Incontrarsi *

Un adagio, a me caro, recita: “la vita è l’arte dell’incontro”.

Da qualche tempo, ho il sospetto, che il significato della parola incontrarsi sia cambiato molto, almeno nella sua valenza di concetto sociale, relazionale, quotidiano. Ho sempre odiato quel “ci vediamo” [o “ci sentiamo”] vago ed impreciso anche se suona come se fosse già stabilito, registrato, in agenda. Quanta gente si è congedata con un “bene, allora ci vediamo” e poi non si è più vista? Tantissima.

Ci si incontra ancora? A volte. Su un ponte certo non più (ndr).

Tornando all’adagio [che è il titolo di un LP], incontrarsi è bello ma è necessario aggiungere l’occasione, il desiderio di frequentarsi, cioè la possibilità di concretizzare, trasformare, l’incontro in qualcosa che sia più di un numero di telefono latente: una occasione di crescita reciproca.

Quel che rimane, alla fine [della vita] sono le relazioni che abbiamo realizzato, cucito, ricamato e coltivato; gli “scambi” reali di valori, idee, conoscenze, pensieri, affetti, attenzioni ed opinioni con altre persone che in qualche modo le hanno recepite, condivise, criticate, rifiutate o fatte proprie. In ogni caso hanno accettato di ascoltare, di ascoltarci. E noi abbiamo fatto altrettanto.

Sembra che la variabile che ostacola la bellezza che nasce dall’incontro – e dalle relazioni che ne possono derivare – è un atteggiamento arbitrario di sfiducia verso il prossimo (o timore del giudizio) oppure una eccessiva stima (fallace e/o inesistente) di se stessi. Oppure, più semplicemente, non si “vede” una opportunità egoistica.

I parametri di popolarità virtuale possono rappresentare un valido esempio di questa dinamica. Non c’è bisogno di valori culturali, professionali, artistici [da acquisire con fatica e impiego di tempo] sui quali costruire la propria immagine di persona autorevole – in virtù dei propri meriti – su quali poggiare la propria “autostima”: No. Bastano un titolo qualunque di studio, un profilo professionale (sulla carta, anche falso o gonfiato) e stime numeriche – tante – altamente visibili, pubbliche, sui social network.

Non c’è (più) bisogno di appartenere a qualcosa [o anche a qualcuno] di reale, tangibile, valido, consistente, osservabile. Ci si vede autosufficienti nel proprio essere nulla. Ognuno è leader in quanto ha un seguito: altri leader che, in questo caso, sono potenziali seguaci. Siamo approdati ad una società, sia reale che virtuale, formata da singoli “io”. Tanti “Io”. Troppi.

Raramente vedo un “noi”; anche il noi “duale”, il più semplice, quello di base. Il noi è uscito di scena. Se esiste, è un “noi” opportunistico: a tempo determinato, a utilità da ottenere. E senza un “noi” non abbiamo alcuna identità, non abbiamo finalità comuni di vita, non abbiamo gioie da condividere e moltiplicare, né problemi da dividere (suddividere) in tanti pezzi per renderli risolvibili, né strada da percorrere insieme. Non abbiamo nulla da costruire, e nulla su cui costruire.

Normalmente due (o più, sui social) “Io” parlano, ma ognuno per sé; parla a sé. Non si ascoltano, l’un l’altro, per definizione. Ascoltano se stessi e ciò che pensano (o meglio credono) sia giusto; ed è giusto perché: lo è per se stessi. Di conseguenza, quel che ogni singolo (io) fa, è “giusto” per definizione perché lo ha pensato, fatto, costruito lui. Senza paura di “ferire”, di essere indelicati.

Nessuno è disposto, o incline, a mettersi nelle scarpe di un altro.

Da qui deriva [e potrebbe sembrare una forzatura o una banalità] l’idea (automatica, inconsapevole direi) del controllo. L’atteggiamento di controllo degli altri. Controllare la realtà “apparente” – irreale o ideale che sia – diventa ruolo, compito quotidiano, diffuso in ogni segmento della propria comunità (coniuge, amici, partner, colleghi, parenti).

Il controllo soffoca le interazioni naturali (sociali) ma quel che è peggio è che diventa uno stile di vita, una innocente esigenza, un necessario comportamento di adattamento.

Controllare significa (implicitamente): tutto dipende da me… solo da me: c’è bisogno del mio “benestare” per tutto ciò che mi appartiene o che gira attorno alla mia vita.

Anche uomo & donna (e le varie declinazioni sul sesso) sono diventate due entità necessariamente affermative ed esclusive: o l’una, o l’altra. Una controlla l’altra e viceversa. E questo si chiama attrito, conflitto, senza soluzione. Non ci si incontra più.

Non sappiamo più cosa significhi incontrarsi? Non credo.

Stiamo perdendo il sapore, il gusto di mettere in funzione questo raffinato meccanismo di sviluppo sociale, intellettivo, culturale, creativo – esclusivamente umano – per paura di non trovare quelle “occasioni di vita” che gli stereotipi educativi ci hanno mostrato ed imposto, come valore. Unico.

Ci sono troppi pregiudizi, luoghi comuni letali, diffusi con sapienza da mezzi di controllo sociale – dalle riviste, ai social, ai talk show – che lavano, smacchiano, sterilizzano e asciugano i neuroni; li isolano e bloccano da pericolose connessioni sinaptiche in grado di far nascere ed esplodere un cervello pensate e non le 50, e forse anche più, sfumature di materia grigia: facili da governare.

Renato Gentile

*Dialogando con Concita da Gregorio

Annunci

But [bət]

Altra insonnia, la seconda in tre giorni. Questa è la forma “classica”: ti giri e rigiri nel letto fino a quando ti alzi, esausto e avvii una iniziativa.

Visto che sono sveglio e non ho con me un gregge di pecore in fila, da contare, faccio qualcosa. Leggo, scrivo, studio oppure seguo pensieri, riflessioni e prendo nota. Elaboro. Ho sempre qualcosa su cui lavorare.

Ho una decisione da prendere, consigliatami 8 anni fa dalla mia ex moglie, dopo 7 di separazione. Una richiesta assurda all’epoca – e forse lo è ancora oggi – ma è l’ultima possibilità.

Non ce ne sono altre. No. Serve una analisi. Ora.

Adesso? Sì, insonnia maledetta. O benedetta?

Ho tante qualità – e non lo dico io – me lo hanno sempre riconosciuto e riferito. Ho altrettanti difetti, forse più delle qualità.

Nella vita ho sempre cercato di equilibrare le due cose: riuscendoci per un tempo limitato, non breve comunque. Per ogni relazione, in ogni relazione, ho bilanciato – spostandole come fossero biglie – il tutto, facendo pendere sempre il piatto delle qualità ma (but) è bastato l’accenno di un difetto – una semplice brevissima manifestazione – per rivoluzionare, ribaltare, la posizione dei piatti della bilancia. Irreversibilmente. E aggiungerei: impropriamente.

Non sono mai stato perdonato, neanche una volta. Mai. Grazie mille.

Ad essere bastardi – l’ho capito da un po’ – si guadagna molto: le rare volte che fai qualcosa di buono vieni super apprezzato, amato, rispettato, perdonato; mostri addirittura agli increduli di avere un cuore, un’anima. Vieni santificato. Ma (but) se dalle tue (infinite) qualità emerge l’accenno di un (solo) “difetto”, dettato da un momento, solo per un attimo, tutto salta. Crolla. Irrimediabilmente.

Diventi indiscutibilmente un demone.

Ti voglio bene, tanto, credimi, sei dolce, affettuoso ma… bla, bla, bla.

Ti voglio bene, sei unico, grande ma… bla, bla, e bla, bla.

Ho sentito tutte le possibili combinazioni di queste declinazioni inconsistenti.

Sono qui, stamattina [è quasi l’alba] davanti alla mai “stadera”. E decidere. Devo decidere se ri-tornare nella “Torre d’Avorio” e beffare il mio futuro. Oppure cercare chi potrebbe “salvarmi” da questa dissennata scelta. Qualcuna che apra la gabbia della mia mente e farmi volare. Volare insieme.

Osservo la stadera e le biglie sui piatti; provo a fare un bilancio. Bella storia.

I difetti sembrano addomesticati, educati a stare al loro posto: in silenzio. Le virtù, le qualità, sono evidenti, chiare; alcune ancora più affinate. Affascinano, stupiscono: sorprendono. In sintesi.

Sono sufficientemente femminile: dolce nei modi, nelle attenzioni, nel ricordare e sorprendere, nella delicatezza dei gesti, nel semplificare problemi e mediare, nel confortare. E adeguatamente maschile: nella gestualità, nell’amicizia, nell’educazione, nella forza delle decisioni, delle soluzioni, nel dare sicurezza e appoggio, nel parlare, sorridere e scherzare, nel garbo e nel rispetto dell’altro sesso. Sempre.

E allora cosa è che non va? Perché è finita? Qual è il problema stavolta? Cosa non ha funzionato? Dove ho sbagliato? E poi, perché ritirarsi?

Fisso la stadera, non oscilla; uno dei piatti tocca il piano. C’è una biglia, nuova. Ahi!

Ha le medesime dimensioni delle altre ma un peso specifico incredibile: pesa più di tante messe insieme. La sua presenza è cruciale. Accidenti se lo è: non c’è scampo. Niente, nulla e nessuno potrebbe invertire l’esito, il giudizio. Non c’è via di scampo.

“Non c’è niente che non va. Ti voglio bene. Tanto.

Sei una persona speciale, leale, dolce, intelligente. Unica.

Ti voglio bene e te ne vorrò sempre; te lo giuro… ma  [but]:  sei vecchio”.

Basta poco

Basta poco: una parola letta, una immagine, una frase ascoltata, un oggetto, un profumo, un gesto quotidiano e tutto torna alla mente. Tutto, improvvisamente (ma non spontaneamente) riappare dai magazzini scenografici della memoria. Tutto torna presente. Il più complesso presente virtuale che Dio (o chi per lui) abbia creato.

Bella “invenzione” la memoria: poter ricordare e ricondurre al presente, fatti, eventi, persone, luoghi, sensazioni, emozioni e profumi, da un lontano temporale e spaziale senza confini. Senza limiti di alcunché.

Basta poco… e ritornano immagini accompagnate dal profumo delle lenzuola: ed avverto le tue spalle infreddolite appoggiarsi nude sul mio petto per riscaldarsi offrendo i glutei al mio pube, ancheggiando per assestarsi e conquistare la massima superficie di contatto e spingere al momento giusto per farlo aderire. Riconosco la tua pelle; i polpastrelli seguono la fila di vertebre ed arrivano, deviando, sui fianchi per accarezzarne il profilo e scorrere oltre: fino alla “stellina” di pizzo applicata allo slip.

Basta poco… per ricordare il ricongiungersi delle mani; slego le tue serrate al petto, chiuse a pugno, per invitarti a lasciare libero quel seno che “nasconde l’anima”. Quel seno che amo accarezzare dolcemente e sfiorare delicatamente per accendere sensazioni a lungo nascoste e da altri negate. Accarezzare il profilo del collo, seguire le braccia – finalmente libere – e sentirle aggrapparsi a me, cambiando l’orizzonte degli eventi della notte con un abbraccio.

Basta poco… per udire la voce degli orgasmi che hanno – finalmente – rotto gli argini di gelo, i limiti entro cui erano stati relegati, costretti ed umiliati; avvertire che hanno raggiunto e toccato nuovi confini dove le parole diventano espressioni di appartenenza e bisogno di delicatezza e protezione dalla solitudine. Voglia di amare. Percepire il tuo sapore: delicato, dolce, che odora di fiori e di salsedine. Respiro profondamente – insieme a te – e invado le narici del tuo umore: libero di esprimersi nelle iniziative, nel silenzio degli sguardi.

Basta poco… per vedere i tuoi occhi sereni, sorridenti, da donna-bambina che proiettano sui miei la gioia di sentirsi – finalmente – donna completa per il suo uomo: per lui. Dimenticando disagi, vergogne e tabù adolescenziali – ancora latenti – e silenzi di passività e paura tenuti in vita da un legame disfunzionale.

Basta poco… per trovare labbra – per nulla “invadenti” – che esplorano il (mio) corpo per offrire un invito ad alzarsi per fare colazione; e farsi invadere dalle (prime) parole del mattino, piene di progetti – e sorrisi sui “piccoli imbarazzi” intimi – conditi con l’odore e il calore del caffè. Quelle labbra che ti accolgono al rientro la sera, delicate e desiderose di dolcezza e passione: come un bacio rubato, alla (nostra) “clandestinità”, in un luogo pubblico.

Basta poco… per dimenticarsi di dimenticare.

Sala d’attesa

Improvvisamente, senza motivo ho aperto gli occhi. Nessun rumore, nessun suono o segnale ha interrotto il mio sonno. Gli “esperti” lo chiamano risveglio spontaneo: non sono mai stato d’accordo con questa classificazione / definizione. Ridicolo solo a pensarlo.

Ho gli occhi aperti ma questo non significa che io sia vigile, orientato. Sono sbandato. Il “passaggio” è stato repentino e carico di energia come determinato da una forte scossa tellurica ondulatoria; le connessioni alla coscienza sono bloccate. In allarme. Avverto angoscia.

Riconosco, lentamente, la stanza: non è casa mia. Il silenzio è la precisa colorazione del buio di questa notte; lentamente sfuma e diventa sottofondo fino a lasciare posto al tonfo secco e profondo di quell’organo che batte dentro il mio petto spingendo la sua eco fino alla gola arida. L’esofago sembra occluso, bloccato dal respiro disritmico. Avverto le spinte oppositive del torace come se volesse domarlo: sta andando fuori giri e non c’è verso di contenerlo, placarlo. E’ stato attivato chimicamente, in modo autonomo, difficile da quietare: è fuori da ogni controllo. Soprattutto razionale. Le narici sono congestionate, umide. Apro la bocca per respirare e un brivido si diffonde lungo la schiena. Alle orecchie arriva il rumore del fluire del sangue: scorre dietro la nuca. Secco e variabile come il suono sintetizzato del Doppler.

Il tremore delle mani si adegua ai suoni realizzando un ritmo a me noto: insonnia.

Ne avverto la presenza: il suo respiro. Non è la “solita” insonnia. I pensieri che la compongono non sono per nulla chiari, sembrano provenire da un incubo: forse si preparavano a realizzarlo. Pensieri senza volto: certamente ne hanno uno. Bisogna ricomporlo: non è facile data l’enorme agitazione.

Le 2, e lentamente arrivano le 3. Scrivo una e-mail: ho capito tutto. Finalmente. Adesso è tutto chiaro. Come sempre del resto. L’energia inizia a defluire lasciando uno spazio che sarà riempito da una emozione derivata.

Le 3 e mezzo e subito le 4. Forse qui, a questo punto, è arrivato il sonno. Finalmente vengo abbandonato da quegli artigli muscolosi in grado di strappare immagini da una parte sconosciuta del cervello – come fosse carne viva – per simulare realistici scenari di premonizione. Adesso è tutto chiaro: come fosse vero. Reale.

L’alba attraversa la finestra e mi trova addormentato e stanco; i pensieri dentro il caffè sanno di malinconia. Più del solito, molto più. Cresce come la pianta posta sulla cassettiera all’ingresso e prende il posto di tutte quelle sensazioni ormai spente e sento dentro, fino in fondo, una necessaria quanto utile rassegnazione. Un equilibrio accettato ma non certo voluto. Subìto passivamente. Totalmente.

Ho il numero 57, in ambulatorio, e sono arrivati al 32; sarà una lunga attesa stamattina e, stavolta, non ho portato, con me, alcun libro. Disattenzione? Distrazione? Che importa?

Ore 9, 28 la vibrazione del telefono mi informa dell’arrivo di un SMS:

Sono uscita…” [a cena – con lui – ieri sera].

Lo so.”.

Come un ponte… sul fiume.

Domenica diversa, questa mia; oggi non vado in Piazza Farnesi a fare provviste alimentari a chilometro zero. Ho terminato i miei impegni didattici a Parma ieri ma ero già dentro questo domani. “And today is only yesterday’s tomorrow”. Un paio di ore di treno e la incontrerò, ci incontreremo. Per la prima volta. Oggi, domenica.

Riempio il tempo guardando il panorama fuori dal finestrino e compilando – allo stesso tempo – una lista dei brani musicali che rappresentano le varie sensazioni che avverto e che vado a raccogliere mentre immagino tutto il “possibile” di un primo incontro. Provo ad figurarmi sguardi e parole da dire, sorrisi, respiri e silenzi da comporre per ascoltare. E perché no: inviti e proposte, scartando ovviamente quelli “indecenti”. Conto gli ultimi minuti, dilatati dal panorama poco noto. Lei sarà già lì.

Scendo dalla vettura e scandaglio con occhi acuti il marciapiede del binario attento a cogliere ogni segnale. Osservo la postura, i movimenti e l’andatura della gente per coglierne gli atteggiamenti. Ognuno attende qualcuno con aria e umore diverso. Guarda e cerca. Centinaia di dati passano al vaglio della mia attenzione per essere filtrati; in fondo non ho una immagine completa di lei; né lei di me. I riferimenti sono altri. Di sicuro ci stiamo reciprocamente cercando: sarà facile riconoscersi. Vedrai.

Ti avvisto, il cuore non mente mai, lancio uno sguardo interlocutorio ma tu mi hai già individuato: vieni verso me, corri sulle tue ballerine, alta slanciata, adeguatamente magra. Il berretto sulla fronte armonizza la forma dei lunghi capelli neri, sulle spalle. Mi guardi attraverso gli occhiali, sorridi. Ci riconosciamo. Aspettative, raffigurazioni e realtà si incontrano e si miscelano come colori a tempera; cercano una sintesi cromatica laddove sintesi non può esserci. E’ un dato nuovo, polimorfo e sfaccettato: la realtà. Che bel colore che ha la realtà quando ravvisi questo mood. Sì, mood (mi permetto un termine tecnico).

Ci salutiamo guardando finalmente negli occhi di ognuno, ricomponendo e completando – in pochi attimi – l’immagine che ognuno di noi aveva elaborato dell’altro coi altri dati [fondamentali] della realtà. Il profumo, lo sguardo, la morbidezza della pelle, la delicatezza delle mani, i movimenti del corpo, delle labbra e gli sguardi si aggiungono a completare quei frammenti di tratti immaginati, intuiti tra le parole e le righe di parole e dalla forma flessiva della voce.

Impacciato nella mia giacca a vento e dalle bretelle dello zaino appesantito dal computer passeggiamo sul lungomare autunnale – che si prepara al Natale – fino ad arrivare al ponte sulla foce del fiume. Lo imbocchiamo camminando fianco a fianco, sempre più prossimi, fermandoci di tanto in tanto per regalarci il sorriso che accompagna commenti e dialoghi mentre ci raccontiamo. Ci fermiamo ad ammirare il mare, sconfinato, ad est e le montagne, subito a ridosso, ad ovest.

Un giro, come una danza allo specchio, e ci ritroviamo faccia a faccia e spontaneo nasce un abbraccio [in cui le mani, con discrezione, cercano luoghi dove è possibile trovare brividi o vibrazioni] ed un bacio scambiato, tenero, innocente. Delicato e breve; accompagnato solo dal silenzio delle parole che compongono i nostri rispettivi pensieri in quel momento. Guidati dal cuore e sospinti dall’anima. Un attimo dentro il quale riconosciamo l’avvio di un tempo, rimasto sospeso, che riprende a scorrere. Un fotogramma intenso per entrambi: la foto da mettere sullo scrittoio.

Quel momento, sul ponte, attimo fuggente per gli osservatori esterni, diventa per noi metafora identificativa del tema dialogico: il “nuovo”. Metafora di azioni e progetti: grandi ma possibili. Sogni da realizzare subito. Presto. Un ponte da attraversare, che si apre sulla sponda di una vita nuova lasciando alle spalle quella fin qui passivamente accolta; accettata con molti compromessi e sofferenze. E soprattutto priva di futuro. Sì, quel ponte sul quale abbiamo passeggiato diventa adesso simbolo di rinascita. Momento di promesse reciproche di sostegno per attraversare le difficoltà e superare i dolori e lasciare la tristezza delle scelte – divenute “errori” – alle spalle. Non c’è più bisogno di energie disumane per guatare il fiume e fuggire: bisogna imparare a gestire le vertigini.

Torniamo indietro sul lungomare e i racconti – certi ognuno di questa nuova dimensione – rotolano fuori dalla bocca senza pause. Definiamo inconsapevolmente certezze acquisiste con quell’abbraccio. Senza timore né paura ci affidiamo l’uno all’altra: sicuri. Le nostre mani provano a tenersi e trasmettono sicurezza. Le situazioni angoscianti, tremende da affrontare e difficili da superare, adesso sembrano lasciare spazio ad un progetto di rinnovamento. Seduti in un bar del centro consumiamo – oltre alle bevande – il resto delle poche ore a disposizione. Scambiandoci qualche oggetto, scelto e portato, come ricordo. C’è aria di rinnovata gioia negli sguardi; sembra proprio complicità. La speranza ha lasciato posto alla realtà, al vero. Alla vita.

Un altro treno, da lì a poco, mi riporterà a casa quando ormai sarà notte. Non importa quanto tardi sarà perché sarà appena dopo averti lasciato. Non sarò solo stanotte; non più. Sento viva la tua presenza ed il tuo desiderio di avvicinarti ad un aeroporto per ricominciare (o imparare) a volare. C’è certezza in tutto questo; una combinazione chimica nota. Non solubile.

Marciapiede della stazione ferroviaria, binario 4: il treno è in arrivo da Sud. Puntuale. Ci salutiamo in maniera delicatamente naturale e salgo sul treno. Mi giro, le porte sono ancora aperte, mi sporgo, guardo il segnale per il macchinista. Ho tempo. Scendo rapidamente dal treno per un ultimo bacio ed un indispensabile abbraccio, solo pochi secondi: il semaforo diventa giallo e distinto arriva netto e perentorio il fischio del capotreno. Salto i tre gradini appena in tempo. I battiti del cuore sono andati fuori fase: ho quasi un capogiro. A volte mi capita. Colgo il tuo sorriso oltre il vetro e vedo i tuoi occhi che si preparano alle lacrime; chiudo i miei come a ringraziare dio. Mi ripeto di sentirmi, finalmente, felice. Non riesco a crederci. Non è possibile: io? Chi me lo doveva dire? Tu, io: non siamo più soli. Adesso.

Prendo posto, provo a riprendere il ritmo del respiro. Accendo il computer e scrivo; ti inoltrerò il file per posta elettronica appena arrivato a casa. Scrivo anche qualcosa che il cuore mi detta – ma che non saprei dire a voce – che conserverò: te la farò leggere un giorno, tra qualche anno. Sì, vedo un futuro. Spengo, chiudo gli occhi. Ho la sensazione di essere (io) quel ponte utile per attraversare quel fiume tempestoso che ha ostacolato il tuo cammino, i tuoi sogni. Quel fiume agitato, turbolento, da far paura che ti ha allontanata dalla tua strada. Bisogna affrontarlo, superarlo e riprendere a vivere: a crescere. A volare.

Penso e credo che quanto accaduto sia l’inizio di una [bella] storia: da raccontare. Gridare. Decine di risvolti da favola, incantevoli, delicati, incredibili tanto da sembrare un sogno, sono (adesso) realtà. Una magia da scrivere vivendo insieme; giorno dopo giorno. Tutto è cambiato dentro me: mi sento nuovamente vivo. Che regalo mi ha fatto la vita. Quando tutto era già andato. Tutto era finito e invece eccomi qui a ridere. Felice.

Che gioia mi ha donato, oggi, la vita. Tutto mi ha fatto pensare all’inizio di una storia e invece no: questa è (stata) la fine della storia. 

Nessuna favola è iniziata sul ponte: tutto è finito lì. Questa è la (vera) storia.

https://www.youtube.com/watch?v=oCduKbDuzmY

Centonove

Il programma annunciava la presentazione del libro, il suo libro. In una libreria del centro: La Feltrinelli. Vado a fare il mio servizio. Puntuale mi presento, mi qualifico e prendo posto. Tutto normale, come da prassi, come da copione. Sedie, microfoni, saluti, sorrisi, strette di mano, congratulazioni: una liturgia nota. Ultima sigaretta fuori dalla sala e, senza attendere oltre i sette minuti di “tolleranza” si inizia. Mi aspetto la solita languida presentazione, con qualche citazione estrapolata dal curriculum dell’autore, qualche titolo o “competenza”, o riconoscimento; preparo la penna, apro il taccuino.

Ma che succede? Le luci si spengono; sullo schermo partono le immagini di un film che non ho (mai) visto. Si riferisce ad una guerra, è chiaro, ma quale? L’equipaggiamento dei militari non è supertecnologico è molto spartano ma non è quello della seconda guerra mondiale. La musica che accompagna le immagini è affascinante, il ritmo trascina il corpo al movimento, le pupille si dilatano. Il cuore si adegua. Ascolto le parole della canzone e leggo la sofferenza nei toni. Le immagini scorrono veloci: un aereo decolla pieno di giovani militari e sfuma tra le nuvole, la dissolvenza incrocia su un gruppo di ragazzi coi capelli lunghi; il “piano inquadratura” allarga la scena che si apre su un cimitero militare. Migliaia di croci bianche perfettamente allineate. Adesso non c’è dubbio: il riferimento è al Vietnam. Le immagini si fermano su una folla di migliaia di giovani che cantano “Let the Sunshine in”.

Torna il silenzio e, sempre al buio, parte un altro brano: un’orchestra accorda gli strumenti, un rincorrersi di note che cercano la giusta frequenza di vibrazione. La tonalità di ogni corda degli archi gioca sui salti degli intervalli fino a riconoscerla poi inizia la musica e piove su tutti un’aria di pace che invita alla riflessione, alla concentrazione e lancia una nota di tristezza, o meglio di nostalgia. Sulle ultime note si innesta, sapientemente, un dialogo tra un uomo e una donna: Beelèv e Stray iniziano a parlare prima di riconoscersi. Il loro primo incontro. La voce di Eliana, prestata a Beelèv, è un vero spettacolo: “mima” una macchina ma si avverte forte che è una (macchina) donna. Lui è sciolto, sicuro: determinato. Dialogo breve ma intenso. Fine de “prologo” che l’autore ha creato per introdurre l’ambiente e il cuore della narrazione. Le luci si accendono e partono, delicatamente annunciate dallo scandire di due colpi sul rullante, le note di un brano che catapulta gli intervenuti ad accogliere l’evento.

Riconosco il brano anzi lo conosco: Are you going with me? Il cuore inizia a battere e respirare come in una danza. Un preludio di qualcosa. Entra l’autore; spontaneo parte un applauso. Inspiegabilmente fragoroso. Chi non lo conosce potrebbe pensare che si “atteggia” ad una star. No. Ha dipinto in faccia la sua commozione e la gioia che esprime con gli occhi. Fa un mezzo inchino, sorride, congiunge le mani. La musica sfuma delicatamente, un attimo di silenzio. Esordisce con una battuta, tipica delle sue, e poi aggiunge: “scusate l’invecchiamento”. Una risata nasce e si diffonde. Gli serve qualche secondo per controllare l’emozione e rompere il ghiaccio: sa come fare, lui. Saluta chi conosce, uno per uno, e presenta tra loro le persone che appartengono ad altre realtà ed invita gli ospiti “sconosciuti” a presentarsi da soli. Mi chiedo se siamo alla presentazione di un libro o a qualcosa di diverso.

La relatrice ci dà il benvenuto, introduce con le giuste puntualizzazioni e riferimenti il lavoro e la scrittura e tutto sembra prendere una piega nota. L’aria si riempie di curiosità e di respiri di attesa. Si parla del nuovo libro ma si richiama costantemente il primo; partono, senza rumore, silenziosamente, sullo sfondo della sala, una serie di diapositive che “raccontano” quel che è “accaduto” tra il primo ed il secondo libro: immagini che raccontano i retroscena della vita (dell’autore) che scorre mentre la malinconia detta le pagine e cerca di superare l’ennesimo abbandono, compreso l’ultimo ancora caldo di lacrime. E poi ancora un filmato musicale ed altre letture stralciate dal libro.

Un susseguirsi di domande, risposte e contributi come se seguissero un copione mentre è pura improvvisazione. Compreso “un minuto di… rumore” per ricordare l’amico musicista, Pippo Mafali, scomparso da poco.

Trascorrono ben oltre due ore senza avvertire alcuna stanchezza; dopo i saluti ed il congedo le persone rimangono a parlare, sorridere e scherzare, con lui. Dovrei dire con te; beh si, provo a dirlo, ci conosciamo: sono (stata) la tua ultima compagna. E posso dire che non finisci mai di sorprendermi.

Vorrei abbracciarti qui: davanti a tutti.

Grazie, ancora una volta, Renato.

Domani scriverò il pezzo.

M. CA.