Audizione o debutto?

E’ (sempre) come la prima volta, ancora, dopo tanti anni. Venticinque, o più.

Stavolta si aggiunge il peso di una lunga assenza dalle “scene”: da qualche anno. 

Aggiusto la cravatta: la stringo e accomodo il colletto della camicia [guarda caso quella che mi ha regalato lei e non ha mai visto indosso]. Abbottono la giacca, quella blu, leggera e senza fodera, vi scorro le mani, dall’alto in basso, per distenderla.

Le mani tremano leggermente e le lascio fare; il respiro asseconda i battiti del cuore che cerca di portare ossigeno dove serve. Sono concentrato.

I pensieri “rituali” [legati ai ricordi dei miei maestri] si avviano e si susseguono autonomamente in un ordine preciso mai trascritto e mai dimenticato. Come da copione.

Respiro ancora disordinatamente ma cerco di farlo sembrare normale; so di avere uno sguardo “assente”, staccato dalla realtà come se fossi altrove: dentro un preludio di suoni e luci. Unica differenza è che non ho in mano un paio di bacchette (Pearl 12A: ormai introvabili) ma, nella borsa ho una coppia di 5A, non (più) quelle color amaranto, lasciate (incautamente) a Pavia.

Entro sorridendo. Passo deciso. Saluto. Prendo il mio posto e apro la borsa; metto fuori tutto ciò che potrebbe servirmi e per dare tempo al silenzio di riempire la stanza. Dal taschino estraggo l’orologio (meccanico); è uno nuovo. Quello “storico” è rimasto a fare compagnia ad un cucciolo di cane, dentro la sua piccola cuccia per il sonno. Il ticchettio, a suo tempo, lo rassicurava. Adesso “dorme” serenamente e ne fa a meno.

Ecco, ora 70 occhi sono orientati su me, mi osservano, mi stanno “studiando”. Faccio una “carrellata” per incrociarli: sono curiosi. Alcuni mi sembrano distratti, pochi annoiati (o vaghi) altri invece sorridenti. Come “pulcini” nel nido aspettano di essere nutriti anche se alcuni sembrano già in grado di volare: gli servono solo poche istruzioni.

Saluto nuovamente, ringrazio e mi presento; nessuno mi conosce né, probabilmente, ha mai “sentito parlare” di me, prima d’oggi. Poche indicazioni su titoli e cariche, quelle sufficienti, e passo subito a presentare il “tema” della giornata: Analisi del Comportamento, meglio nota come Behavior Analysis.

Sento subito gli “scatti” delle penne e un susseguirsi di fruscio di fogli e di piccoli movimenti di assestamento delle gambe e delle spalle sulle sedie.

“Partiamo dalla definizione del nostro oggetto di studio: [qualcuno vorrebbe ricordare qual è il nostro oggetto di studio?”. No, forse è meglio evitare subito le domande, meglio esprimersi diversamente, la seconda parte non va bene: meglio dire] “Il nostro oggetto di studio è il comportamento umano”. [Lo dico o non lo dico? Sì, è un fatto]. “O per meglio dire: lo studio scientifico del comportamento umano”.

Pausa, respiro, e via senza esitazione. Unico obiettivo: coinvolgerli e motivarli. And I think to myself…

“Comportamento. Questo termine (nell’ambito della psicologia) suscita in qualcuno aria di sufficienza, data la natura banale dell’oggetto di studio. A volte può capitare di leggere, negli sguardi di costoro, ilarità; una vena di umorismo o una sottile aria di scherno. Il comportamento, per alcuni – “altri” studiosi – è una cosa superficiale, ovvia, rispetto allo studio [profondo] della mente, della psiche. Fatto sta che questi due termini non sono sufficientemente operativi da permetterci di trovare, per isolare e osservare, la loro natura, la loro identità: cosa sono, dove sono situati, a cosa servono? Chi li ha mai osservati e con quali strumenti? Non lo sappiamo. Ma (but) se proviamo, con molta onestà intellettuale e scientifica, a qualificare le varie espressioni del comportamento umano [di cui dirà tra poco] scopriremo, insieme, da oggi in avanti, quanto questo non sia per nulla banale ma anzi: estremamente affascinante”.

Lentamente continuo ad esporre e definisco i punti in questione. Il silenzio fa da sottofondo alle mie parole. Sento i miei passi, le mie pause e lo scorrere delle penne sui fogli. A momenti sento (anche) gli occhi addosso: magari da quelli dietro gli occhiali.

La prima mezz’ora è andata: l’aria intorno è più distesa, rilassata e viva. Non avverto timori né dissensi ma la dimensione dell’interesse. Lentamente, con gesti delicati e disinvolti, naturali, allento il nodo della cravatta e libero dall’asola il primo bottone della camicia. Cammino, mi sposto, scrivo alla lavagna, disegno con le mani, nell’aria, uno schema invisibile di relazioni tra eventi. Adesso, finalmente, posso togliere la giacca e, senza smettere di parlare l’appendo alla spalliera della sedia. Continuo. Senza sosta. Tengo la scena.

Ci siamo, l’attenzione – fisiologicamente – sta calando: mi fermo in mezzo all’aula, davanti alla cattedra, mi appoggio col sedere ad essa e sbottono i polsini della camicia, arrotolo le maniche (due risvolti) e nel frattempo propongo una pausa, per un pacchetto di cracker o un succo di frutta da consumare in aula e magari, nel frattempo, fare qualche domanda, libera, anche di curiosità personale. Chi vuole lasciare l’aula, per qualche minuto (non di più), può farlo.

70 occhi, 35 facce, incredule adesso sembrano felici, qualcuna addirittura affascinata [dalla materia è ovvio] e qualche altra rimane lì: rapita. Metti lì; un giorno. Per caso.

“Hello Martha? (I’m) Gary”,

“Yah, hi Gary, how (are) you?”

“Fine, very fine Martha. Have you heard (the) news? From Italy, I mean?”

“ No, not yet. May I?”

“Oh yes, listen: see on Twitter. Renato is [really] back”

“Oh it’s a very good news. Fantastic: [Big] Renato join us again. I say: wow.

Un volo notturno mi sta riportando a casa, mentre [commosso per un recente rimpianto] scrivo questo post. E sarò nuovamente solo.

Renato Gentile, 22 Settembre, 2015

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Chaos [Χάος]

L’argomento di questo post appartiene ad una della categorie – in questo blog – che da tempo non ricevono attenzione da parte mia. Tematiche che ho “trascurato” ma non certo per negligenza. Chiedo quindi scusa ai frequentatori “recenti” di questo blog: non vogliatemene.

E’ un argomento, diciamo, “specialistico” – come quelli pubblicati in Psicologia Evoluzionistica – che risponde, sia ad una esigenza “personale”, sia professionale [dentro la quale mi sto ri-avviando].

Molti mi chiedono qual è la necessità di conoscere il movimento delle nubi, le turbolenze dei fluidi, la traettoria di un fulmine e tanto altro che riguarda il Caos. A cosa può servire? A nulla, nel pratico, ma di sicuro amplia la visione della vita, modella schemi di pensiero, orienta le nostre scelte, migliora la condizione culturale della comunicazione; in fondo “serve” allo sviluppo neurologico e psicologico.

Molte “chiavi di lettura” della realtà vengono proprio dalla conoscenza scientifica. Ed è fantastico trovare un modo, personale, per applicarla. Aprire la mente alle scoperte per trarne giovamento. Fa parte di quel bagaglio che io definisco inutile [in quanto non produce profitto economico] che, più di ogni altro, ci arricchisce.

Vi invito pertanto a leggere il pezzo. Se non incontrerà il vostro interesse vi chiedo scusa e un po’ di pazienza. Grazie infinite.

Uno dei pochi articoli teorici che ho prodotto – e presentato nelle sedi appropriate – molti anni fa, riguardava la teoria del Caos applicata alla psicologia, come modello di studio della variabilità del comportamento umano,visto come sistema complesso. L’argomento fu accolto con notevole interesse e approvazione dalla comunità scientifica ma, al tempo, il supporto economico era basso [la tecnologia non era a buon mercato] per poter avviare la parte sperimentale (altre ricerche erano in corso) e, forse, anche perché, da li a poco, le mie energie sarebbero state spostate ed investite a fare il padre della mia primogenita.

  1. G. Presti, S. Ravera, R. Gentile. From Chaos to Chaos: the quest for sources of behavioral variability. 20th Annual Convention of the Association for Behavior Analysis, Atlanta (USA), May, 27-30, 1994

Il tempo passa, è passato. Arriva però un momento nel quale ti giri a guardare le cose che hai prodotto e ti accorgi di aver gettato un sasso e poi ti sei dimenticato di andare a vedere cosa è accaduto. Ti chiedi: come mai non sono andato avanti? Probabilmente avevi scritto una sciocchezza: è la prima risposta che ti dai. Ma sai che non è così; la comunità aspetta i tuoi contributi. Che ca[o]sino.

Ho ripreso a studiare – in effetti non ho mai smesso – o meglio: ho ripreso a farlo con sistematicità e soprattutto finalizzando parte dello studio alla discussione teoretica (non in senso speculativo) di cui c’è forte bisogno, proprio adesso. Soprattutto in psicologia.

Ma che c’entra il Caos con la psicologia? Bella osservazione, giusta domanda. La risposta è semplice: le discipline scientifiche hanno adottato modelli di studio della complessità in quanto naturale evoluzione dei modelli lineari di analisi. Il Caos “inizia” laddove le leggi della natura (ovvero la regolarità) si fermano.

La psicologia [sperimentale] non può lasciare il tavolo della scienza dove, con grande fatica, ha ottenuto il suo posto. Meritato.

L’equazione matematica che esprime un evento Caotico è elementare. Essa esprime che: “piccole differenze in ingresso possono generare, rapidamente, grandissime differenze in uscita”.

Tutti conosciamo l’espressione metaforica che lo rappresenta cioè che: “il battito di ali di una farfalla ha un suo peso su ciò che accadrà a migliaia di chilometri di distanza” [esistono decine di “versioni” di questa immagine e raramente viene enunciata quella originale di Edward N. Lorenz del 1979 ].

Anche in psicologia è emersa l’esigenza di osservare e studiare – con occhi e modelli di analisi diversi da quelli (lineari) “noti” – le espressioni comportamentali.

Mi è stato chiesto di tradurre in moneta corrente, spicciola, questo concetto e di inquadrarlo all’interno della psicologia. Conosciamo bene le espressioni comportamentali naturali, lineari ma cosa possiamo dire quando una leggera modificazione ambientale produce una infinità variabilità della risposta? Bella domanda e, come si dice nella scienza: la risposta non è ovvia. Il che equivale a dire: siamo in odore di premio Nobel, giusto per sottolinearne la difficoltà.

Mi aiuto con un esempio. Semplice.

Immaginiamo di osservare il comportamento di un individuo davanti ad un telefono fisso, qualche decennio fa. Quando [se] il telefono squilla il soggetto può rispondere o meno. Fintanto che non risponde non saprà chi c’è all’altro capo della linea. Se vuole saperlo [allora] con altissima probabilità, risponderà. Nel frattempo, colui che sta chiamando non ha motivo di pensare che dall’altra parte qualcuno non vuol rispondere (fatte le dovute e debite eccezioni) penserà che la persona è assente o, meglio ancora, che (in casa) siano tutti assenti. Una dinamica relazionale lineare, sia nell’osservazione, sia nelle deduzioni derivabili. Un evento che si presta a poche “interpretazioni” personali: la persona cercata non è in casa.

Torniamo al presente ed introduciamo una semplice variazione nella nostra equazione: il nome (o numero) di chi sta chiamando al telefono.

Il telefono squilla: so chi mi sta chiamando. Posso decidere se rispondere o meno sulla base di un numero [n] di motivazioni personali; non osservabili ma derivabili. La mancanza della risposta non è più “naturalmente” collegata all’assenza. Colui che chiama, se non riceve risposta, ha un intero capitolo manzoniano di ipotesi cui dedicarsi. Queste abbracciano fattori che oscillano da: avrà le mani occupate; sarà stato circuito e rapito dalla vicina o dorme, a: non ha voglia di parlarmi; avrò fatto qualcosa di male; è con un’altra; si sarà accorto che… si sta vendicando di… etc. etc.

Il grappolo di spiegazioni non serve a fermare la produzione ulteriore di tentativi alternativi al dialogo, testé rifiutato, perpetrati attraverso messaggi di testo (SMS): Verba volant scripta manent.

A questo punto inizia, per direttissima, il processo ad intenzioni e fatti, parole e silenzi, sospetti e proiezioni. Il festival degli scheletri nell’armadio del nostro “rifiutatore” di chiamata, viene mandato in diretta, on line, ad una compagine di seguaci.

Questo esempio, semplice ma adeguatamente esplicativo, serve a mostrare quanto sia diventato importante e urgente, oltre che (per definizione) necessario, individuare e studiare la complessità di talune dinamiche psicologiche soprattutto quelle legate alla comunicazione verbale. Una complessità che le altre discipline, biologia in testa, ci suggerisco di considerare per comprenderne la natura e derivare, laddove possibile, implicazioni per la loro applicazione.

Gli psicologi, oggi, hanno bisogno [molto più di qualche decennio fa] di queste conoscenze per affinare competenze scientifiche (ormai) necessarie per formulare risposte adeguate alla richiesta dell’utenza. Il “lettino” è un’immagine storica che merita il dovuto rispetto per il ruolo che ancora ricopre ma (but) c’è, adesso, bisogno di altri modelli di analisi della crescente complessità relazionale.

E’ un invito che faccio alle nuove generazioni.

Io mi muoverò, quanto prima e in solitudine, in questa direzione.

E sarà un bel finale.

Renato Gentile

Psicologia: il Complesso di Edipo vince Sanremo

Un quotidiano o forse un settimanale di quelli gratuiti, come tanti distribuiti nelle nostre città. Si legge piacevolmente mentre viaggi o sei in attesa; un buon investimento del tempo per informarsi, imparare e allargare le proprie conoscenze. Insomma la “carta scritta” è ancora un ottimo mezzo di diffusione del “sapere” in generale.

Volentieri ne ritiro una copia: mi piace sapere “cosa gira” e come gira l’informazione nelle città. E’ una sorta di carta di identità della cittadinanza. Deformazione professionale? Forse.

L’attenzione viene attirata dalla pagina di psicologia: psicologia e dintorni. Oddio è una persecuzione, una pandemia.

Curioso di scoprire quali siano (qui) i “dintorni” della psicologia [non si finisce mai di imparare] inizio a leggere. Lo faccio tutto d’un fiato: bella storia. Mi sento scosso, lentamente riprendo a respirare.

Vi lascio gustare l’argomento, lo trascrivo.

La pelle del bambino ha fame del contatto con la madre e lo desidera ardentemente. Nel contatto piacevole con le mani della madre la pelle di entrambi si carica energeticamente, diventa rosea, calda, vibrante e un senso di benessere li pervade tutti e due; il bambino arde dal piacere di essere amato (carica). Poi il piccolo si sazia, la carica rifluisce al centro (scarica) e, felicemente rilassato, si abbandona nelle braccia della madre (distensione). Tu senti me, io sento te: noi due ci apparteniamo.

Accidenti, roba forte. Incesto e Pedofilia insieme. Forse dovrei chiamare il 118.

Rapito da questo incipit continuo la lettura concentrato [ma certamente anche impaurito] a seguire il ragionamento per giungere alla spiegazione di questo incredibile risultato raggiunto dalla scienza attraverso uno strumento ineccepibile, nuovo, all’avanguardia: la video camera. La quale “mostra al mondo commosso il fenomeno del contatto madre-neonato”.

Caspita è come aver visto faccia a faccia il bosone di Higgs. Uguale.

Incredibile. Guardo la foto della terapeuta: carina, troppo giovane per essere bella. Si, senza dubbio, è una psicoterapeuta bio energetica; potenzialmente promettente. Potrebbe “sfondare” nella professione.

Wow. Non si finisce mai di imparare che: siamo circondati da parolai convinti, seriamente, che il sole gira (ancora) attorno alla Terra al punto da farci sentire il peso della nostra crassa ignoranza. Arroganti, drogati della loro nullità di fede da diventare capaci di trasmettere la certezza del possesso della “verità” e che tu sei un vero, povero e inutile ignorante. Ne sono convinti.

Il meccanismo è sempre quello: vendere fumo, amuleti, paradisi, pozioni magiche etc. Ma, visti i tempi, ci aggiungono un pizzico di quel sapore salottiero (ormai falso) borghese che alimenta la vanità di chi non è nulla nella vita. E, come da copione, tutto diventa fashion, tendenza, moda, etichetta. Per pochi, ovviamente.

Che fantastico il dintorno di questa psicologia, del genere radical chic: Freud inventa il complesso di Edipo, le psico-sciacquette [quelle in perenne adorazione del pene] lo teorizzano e lo diffondono, le psico-arrapate [prive dell’oggetto fallico proprio] lo simulano durante la  psicoterapia e le mogli di questi bambini di 35-39 anni adottano e curano il paziente [da brave crocerossine] in cambio del vitalizio di risorse della famiglia del rampollo.

Non so se gettare il giornale o, incurante della raccolta differenziata, bruciarlo. Una volta era più facile scrivere di scienza: si faceva sulle riviste scientifiche oggi devi cercare (con mezzi non certo meritocratici) in quale fogna andare a sguazzare e seminare ignoranza (di alto livello culturale) per trarne indebito, ignobile, ingente e disumano profitto.

Renato Gentile

PS Se fossi su facebook mi darei subito un “mi piace” per la diffusione della scienza.

Psicologo: una professione?

Titolo: Le emozioni negative influenzano il bambino.

Lo trovo scritto su un opuscolo, dedicato al benessere, in una sala d’attesa di una città Italiana. Altri articoli parlano di medicina contro l’invecchiamento, della lombo sciatalgia e fecondazione assistita. Interessante. Ricco di pubblicità di moti psicologi: che curano tutto. Accidenti.

Da tempo si assiste ad una commercializzazione della psicologia in chiave di (estrema) superficialità; qualcosa che qualitativamente può essere collocata al di sotto dei luoghi comuni. In più c’è l’aggravante della fonte, spesso disattesa o, laddove presente, riferita a perfetti sconosciuti: come le frasi di rito sui profili di facebook.

Lo psicologo non sembra più essere una professione; nonostante si sia lottato (molti) anni per creare un Ordine di appartenenza per distinguerla dall’attività di maghi, fattucchiere, ciarlatani, chiromanti e chiaroveggenti la sostanza non è cambiata. Gli uni e gli altri si sono mischiati e grazie all’ignoranza accademica, finalmente convivono. Felici.

Ma torniamo all’articolo di cui cito il titolo. Lo leggo e poi, lo rileggo. Cerco di capire, comprendere o magari imparare qualcosa. Niente; non ci riesco. Ma veramente si può pensare che “questa” (cosa) sia psicologia? Con tutto il rispetto per coloro i quali questo lavoro lo praticano con dedizione, serietà, preparazione e soprattutto professionalità, non mi sembra. Gioca a discapito. Immotivatamente. E per giunta gratis.

Però è così. E questi giovani, non tutti ovviamente ma la massima parte, sono figli del loro tempo: formati così, come la società li vuole. Superficiali ed impreparati, pronti ad affermarsi con le regole del clientelismo politico e del culto del talk-show mediatico. In fondo la colpa non è loro ma dei valori che questa società (noi) gli abbiamo trasmesso. Usano come verità e onnipotenza l’ignoranza di cui sono tristi testimonial; e nella quale hanno una profonda fede. Usano parole, termini, concetti ed empietà come se fossero verità.

Mi spiace parlare usando questi toni ma, a quanto sembra, come in tutte le cose italiane, nessuno controlla niente. Chi controlla gli psicologi? Nessuno. E ci mancherebbe che nel paese dove nessuno controlla niente (tranne la trasmissione Report e Presa Diretta) ci si metta a controllare gli psicologi. E perché no i bidelli? Adesso (poi) sono anche obbligati ad avere una assicurazione contro (eventuali) danni verso terzi: tutto è sotto controllo. E che significa? Che non hanno più neanche un bagliore di responsabilità, che nessuno controllerà il loro lavoro, che possono fare qualsiasi danno, senza prevederlo minimamente, perché tanto non dovranno sborsare soldi; risarcire direttamente i danni. Liberi tutti… di sbagliare sulla pelle di altri: chi se ne frega? Che belle innovazioni.

Fortunatamente non si può generalizzare: grazie al cielo ma provate a trarre qualcosa da ciò che viene scritto a conclusione di questo “articolo” stampato e diffuso. E credetemi: non è un caso unico ma una epidemia, in quasi tutte le Regioni Italiane. Quanto sotto riportato è conforme a quanto pubblicato (grassetto compreso).

“In conclusione, per sviluppare un equilibrio funzionale tra emotività e linguaggio nel bambino, bisogna portare attenzione alla propria emotività dato che è impossibile e incompleto un linguaggio interiore che diventa linguaggio verbale, senza integrare la parte razionale del contatto emotivo verbale con le difficoltà della parte emozionale”.

Vi posso garantire che nel testo dell’articolo non c’è nulla che possa far comprendere a cosa fanno riferimento queste conclusioni: non si definisce neanche l’età del bambino, un dato che rimane vago, indefinito. Ovviamente non esiste accenno a quali siano queste emozioni negative: è lasciata libera interpretazione al lettore il quale, certamente, lo sa di suo; deve saperlo. In fondo neanche gli psicologi, come giornalisti ed intrattenitori televisivi, parlano di emozioni confondendole con altre espressioni del comportamento umano mostrando di non sapere, ovviamente, di cosa si parla.

Mi chiedo, da cittadino comune: Cosa ho imparato, capito, appreso da questo articolo? Cosa posso fare con mio figlio, il mio alunno? Niente se non sentirmi in colpa per non aver capito nulla; che esiste un mondo a me sconosciuto. Quale migliore strategia che farti sentire ignorante, inadeguato, stupido e decidere quindi di consultare uno psicologo? Il punto è: cosa ha da insegnarmi una persona che parla (scrive) così?

Vogliamo riflettere su questa professione?

Con un approccio di questo tipo rischiamo di vederli approdare in TV o al Governo come Ministri di qualcosa. Un vero rischio; per noi cittadini naturalmente e per chi, invece, fa bene il proprio lavoro.

Buon lavoro.