Audizione o debutto?

E’ (sempre) come la prima volta, ancora, dopo tanti anni. Venticinque, o più.

Stavolta si aggiunge il peso di una lunga assenza dalle “scene”: da qualche anno. 

Aggiusto la cravatta: la stringo e accomodo il colletto della camicia [guarda caso quella che mi ha regalato lei e non ha mai visto indosso]. Abbottono la giacca, quella blu, leggera e senza fodera, vi scorro le mani, dall’alto in basso, per distenderla.

Le mani tremano leggermente e le lascio fare; il respiro asseconda i battiti del cuore che cerca di portare ossigeno dove serve. Sono concentrato.

I pensieri “rituali” [legati ai ricordi dei miei maestri] si avviano e si susseguono autonomamente in un ordine preciso mai trascritto e mai dimenticato. Come da copione.

Respiro ancora disordinatamente ma cerco di farlo sembrare normale; so di avere uno sguardo “assente”, staccato dalla realtà come se fossi altrove: dentro un preludio di suoni e luci. Unica differenza è che non ho in mano un paio di bacchette (Pearl 12A: ormai introvabili) ma, nella borsa ho una coppia di 5A, non (più) quelle color amaranto, lasciate (incautamente) a Pavia.

Entro sorridendo. Passo deciso. Saluto. Prendo il mio posto e apro la borsa; metto fuori tutto ciò che potrebbe servirmi e per dare tempo al silenzio di riempire la stanza. Dal taschino estraggo l’orologio (meccanico); è uno nuovo. Quello “storico” è rimasto a fare compagnia ad un cucciolo di cane, dentro la sua piccola cuccia per il sonno. Il ticchettio, a suo tempo, lo rassicurava. Adesso “dorme” serenamente e ne fa a meno.

Ecco, ora 70 occhi sono orientati su me, mi osservano, mi stanno “studiando”. Faccio una “carrellata” per incrociarli: sono curiosi. Alcuni mi sembrano distratti, pochi annoiati (o vaghi) altri invece sorridenti. Come “pulcini” nel nido aspettano di essere nutriti anche se alcuni sembrano già in grado di volare: gli servono solo poche istruzioni.

Saluto nuovamente, ringrazio e mi presento; nessuno mi conosce né, probabilmente, ha mai “sentito parlare” di me, prima d’oggi. Poche indicazioni su titoli e cariche, quelle sufficienti, e passo subito a presentare il “tema” della giornata: Analisi del Comportamento, meglio nota come Behavior Analysis.

Sento subito gli “scatti” delle penne e un susseguirsi di fruscio di fogli e di piccoli movimenti di assestamento delle gambe e delle spalle sulle sedie.

“Partiamo dalla definizione del nostro oggetto di studio: [qualcuno vorrebbe ricordare qual è il nostro oggetto di studio?”. No, forse è meglio evitare subito le domande, meglio esprimersi diversamente, la seconda parte non va bene: meglio dire] “Il nostro oggetto di studio è il comportamento umano”. [Lo dico o non lo dico? Sì, è un fatto]. “O per meglio dire: lo studio scientifico del comportamento umano”.

Pausa, respiro, e via senza esitazione. Unico obiettivo: coinvolgerli e motivarli. And I think to myself…

“Comportamento. Questo termine (nell’ambito della psicologia) suscita in qualcuno aria di sufficienza, data la natura banale dell’oggetto di studio. A volte può capitare di leggere, negli sguardi di costoro, ilarità; una vena di umorismo o una sottile aria di scherno. Il comportamento, per alcuni – “altri” studiosi – è una cosa superficiale, ovvia, rispetto allo studio [profondo] della mente, della psiche. Fatto sta che questi due termini non sono sufficientemente operativi da permetterci di trovare, per isolare e osservare, la loro natura, la loro identità: cosa sono, dove sono situati, a cosa servono? Chi li ha mai osservati e con quali strumenti? Non lo sappiamo. Ma (but) se proviamo, con molta onestà intellettuale e scientifica, a qualificare le varie espressioni del comportamento umano [di cui dirà tra poco] scopriremo, insieme, da oggi in avanti, quanto questo non sia per nulla banale ma anzi: estremamente affascinante”.

Lentamente continuo ad esporre e definisco i punti in questione. Il silenzio fa da sottofondo alle mie parole. Sento i miei passi, le mie pause e lo scorrere delle penne sui fogli. A momenti sento (anche) gli occhi addosso: magari da quelli dietro gli occhiali.

La prima mezz’ora è andata: l’aria intorno è più distesa, rilassata e viva. Non avverto timori né dissensi ma la dimensione dell’interesse. Lentamente, con gesti delicati e disinvolti, naturali, allento il nodo della cravatta e libero dall’asola il primo bottone della camicia. Cammino, mi sposto, scrivo alla lavagna, disegno con le mani, nell’aria, uno schema invisibile di relazioni tra eventi. Adesso, finalmente, posso togliere la giacca e, senza smettere di parlare l’appendo alla spalliera della sedia. Continuo. Senza sosta. Tengo la scena.

Ci siamo, l’attenzione – fisiologicamente – sta calando: mi fermo in mezzo all’aula, davanti alla cattedra, mi appoggio col sedere ad essa e sbottono i polsini della camicia, arrotolo le maniche (due risvolti) e nel frattempo propongo una pausa, per un pacchetto di cracker o un succo di frutta da consumare in aula e magari, nel frattempo, fare qualche domanda, libera, anche di curiosità personale. Chi vuole lasciare l’aula, per qualche minuto (non di più), può farlo.

70 occhi, 35 facce, incredule adesso sembrano felici, qualcuna addirittura affascinata [dalla materia è ovvio] e qualche altra rimane lì: rapita. Metti lì; un giorno. Per caso.

“Hello Martha? (I’m) Gary”,

“Yah, hi Gary, how (are) you?”

“Fine, very fine Martha. Have you heard (the) news? From Italy, I mean?”

“ No, not yet. May I?”

“Oh yes, listen: see on Twitter. Renato is [really] back”

“Oh it’s a very good news. Fantastic: [Big] Renato join us again. I say: wow.

Un volo notturno mi sta riportando a casa, mentre [commosso per un recente rimpianto] scrivo questo post. E sarò nuovamente solo.

Renato Gentile, 22 Settembre, 2015

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Basta poco

Basta poco: una parola letta, una immagine, una frase ascoltata, un oggetto, un profumo, un gesto quotidiano e tutto torna alla mente. Tutto, improvvisamente (ma non spontaneamente) riappare dai magazzini scenografici della memoria. Tutto torna presente. Il più complesso presente virtuale che Dio (o chi per lui) abbia creato.

Bella “invenzione” la memoria: poter ricordare e ricondurre al presente, fatti, eventi, persone, luoghi, sensazioni, emozioni e profumi, da un lontano temporale e spaziale senza confini. Senza limiti di alcunché.

Basta poco… e ritornano immagini accompagnate dal profumo delle lenzuola: ed avverto le tue spalle infreddolite appoggiarsi nude sul mio petto per riscaldarsi offrendo i glutei al mio pube, ancheggiando per assestarsi e conquistare la massima superficie di contatto e spingere al momento giusto per farlo aderire. Riconosco la tua pelle; i polpastrelli seguono la fila di vertebre ed arrivano, deviando, sui fianchi per accarezzarne il profilo e scorrere oltre: fino alla “stellina” di pizzo applicata allo slip.

Basta poco… per ricordare il ricongiungersi delle mani; slego le tue serrate al petto, chiuse a pugno, per invitarti a lasciare libero quel seno che “nasconde l’anima”. Quel seno che amo accarezzare dolcemente e sfiorare delicatamente per accendere sensazioni a lungo nascoste e da altri negate. Accarezzare il profilo del collo, seguire le braccia – finalmente libere – e sentirle aggrapparsi a me, cambiando l’orizzonte degli eventi della notte con un abbraccio.

Basta poco… per udire la voce degli orgasmi che hanno – finalmente – rotto gli argini di gelo, i limiti entro cui erano stati relegati, costretti ed umiliati; avvertire che hanno raggiunto e toccato nuovi confini dove le parole diventano espressioni di appartenenza e bisogno di delicatezza e protezione dalla solitudine. Voglia di amare. Percepire il tuo sapore: delicato, dolce, che odora di fiori e di salsedine. Respiro profondamente – insieme a te – e invado le narici del tuo umore: libero di esprimersi nelle iniziative, nel silenzio degli sguardi.

Basta poco… per vedere i tuoi occhi sereni, sorridenti, da donna-bambina che proiettano sui miei la gioia di sentirsi – finalmente – donna completa per il suo uomo: per lui. Dimenticando disagi, vergogne e tabù adolescenziali – ancora latenti – e silenzi di passività e paura tenuti in vita da un legame disfunzionale.

Basta poco… per trovare labbra – per nulla “invadenti” – che esplorano il (mio) corpo per offrire un invito ad alzarsi per fare colazione; e farsi invadere dalle (prime) parole del mattino, piene di progetti – e sorrisi sui “piccoli imbarazzi” intimi – conditi con l’odore e il calore del caffè. Quelle labbra che ti accolgono al rientro la sera, delicate e desiderose di dolcezza e passione: come un bacio rubato, alla (nostra) “clandestinità”, in un luogo pubblico.

Basta poco… per dimenticarsi di dimenticare.

200

Le 6 del mattino di qualche giorno fa, come sempre, sul balcone di casa dove alloggio. Mi fa compagnia un libro di una scrittrice scandinava: una vera delusione considerando quanto sia “quotata”.

Stamane nell’aria avverto qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco, ad identificare. Non riesco ad individuare la causa, né ad isolare la motivazione di una esagerata sensazione di vuoto.

Solitudine? No; ormai è la mia compagna di vita. Fedele. Io e lei, soli: come su un’isola del mare del Nord. Chiudo quel libro – nel quale ho ravvisato una espressione che mi appartiene – e lascio andare la mente che – da sola – ha scelto un pensiero da seguire; lo riconosco e voglio ricordarlo. Lo lascio andare. Non mi va di allontanarlo e, caso molto strano – oltre che inconsueto – mi confeziono una sigaretta. Non è un buon segno. Questo è noto.

Sì. Seguo il pensiero, le immagini e le reazioni neurofisiologiche: conosco l’origine di questa malinconia. Ho provato a descriverla, qualche tempo fa, pertanto la riporto, qui, nella sua veste originale.

Vicino, qualche tavolo più avanti, sotto la luce di una lampada, un uomo avanti negli anni ma dall’aspetto vivace era immerso nella consultazione di un classico libro di architettura “200”, degli inizi del nuovo secolo.

Affrontava le pagine con fare deciso saltando da un capitolo all’altro come se stesse cercando le prove per la quadratura di una incongruenza. Non esitò a regalargli un sorriso quando incrociò lo sguardo di Robert. I suoi occhi recitavano antichi versi capaci di sciogliere le paure. Rassicuranti e teneri.

Ritrovare – da adulti – le (poche) persone che si sono prese cura della nostra formazione, stimolando, anche con una semplice parola, la viva curiosità, il desiderio di conoscenza e il fascino della ricerca, è una esperienza unica, immensa. Poterle finalmente abbracciare, realmente, significa riconoscere la reciproca valenza tra chi ha dato e chi ne ha fatto tesoro. In quel momento l’allievo restituisce al maestro la sua riconoscenza. Come un padre che ritrova la figlia dopo anni trascorsi a distanza ed insieme iniziano a prendersi cura uno dell’altro pur sapendo che, per uno, il tempo rimasto è breve. Entrambi hanno la certezza di essere stati importanti l’un l’altro, che sono stati sempre uno accanto all’altro; e questo è ciò che si chiama felicità. Quel termine difficile da definire per ogni disciplina umana, diventa finalmente chiaro. Vivo, tangibile, presente. Verificando tutte le risposte su cosa la felicità non è.

Negli occhi di Robert si disegnò presto una gioia che da tempo non apparteneva a quella vita solitaria; quella gioia che tutti ricordano e che molti non hanno più rivisto e solo pochi hanno cancellato dalla loro memoria. Forse qualche linea di nostalgia si stava disegnando tra le pieghe del suo viso. [ndr Lei era lì pag. 219]

Di colpo ravviso cosa aveva scatenato nella mia testa la sensazione di “novità” angosciante, di disagio immotivato alla quale non ero riuscito a dare volto: stamattina non c’era, qui con me, il garrire delle rondini tutto intorno. Non ho udito zinziluare. Sono andate via, tutte insieme. All’improvviso. Il tempo è andato, come sempre: senza avvisare.

Come ha fatto Giulio Romano.

Come vorrei fare io. Adesso.

Tutti gli Dei contro: la resa

Le note dell’inciso di Birdland, come eseguite da un carillon, si diffondono dal cellulare su un sottofondo di pensieri e pioggia; sono tentato a cantare la parte in chiave di Soprano. L’allegria, la gioia, di questo brano è incontenibile; stona notevolmente con le note di umore amaro che mi è appena salito in bocca. Vorrei ascoltarlo, adesso, dall’impianto in auto: a volume tale da coprire lo squillo del telefono. E dimenticare. Yeah.

Down them stairs, lose them cares Where? Down in Birdland

Total swing, Bop was king there; Down in Birdland

Bird would cook, Max would look Where? Down in Birdland

Miles came through, ‘Trane came too there; Down in Birdland

Basie blew, Blakie too Where? Down in Birdland

Cannonball played that hall there

Down in Birdland, yeah.

Renato, scusa non ho “visto” la chiamata; dove sei arrivato? Sono qui, sotto casa tua: davanti al cancello. Bene, allora scendo. Arrivo subito.

Ingrano la retromarcia ma non vedo nulla; faccio il giro della piazza e mi fermo davanti all’enorme cancello in ferro battuto. Quello di sempre. Ti vedo, scendo per aprirti la portiera ma è andata via la corrente elettrica e il cancello non si apre; il gruppo di sicurezza non risponde. Ancora una barriera, tra me e te. Ritorno in auto, mezzo inzuppato, tu rientri per uscire dal portone.

Sali in auto, incrociamo gli sguardi e scoppia un sorriso reciproco. Quello che chiamo (inutilmente) “magia”. Finalmente. Sfidiamo la tormenta e ci avviamo in centro; il lungomare di Marina Garibaldi è perfettamente un lago ingrossato. L’acqua arriva alla portiera dell’auto; torniamo indietro. Meglio stare lontani dalla confluenza incontenibile dei torrenti di pioggia che si sono creati nei vicoli.

Cambiamo programma. Prendiamo la tua auto e definiamo la meta: su per le colline. Bella auto la tua; di rappresentanza.

Ma che dici, Renato: non mi rappresenta per niente. Allora diciamo che serve a nascondere (strategicamente) la tua immagine? Non avevi detto che non fai (più) lo psicologo? Scusa ogni tanto mi scappa di “incipriarmi il naso”.

Allora dove andiamo? Un ristorante carino in un borgo qui vicino, vedrai ti piacerà; c’è aria Medievale. Accidenti ma qui ci sono stato, moltissimi anni fa, un concerto dentro le mura del Castello. Indimenticabile.

Mi fa piacere vedere e percepire il tuo entusiasmo Renato, sono contenta. Allora sei veramente un musicista? Qualcuno mi ha detto (bene) di te ma io voglio “sentire” da te; scoprirti. Direttamente. Senza mediazioni.

Attenta, potresti rimanere delusa.

Capisco: qualche ferita di troppo. Lo sento dalla inflessione della tua voce, dal ritmo.

Vuoi rispolverare la tua laurea (in psicologia) con me? No, per piacere: quella non esiste. Faccio altro.

Il locale che rappresentava la nostra meta è chiuso per ferie, scherziamo su questo costante “zampino” messo dagli Dei in ogni cosa noi si decida di fare. Ancora qualche curva verso la vallata e ci siamo; finalmente. Intanto ha smesso anche di piovere. L’aria profuma di legna bagnata.

Un tavolo per due? Sì grazie. Magari uno vicino alla finestra; aggiungi con la tua voce serena mentre muovi il tuo esile corpo tra i tavoli. Mi precedi con fare deciso; mi piace osservarti di spalle. Questo va benissimo rispondo al cameriere – che ce ne mostra uno – dopo aver guardato dentro i tuoi occhi. Sorridi, socchiudi gli occhi e posi la borsa, ti siedi ed io di fianco a te. Ci accordiamo con le richieste/offerte del cameriere e ci immergiamo nelle parole e negli sguardi di ognuno.

Nell’aria comincia a comporsi un sapore di complicità ma soprattutto di desiderio di ascoltare, conoscere, sapere. Un incontro perfettamente gestito dal fato, dal caso. Inaspettato e soprattutto incredibile.

Dove eravamo stati fino ad ora? Ognuno al suo posto nella vita; nulla ancora ci aveva avvicinati e soprattutto non immaginavamo fosse possibile alcuna probabilità. Non avremmo mai sospettato che sarebbe potuto accadere. Per caso.

Adoro il tuo anticonformismo da ribelle, non quello “alternativo” ma quello reale che va contro le convenzioni che realizza progetti e diventa esempio. Mi sento coinvolto.

A quanto vedo [e segretamente so], non sei stato da meno tu nella tua vita, Renato. Piuttosto è fantastico quello che sei riuscito a fare, realizzare, nella vita; ascoltarti mi affascina. Le tue spiegazioni mi sorprendono ma sono certa che tu lo sai già. No?

Adesso mi fai sorridere ed (anche) arrossire: io non ho fatto nulla anzi vorrei scoprire ancora qualcosa da fare; mi resta poco tempo e ho ancora tanta voglia di fare. Ma lasciamo perdere me; anche tu hai deciso e realizzato qualcosa di bello e devi portarlo avanti. Ma che dici? Sono ancora davanti ad una lunga serie di cose da mettere a posto e spesso perdo energie e non trovo tempo per me. Per le mie cose. Ma adesso vorrei ancora ascoltarti; dimmi come hai fatto ad arrivare qui? Al nostro incontro.

Storia interessante, arti seduttrici (naturali) della vita. Strategie inspiegabili che lavorano per fare incontrare le persone: l’arte dell’incontro. Allora inizia. Come hai incontrato Jean Claud; è lui – come hai detto – il fulcro della storia, no?

Sì, è lui che ha trovato il legame tra le cose. Non riesco a immaginare cosa e come sia accaduto. Vuoi tenermi ancora sulle spine? No, però iniziamo a mangiare. Adesso ho veramente fame.

Se non mi racconti, potrei iniziare uno sciopero della fame, qui, adesso. A proposito da quanto tempo ci “rincorriamo” per realizzare questo incontro? Un mese?

No, di più. E’ facile: dalla presentazione del mio libro, sono trascorsi due mesi e mezzo. E’ vero. Dopo il nostro (primo) incontro mi hai invitata alla presentazione che era da lì a due, tre giorni. E’ vero, caspita tutto questo tempo? Già. Vuoi perdere altro tempo? No, per carità.

Allora. Era l’ultimo giorno di Marzo, un giorno nero [soprattutto per chi crede che Marzo è speranza di vita]. Una e-mail, attesa da molto tempo – e richiesta da altrettanto – azzerava la relazione sentimentale nella quale avevo riposto [ingenuamente] un progetto di futuro: un disegno di vita veramente stravolgente per le cose che desiderava realizzare. Una “delusione” che non avrei mai pensato di dover affrontare, era arrivata ormai decomposta, putrefatta, in ogni sua parte; ogni possibile tentativo di ricostruzione era stato ormai inquinato, alterato, distorto ed avvelenato. Rimaneva da fare solo l’autopsia.

L’anatomia di quella relazione era stata completamente stravolta, falsificata. O forse era falsa fin dall’inizio. Non lo so ancora. Forse non mi interesserà più saperlo, un giorno; ma deve ancora arrivarci.

Scusa Renato, ti ho chiesto di Jean Claud. Vuoi parlarmi anche di Adamo ed Eva?

E’ vero, però la premessa ha importanza: volevo sottolineare che questo “incontro” con Jean Claud mi ha permesso, lentamente, di respirare. Ero veramente a terra al punto che avevo riferito ad un amico di non poterlo più aiutare nel suo lavoro; non ci stavo più con la serenità. Arrivato a casa – quasi ora di cena – mentre cercavo un pensiero capace di disinfettare la ferita, squilla il telefono: “Il Professor Gentile? Scusi l’orario, spero di non disturbare, mi chiamo Jean Claud e sono un giornalista [di Rai Tre], una mia collaboratrice ha scoperto, cercando sul web, che lei è stato allievo del Professor Silvio Ceccato e siccome….”

Hai pensato ad uno scherzo? No, per nulla [a parte un primo fugace sospetto dato dalla nota di accento francese], ha dato subito precise indicazioni e riferimenti a me noti: lui è veramente un allievo di Ceccato. Il resto riesci ad immaginarlo. No?

Bene, sì, ci arrivo. Mi mancano dei passaggi ma una cosa è certa: grazie a tutto questo ti sei presentato, inatteso, a casa mia. E mi hai colpito, lo sai. Lo ricordi? No, scusa: tu mi hai colpito. Perbacco: la tua e-mail. Non potrò mai dimenticarla; come il fatto che tu sia venuta alla presentazione del libro. Ero certo che saresti venuta ma mi sono meravigliato quando ti ho vista arrivare.

Questa però devi spiegarmela Renato, vai: una delle tue spiegazioni da rocciatore.

Ridiamo e riprendiamo a pranzare; oddio quante portate ma quando finiranno? E poi il vino è veramente buono. Mi racconti di te, dell’Università, di Roma e del tuo lavoro appassionante di restauro. Mi permetti di regalarti alcuni miei modi di pensare, fare, credere. Del perché di alcune scelte o (forse) errori. Tu fai altrettanto ma apri poco quello scrigno di pensieri, ricordi ed eventi che vorresti regalarmi. Forse ancora non ti fidi; è giusto. O forse sei proprio così, riservata, misteriosa. Non sei sospettosa. Perfettamente tenera nella tua determinazione. Non c’è nulla di banale, scontato, in te. Non può essere che così.

Alla fine dici di volermi chiedere una cosa che, da ore, rimandi di volta in volta: la tua presentazione mi è piaciuta un mondo. In ogni sua parte: volevo chiederti quanto ci hai lavorato. Non ho mai visto niente di simile.

Ti faccio le ultime confessioni e rimani sorpresa dalle risposte; guardo i tuoi occhi e leggo che sei serena. Non si può definire felicità ma è qualcosa che le somiglia anche se non ha nome né corpo; né idea, né programmi. E soprattutto un futuro. Sono quasi le 16, il Cucciolo sta aspettando il tuo ritorno a casa; si va via? Sì, dai.

Imbocchiamo il vialetto di ghiaia sotto le palme ancora intrise di pioggia; l’odore dell’ozono e dell’erba bagnata ci invade appoggiandosi sui vestiti per arrivare ai pensieri attraverso la pelle. Quella pelle appena sfiorata, senza malizia, nella danza dei piatti del pranzo.

Allora che mi dici Renato? chiedi mentre allacci la cintura ed avvii il motore.

Dico che se dovessi morire adesso potrei anche farlo. L’auto si muove decisa, sicura.

Come fai ad essere così felice per così poco? Mi piace questa tua filosofia e come la trasporti nella tua vita giornaliera senza darlo a vedere.

La cosa che vorresti fare se dovessi morire? Bella domanda; donna audace. Secondo me vuoi finalmente fare la psicologa. Chiederei solo di telefonare a mio figlio per dirgli che ho trascorso una bellissima giornata e che questa serenità mi pervade.

Ti giri con un sorriso per guardarmi e ti accorgi che i miei occhi sono appena lucidi.

Non smettere di “stupirmi” con le tue parole Renato.

E tu non smettere di cancellare la mia malinconia, Anna – .

Tutti gli Dei contro: la sfida.

SMS: Scusa Renato, sono appena arrivata dai miei amici qui ai Laghi, non ho la mia auto e credo che non sarà possibile incontrarci. Neanche questa volta. Ci sentiamo Lunedì, buon week end. PS la mia vita è veramente incasinata.

Il lunedì arriva, come sempre: dopo la domenica. Tutto tace. Non c’è verso di incontrarsi. Ormai è storia, anzi leggenda. Lasciamo le cose come vanno: al loro destino.

“Pronto Renato, come stai? Ho trascorso un buon fine settimana, ci voleva, che ne dici di incontrarci domani? Vengo io da te o tu da me? Possiamo fare alle 12, mangiamo un panino da qualche parte; sono libera fino alle 16. Che ne dici? Sarebbe fantastico; “affare fatto” torno dal mare alle 11 e alle 12 sarò puntuale da te. In autostrada io (normalmente) volo. Dai, che stavolta sarà la volta buona. Beffiamo il Fato: tutto lo staff al completo.

Arriva il domani di ieri. “Pronto Renato, volevo chiederti cosa pensi di fare; il tempo è veramente brutto. Minaccia un temporale tremendo: rimandiamo?”. No, perché mai? Nessun problema: ho veramente voglia di sfidare gli dei dell’Olimpo. Basta rimandare o arrendersi ad un temporale. Al massimo potrò ritardare 10 minuti.

Sono già in auto; accidenti, neanche 3 chilometri di autostrada e già rallentiamo. Beh, la solita corsia ristretta per lavori ancora da fare, si va a 60 all’ora ma ce la farò. Galleria “Telegrafo”, quella (molto) lunga che unisce le due sponde: il lato Est dal quello Nord, adesso si scorre normalmente. Recupero la media.

All’uscita si presenta uno scenario da inferno: nuvole nere, vento, aria elettrizzata che odora di ozono e… saette. Zeus starà provando nuovi prototipi di munizioni con la collaborazione di Eolo. Viadotto Tarantonio, quello altissimo sui Colli, un fulmine scarica la sua energia nella vallata; il sibilo mi fa trasalire come un colpo di frusta ed il tuono mi fa sobbalzare come una scossa di terremoto. Rallento. Mi parlo: “Rallenta non spingere: safety first. Calmo. Un breve ritardo sarà giustificato; vuoi mettere?”.

Autogrill, il solito: quello dove il caffè è buono e puoi fare qualche foto dalla piazzuola panoramica che guarda le Eolie. Rifornisco il serbatoio di qualche litro; non c’è bisogno di lavare i vetri, sono perfettamente lindi. Controllo invece la pressione delle gomme: qualche millibar di pressione in più per favorire il drenaggio degli pneumatici. La pensilina è libera ma piena di pozzanghere, mi muovo con cautela per non inzuppare i pantaloni.

Riparto. Undici chilometri e 900 metri al casello di uscita ma la pioggia non permette di andare come vorrei. Rallento, mi accodo alle auto ed attendo la prossima galleria. Che coglioni, hanno macchinoni potenti e sicuri e vanno a 80… ma perché non prendono il treno? Ecco le gallerie, ne approfitto per “sbarazzarmi” di queste lumache. Gran Giara, 349 metri, utilissima per superare un autobus – che solleva una cascata d’acqua – ed un tir il cui rimorchio ondeggia troppo. Mi accodo alla nuova fila e mi preparo. Tracoccia, 378 metri, metto la freccia, guardo dietro (non c’è nessuno) scalo un attimo in terza [giusto per un piacere gestuale] e spingo subito sulla quarta e, dentro la galleria, ne “faccio fuori” almeno 10.

Finalmente sento il rombo del motore non più coperto dalla pioggia. Avverto la sapiente variazione della geometria delle valvole a 4000 giri. Quinta lanciata e, prima dell’uscita “pole position”. Meno di 15 secondi, ottimo. Ripiombo nella tormenta: non si vede ad un passo. Rallento. Nessuna luce di fari, la strada è segnata dai catadiottri [che invenzione], li seguo senza distrarmi un solo attimo. Tre chilometri e 900 metri; ma perché non arrotondano? Metto la freccia e imbocco la rampa d’uscita. Beep. Auto pass: bella invenzione.

La marcia viene quasi bloccata sulla rotonda: perfettamente allagata. Una giostra di auto. Sembrano piccoli motoscafi; una succursale di “No moto ondoso” sarebbe benvenuta. Imbocco la Strada Statale, che porta ancora il nome del Console romano che l’ha tracciata. I tir spavaldamente mi superano sollevando onde di fango e le imprecazioni si mescolano al tamburellare sincrono delle ondate sollevate per tutta la lunghezza del mezzo. Seconda rotonda: ricordo che devo percorrerla quasi tutta per invertire la marcia. Sento l’auto inclinarsi di qualche grado: sono salito con due ruote sul cordolo nascosto sott’acqua. Una “strategia” da formula uno da evitare. Trovo la segnaletica, la imbocco e riconosco la piazza alberata – seminascosta dal raccordo stradale sopraelevato – dove ci siamo incontrati la prima volta: sono nel parcheggio davanti alla villa, puntuale. Da non crederci. E’ fatta. Lottare contro i Numi dell’Olimpo, coalizzati, non è un gioco da poco. E’ andata.

Spengo il motore e slaccio la cintura. Avverto la schiena inumidita. Prendo il telefono, rintraccio il numero dalla rubrica, respiro; ascolto, aspetto. Squilla libero. Nessuna risposta; sarà momentaneamente occupata a fare qualcosa. Riprovo dopo due minuti; nulla. Uhm. Penso. Aspetto. Fumerei volentieri una sigaretta; accidenti ho dimenticato il tabacco sulla scrivania. Porca miseria: la fretta! Intanto i vetri dell’abitacolo si sono totalmente appannati; accendo l’areazione. Manovra inutile; si soffoca e l’umidità mi danneggia narici e trachea. Tossisco. Faccio entrare aria dal finestrino insieme ad una valanga di pioggia. Poggio la testa al sedile, chiudo gli occhi ed ascolto la pioggia; adeguo il respiro alla sensazione di abbandono delle forze. Bella botta di adrenalina da smaltire. Inutile corsa col tempo.

Mi chiedo: “perché?”. Un altro tentativo andato a vuoto. Vuoi vedere che il destino mi sta lanciando segnali di avvertimento? Può essere? Qualcuno lassù mi sta “guardando?”; mi vuole “proteggere?”. Da cosa? Ma che vuole da me? Una Punizione? Perché mai? Punire: questo termine non mi piace, in ogni sua declinazione. Da un po’ di tempo appare, invocato, come una spiegazione. Allontano questa riflessione, poso il telefono sul sedile accanto e provo a rilassare le gambe.

Medito di mettere in moto e tornare indietro. Potrei essere a casa per l’ora di pranzo. In fondo è il mio modo di fare: il mio modo preferito di sbagliare. Voltare le spalle e sparire. Mariamalia ne sa qualcosa e, da qualche giorno – anche se non serve più – ha la spiegazione “logica”: scagionante. E soprattutto inutile. Abbandonare quel segmento di vita pur sapendo che lo desideri tanto; che lo hai voluto, atteso e cercato. Quella condizione che ti serve come l’aria per vivere, eppure lo molli. Lo so non è rabbia è sconforto; non è sconfitta ma (auto) abbandono. Delusione. Rifiuto. Adesso lo so e so anche che non mi interessa saperlo.

Silenzio. Dentro il mio cuore avverto silenzio, anche i pensieri hanno smesso di chiacchierare, la pioggia è [diventata] un (fastidioso) rumore di fondo capace di far montare la rabbia. Quella rabbia che da qualche mese ha (ancora) bisogno di esplodere prima di diventare indifferenza dopo essere passata (prima) per il dolore. L’ansia richiama il bisogno, recentemente amplificato, di nicotina: appena arrivo a casa sarà la prima cosa che farò.

Appoggio il gomito sinistro al bracciolo della portiera ed impugno il volante a “ore otto”; faccio scorrere le dita della destra su esso, traccio un semicerchio e armonicamente le allontano. Cerco il cruscotto, lo sfioro coi polpastrelli, arrivo alla chiave, la impugno come fosse un gettone telefonico; mezzo giro e attendo che computer finisca le operazioni di settaggio mentre gli iniettori si riempiono di carburante. Tack. Aggiungo un quarto di giro (niente gas come da manuale) e sento la marmitta espirare; espelle la condensa. Abbasso la frizione, ingrano la prima, allaccio la cintura e la regolo, doso il gas e [perché no?] senza esitare sgommo dolcemente.

I play doing Robert

Hello my son, how are you?

Hi Dad, I’m fine. Your voice is weird, does something happened to “little grandmother”?

Oh no, no. Her health situation is steady. So what’s your voice? I do not like it, I’m remembering bad stuff.

Oh, nothing. Some mornings ago I set out to “play at being Robert”.

Play at being Robert? Explained better Dad.

Nothing special. As you know, I sit on the terrace at six in the morning, I was reading as usual, until suddenly it started to drizzle. Damn! Are several months that is too hot. We all want, at last, a little rain. We need rain like plants and rivers.

Are you telling me that? You at least will have the sea; here is just hot and wet. So what have you done?

Well, I see that you can already picture something.

Of course; you see.

I stopped reading and I looked up straight; the stretch of sea that separates “us” from the mainland appeared unusually threatening, mournful, anguishing. A thin thread of fog was suspended in midwater while sunlight was preparing to arrive. The light would have dissolved it with its heat but… Above me instead threatening clouds, full of rain, very dark: they wanted to reach the sea. It seemed to challenge it in a duel.

An enchanting place, don’t you?

A light thunder announced the challenge, a little later the first drops of rain. A few drops, small, but progressively larger and heavier. I closed the book, already been assaulted by some big drops, and I launched it indoors, over the armchair. A dull thud, muffled softly, but in that quietness did clang unusual. I closed my eyes and slowly I focused my attention on any single drop “landing” on my body, trying to follow the sequence. Ear, shoulder, hand / head, knee, arm / shoulder, hand, knee, etc. Initially it was easy to follow but soon it became difficult: the rain began to come down abundantly. Cats and dogs were raining.

I became part of the game; I let myself go. In my head the world seemed to stopped spinning. Then I started following – by my mind’s eyes – the rivulets of drops crossing the various parts of the body; on the back, neck, on legs, arms, cheeks etc. A fancy of small shivers furrows left by the containment of drops collected. [Inside me – but I can’t tell you, my son, – I wished, I hoped, that those streams could take away the thoughts: the melancholy that fill my heart, the anguish of loneliness. I hoped that would lead away, finally – silently – my Soul].

Dad, you are really amazing; If I had not respect of you; I would say you’re crazy.

Probably I am, my son, but I can guarantee that the feelings I have had were really unique, special. Once completely “invaded” by the rain, I began to think, ignoring the delicate tickle of the water to devote myself on my own thoughts.

What kind of thoughts Dad?

Well, hard to condense them into a synthesis, I mean. They are freewheeling; it is not easy to transcribe; you have to “live” them. Melancholy and joy have been released; Thoughts. Thinking of what you’ve lost and what you possess. A budget of affection and suffering, perhaps. At the end I found myself shivering, too cold.

You mean that you stay sitting a long? Yes, too much. I don’t know how much but. I finally gathered the strength to get up: I was petrified. I felt the need to take a hot shower and then I went back to bed. Before noon I had dizziness and I could not walk by the pain in the bones and muscles. The neck glands and armpits are swollen. Since three days I’m so but now it’s all right.

You paid a heavy price for playing at Robert, Dad. Don’t you?

Yes I know, a high price. Too High.

You’re unpredictable Dad, but how can you do? At your age?

By now: you should know me, my son.

Yes, I know you: after all, you “are” Robert. Nice to meet you but, please, have respect for your health. Let me this promise: collect strength and raised. I still need you: please don’t give up.