconda parte non va bene: meglio dire] “Il nostro oggetto di studio è il comportamento umano”. [Lo dico o non lo dico? Sì, è un fatto]. “O per meglio dire: lo studio scientifico del comportamento umano”.

Pausa, respiro, e via senza esitazione. Unico obiettivo: coinvolgerli e motivarli. And I think to myself…

“Comportamento. Questo termine (nell’ambito della psicologia) suscita in qualcuno aria di sufficienza, data la natura banale dell’oggetto di studio. A volte può capitare di leggere, negli sguardi di costoro, ilarità; una vena di umorismo o una sottile aria di scherno. Il comportamento, per alcuni – “altri” studiosi – è una cosa superficiale, ovvia, rispetto allo studio [profondo] della mente, della psiche. Fatto sta che questi due termini non sono sufficientemente operativi da permetterci di trovare, per isolare e osservare, la loro natura, la loro identità: cosa sono, dove sono situati, a cosa servono? Chi li ha mai osservati e con quali strumenti? Non lo sappiamo. Ma (but) se proviamo, con molta onestà intellettuale e scientifica, a qualificare le varie espressioni del comportamento umano [di cui dirà tra poco] scopriremo, insieme, da oggi in avanti, quanto questo non sia per nulla banale ma anzi: estremamente affascinante”.

Lentamente continuo ad esporre e definisco i punti in questione. Il silenzio fa da sottofondo alle mie parole. Sento i miei passi, le mie pause e lo scorrere delle penne sui fogli. A momenti sento (anche) gli occhi addosso: magari da quelli dietro gli occhiali.

La prima mezz’ora è andata: l’aria intorno è più distesa, rilassata e viva. Non avverto timori né dissensi ma la dimensione dell’interesse. Lentamente, con gesti delicati e disinvolti, naturali, allento il nodo della cravatta e libero dall’asola il primo bottone della camicia. Cammino, mi sposto, scrivo alla lavagna, disegno con le mani, nell’aria, uno schema invisibile di relazioni tra eventi. Adesso, finalmente, posso togliere la giacca e, senza smettere di parlare l’appendo alla spalliera della sedia. Continuo. Senza sosta. Tengo la scena.

Ci siamo, l’attenzione – fisiologicamente – sta calando: mi fermo in mezzo all’aula, davanti alla cattedra, mi appoggio col sedere ad essa e sbottono i polsini della camicia, arrotolo le maniche (due risvolti) e nel frattempo propongo una pausa, per un pacchetto di cracker o un succo di frutta da consumare in aula e magari, nel frattempo, fare qualche domanda, libera, anche di curiosità personale. Chi vuole lasciare l’aula, per qualche minuto (non di più), può farlo.

70 occhi, 35 facce, incredule adesso sembrano felici, qualcuna addirittura affascinata [dalla materia è ovvio] e qualche altra rimane lì: rapita. Metti lì; un giorno. Per caso.

“Hello Martha? (I’m) Gary”,

“Yah, hi Gary, how (are) you?”

“Fine, very fine Martha. Have you heard (the) news? From Italy, I mean?”

“ No, not yet. May I?”

“Oh yes, listen: see on Twitter. Renato is [really] back”

“Oh it’s a very good news. Fantastic: [Big] Renato join us again. I say: wow.

Un volo notturno mi sta riportando a casa, mentre [commosso per un recente rimpianto] scrivo questo post. E sarò nuovamente solo.

Renato Gentile, 22 Settembre, 2015

Chaos [Χάος]

L’argomento di questo post appartiene ad una della categorie – in questo blog – che da tempo non ricevono attenzione da parte mia. Tematiche che ho “trascurato” ma non certo per negligenza. Chiedo quindi scusa ai frequentatori “recenti” di questo blog: non vogliatemene.

E’ un argomento, diciamo, “specialistico” – come quelli pubblicati in Psicologia Evoluzionistica – che risponde, sia ad una esigenza “personale”, sia professionale [dentro la quale mi sto ri-avviando].

Molti mi chiedono qual è la necessità di conoscere il movimento delle nubi, le turbolenze dei fluidi, la traettoria di un fulmine e tanto altro che riguarda il Caos. A cosa può servire? A nulla, nel pratico, ma di sicuro amplia la visione della vita, modella schemi di pensiero, orienta le nostre scelte, migliora la condizione culturale della comunicazione; in fondo “serve” allo sviluppo neurologico e psicologico.

Molte “chiavi di lettura” della realtà vengono proprio dalla conoscenza scientifica. Ed è fantastico trovare un modo, personale, per applicarla. Aprire la mente alle scoperte per trarne giovamento. Fa parte di quel bagaglio che io definisco inutile [in quanto non produce profitto economico] che, più di ogni altro, ci arricchisce.

Vi invito pertanto a leggere il pezzo. Se non incontrerà il vostro interesse vi chiedo scusa e un po’ di pazienza. Grazie infinite.

Uno dei pochi articoli teorici che ho prodotto – e presentato nelle sedi appropriate – molti anni fa, riguardava la teoria del Caos applicata alla psicologia, come modello di studio della variabilità del comportamento umano,visto come sistema complesso. L’argomento fu accolto con notevole interesse e approvazione dalla comunità scientifica ma, al tempo, il supporto economico era basso [la tecnologia non era a buon mercato] per poter avviare la parte sperimentale (altre ricerche erano in corso) e, forse, anche perché, da li a poco, le mie energie sarebbero state spostate ed investite a fare il padre della mia primogenita.

  1. G. Presti, S. Ravera, R. Gentile. From Chaos to Chaos: the quest for sources of behavioral variability. 20th Annual Convention of the Association for Behavior Analysis, Atlanta (USA), May, 27-30, 1994

Il tempo passa, è passato. Arriva però un momento nel quale ti giri a guardare le cose che hai prodotto e ti accorgi di aver gettato un sasso e poi ti sei dimenticato di andare a vedere cosa è accaduto. Ti chiedi: come mai non sono andato avanti? Probabilmente avevi scritto una sciocchezza: è la prima risposta che ti dai. Ma sai che non è così; la comunità aspetta i tuoi contributi. Che ca[o]sino.

Ho ripreso a studiare – in effetti non ho mai smesso – o meglio: ho ripreso a farlo con sistematicità e soprattutto finalizzando parte dello studio alla discussione teoretica (non in senso speculativo) di cui c’è forte bisogno, proprio adesso. Soprattutto in psicologia.

Ma che c’entra il Caos con la psicologia? Bella osservazione, giusta domanda. La risposta è semplice: le discipline scientifiche hanno adottato modelli di studio della complessità in quanto naturale evoluzione dei modelli lineari di analisi. Il Caos “inizia” laddove le leggi della natura (ovvero la regolarità) si fermano.

La psicologia [sperimentale] non può lasciare il tavolo della scienza dove, con grande fatica, ha ottenuto il suo posto. Meritato.

L’equazione matematica che esprime un evento Caotico è elementare. Essa esprime che: “piccole differenze in ingresso possono generare, rapidamente, grandissime differenze in uscita”.

Tutti conosciamo l’espressione metaforica che lo rappresenta cioè che: “il battito di ali di una farfalla ha un suo peso su ciò che accadrà a migliaia di chilometri di distanza” [esistono decine di “versioni” di questa immagine e raramente viene enunciata quella originale di Edward N. Lorenz del 1979 ].

Anche in psicologia è emersa l’esigenza di osservare e studiare – con occhi e modelli di analisi diversi da quelli (lineari) “noti” – le espressioni comportamentali.

Mi è stato chiesto di tradurre in moneta corrente, spicciola, questo concetto e di inquadrarlo all’interno della psicologia. Conosciamo bene le espressioni comportamentali naturali, lineari ma cosa possiamo dire quando una leggera modificazione ambientale produce una infinità variabilità della risposta? Bella domanda e, come si dice nella scienza: la risposta non è ovvia. Il che equivale a dire: siamo in odore di premio Nobel, giusto per sottolinearne la difficoltà.

Mi aiuto con un esempio. Semplice.

Immaginiamo di osservare il comportamento di un individuo davanti ad un telefono fisso, qualche decennio fa. Quando [se] il telefono squilla il soggetto può rispondere o meno. Fintanto che non risponde non saprà chi c’è all’altro capo della linea. Se vuole saperlo [allora] con altissima probabilità, risponderà. Nel frattempo, colui che sta chiamando non ha motivo di pensare che dall’altra parte qualcuno non vuol rispondere (fatte le dovute e debite eccezioni) penserà che la persona è assente o, meglio ancora, che (in casa) siano tutti assenti. Una dinamica relazionale lineare, sia nell’osservazione, sia nelle deduzioni derivabili. Un evento che si presta a poche “interpretazioni” personali: la persona cercata non è in casa.

Torniamo al presente ed introduciamo una semplice variazione nella nostra equazione: il nome (o numero) di chi sta chiamando al telefono.

Il telefono squilla: so chi mi sta chiamando. Posso decidere se rispondere o meno sulla base di un numero [n] di motivazioni personali; non osservabili ma derivabili. La mancanza della risposta non è più “naturalmente” collegata all’assenza. Colui che chiama, se non riceve risposta, ha un intero capitolo manzoniano di ipotesi cui dedicarsi. Queste abbracciano fattori che oscillano da: avrà le mani occupate; sarà stato circuito e rapito dalla vicina o dorme, a: non ha voglia di parlarmi; avrò fatto qualcosa di male; è con un’altra; si sarà accorto che… si sta vendicando di… etc. etc.

Il grappolo di spiegazioni non serve a fermare la produzione ulteriore di tentativi alternativi al dialogo, testé rifiutato, perpetrati attraverso messaggi di testo (SMS): Verba volant scripta manent.

A questo punto inizia, per direttissima, il processo ad intenzioni e fatti, parole e silenzi, sospetti e proiezioni. Il festival degli scheletri nell’armadio del nostro “rifiutatore” di chiamata, viene mandato in diretta, on line, ad una compagine di seguaci.

Questo esempio, semplice ma adeguatamente esplicativo, serve a mostrare quanto sia diventato importante e urgente, oltre che (per definizione) necessario, individuare e studiare la complessità di talune dinamiche psicologiche soprattutto quelle legate alla comunicazione verbale. Una complessità che le altre discipline, biologia in testa, ci suggerisco di considerare per comprenderne la natura e derivare, laddove possibile, implicazioni per la loro applicazione.

Gli psicologi, oggi, hanno bisogno [molto più di qualche decennio fa] di queste conoscenze per affinare competenze scientifiche (ormai) necessarie per formulare risposte adeguate alla richiesta dell’utenza. Il “lettino” è un’immagine storica che merita il dovuto rispetto per il ruolo che ancora ricopre ma (but) c’è, adesso, bisogno di altri modelli di analisi della crescente complessità relazionale.

E’ un invito che faccio alle nuove generazioni.

Io mi muoverò, quanto prima e in solitudine, in questa direzione.

E sarà un bel finale.

Renato Gentile

Aspetto che piova

Ciao. Cosa fai qui?

Ciao. Sto aspettando la pioggia. E fumo.

E sì, tra poco arriverà… credo.

Ci puoi contare: senti l’odore?

No, perché la pioggia ha odore?

Sì, come l’aurora.

Ma dai non dire sciocchezze.

No, lasciami dire: sono il mio pane quotidiano.

Perché adesso “insegni” la materia SCIOCCHEZZE?

La insegno da sempre. La scienza per molti è sciocchezza; una giustificazione per non interessarsene.

No, magari molti non riescono a comprenderla.

Uhm, la scienza parla in modo semplice, come si fa a non capirla? E’ un pregiudizio. Come tanti altri. La gente ama parlare di altro. Interessarsi di altro.

A proposito di parlare: ho visto che hai lasciato la pagina su Facebook.

Sì, crearla è stata una scelta di “marketing”; una strategia miseramente fallita perché sono mancati gli aiuti programmati per la gestione. Un errore di valutazione. 60 giorni sono stati più che sufficienti per capire che “non mi riguarda”.

Ma no, dai. In fondo ci si diverte. Ci si passa il tempo. In compagnia.

In compagnia di chi? Mi spiace, non è per me. Senza offesa per alcuno. Non è per me.

Una solitudine affollata di gente: ecco cosa è per me. Illusione di condivisione. Patetico.

Ma come fai? Ad essere così rigido, scostante, categorico. Sei il solito egocentrico. Se non ti conoscessi non vorrei certo conoscerti. E so anche che è questo quello che vuoi.

Diciamo che sono asociale; è più semplice.

Non farmi ridere: tu asociale? Con tutta la gente che ti ama?

La gente che mi ama sono amici. Quelli che vedi, ascolti, parli e tocchi dal vivo. Che ti abbracciano, accarezzano e ridono con te, guardandoti negli occhi. Senza bisogno di “faccine” di circostanza.

Intanto gli alberi iniziano ad ondeggiare, un leggero vento ne scuote le fronde e l’aria si riempie di elettricità. Da lì a poco arriva qualche goccia di pioggia.

Beh, inizia a piovere, dai ti do un passaggio a casa. Vieni?

No grazie, te l’ho detto, l’aspettavo. Nessun problema, torno a piedi.

Accidenti non riesco ad abituarmi alla tua testardaggine.

L’uomo non è solubile in acqua [se mai nell’alcol]. Vedrai arriverò intero. Nessun problema. Ah, non dimenticarti di scriverlo sulla tua pagina di Bookface; lì, come su Marte, non piove mai. E’ meglio dare questa insolita notizia: vedrai quanti “I like”. Sarai sommersa di commenti: un assalto.

Quanto ti odio… ma ti voglio anche bene. Antipatico.

Ciao, a presto.

PS Nella mia testa, mentre cammino, improvvisamente prende forma – e risuona – un brano che da ragazzo suonavo (e cantavo) nei Night Club:

Raindrops keep falling on my head,

But that doesn’t mean my eyes will soon be turning red,

Crying’s not for me.

And, I’m never gonna stop the rain by complaining,

Because I’m free.

Nothing’s worrying me!

It won’t be long till happiness steps up to greet me.

But [bət]

Altra insonnia, la seconda in tre giorni. Questa è la forma “classica”: ti giri e rigiri nel letto fino a quando ti alzi, esausto e avvii una iniziativa.

Visto che sono sveglio e non ho con me un gregge di pecore in fila, da contare, faccio qualcosa. Leggo, scrivo, studio oppure seguo pensieri, riflessioni e prendo nota. Elaboro. Ho sempre qualcosa su cui lavorare.

Ho una decisione da prendere, consigliatami 8 anni fa dalla mia ex moglie, dopo 7 di separazione. Una richiesta assurda all’epoca – e forse lo è ancora oggi – ma è l’ultima possibilità.

Non ce ne sono altre. No. Serve una analisi. Ora.

Adesso? Sì, insonnia maledetta. O benedetta?

Ho tante qualità – e non lo dico io – me lo hanno sempre riconosciuto e riferito. Ho altrettanti difetti, forse più delle qualità.

Nella vita ho sempre cercato di equilibrare le due cose: riuscendoci per un tempo limitato, non breve comunque. Per ogni relazione, in ogni relazione, ho bilanciato – spostandole come fossero biglie – il tutto, facendo pendere sempre il piatto delle qualità ma (but) è bastato l’accenno di un difetto – una semplice brevissima manifestazione – per rivoluzionare, ribaltare, la posizione dei piatti della bilancia. Irreversibilmente. E aggiungerei: impropriamente.

Non sono mai stato perdonato, neanche una volta. Mai. Grazie mille.

Ad essere bastardi – l’ho capito da un po’ – si guadagna molto: le rare volte che fai qualcosa di buono vieni super apprezzato, amato, rispettato, perdonato; mostri addirittura agli increduli di avere un cuore, un’anima. Vieni santificato. Ma (but) se dalle tue (infinite) qualità emerge l’accenno di un (solo) “difetto”, dettato da un momento, solo per un attimo, tutto salta. Crolla. Irrimediabilmente.

Diventi indiscutibilmente un demone.

Ti voglio bene, tanto, credimi, sei dolce, affettuoso ma… bla, bla, bla.

Ti voglio bene, sei unico, grande ma… bla, bla, e bla, bla.

Ho sentito tutte le possibili combinazioni di queste declinazioni inconsistenti.

Sono qui, stamattina [è quasi l’alba] davanti alla mai “stadera”. E decidere. Devo decidere se ri-tornare nella “Torre d’Avorio” e beffare il mio futuro. Oppure cercare chi potrebbe “salvarmi” da questa dissennata scelta. Qualcuna che apra la gabbia della mia mente e farmi volare. Volare insieme.

Osservo la stadera e le biglie sui piatti; provo a fare un bilancio. Bella storia.

I difetti sembrano addomesticati, educati a stare al loro posto: in silenzio. Le virtù, le qualità, sono evidenti, chiare; alcune ancora più affinate. Affascinano, stupiscono: sorprendono. In sintesi.

Sono sufficientemente femminile: dolce nei modi, nelle attenzioni, nel ricordare e sorprendere, nella delicatezza dei gesti, nel semplificare problemi e mediare, nel confortare. E adeguatamente maschile: nella gestualità, nell’amicizia, nell’educazione, nella forza delle decisioni, delle soluzioni, nel dare sicurezza e appoggio, nel parlare, sorridere e scherzare, nel garbo e nel rispetto dell’altro sesso. Sempre.

E allora cosa è che non va? Perché è finita? Qual è il problema stavolta? Cosa non ha funzionato? Dove ho sbagliato? E poi, perché ritirarsi?

Fisso la stadera, non oscilla; uno dei piatti tocca il piano. C’è una biglia, nuova. Ahi!

Ha le medesime dimensioni delle altre ma un peso specifico incredibile: pesa più di tante messe insieme. La sua presenza è cruciale. Accidenti se lo è: non c’è scampo. Niente, nulla e nessuno potrebbe invertire l’esito, il giudizio. Non c’è via di scampo.

“Non c’è niente che non va. Ti voglio bene. Tanto.

Sei una persona speciale, leale, dolce, intelligente. Unica.

Ti voglio bene e te ne vorrò sempre; te lo giuro… ma  [but]:  sei vecchio”.

Basta poco

Basta poco: una parola letta, una immagine, una frase ascoltata, un oggetto, un profumo, un gesto quotidiano e tutto torna alla mente. Tutto, improvvisamente (ma non spontaneamente) riappare dai magazzini scenografici della memoria. Tutto torna presente. Il più complesso presente virtuale che Dio (o chi per lui) abbia creato.

Bella “invenzione” la memoria: poter ricordare e ricondurre al presente, fatti, eventi, persone, luoghi, sensazioni, emozioni e profumi, da un lontano temporale e spaziale senza confini. Senza limiti di alcunché.

Basta poco… e ritornano immagini accompagnate dal profumo delle lenzuola: ed avverto le tue spalle infreddolite appoggiarsi nude sul mio petto per riscaldarsi offrendo i glutei al mio pube, ancheggiando per assestarsi e conquistare la massima superficie di contatto e spingere al momento giusto per farlo aderire. Riconosco la tua pelle; i polpastrelli seguono la fila di vertebre ed arrivano, deviando, sui fianchi per accarezzarne il profilo e scorrere oltre: fino alla “stellina” di pizzo applicata allo slip.

Basta poco… per ricordare il ricongiungersi delle mani; slego le tue serrate al petto, chiuse a pugno, per invitarti a lasciare libero quel seno che “nasconde l’anima”. Quel seno che amo accarezzare dolcemente e sfiorare delicatamente per accendere sensazioni a lungo nascoste e da altri negate. Accarezzare il profilo del collo, seguire le braccia – finalmente libere – e sentirle aggrapparsi a me, cambiando l’orizzonte degli eventi della notte con un abbraccio.

Basta poco… per udire la voce degli orgasmi che hanno – finalmente – rotto gli argini di gelo, i limiti entro cui erano stati relegati, costretti ed umiliati; avvertire che hanno raggiunto e toccato nuovi confini dove le parole diventano espressioni di appartenenza e bisogno di delicatezza e protezione dalla solitudine. Voglia di amare. Percepire il tuo sapore: delicato, dolce, che odora di fiori e di salsedine. Respiro profondamente – insieme a te – e invado le narici del tuo umore: libero di esprimersi nelle iniziative, nel silenzio degli sguardi.

Basta poco… per vedere i tuoi occhi sereni, sorridenti, da donna-bambina che proiettano sui miei la gioia di sentirsi – finalmente – donna completa per il suo uomo: per lui. Dimenticando disagi, vergogne e tabù adolescenziali – ancora latenti – e silenzi di passività e paura tenuti in vita da un legame disfunzionale.

Basta poco… per trovare labbra – per nulla “invadenti” – che esplorano il (mio) corpo per offrire un invito ad alzarsi per fare colazione; e farsi invadere dalle (prime) parole del mattino, piene di progetti – e sorrisi sui “piccoli imbarazzi” intimi – conditi con l’odore e il calore del caffè. Quelle labbra che ti accolgono al rientro la sera, delicate e desiderose di dolcezza e passione: come un bacio rubato, alla (nostra) “clandestinità”, in un luogo pubblico.

Basta poco… per dimenticarsi di dimenticare.

200

Le 6 del mattino di qualche giorno fa, come sempre, sul balcone di casa dove alloggio. Mi fa compagnia un libro di una scrittrice scandinava: una vera delusione considerando quanto sia “quotata”.

Stamane nell’aria avverto qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco, ad identificare. Non riesco ad individuare la causa, né ad isolare la motivazione di una esagerata sensazione di vuoto.

Solitudine? No; ormai è la mia compagna di vita. Fedele. Io e lei, soli: come su un’isola del mare del Nord. Chiudo quel libro – nel quale ho ravvisato una espressione che mi appartiene – e lascio andare la mente che – da sola – ha scelto un pensiero da seguire; lo riconosco e voglio ricordarlo. Lo lascio andare. Non mi va di allontanarlo e, caso molto strano – oltre che inconsueto – mi confeziono una sigaretta. Non è un buon segno. Questo è noto.

Sì. Seguo il pensiero, le immagini e le reazioni neurofisiologiche: conosco l’origine di questa malinconia. Ho provato a descriverla, qualche tempo fa, pertanto la riporto, qui, nella sua veste originale.

Vicino, qualche tavolo più avanti, sotto la luce di una lampada, un uomo avanti negli anni ma dall’aspetto vivace era immerso nella consultazione di un classico libro di architettura “200”, degli inizi del nuovo secolo.

Affrontava le pagine con fare deciso saltando da un capitolo all’altro come se stesse cercando le prove per la quadratura di una incongruenza. Non esitò a regalargli un sorriso quando incrociò lo sguardo di Robert. I suoi occhi recitavano antichi versi capaci di sciogliere le paure. Rassicuranti e teneri.

Ritrovare – da adulti – le (poche) persone che si sono prese cura della nostra formazione, stimolando, anche con una semplice parola, la viva curiosità, il desiderio di conoscenza e il fascino della ricerca, è una esperienza unica, immensa. Poterle finalmente abbracciare, realmente, significa riconoscere la reciproca valenza tra chi ha dato e chi ne ha fatto tesoro. In quel momento l’allievo restituisce al maestro la sua riconoscenza. Come un padre che ritrova la figlia dopo anni trascorsi a distanza ed insieme iniziano a prendersi cura uno dell’altro pur sapendo che, per uno, il tempo rimasto è breve. Entrambi hanno la certezza di essere stati importanti l’un l’altro, che sono stati sempre uno accanto all’altro; e questo è ciò che si chiama felicità. Quel termine difficile da definire per ogni disciplina umana, diventa finalmente chiaro. Vivo, tangibile, presente. Verificando tutte le risposte su cosa la felicità non è.

Negli occhi di Robert si disegnò presto una gioia che da tempo non apparteneva a quella vita solitaria; quella gioia che tutti ricordano e che molti non hanno più rivisto e solo pochi hanno cancellato dalla loro memoria. Forse qualche linea di nostalgia si stava disegnando tra le pieghe del suo viso. [ndr Lei era lì pag. 219]

Di colpo ravviso cosa aveva scatenato nella mia testa la sensazione di “novità” angosciante, di disagio immotivato alla quale non ero riuscito a dare volto: stamattina non c’era, qui con me, il garrire delle rondini tutto intorno. Non ho udito zinziluare. Sono andate via, tutte insieme. All’improvviso. Il tempo è andato, come sempre: senza avvisare.

Come ha fatto Giulio Romano.

Come vorrei fare io. Adesso.