Incontrarsi *

Un adagio, a me caro, recita: “la vita è l’arte dell’incontro”.

Da qualche tempo, ho il sospetto, che il significato della parola incontrarsi sia cambiato molto, almeno nella sua valenza di concetto sociale, relazionale, quotidiano. Ho sempre odiato quel “ci vediamo” [o “ci sentiamo”] vago ed impreciso anche se suona come se fosse già stabilito, registrato, in agenda. Quanta gente si è congedata con un “bene, allora ci vediamo” e poi non si è più vista? Tantissima.

Ci si incontra ancora? A volte. Su un ponte certo non più (ndr).

Tornando all’adagio [che è il titolo di un LP], incontrarsi è bello ma è necessario aggiungere l’occasione, il desiderio di frequentarsi, cioè la possibilità di concretizzare, trasformare, l’incontro in qualcosa che sia più di un numero di telefono latente: una occasione di crescita reciproca.

Quel che rimane, alla fine [della vita] sono le relazioni che abbiamo realizzato, cucito, ricamato e coltivato; gli “scambi” reali di valori, idee, conoscenze, pensieri, affetti, attenzioni ed opinioni con altre persone che in qualche modo le hanno recepite, condivise, criticate, rifiutate o fatte proprie. In ogni caso hanno accettato di ascoltare, di ascoltarci. E noi abbiamo fatto altrettanto.

Sembra che la variabile che ostacola la bellezza che nasce dall’incontro – e dalle relazioni che ne possono derivare – è un atteggiamento arbitrario di sfiducia verso il prossimo (o timore del giudizio) oppure una eccessiva stima (fallace e/o inesistente) di se stessi. Oppure, più semplicemente, non si “vede” una opportunità egoistica.

I parametri di popolarità virtuale possono rappresentare un valido esempio di questa dinamica. Non c’è bisogno di valori culturali, professionali, artistici [da acquisire con fatica e impiego di tempo] sui quali costruire la propria immagine di persona autorevole – in virtù dei propri meriti – su quali poggiare la propria “autostima”: No. Bastano un titolo qualunque di studio, un profilo professionale (sulla carta, anche falso o gonfiato) e stime numeriche – tante – altamente visibili, pubbliche, sui social network.

Non c’è (più) bisogno di appartenere a qualcosa [o anche a qualcuno] di reale, tangibile, valido, consistente, osservabile. Ci si vede autosufficienti nel proprio essere nulla. Ognuno è leader in quanto ha un seguito: altri leader che, in questo caso, sono potenziali seguaci. Siamo approdati ad una società, sia reale che virtuale, formata da singoli “io”. Tanti “Io”. Troppi.

Raramente vedo un “noi”; anche il noi “duale”, il più semplice, quello di base. Il noi è uscito di scena. Se esiste, è un “noi” opportunistico: a tempo determinato, a utilità da ottenere. E senza un “noi” non abbiamo alcuna identità, non abbiamo finalità comuni di vita, non abbiamo gioie da condividere e moltiplicare, né problemi da dividere (suddividere) in tanti pezzi per renderli risolvibili, né strada da percorrere insieme. Non abbiamo nulla da costruire, e nulla su cui costruire.

Normalmente due (o più, sui social) “Io” parlano, ma ognuno per sé; parla a sé. Non si ascoltano, l’un l’altro, per definizione. Ascoltano se stessi e ciò che pensano (o meglio credono) sia giusto; ed è giusto perché: lo è per se stessi. Di conseguenza, quel che ogni singolo (io) fa, è “giusto” per definizione perché lo ha pensato, fatto, costruito lui. Senza paura di “ferire”, di essere indelicati.

Nessuno è disposto, o incline, a mettersi nelle scarpe di un altro.

Da qui deriva [e potrebbe sembrare una forzatura o una banalità] l’idea (automatica, inconsapevole direi) del controllo. L’atteggiamento di controllo degli altri. Controllare la realtà “apparente” – irreale o ideale che sia – diventa ruolo, compito quotidiano, diffuso in ogni segmento della propria comunità (coniuge, amici, partner, colleghi, parenti).

Il controllo soffoca le interazioni naturali (sociali) ma quel che è peggio è che diventa uno stile di vita, una innocente esigenza, un necessario comportamento di adattamento.

Controllare significa (implicitamente): tutto dipende da me… solo da me: c’è bisogno del mio “benestare” per tutto ciò che mi appartiene o che gira attorno alla mia vita.

Anche uomo & donna (e le varie declinazioni sul sesso) sono diventate due entità necessariamente affermative ed esclusive: o l’una, o l’altra. Una controlla l’altra e viceversa. E questo si chiama attrito, conflitto, senza soluzione. Non ci si incontra più.

Non sappiamo più cosa significhi incontrarsi? Non credo.

Stiamo perdendo il sapore, il gusto di mettere in funzione questo raffinato meccanismo di sviluppo sociale, intellettivo, culturale, creativo – esclusivamente umano – per paura di non trovare quelle “occasioni di vita” che gli stereotipi educativi ci hanno mostrato ed imposto, come valore. Unico.

Ci sono troppi pregiudizi, luoghi comuni letali, diffusi con sapienza da mezzi di controllo sociale – dalle riviste, ai social, ai talk show – che lavano, smacchiano, sterilizzano e asciugano i neuroni; li isolano e bloccano da pericolose connessioni sinaptiche in grado di far nascere ed esplodere un cervello pensate e non le 50, e forse anche più, sfumature di materia grigia: facili da governare.

Renato Gentile

*Dialogando con Concita da Gregorio

Per superare un dolore… *

Seguendo una antica usanza/tradizione, i Giapponesi ricompongono i cocci di un vaso andato in frantumi incollandoli utilizzando l’oro. Metallo prezioso anche nella loro cultura; prezioso e sacro come le parole.

Non è un caso, il modo di dire, che le parole, in taluni casi, naturalmente, sono come “oro colato”.

Utilizzando l’oro, le “ferite” delle cuciture rimangono visibili facendo acquistare al vaso un valore diverso: maggiore.

Mi piace usare questa immagine per farne una metafora: quella del dolore.

Come un vaso, noi ricostruiamo un evento – che rappresenta la sorgente del nostro dolore – andato in frantumi. Chi non lo ha sperimentato?

E ritorna (richiamo) il concetto delle parole usate come l’oro per ricucire i pezzi, per ricomporre il ricordo di qualcosa che era intero, ed integro. Le parole, tra le tessere, diventano visibili, chiare. Nette, precise ed articolate tanto quanto è la complessità del bordo della tessera.

Nel vaso ricostruito le parole sono chiare, basta ascoltarle.

Saper ascoltare, ahimè, non è una capacità ben distribuita.

Vorrei tornare nuovamente alla metafora, figura che utilizzo spesso quando ho necessità di spiegare fatti di scienza – ed i meccanismi che ne derivano – quando sono applicati al comportamento umano.

Molti di noi (occidentali in genere), invece, per riparare un vaso rotto, utilizzano una colla tenace che abbia come caratteristica principale di essere incolore, trasparente. Il vaso in questo caso apparirà come se fosse (ancora) integro, intero. Senza ferite.

Mostriamo, e di rimando, osserviamo [secondo i due punti di vista] un reperto, un oggetto, falso o quantomeno illusorio. Ci viene presentato come intero, intatto, senza ferite. Sano.

Per noi è naturale, normale, nascondere il dolore. Le nostre ferite “devono” essere celate. E così, per cultura (vergogna o timore) non ne parliamo, come se il dolore fosse una cosa di cui vergognarsi. Un peccato. Un punto debole.

Così scappiamo dal dolore, dalla sua immagine; cerchiamo luoghi e persone lontane da esso. Oggi ci si rifugia nella “vita virtuale” nella quale è più facile nasconderlo (nascondersi) o addirittura negarlo. Lo nascondiamo anche a costo di perdere l’affetto o la stima di una persona cara: tanta è la paura di mostrarlo. Come fosse una debolezza.

Ma tutto ciò non serve a superarlo. Rimane una zona d’ombra del nostro passato sul nostro presente.

E qui mi piace invocare una seconda metafora, da amante di automobili. Se guardiamo al passato in queste condizioni, culturali educative, è come guardare dietro di noi dallo specchietto retrovisore dell’auto: c’è sempre un punto morto. Una zona buia.

Una immagine che prima o poi arriva, torna visibile, perché c’è. E’ solo celata.

Il ricordo è qualcosa che torna, che ci viene incontro: non si può cancellare. Puoi cancellare un pensiero ma il ricordo vive, torna.

Il dolore – concludo – non ha diritto di renderci infelici, dobbiamo guardarlo, farci corrodere fino a comprenderlo e dargli la giusta collocazione. Poi andare avanti.

Ed è chiaro, a questo punto, quel che noi (ancora) non riusciamo a comprendere: per sopportare e superare un dolore è necessario molto amore.

E se qualcuno te lo offre sarebbe veramente una cattiveria, una cattiva scelta, metterlo sotto i piedi.

Renato Gentile

*Incontro con Concita De Gregorio