Aspetto che piova

Ciao. Cosa fai qui?

Ciao. Sto aspettando la pioggia. E fumo.

E sì, tra poco arriverà… credo.

Ci puoi contare: senti l’odore?

No, perché la pioggia ha odore?

Sì, come l’aurora.

Ma dai non dire sciocchezze.

No, lasciami dire: sono il mio pane quotidiano.

Perché adesso “insegni” la materia SCIOCCHEZZE?

La insegno da sempre. La scienza per molti è sciocchezza; una giustificazione per non interessarsene.

No, magari molti non riescono a comprenderla.

Uhm, la scienza parla in modo semplice, come si fa a non capirla? E’ un pregiudizio. Come tanti altri. La gente ama parlare di altro. Interessarsi di altro.

A proposito di parlare: ho visto che hai lasciato la pagina su Facebook.

Sì, crearla è stata una scelta di “marketing”; una strategia miseramente fallita perché sono mancati gli aiuti programmati per la gestione. Un errore di valutazione. 60 giorni sono stati più che sufficienti per capire che “non mi riguarda”.

Ma no, dai. In fondo ci si diverte. Ci si passa il tempo. In compagnia.

In compagnia di chi? Mi spiace, non è per me. Senza offesa per alcuno. Non è per me.

Una solitudine affollata di gente: ecco cosa è per me. Illusione di condivisione. Patetico.

Ma come fai? Ad essere così rigido, scostante, categorico. Sei il solito egocentrico. Se non ti conoscessi non vorrei certo conoscerti. E so anche che è questo quello che vuoi.

Diciamo che sono asociale; è più semplice.

Non farmi ridere: tu asociale? Con tutta la gente che ti ama?

La gente che mi ama sono amici. Quelli che vedi, ascolti, parli e tocchi dal vivo. Che ti abbracciano, accarezzano e ridono con te, guardandoti negli occhi. Senza bisogno di “faccine” di circostanza.

Intanto gli alberi iniziano ad ondeggiare, un leggero vento ne scuote le fronde e l’aria si riempie di elettricità. Da lì a poco arriva qualche goccia di pioggia.

Beh, inizia a piovere, dai ti do un passaggio a casa. Vieni?

No grazie, te l’ho detto, l’aspettavo. Nessun problema, torno a piedi.

Accidenti non riesco ad abituarmi alla tua testardaggine.

L’uomo non è solubile in acqua [se mai nell’alcol]. Vedrai arriverò intero. Nessun problema. Ah, non dimenticarti di scriverlo sulla tua pagina di Bookface; lì, come su Marte, non piove mai. E’ meglio dare questa insolita notizia: vedrai quanti “I like”. Sarai sommersa di commenti: un assalto.

Quanto ti odio… ma ti voglio anche bene. Antipatico.

Ciao, a presto.

PS Nella mia testa, mentre cammino, improvvisamente prende forma – e risuona – un brano che da ragazzo suonavo (e cantavo) nei Night Club:

Raindrops keep falling on my head,

But that doesn’t mean my eyes will soon be turning red,

Crying’s not for me.

And, I’m never gonna stop the rain by complaining,

Because I’m free.

Nothing’s worrying me!

It won’t be long till happiness steps up to greet me.

Un minuto a mezzanotte

Accidenti. Non mi era mai capitato di trasalire così nel sonno. In maniera [diventata] “automatica”, guardo l’ora; lo faccio sempre. Un minuto a mezzanotte, è (ancora) oggi.

Ti ho aspettata tutto il giorno.

Stavolta è stato tremendo, mai un risveglio così angoscioso. Forte. Le mani mi tremano: brutto segno. Neanche per un terremoto; ho anche sospirato qualcosa, come uno spasimo. E mi sono sollevato a guardare intorno.

Cosa è accaduto? Non lo so però è accaduto, lontano o forse qui a due passi dal mio letto. Cerco di orientarmi, di capire; so dove sono ma non cosa sia accaduto. E soprattutto dove è accaduto: non qui. Di certo.

Mi alzo e giro per casa, al buio. L’angoscia è forte, oddio se lo è.

Ehi, la parola “Oh dio”: mi sembra di averla sentita nel sonno. Un gemito dal respiro ansimante. Quello.

Non era la mia voce.

Ho la sensazione che qualcuno [o qualcuna] si sia seduto accanto a me mentre dormivo; tra sogno e risveglio, in quella zona d’ombra. Ho perso qualche immagine ma lascio perdere di ricomporle adesso, devo tranquillizzarmi. Respiro mentre il cuore insegue la paura per bloccarla. Avverto un odore strano ma non è quello della notte. Forse un incendio o qualcosa che brucia e fa fumo.

Troppe domande aggrediscono i pensieri, li interrogano; le immagini si riorganizzano velocemente e compongono un nome. Il suo.

Qualcosa è accaduto. Altrove.

Qualcosa è accaduto. Fuori e dentro di me.

E’ accaduto ora. Adesso.

Accendo il telefono? No. Chi dovrebbe chiamare?

Lei? E perchè?

Rapidamente il pensiero diventa dolore e cancella definitivamente il sonno: il cuore batte ma mi sento morto. Inutile.

E’ andata: se ne è andata. Non ha atteso domani.

Lo sapevo. Presto lo saprò. Sì, certo, lo saprò. Anche se, già, lo so.

Sono stato seppellito: vivo. Stanotte.

Sul mio nome c’è (già) una croce.

E’ bastato un orgasmo.

… a un minuto da domani.

But [bət]

Altra insonnia, la seconda in tre giorni. Questa è la forma “classica”: ti giri e rigiri nel letto fino a quando ti alzi, esausto e avvii una iniziativa.

Visto che sono sveglio e non ho con me un gregge di pecore in fila, da contare, faccio qualcosa. Leggo, scrivo, studio oppure seguo pensieri, riflessioni e prendo nota. Elaboro. Ho sempre qualcosa su cui lavorare.

Ho una decisione da prendere, consigliatami 8 anni fa dalla mia ex moglie, dopo 7 di separazione. Una richiesta assurda all’epoca – e forse lo è ancora oggi – ma è l’ultima possibilità.

Non ce ne sono altre. No. Serve una analisi. Ora.

Adesso? Sì, insonnia maledetta. O benedetta?

Ho tante qualità – e non lo dico io – me lo hanno sempre riconosciuto e riferito. Ho altrettanti difetti, forse più delle qualità.

Nella vita ho sempre cercato di equilibrare le due cose: riuscendoci per un tempo limitato, non breve comunque. Per ogni relazione, in ogni relazione, ho bilanciato – spostandole come fossero biglie – il tutto, facendo pendere sempre il piatto delle qualità ma (but) è bastato l’accenno di un difetto – una semplice brevissima manifestazione – per rivoluzionare, ribaltare, la posizione dei piatti della bilancia. Irreversibilmente. E aggiungerei: impropriamente.

Non sono mai stato perdonato, neanche una volta. Mai. Grazie mille.

Ad essere bastardi – l’ho capito da un po’ – si guadagna molto: le rare volte che fai qualcosa di buono vieni super apprezzato, amato, rispettato, perdonato; mostri addirittura agli increduli di avere un cuore, un’anima. Vieni santificato. Ma (but) se dalle tue (infinite) qualità emerge l’accenno di un (solo) “difetto”, dettato da un momento, solo per un attimo, tutto salta. Crolla. Irrimediabilmente.

Diventi indiscutibilmente un demone.

Ti voglio bene, tanto, credimi, sei dolce, affettuoso ma… bla, bla, bla.

Ti voglio bene, sei unico, grande ma… bla, bla, e bla, bla.

Ho sentito tutte le possibili combinazioni di queste declinazioni inconsistenti.

Sono qui, stamattina [è quasi l’alba] davanti alla mai “stadera”. E decidere. Devo decidere se ri-tornare nella “Torre d’Avorio” e beffare il mio futuro. Oppure cercare chi potrebbe “salvarmi” da questa dissennata scelta. Qualcuna che apra la gabbia della mia mente e farmi volare. Volare insieme.

Osservo la stadera e le biglie sui piatti; provo a fare un bilancio. Bella storia.

I difetti sembrano addomesticati, educati a stare al loro posto: in silenzio. Le virtù, le qualità, sono evidenti, chiare; alcune ancora più affinate. Affascinano, stupiscono: sorprendono. In sintesi.

Sono sufficientemente femminile: dolce nei modi, nelle attenzioni, nel ricordare e sorprendere, nella delicatezza dei gesti, nel semplificare problemi e mediare, nel confortare. E adeguatamente maschile: nella gestualità, nell’amicizia, nell’educazione, nella forza delle decisioni, delle soluzioni, nel dare sicurezza e appoggio, nel parlare, sorridere e scherzare, nel garbo e nel rispetto dell’altro sesso. Sempre.

E allora cosa è che non va? Perché è finita? Qual è il problema stavolta? Cosa non ha funzionato? Dove ho sbagliato? E poi, perché ritirarsi?

Fisso la stadera, non oscilla; uno dei piatti tocca il piano. C’è una biglia, nuova. Ahi!

Ha le medesime dimensioni delle altre ma un peso specifico incredibile: pesa più di tante messe insieme. La sua presenza è cruciale. Accidenti se lo è: non c’è scampo. Niente, nulla e nessuno potrebbe invertire l’esito, il giudizio. Non c’è via di scampo.

“Non c’è niente che non va. Ti voglio bene. Tanto.

Sei una persona speciale, leale, dolce, intelligente. Unica.

Ti voglio bene e te ne vorrò sempre; te lo giuro… ma  [but]:  sei vecchio”.

Basta poco

Basta poco: una parola letta, una immagine, una frase ascoltata, un oggetto, un profumo, un gesto quotidiano e tutto torna alla mente. Tutto, improvvisamente (ma non spontaneamente) riappare dai magazzini scenografici della memoria. Tutto torna presente. Il più complesso presente virtuale che Dio (o chi per lui) abbia creato.

Bella “invenzione” la memoria: poter ricordare e ricondurre al presente, fatti, eventi, persone, luoghi, sensazioni, emozioni e profumi, da un lontano temporale e spaziale senza confini. Senza limiti di alcunché.

Basta poco… e ritornano immagini accompagnate dal profumo delle lenzuola: ed avverto le tue spalle infreddolite appoggiarsi nude sul mio petto per riscaldarsi offrendo i glutei al mio pube, ancheggiando per assestarsi e conquistare la massima superficie di contatto e spingere al momento giusto per farlo aderire. Riconosco la tua pelle; i polpastrelli seguono la fila di vertebre ed arrivano, deviando, sui fianchi per accarezzarne il profilo e scorrere oltre: fino alla “stellina” di pizzo applicata allo slip.

Basta poco… per ricordare il ricongiungersi delle mani; slego le tue serrate al petto, chiuse a pugno, per invitarti a lasciare libero quel seno che “nasconde l’anima”. Quel seno che amo accarezzare dolcemente e sfiorare delicatamente per accendere sensazioni a lungo nascoste e da altri negate. Accarezzare il profilo del collo, seguire le braccia – finalmente libere – e sentirle aggrapparsi a me, cambiando l’orizzonte degli eventi della notte con un abbraccio.

Basta poco… per udire la voce degli orgasmi che hanno – finalmente – rotto gli argini di gelo, i limiti entro cui erano stati relegati, costretti ed umiliati; avvertire che hanno raggiunto e toccato nuovi confini dove le parole diventano espressioni di appartenenza e bisogno di delicatezza e protezione dalla solitudine. Voglia di amare. Percepire il tuo sapore: delicato, dolce, che odora di fiori e di salsedine. Respiro profondamente – insieme a te – e invado le narici del tuo umore: libero di esprimersi nelle iniziative, nel silenzio degli sguardi.

Basta poco… per vedere i tuoi occhi sereni, sorridenti, da donna-bambina che proiettano sui miei la gioia di sentirsi – finalmente – donna completa per il suo uomo: per lui. Dimenticando disagi, vergogne e tabù adolescenziali – ancora latenti – e silenzi di passività e paura tenuti in vita da un legame disfunzionale.

Basta poco… per trovare labbra – per nulla “invadenti” – che esplorano il (mio) corpo per offrire un invito ad alzarsi per fare colazione; e farsi invadere dalle (prime) parole del mattino, piene di progetti – e sorrisi sui “piccoli imbarazzi” intimi – conditi con l’odore e il calore del caffè. Quelle labbra che ti accolgono al rientro la sera, delicate e desiderose di dolcezza e passione: come un bacio rubato, alla (nostra) “clandestinità”, in un luogo pubblico.

Basta poco… per dimenticarsi di dimenticare.

Lo scriverei cento volte…

Ho fatto questa affermazione e quindi, per coerenza… Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene.

Sala d’attesa

Improvvisamente, senza motivo ho aperto gli occhi. Nessun rumore, nessun suono o segnale ha interrotto il mio sonno. Gli “esperti” lo chiamano risveglio spontaneo: non sono mai stato d’accordo con questa classificazione / definizione. Ridicolo solo a pensarlo.

Ho gli occhi aperti ma questo non significa che io sia vigile, orientato. Sono sbandato. Il “passaggio” è stato repentino e carico di energia come determinato da una forte scossa tellurica ondulatoria; le connessioni alla coscienza sono bloccate. In allarme. Avverto angoscia.

Riconosco, lentamente, la stanza: non è casa mia. Il silenzio è la precisa colorazione del buio di questa notte; lentamente sfuma e diventa sottofondo fino a lasciare posto al tonfo secco e profondo di quell’organo che batte dentro il mio petto spingendo la sua eco fino alla gola arida. L’esofago sembra occluso, bloccato dal respiro disritmico. Avverto le spinte oppositive del torace come se volesse domarlo: sta andando fuori giri e non c’è verso di contenerlo, placarlo. E’ stato attivato chimicamente, in modo autonomo, difficile da quietare: è fuori da ogni controllo. Soprattutto razionale. Le narici sono congestionate, umide. Apro la bocca per respirare e un brivido si diffonde lungo la schiena. Alle orecchie arriva il rumore del fluire del sangue: scorre dietro la nuca. Secco e variabile come il suono sintetizzato del Doppler.

Il tremore delle mani si adegua ai suoni realizzando un ritmo a me noto: insonnia.

Ne avverto la presenza: il suo respiro. Non è la “solita” insonnia. I pensieri che la compongono non sono per nulla chiari, sembrano provenire da un incubo: forse si preparavano a realizzarlo. Pensieri senza volto: certamente ne hanno uno. Bisogna ricomporlo: non è facile data l’enorme agitazione.

Le 2, e lentamente arrivano le 3. Scrivo una e-mail: ho capito tutto. Finalmente. Adesso è tutto chiaro. Come sempre del resto. L’energia inizia a defluire lasciando uno spazio che sarà riempito da una emozione derivata.

Le 3 e mezzo e subito le 4. Forse qui, a questo punto, è arrivato il sonno. Finalmente vengo abbandonato da quegli artigli muscolosi in grado di strappare immagini da una parte sconosciuta del cervello – come fosse carne viva – per simulare realistici scenari di premonizione. Adesso è tutto chiaro: come fosse vero. Reale.

L’alba attraversa la finestra e mi trova addormentato e stanco; i pensieri dentro il caffè sanno di malinconia. Più del solito, molto più. Cresce come la pianta posta sulla cassettiera all’ingresso e prende il posto di tutte quelle sensazioni ormai spente e sento dentro, fino in fondo, una necessaria quanto utile rassegnazione. Un equilibrio accettato ma non certo voluto. Subìto passivamente. Totalmente.

Ho il numero 57, in ambulatorio, e sono arrivati al 32; sarà una lunga attesa stamattina e, stavolta, non ho portato, con me, alcun libro. Disattenzione? Distrazione? Che importa?

Ore 9, 28 la vibrazione del telefono mi informa dell’arrivo di un SMS:

Sono uscita…” [a cena – con lui – ieri sera].

Lo so.”.