Come un ponte… sul fiume.

Domenica diversa, questa mia; oggi non vado in Piazza Farnesi a fare provviste alimentari a chilometro zero. Ho terminato i miei impegni didattici a Parma ieri ma ero già dentro questo domani. “And today is only yesterday’s tomorrow”. Un paio di ore di treno e la incontrerò, ci incontreremo. Per la prima volta. Oggi, domenica.

Riempio il tempo guardando il panorama fuori dal finestrino e compilando – allo stesso tempo – una lista dei brani musicali che rappresentano le varie sensazioni che avverto e che vado a raccogliere mentre immagino tutto il “possibile” di un primo incontro. Provo ad figurarmi sguardi e parole da dire, sorrisi, respiri e silenzi da comporre per ascoltare. E perché no: inviti e proposte, scartando ovviamente quelli “indecenti”. Conto gli ultimi minuti, dilatati dal panorama poco noto. Lei sarà già lì.

Scendo dalla vettura e scandaglio con occhi acuti il marciapiede del binario attento a cogliere ogni segnale. Osservo la postura, i movimenti e l’andatura della gente per coglierne gli atteggiamenti. Ognuno attende qualcuno con aria e umore diverso. Guarda e cerca. Centinaia di dati passano al vaglio della mia attenzione per essere filtrati; in fondo non ho una immagine completa di lei; né lei di me. I riferimenti sono altri. Di sicuro ci stiamo reciprocamente cercando: sarà facile riconoscersi. Vedrai.

Ti avvisto, il cuore non mente mai, lancio uno sguardo interlocutorio ma tu mi hai già individuato: vieni verso me, corri sulle tue ballerine, alta slanciata, adeguatamente magra. Il berretto sulla fronte armonizza la forma dei lunghi capelli neri, sulle spalle. Mi guardi attraverso gli occhiali, sorridi. Ci riconosciamo. Aspettative, raffigurazioni e realtà si incontrano e si miscelano come colori a tempera; cercano una sintesi cromatica laddove sintesi non può esserci. E’ un dato nuovo, polimorfo e sfaccettato: la realtà. Che bel colore che ha la realtà quando ravvisi questo mood. Sì, mood (mi permetto un termine tecnico).

Ci salutiamo guardando finalmente negli occhi di ognuno, ricomponendo e completando – in pochi attimi – l’immagine che ognuno di noi aveva elaborato dell’altro coi altri dati [fondamentali] della realtà. Il profumo, lo sguardo, la morbidezza della pelle, la delicatezza delle mani, i movimenti del corpo, delle labbra e gli sguardi si aggiungono a completare quei frammenti di tratti immaginati, intuiti tra le parole e le righe di parole e dalla forma flessiva della voce.

Impacciato nella mia giacca a vento e dalle bretelle dello zaino appesantito dal computer passeggiamo sul lungomare autunnale – che si prepara al Natale – fino ad arrivare al ponte sulla foce del fiume. Lo imbocchiamo camminando fianco a fianco, sempre più prossimi, fermandoci di tanto in tanto per regalarci il sorriso che accompagna commenti e dialoghi mentre ci raccontiamo. Ci fermiamo ad ammirare il mare, sconfinato, ad est e le montagne, subito a ridosso, ad ovest.

Un giro, come una danza allo specchio, e ci ritroviamo faccia a faccia e spontaneo nasce un abbraccio [in cui le mani, con discrezione, cercano luoghi dove è possibile trovare brividi o vibrazioni] ed un bacio scambiato, tenero, innocente. Delicato e breve; accompagnato solo dal silenzio delle parole che compongono i nostri rispettivi pensieri in quel momento. Guidati dal cuore e sospinti dall’anima. Un attimo dentro il quale riconosciamo l’avvio di un tempo, rimasto sospeso, che riprende a scorrere. Un fotogramma intenso per entrambi: la foto da mettere sullo scrittoio.

Quel momento, sul ponte, attimo fuggente per gli osservatori esterni, diventa per noi metafora identificativa del tema dialogico: il “nuovo”. Metafora di azioni e progetti: grandi ma possibili. Sogni da realizzare subito. Presto. Un ponte da attraversare, che si apre sulla sponda di una vita nuova lasciando alle spalle quella fin qui passivamente accolta; accettata con molti compromessi e sofferenze. E soprattutto priva di futuro. Sì, quel ponte sul quale abbiamo passeggiato diventa adesso simbolo di rinascita. Momento di promesse reciproche di sostegno per attraversare le difficoltà e superare i dolori e lasciare la tristezza delle scelte – divenute “errori” – alle spalle. Non c’è più bisogno di energie disumane per guatare il fiume e fuggire: bisogna imparare a gestire le vertigini.

Torniamo indietro sul lungomare e i racconti – certi ognuno di questa nuova dimensione – rotolano fuori dalla bocca senza pause. Definiamo inconsapevolmente certezze acquisiste con quell’abbraccio. Senza timore né paura ci affidiamo l’uno all’altra: sicuri. Le nostre mani provano a tenersi e trasmettono sicurezza. Le situazioni angoscianti, tremende da affrontare e difficili da superare, adesso sembrano lasciare spazio ad un progetto di rinnovamento. Seduti in un bar del centro consumiamo – oltre alle bevande – il resto delle poche ore a disposizione. Scambiandoci qualche oggetto, scelto e portato, come ricordo. C’è aria di rinnovata gioia negli sguardi; sembra proprio complicità. La speranza ha lasciato posto alla realtà, al vero. Alla vita.

Un altro treno, da lì a poco, mi riporterà a casa quando ormai sarà notte. Non importa quanto tardi sarà perché sarà appena dopo averti lasciato. Non sarò solo stanotte; non più. Sento viva la tua presenza ed il tuo desiderio di avvicinarti ad un aeroporto per ricominciare (o imparare) a volare. C’è certezza in tutto questo; una combinazione chimica nota. Non solubile.

Marciapiede della stazione ferroviaria, binario 4: il treno è in arrivo da Sud. Puntuale. Ci salutiamo in maniera delicatamente naturale e salgo sul treno. Mi giro, le porte sono ancora aperte, mi sporgo, guardo il segnale per il macchinista. Ho tempo. Scendo rapidamente dal treno per un ultimo bacio ed un indispensabile abbraccio, solo pochi secondi: il semaforo diventa giallo e distinto arriva netto e perentorio il fischio del capotreno. Salto i tre gradini appena in tempo. I battiti del cuore sono andati fuori fase: ho quasi un capogiro. A volte mi capita. Colgo il tuo sorriso oltre il vetro e vedo i tuoi occhi che si preparano alle lacrime; chiudo i miei come a ringraziare dio. Mi ripeto di sentirmi, finalmente, felice. Non riesco a crederci. Non è possibile: io? Chi me lo doveva dire? Tu, io: non siamo più soli. Adesso.

Prendo posto, provo a riprendere il ritmo del respiro. Accendo il computer e scrivo; ti inoltrerò il file per posta elettronica appena arrivato a casa. Scrivo anche qualcosa che il cuore mi detta – ma che non saprei dire a voce – che conserverò: te la farò leggere un giorno, tra qualche anno. Sì, vedo un futuro. Spengo, chiudo gli occhi. Ho la sensazione di essere (io) quel ponte utile per attraversare quel fiume tempestoso che ha ostacolato il tuo cammino, i tuoi sogni. Quel fiume agitato, turbolento, da far paura che ti ha allontanata dalla tua strada. Bisogna affrontarlo, superarlo e riprendere a vivere: a crescere. A volare.

Penso e credo che quanto accaduto sia l’inizio di una [bella] storia: da raccontare. Gridare. Decine di risvolti da favola, incantevoli, delicati, incredibili tanto da sembrare un sogno, sono (adesso) realtà. Una magia da scrivere vivendo insieme; giorno dopo giorno. Tutto è cambiato dentro me: mi sento nuovamente vivo. Che regalo mi ha fatto la vita. Quando tutto era già andato. Tutto era finito e invece eccomi qui a ridere. Felice.

Che gioia mi ha donato, oggi, la vita. Tutto mi ha fatto pensare all’inizio di una storia e invece no: questa è (stata) la fine della storia. 

Nessuna favola è iniziata sul ponte: tutto è finito lì. Questa è la (vera) storia.

https://www.youtube.com/watch?v=oCduKbDuzmY

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