200

Le 6 del mattino di qualche giorno fa, come sempre, sul balcone di casa dove alloggio. Mi fa compagnia un libro di una scrittrice scandinava: una vera delusione considerando quanto sia “quotata”.

Stamane nell’aria avverto qualcosa di diverso che non riesco a mettere a fuoco, ad identificare. Non riesco ad individuare la causa, né ad isolare la motivazione di una esagerata sensazione di vuoto.

Solitudine? No; ormai è la mia compagna di vita. Fedele. Io e lei, soli: come su un’isola del mare del Nord. Chiudo quel libro – nel quale ho ravvisato una espressione che mi appartiene – e lascio andare la mente che – da sola – ha scelto un pensiero da seguire; lo riconosco e voglio ricordarlo. Lo lascio andare. Non mi va di allontanarlo e, caso molto strano – oltre che inconsueto – mi confeziono una sigaretta. Non è un buon segno. Questo è noto.

Sì. Seguo il pensiero, le immagini e le reazioni neurofisiologiche: conosco l’origine di questa malinconia. Ho provato a descriverla, qualche tempo fa, pertanto la riporto, qui, nella sua veste originale.

Vicino, qualche tavolo più avanti, sotto la luce di una lampada, un uomo avanti negli anni ma dall’aspetto vivace era immerso nella consultazione di un classico libro di architettura “200”, degli inizi del nuovo secolo.

Affrontava le pagine con fare deciso saltando da un capitolo all’altro come se stesse cercando le prove per la quadratura di una incongruenza. Non esitò a regalargli un sorriso quando incrociò lo sguardo di Robert. I suoi occhi recitavano antichi versi capaci di sciogliere le paure. Rassicuranti e teneri.

Ritrovare – da adulti – le (poche) persone che si sono prese cura della nostra formazione, stimolando, anche con una semplice parola, la viva curiosità, il desiderio di conoscenza e il fascino della ricerca, è una esperienza unica, immensa. Poterle finalmente abbracciare, realmente, significa riconoscere la reciproca valenza tra chi ha dato e chi ne ha fatto tesoro. In quel momento l’allievo restituisce al maestro la sua riconoscenza. Come un padre che ritrova la figlia dopo anni trascorsi a distanza ed insieme iniziano a prendersi cura uno dell’altro pur sapendo che, per uno, il tempo rimasto è breve. Entrambi hanno la certezza di essere stati importanti l’un l’altro, che sono stati sempre uno accanto all’altro; e questo è ciò che si chiama felicità. Quel termine difficile da definire per ogni disciplina umana, diventa finalmente chiaro. Vivo, tangibile, presente. Verificando tutte le risposte su cosa la felicità non è.

Negli occhi di Robert si disegnò presto una gioia che da tempo non apparteneva a quella vita solitaria; quella gioia che tutti ricordano e che molti non hanno più rivisto e solo pochi hanno cancellato dalla loro memoria. Forse qualche linea di nostalgia si stava disegnando tra le pieghe del suo viso. [ndr Lei era lì pag. 219]

Di colpo ravviso cosa aveva scatenato nella mia testa la sensazione di “novità” angosciante, di disagio immotivato alla quale non ero riuscito a dare volto: stamattina non c’era, qui con me, il garrire delle rondini tutto intorno. Non ho udito zinziluare. Sono andate via, tutte insieme. All’improvviso. Il tempo è andato, come sempre: senza avvisare.

Come ha fatto Giulio Romano.

Come vorrei fare io. Adesso.

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