Basta un dito *

Mi chiedo spesso se i nostri politici utilizzano gli uffici postali o se gli Amministratori di questa azienda lo facciano mai. Sono certo di no.

Però è un’esperienza da fare: come per noi (da giovani) andare a Londra o per altre generazioni, a Ibiza. Lo consiglio a tutti specialmente se amate osservare la “natura umana” selvaggia. Come il Birdwatching.

Gli uffici postali, non tutti naturalmente, rappresentano un campione di servizio pubblico italico D.O.P. molto interessante. Diciamo una sorta di riserva naturale, protetta – non uno zoo – dove è possibile osservare esemplari dalle caratteristiche educative, sociali e culturali di rara ed esclusiva bellezza. Musei a cielo aperto anzi ad “apriti cielo”.

Se poi amate le esperienze estreme, quelle forti, adrenaliniche, beh allora non c’è dubbio: Agenzia numero 1 di Via N. Fabrizi. Non ve ne pentirete. Uno “sballo”.

Il repertorio delle rappresentazioni è ampio e gli attori spaziano – per bravura propria (un dono) – da una pagina all’altra del Manuale Diagnostico Statistico [DSM]: quarta edizione.

Altra caratteristica da non sottovalutare (che ammortizza eventuali costi e spese di spostamento) e che lo spettacolo è gratis e varia ogni giorno; almeno un impiegato è “occasionale” sostituto di qualcuno – ma mai di quello sbagliato – scelto secondo le caratteristiche idonee al contesto. Jérome Savary [Gran Magic Circus (mio amore giovanile)] ne sarebbe affascinato.

Vorrei raccontarvi, a grandi linee, una rappresentazione recente. Nuova.

Nel mese di Maggio ho fatto richiesta di un servizio postale (a pagamento), una cosa semplice, banale. Dopo un mese dall’attivazione mi accorgo che il servizio non è in funzione, per nulla. Qualcosa non è andata bene nella procedura? Controllo le carte: tutto in regola, preciso.

Decido di mettere a rischio il mio umore: chiedo un appuntamento col Direttore. Mi riceve, come sempre, attraverso il vetro dello sportello. Mi ascolta come un confessore ed alla fine conclude: “se il servizio non funziona non c’è nulla da fare”. Per un attimo mi sono sentito dietro la porta di una sala rianimazione: senza speranze. Distrutto.

Con molta calma riferisco che la sua risposta è incongrua e lo prego di trovarne una più adatta al suo ruolo ed all’Azienda che rappresenta. Niente: buio totale.

Gli chiedo se sia necessario chiamare un interprete, un mediatore culturale ma lui va via. Lentamente esce di scena. Uno spettacolo.

L’impiegato, sostituto temporaneo, quello nuovo, lo segue ma non per parlargli o sostenerlo; approfitta semplicemente del cambio di scena per andare a disinfettarsi le mani con gel di amuchina: di certo ha toccato il documento di identità di qualche utente. Lui è fatto così. Ogni operazione a rischio cerca una scusa: generalmente va a prendere le puntine per la spillatrice.

Cambio sportello e mi faccio consegnare [dall’impiegato, è ovvio] un modulo, apposito, per redigere un reclamo. Torno a casa, lo compilo a macchina (da scrivere) [me la tiro su questo] nel caso la scrittura fosse poco chiara, faccio una scansione e la inoltro a Poste Italiane Ufficio Reclami, poi vado a consegnare il modulo all’Ufficio postale in questione. Timbro, data, documento identificativo, firma e copia per me. Accettato: nero su bianco. Che soddisfazione.

Trascorre un altro mese. Il servizio [pagato in anticipo] non è stato (ancora) attivato ma c’è di peggio: poste italiane (lo scrivo minuscolo per comodità) non ha risposto al mio reclamo, né per e-mail, né per posta, né per telefono, fax o piccione viaggiatore.

Silenzio. Una mattina, visto che era nuvolo (quindi niente spiaggia), mi reco in UP [è così che lo chiamano i comunicatori dell’Amministrazione]: è fashion.

Il Direttore. sempre dietro il vetro – antiproiettile ma non anticazzate – sembrava attendermi; i suoi occhi avevano lo sguardo che i killer hanno disegnato sul viso quando sanno di averla fatta franca. Quello sguardo beffardo che dice: “mi volevi incastrare, brutto bastardo e invece… in quel posto l’hai presa tu. Adesso ti sistemo io”. Non mi intimorisce, lo guardo negli occhi. Lui fa altrettanto. E’ un duro.

Sorridente, mi fa cenno – educatamente – come fossimo vecchi amici, di avvicinarmi allo sportello vuoto (quello senza impiegato) e mi fa esporre; mi guarda e sorride sornione e quando concludo dicendo “non ho ricevuto alcuna risposta al reclamo” lui, serafico mi guarda e dice, con fare da requisitoria: “certo che non ha ricevuto risposta: ha compilato il reclamo sul modulo sbagliato. Non so dove lei lo abbia preso. Perciò non è stato preso in considerazione”.

A questo, punto da “personcina” a modo, ho dato uno sguardo intorno, per accertarmi che non fossero presenti bambini e donne in stato di gravidanza, ed ho chiesto, cortesemente, ai presenti un attimo di silenzio e di attenzione perché il Direttore aveva importanti comunicazioni da dare sul suo stato di salute mentale e per fare finalmente ammenda per la sua incompetenza.

Quel sorriso sornione è sparito di colpo; totalmente cancellato. Al suo posto una serie di rughe ed altre contrazioni muscolari note, facilmente osservabili, accompagnate da una variazione della colorazione della pelle e una modificazione roca del tono della voce. Un caratteristico esempio di rituale comunicativo della posizione gerarchica, espresso degli esemplari di Branco Posta. Che interpretazione mimica perfetta. Superba.

Qualcuno dei presenti ha subito lanciato una proposta di scommessa: a) sulla possibilità di infarto del Direttore e b) su un mio ricovero al pronto soccorso per trauma cranico; qualche altro invece è andato a chiamare chi, fuori dall’ufficio, aspettava il turno fumando una sigaretta. Lo spettacolo, di quella mattina era iniziato, in anticipo. Inaspettato.

Peccato che nessuno abbia avuto l’idea di riprendere il dialogo successivo con un telefono ma vi posso garantire che è stato un vero pezzo di teatro; teatro di vita. Vera.

La vita è teatro ma in UP (ormai si chiama così) è, senza dubbio, spettacolo.

P.S. Sono qui per rispondere alle, eventuali, domande di “approfondimento”. Grazie

  • Il nuovo slogan di Poste Italiane: “Per fare tutto, in Banco Posta, basta un dito”. Inutile specificare quale.
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Della comunicazione

Ma ci siamo veramente cremati il cervello o davvero pensiamo che questa sia comunicazione? E’ un insulto a tutti gli sforzi che ognuno fa per farsi comprendere, spiegare, educare.

Io, non ho parole. La foto si commenta da sé.

Ma cosa dice? Cosa vuole dirmi? A chi lo vuole dire? Che linguaggio è?

Chiedo, umilmente, a tutti voi: cosa regola questo avviso? Grazie.

Avviso

Avviso all’ingresso di tutti questi luoghi UP

 

 

Dinamiche dell’incomunicabilità

Andare in giro per l’Italia è qualcosa che ancora mi affascina e soprattutto non mi stanca.

Sono veramente fortunato: occasioni diverse di lavoro (didattiche, professionali, editoriali ed artistiche) mi portano in luoghi dove, in ogni caso, verrò puntualmente a contatto (e conoscerò) gente nuova, usanze, modi di dire, fare, usare che hanno il sapore della libertà. Così alla occasione della conoscenza ed al sapore della libertà aggiungo la soddisfazione della gioia. Raramente torno in albergo senza poter esprimere (nella condivisione con le persone care) di aver trascorso una bella giornata.

Prima della pausa natalizia sono stato impegnato (per un Master) in una città della parte centrale della Nazione, lato est. Ancona. Da qui, poi, a Pescara.

E’ mia abitudine, una volta in “libera uscita” – libero cioè dagli impegni – chiedere di assistere o partecipare a spettacoli locali: quelli che nascono dal cuore della Città, quelle che arrivano dal lavoro di chi vive e lavora in quella realtà. Mi piace gironzolare tra le radici del tessuto locale.

Evito, in queste occasioni, le rappresentazioni ufficiali di “grido” o del momento. Proprio l’anno scorso, nel medesimo periodo, ho assistito, in Sicilia, ad uno spettacolo – tenuto in un piccolo teatro (I magazzini del sale) – che mi ha dato l’occasione (e perché no, la fortuna) di conoscere artisti dei quali tengo a mente il nome: non si sa mai quello che potrei inventarmi nel futuro. La vita, lo ripeto, è l’arte dell’incontro.

Le persone conosciute a Pescara (divenuti ovviamente amici) – vista la (insolita) richiesta – mi propongono di assistere ad uno spettacolo teatrale, frutto del lavoro di una scuola di didattica teatrale di giovani colleghi. Il tema dello spettacolo, poi, è musica per le mie orecchie: dinamiche della comunicazione. E’ fatta.

Il teatro, piccolo e “nascosto” è un luogo (quella che altri definiscono location) accogliente; una di quelle fucine nelle quali si lavora sodo. Gli attori sono tre: Alessandro, Arturo e Sara. Una breve presentazione di rito, i ringraziamenti a chi di dovere e poi in scena. Inizia lo spettacolo: tempi e ritmi adeguati da una regia precisa, attenta.

Una “originale” – ma bisognerebbe dire “reale” – carrellata di episodi sui quali viene materializzato, costruito, una sorta di archetipo (attuale) di incomunicabilità sul quale prendono forma, si intrecciano, senza mai incontrarsi né risolversi, messaggi (verbali) proto comunicativi: richieste di aiuto puntualmente disattese, inascoltate; disattenzioni parlate in terza persona plurale non reversibili che diventano mute riflessioni per il pubblico (che esplodono puntualmente, di volta in volta, al momento giusto in un applauso).

In “poche” parole, paradossalmente incalzate da fiumi di logorrea insensata, vengono sviluppate varie sfaccettature del mondo (in)comunicativo in cui viviamo: tutti i giorni per tutto il giorno. Episodi e situazioni perfettamente chiare, riconoscibili (forse anche familiari): intelligentemente (ed allegramente) argomentate da un fluire che ha una sola grande natura: l’improvvisazione. Si avete ben inteso: lo spettacolo viaggiava sulle corde dell’improvvisazione. Da non credere. Unica cosa nota il tema: come nel Jazz. E questo la racconta lunga, come suol dirsi, sul lavoro dei tre giovani attori, guidati da Ezio, e sulle loro qualità.

Fermarsi per qualche minuto con i tre attori, dopo lo spettacolo, a parlare, raccontare, riflettere a voce alta, chiedere: è stato altrettanto delizioso, vero. Senza schemi né ruoli formali. E’ stato uno spettacolo dal messaggio chiaro, facile da cogliere, grazie al lavoro gustoso, allegro, gradevole e soprattutto estemporaneo delle interpretazioni. Un lavoro che, visto nella sua semplicità, risulta davvero geniale. La nostra comunicazione è diventata patologica e gli artefici siamo noi stessi.

Mi fa piacere che, finalmente, nel post decennio di quella che è stata indicata come rivoluzione comunicativa, qualcuno (soprattutto giovane) abbia saputo, spontaneamente con le proprie parole, scelte con bravura momento su momento, condannare, castigare il “mal costume” di una società che è muta e non solo sorda.

 

Tanti auguri per Alessandro, Arturo e Sara. E al loro regista.

La nazione vista dal treno

Sono uscito, per disattenzione, dall’isolamento che ho scelto di adottare, da un po’ di tempo, quando viaggio in treno; proprio questa ultima volta. Tornare ad essere presenti, in loco, è stata un’esperienza interessante e, sotto certi aspetti, nuova. Le lunghe tratte da percorrere richiedono una certa capacità di sopravvivenza: bisogna soprattutto salvaguardare la propria salute mentale da agenti inquinanti. Cercare di uscire incolumi dall’esposizione da sorgenti di “sapere” e “modi di pensare” – infettivi – molto nocivi che possono seriamente (e gravemente) alterare l’umore di un modesto viaggiatore che desidera trascorrere il tempo in santa pace. Leggendo, scrivendo, guardando il paesaggio o magari meditando.

Le persone che viaggiano sulle tratte che uniscono i due poli della Nazione, sono geneticamente, facili all’abbordaggio. Ti agganciano senza preamboli con strategie che invocano tutte le caratteristiche ancestrali umane. Dieci minuti dopo la partenza, gli occupanti del compartimento si sono (già) “presentati” e in meno di un’ora ognuno potrebbe scrivere il certificato di Stato di famiglia, il grado di istruzione e la cartella storica dell’ufficio di collocamento di ognuno dei presenti e in meno di due ore la cartella medica clinica completa degli stessi. Che spettacolo la meridionalità. Un modo di essere: come la “follia” ai tempi della legge 180.

Il tema fondamentale dell’approccio in treno è la salute e le vicissitudini legate ad interventi chirurgici – o ai ricoveri per accertamenti – effettuati da personalità della scienza – quelli dalla tariffa esageratamente elevata (altrimenti non sono bravi) – che magari “sono andati a parlare in televisione”. Una volta erano quotatissimi quelli che “andavano” da Raffaella Carrà; un titolo superiore al premio Nobel. E questo aggiunge un tratto di orgoglio che ha lenito la loro sofferenza, non tanto per aver ricevuto qualificati servigi ma l’onore della conoscenza, dell’incontro, di persone famose. Una forma di umana tenerezza che commuove; poi magari il congiunto muore ma che importa: è stato fatto il meglio. Senso di colpa uguale a zero. Ottimo.

Prima della fine del viaggio comunque, se non è stato proposto un gemellaggio con i residenti del compartimento adiacente ci si lascia con un facile quanto mai impossibile: “Ciao, ci vediamo” o un improbabile “fatti sentire”. Ma dove? Quando? E soprattutto, perché?

Queste interazioni mi hanno sempre incuriosito: rimango incantato per la vastità del repertorio di “conoscenze” (estemporanee) che le persone comuni posseggono per ogni argomento che si affronta. Le interazioni del primo approccio riguardano, generalmente, la conduzione e la gestione del treno in sé. Viaggiatori, esperti conoscitori della ferrovia e delle strategie di viaggio, fanno da cicerone a chi non ha alcuna esperienza. Attimi di celebrità che fanno stare bene. Frasi come: “adesso recupera il ritardo”; “qui rallenta perché deve dare la precedenza”; “adesso vengono a fare i letti”; “il cuccettista i biglietti ce li darà domani” sono perle di sapienza per chi, nel 2014 affronta lo spazio siderale della Nazione ed ha bisogno di conforto.

Di altro valore sono invece le performance di chi, di colpo, assurgere ad “esperto” della politica attuale; regalano spiegazioni – che odorano di “sentito dire” – la cui fonte è rigorosamente anonima e soprattutto priva del più elementare supporto teoretico. Luoghi comuni e posizioni dettate dall’ignoranza. Mi ricordano le dissertazioni ascoltate, per anni, su un treno di “pendolari di alto livello (e concentrazione) culturale”, in corsa alle cinque del mattino. Insegnanti della scuola dell’obbligo che “spalmavano” le ore del tragitto sfoggiando la loro incompetenza, ignoranza, impreparazione e soprattutto cattiveria professionale (pagata dai contribuenti) per tutta la provincia. Nessuno di loro che cercasse di recuperare qualche ora di sonno o che leggesse un libro (o anche, almeno, un giornale) per investire il tempo in modo utile; tutti a fare comizi, diagnosi e pettegolezzi sui genitori di ragazzi problematici e “scherzare” (come insegnava al tempo dei fatti un insegnante-scrittore) sugli strafalcioni degli studenti asini (i meno capaci), oppure spettegolare duro sui colleghi – idioti – assenti, perfettamente incapaci ed impreparati, senza curarsi di esserne la loro copia conforme.

Ma torno a questa esperienza nuova, nella specie. Diversa. Le persone si presentano ai compagni di viaggio con modalità diversa; la tecnologia ci aiuta a porgere il “biglietto da visita” già all’ingresso. Il telefono: il beato cellulare. Non c’è condivisione – se non del proprio status – ma ostentazione forzata. Aperta.

Prendo posto sul Freccia Argento, direzione sud, dopo aver chiesto ad un passeggero se lasciava libero il posto (finestrino) a me assegnato; sbuffando questi si sposta sul lato corridoio commentando, quasi incredulo, “ma è lo stesso”. Io rispondo che per me non lo è. Mi guardano quasi fossi un mostro. La mia dirimpettaia, una bella ragazza sui 30 anni, da li a poco chiama al telefono un amico. Una inflessione verbale chiaramente “nordica”, dai toni delicati.

“Ti disturbo? No, sono qui a Roma, da due giorni, ma sto partendo. Volevo sapere come stai, cosa fai”. Dal tono e dagli argomenti si comprende che è una professionista, forse un avvocato, Un osservatore direbbe subito che se la tira; parla a voce piena. Si nasconde dietro gli occhiali da sole di ottima firma e al dito ostenta un diamante. Poi informa il suo interlocutore che giorno uno Gennaio sarà nuovamente a Roma ma per prendere il volo per Budapest a fare la vacanza con amici e quindi andrà a Toronto. Si accomiata.

Accidenti. Sarà un manager di quelli a quattro stelle. Questa è l’Italia che funziona. Da li a poco, dalla borsa estrae una copia di un giornale settimanale di super-gossip, uno di quelli che ti dice anche a che ora la tale velina allatta il rampollo del giocatore. Non lo sfoglia ma lo divora, legge tutte le pagine piene, fino alla fine; con estrema cura ed attenzione. Lo leggerà tutto.

Nel frattempo, ad una fermata, sale una signora che cerca il posto mentre parla ad alta voce al telefono: in perfetto romanesco. Non c’è dubbio è di Roma. Impartisce ordini di “servizio” come: Metti le lasagne ner micro-onde, tre minuti. Non dimenticarti che ae quattro devi prendere a ragazza in piscina. Etc. etc. Seguono altre telefonate pubbliche cioè ascoltabili chiaramente dagli astanti. Anche questa ha l’aria di essere una manager… ogni telefonata un commento a chiusura: “questo nun ha capito che deve fare er suo lavoro altrimenti se chiude, bello mio”.

Comincio ad avvertire seriamente la mancanza delle mie cuffie; pagherei per averne un paio anche scadenti. Come ho fatto a lasciare a casa anche quelle che tengo (sempre) in valigia? Ritorno alla mia lettura e stacco virtualmente l’ascolto ma la mia “deformazione” mi restituisce frasi verso le quali non posso rimanere sordo.

Mi accorgo, con mio stupore che la pronuncia, la cadenza nordica e romana, svaniscono man mano che si scende al sud ed il vagone si svuota. Arrivano altre telefonate alle quali le signore rispondono in perfetto accento calabro che gradatamente lascia posto, verso la fine del viaggio, a dialoghi condotti in perfetto dialetto. Con doppie consonanti, intercalari monosillabici, imprecazioni e vocali sfiatate. Le due signore si sono trasformate come la carrozza di Cenerentola in una zucca. Questo viaggio, dopo tanti trascorsi in silenzio, è stato veramente una favola.

Quante camere da letto ?

Vincent's Bedroom in Arles

Vincent’s Bedroom in Arles (Photo credit: Wikipedia)

Non si finisce mai di… imparare? No, di incontrare strani esemplari umani.

Stamattina attendevo un telefonata di lavoro; nell’attesa rispondevo alla posta elettronica.

Squilla il telefono; una voce quasi sintetica, un tono stanco dal tema ripetitivo, forzatamente fresco tanto da sembrare la voce del centralino risponditore automatico che smista le telefonate dell’Azienda indicando le varie opzioni numeriche da digitare.

L’umano di sesso maschile si presenta col suo nome proprio e quello dell’agenzia Immobiliare che rappresenta e mi chiede se sono io la persona che ha posto in vendita l’appartamento ubicato dove sono ubicato. Rispondo si. Non l’avessi mai fatto: partono le domande e subito la telefonata prende una curiosa piega. La domanda che mi fa ancora ridere arriva per terza o quarta. E da qui nasce un dialogo fantastico che non può essere raccontato ma trascritto:

Allora quante camere da letto ha la casa?

Una. Vivo da solo faccia lei.

Bene, allora è un monolocale.

No signore, non è un monolocale è un appartamento di 110 mt.

Ho capito un ampio monolocale.

Guardi che non è un monolocale; c’è l’ingesso, un salone, un soggiorno i servizi e una camera da letto. Ah dimenticavo: c’è anche un ripostiglio.

Ma lei ha detto che ha solo una camera da letto.

Beh le ho detto che vivo da solo quante camere da letto dovrei avere visto che non gestisco una casa d’appuntamento?

Allora niente. Il mio cliente cerca un appartamento con 4 camere letto.

Allora consigli al suo cliente un bed & breakfast o un albergo.

Veramente non deve dirmi lei cosa consigliare al mio cliente.

Non di certo. Io le ho semplicemente chiarito che vendo un appartamento composto con le stanze che ho descritto e non posti letto. Poi chi la compra l’acquista vuota, senza mobili né letti e può ricavarci, se vuole, anche un dormitorio.

Guardi ho capito: lei non vuole collaborare. Non vuole che ci interessiamo a vendere l’appartamento.

Io invece ho capito che, a quanto sembra, parliamo due lingue che non trovano una corrispondenza; però posso garantirle che in tutta Italia capirebbero quel che ho detto.

Veramente ho capito bene, non la trattengo più.

Ecco, adesso ci siamo capiti. Finalmente. Buon fine settimana.

Buona giornata.

Non ho smesso di pensare a questa strana storia delle camere da letto ma vuoi vedere che l’annuncio è stato pubblicato nei paesi Arabi e che il cliente era uno sceicco? A questo punto l’impiegato si è sentito offeso, a buon diritto, quando gli ho detto che parlavamo lingue diverse. Cacchio ho fatto senza dubbio la figura del razzista. Porca miseria.

Pensieri come questo ti rovinano l’umore per tutto il giorno.

No more e-mail

E-mail

E-mail (Photo credit: Wikipedia)

Grande, fantastica invenzione le e-mail. All’inizio siamo rimasti affascinati dalla velocità della corrispondenza; niente carta, busta, francobollo, spedizione e lunga attesa del postino. Incredibile; quasi da favola. Le mailing list di gruppo ci hanno permesso di lavorare a distanza e nelle ore serali normalmente dedicate ad altro. Incredibile.

Lentamente questo magico strumento è diventato “ostile”. Lentamente ha lasciato appassire le emozioni ed alimentato il disagio comunicativo. Io ho resistito.

Lentamente la posta elettronica è diventata una fonte di frustrazione; partono i messaggi ma mancano le risposte. Partono speranze e tornano illusioni. Quanti curriculum, progetti, richieste, inviti ed anche preghiere sono partite dalla mia casella di posta che non hanno mai ricevuto alcuna risposta? Infiniti.

Molti dirigenti ai quali chiedevo se avessero letto la mia e-mail mi hanno risposto che loro la posta la cancellano, eccetto le comunicazioni di servizio interno. Beh in fondo, alla fine, abbiamo risparmiato tanta carta. Ma quante speranze maltrattate? Infinite. Troppe.

La “cassetta” delle lettere rimane disattesa, riempiendosi sempre più di pubblicità e proposte di spesa. Sembra il “giornale” delle offerte al supermercato della grande distribuzione. Il mio indirizzo è uno dei tanti in un archivio in mano a tanti; spesso gli stessi che non hanno risposto, che non hanno ascoltato o che hanno ignorato le mie e-mail. Paradossi umani viventi. Di esempi ce ne sono a centinaia; analogo modus operandi dei politici sotto elezioni. Tutti si ricordano che ci sei, che esisti, che sei vivo (forse) e quanto sei buono o bravo; provano a “bussare” alla tua casella. Sparano nel mucchio. Come certe donne in preda alla noia quando la routine le ha già ben “appiattite”.

Credo si renda necessario tornare all’uso del telefono; ascoltare la voce, parlare, dire e ricevere una risposta. In tempo reale. Anche il silenzio ma almeno in tempo reale. Lanciare messaggi nella “bottiglia e-mail” è diventato inutile. Troppo sconforto e molta sofferenza. Mezzo reso inutile e vano dall’inutilità dei (nuovi) rapporti umani. Quelli votati alla “leggerezza”. Quelle persone che dicono “una mail” invece di e-mail. Esterofilia fashion degli inadeguati.

Forse perché sono cresciuto scrivendo lettere, con penna su carta, curando la grafia per renderla facile da leggere, imparando al contempo a soffermarmi su ogni parola, usando i caratteri maiuscoli ove corretti e la punteggiatura al punto giusto. Cercando di immaginare in ogni parola la voce, il suono, la metrica e se dicevo qualcosa “per scherzo” lo sottolineavo dichiarandolo apertamente: “scusa, scherzavo”, senza bisogno di usare segni; segnali muti, senza parole né voce da ascoltare. Immaginarle accompagnate da un sorriso. No. Le e-mail hanno una logica diversa; una lettura diversa. Io l’ho capito molto tardi o forse mi sono ostinato a continuare.

Ho deciso di smettere, cominciamo da qui. Poi sarà il turno di questo blog; ha superato il primo anno con un buon margine sulle aspettative ma quelle per il secondo anno sono molto più alte. Staremo a vedere: intanto continuo; però basta e-mail. That’s Enough.
Solo quelle di “lavoro”, quello nuovo.