Chaos [Χάος]

L’argomento di questo post appartiene ad una della categorie – in questo blog – che da tempo non ricevono attenzione da parte mia. Tematiche che ho “trascurato” ma non certo per negligenza. Chiedo quindi scusa ai frequentatori “recenti” di questo blog: non vogliatemene.

E’ un argomento, diciamo, “specialistico” – come quelli pubblicati in Psicologia Evoluzionistica – che risponde, sia ad una esigenza “personale”, sia professionale [dentro la quale mi sto ri-avviando].

Molti mi chiedono qual è la necessità di conoscere il movimento delle nubi, le turbolenze dei fluidi, la traettoria di un fulmine e tanto altro che riguarda il Caos. A cosa può servire? A nulla, nel pratico, ma di sicuro amplia la visione della vita, modella schemi di pensiero, orienta le nostre scelte, migliora la condizione culturale della comunicazione; in fondo “serve” allo sviluppo neurologico e psicologico.

Molte “chiavi di lettura” della realtà vengono proprio dalla conoscenza scientifica. Ed è fantastico trovare un modo, personale, per applicarla. Aprire la mente alle scoperte per trarne giovamento. Fa parte di quel bagaglio che io definisco inutile [in quanto non produce profitto economico] che, più di ogni altro, ci arricchisce.

Vi invito pertanto a leggere il pezzo. Se non incontrerà il vostro interesse vi chiedo scusa e un po’ di pazienza. Grazie infinite.

Uno dei pochi articoli teorici che ho prodotto – e presentato nelle sedi appropriate – molti anni fa, riguardava la teoria del Caos applicata alla psicologia, come modello di studio della variabilità del comportamento umano,visto come sistema complesso. L’argomento fu accolto con notevole interesse e approvazione dalla comunità scientifica ma, al tempo, il supporto economico era basso [la tecnologia non era a buon mercato] per poter avviare la parte sperimentale (altre ricerche erano in corso) e, forse, anche perché, da li a poco, le mie energie sarebbero state spostate ed investite a fare il padre della mia primogenita.

  1. G. Presti, S. Ravera, R. Gentile. From Chaos to Chaos: the quest for sources of behavioral variability. 20th Annual Convention of the Association for Behavior Analysis, Atlanta (USA), May, 27-30, 1994

Il tempo passa, è passato. Arriva però un momento nel quale ti giri a guardare le cose che hai prodotto e ti accorgi di aver gettato un sasso e poi ti sei dimenticato di andare a vedere cosa è accaduto. Ti chiedi: come mai non sono andato avanti? Probabilmente avevi scritto una sciocchezza: è la prima risposta che ti dai. Ma sai che non è così; la comunità aspetta i tuoi contributi. Che ca[o]sino.

Ho ripreso a studiare – in effetti non ho mai smesso – o meglio: ho ripreso a farlo con sistematicità e soprattutto finalizzando parte dello studio alla discussione teoretica (non in senso speculativo) di cui c’è forte bisogno, proprio adesso. Soprattutto in psicologia.

Ma che c’entra il Caos con la psicologia? Bella osservazione, giusta domanda. La risposta è semplice: le discipline scientifiche hanno adottato modelli di studio della complessità in quanto naturale evoluzione dei modelli lineari di analisi. Il Caos “inizia” laddove le leggi della natura (ovvero la regolarità) si fermano.

La psicologia [sperimentale] non può lasciare il tavolo della scienza dove, con grande fatica, ha ottenuto il suo posto. Meritato.

L’equazione matematica che esprime un evento Caotico è elementare. Essa esprime che: “piccole differenze in ingresso possono generare, rapidamente, grandissime differenze in uscita”.

Tutti conosciamo l’espressione metaforica che lo rappresenta cioè che: “il battito di ali di una farfalla ha un suo peso su ciò che accadrà a migliaia di chilometri di distanza” [esistono decine di “versioni” di questa immagine e raramente viene enunciata quella originale di Edward N. Lorenz del 1979 ].

Anche in psicologia è emersa l’esigenza di osservare e studiare – con occhi e modelli di analisi diversi da quelli (lineari) “noti” – le espressioni comportamentali.

Mi è stato chiesto di tradurre in moneta corrente, spicciola, questo concetto e di inquadrarlo all’interno della psicologia. Conosciamo bene le espressioni comportamentali naturali, lineari ma cosa possiamo dire quando una leggera modificazione ambientale produce una infinità variabilità della risposta? Bella domanda e, come si dice nella scienza: la risposta non è ovvia. Il che equivale a dire: siamo in odore di premio Nobel, giusto per sottolinearne la difficoltà.

Mi aiuto con un esempio. Semplice.

Immaginiamo di osservare il comportamento di un individuo davanti ad un telefono fisso, qualche decennio fa. Quando [se] il telefono squilla il soggetto può rispondere o meno. Fintanto che non risponde non saprà chi c’è all’altro capo della linea. Se vuole saperlo [allora] con altissima probabilità, risponderà. Nel frattempo, colui che sta chiamando non ha motivo di pensare che dall’altra parte qualcuno non vuol rispondere (fatte le dovute e debite eccezioni) penserà che la persona è assente o, meglio ancora, che (in casa) siano tutti assenti. Una dinamica relazionale lineare, sia nell’osservazione, sia nelle deduzioni derivabili. Un evento che si presta a poche “interpretazioni” personali: la persona cercata non è in casa.

Torniamo al presente ed introduciamo una semplice variazione nella nostra equazione: il nome (o numero) di chi sta chiamando al telefono.

Il telefono squilla: so chi mi sta chiamando. Posso decidere se rispondere o meno sulla base di un numero [n] di motivazioni personali; non osservabili ma derivabili. La mancanza della risposta non è più “naturalmente” collegata all’assenza. Colui che chiama, se non riceve risposta, ha un intero capitolo manzoniano di ipotesi cui dedicarsi. Queste abbracciano fattori che oscillano da: avrà le mani occupate; sarà stato circuito e rapito dalla vicina o dorme, a: non ha voglia di parlarmi; avrò fatto qualcosa di male; è con un’altra; si sarà accorto che… si sta vendicando di… etc. etc.

Il grappolo di spiegazioni non serve a fermare la produzione ulteriore di tentativi alternativi al dialogo, testé rifiutato, perpetrati attraverso messaggi di testo (SMS): Verba volant scripta manent.

A questo punto inizia, per direttissima, il processo ad intenzioni e fatti, parole e silenzi, sospetti e proiezioni. Il festival degli scheletri nell’armadio del nostro “rifiutatore” di chiamata, viene mandato in diretta, on line, ad una compagine di seguaci.

Questo esempio, semplice ma adeguatamente esplicativo, serve a mostrare quanto sia diventato importante e urgente, oltre che (per definizione) necessario, individuare e studiare la complessità di talune dinamiche psicologiche soprattutto quelle legate alla comunicazione verbale. Una complessità che le altre discipline, biologia in testa, ci suggerisco di considerare per comprenderne la natura e derivare, laddove possibile, implicazioni per la loro applicazione.

Gli psicologi, oggi, hanno bisogno [molto più di qualche decennio fa] di queste conoscenze per affinare competenze scientifiche (ormai) necessarie per formulare risposte adeguate alla richiesta dell’utenza. Il “lettino” è un’immagine storica che merita il dovuto rispetto per il ruolo che ancora ricopre ma (but) c’è, adesso, bisogno di altri modelli di analisi della crescente complessità relazionale.

E’ un invito che faccio alle nuove generazioni.

Io mi muoverò, quanto prima e in solitudine, in questa direzione.

E sarà un bel finale.

Renato Gentile