Tutti gli Dei contro: la resa

Le note dell’inciso di Birdland, come eseguite da un carillon, si diffondono dal cellulare su un sottofondo di pensieri e pioggia; sono tentato a cantare la parte in chiave di Soprano. L’allegria, la gioia, di questo brano è incontenibile; stona notevolmente con le note di umore amaro che mi è appena salito in bocca. Vorrei ascoltarlo, adesso, dall’impianto in auto: a volume tale da coprire lo squillo del telefono. E dimenticare. Yeah.

Down them stairs, lose them cares Where? Down in Birdland

Total swing, Bop was king there; Down in Birdland

Bird would cook, Max would look Where? Down in Birdland

Miles came through, ‘Trane came too there; Down in Birdland

Basie blew, Blakie too Where? Down in Birdland

Cannonball played that hall there

Down in Birdland, yeah.

Renato, scusa non ho “visto” la chiamata; dove sei arrivato? Sono qui, sotto casa tua: davanti al cancello. Bene, allora scendo. Arrivo subito.

Ingrano la retromarcia ma non vedo nulla; faccio il giro della piazza e mi fermo davanti all’enorme cancello in ferro battuto. Quello di sempre. Ti vedo, scendo per aprirti la portiera ma è andata via la corrente elettrica e il cancello non si apre; il gruppo di sicurezza non risponde. Ancora una barriera, tra me e te. Ritorno in auto, mezzo inzuppato, tu rientri per uscire dal portone.

Sali in auto, incrociamo gli sguardi e scoppia un sorriso reciproco. Quello che chiamo (inutilmente) “magia”. Finalmente. Sfidiamo la tormenta e ci avviamo in centro; il lungomare di Marina Garibaldi è perfettamente un lago ingrossato. L’acqua arriva alla portiera dell’auto; torniamo indietro. Meglio stare lontani dalla confluenza incontenibile dei torrenti di pioggia che si sono creati nei vicoli.

Cambiamo programma. Prendiamo la tua auto e definiamo la meta: su per le colline. Bella auto la tua; di rappresentanza.

Ma che dici, Renato: non mi rappresenta per niente. Allora diciamo che serve a nascondere (strategicamente) la tua immagine? Non avevi detto che non fai (più) lo psicologo? Scusa ogni tanto mi scappa di “incipriarmi il naso”.

Allora dove andiamo? Un ristorante carino in un borgo qui vicino, vedrai ti piacerà; c’è aria Medievale. Accidenti ma qui ci sono stato, moltissimi anni fa, un concerto dentro le mura del Castello. Indimenticabile.

Mi fa piacere vedere e percepire il tuo entusiasmo Renato, sono contenta. Allora sei veramente un musicista? Qualcuno mi ha detto (bene) di te ma io voglio “sentire” da te; scoprirti. Direttamente. Senza mediazioni.

Attenta, potresti rimanere delusa.

Capisco: qualche ferita di troppo. Lo sento dalla inflessione della tua voce, dal ritmo.

Vuoi rispolverare la tua laurea (in psicologia) con me? No, per piacere: quella non esiste. Faccio altro.

Il locale che rappresentava la nostra meta è chiuso per ferie, scherziamo su questo costante “zampino” messo dagli Dei in ogni cosa noi si decida di fare. Ancora qualche curva verso la vallata e ci siamo; finalmente. Intanto ha smesso anche di piovere. L’aria profuma di legna bagnata.

Un tavolo per due? Sì grazie. Magari uno vicino alla finestra; aggiungi con la tua voce serena mentre muovi il tuo esile corpo tra i tavoli. Mi precedi con fare deciso; mi piace osservarti di spalle. Questo va benissimo rispondo al cameriere – che ce ne mostra uno – dopo aver guardato dentro i tuoi occhi. Sorridi, socchiudi gli occhi e posi la borsa, ti siedi ed io di fianco a te. Ci accordiamo con le richieste/offerte del cameriere e ci immergiamo nelle parole e negli sguardi di ognuno.

Nell’aria comincia a comporsi un sapore di complicità ma soprattutto di desiderio di ascoltare, conoscere, sapere. Un incontro perfettamente gestito dal fato, dal caso. Inaspettato e soprattutto incredibile.

Dove eravamo stati fino ad ora? Ognuno al suo posto nella vita; nulla ancora ci aveva avvicinati e soprattutto non immaginavamo fosse possibile alcuna probabilità. Non avremmo mai sospettato che sarebbe potuto accadere. Per caso.

Adoro il tuo anticonformismo da ribelle, non quello “alternativo” ma quello reale che va contro le convenzioni che realizza progetti e diventa esempio. Mi sento coinvolto.

A quanto vedo [e segretamente so], non sei stato da meno tu nella tua vita, Renato. Piuttosto è fantastico quello che sei riuscito a fare, realizzare, nella vita; ascoltarti mi affascina. Le tue spiegazioni mi sorprendono ma sono certa che tu lo sai già. No?

Adesso mi fai sorridere ed (anche) arrossire: io non ho fatto nulla anzi vorrei scoprire ancora qualcosa da fare; mi resta poco tempo e ho ancora tanta voglia di fare. Ma lasciamo perdere me; anche tu hai deciso e realizzato qualcosa di bello e devi portarlo avanti. Ma che dici? Sono ancora davanti ad una lunga serie di cose da mettere a posto e spesso perdo energie e non trovo tempo per me. Per le mie cose. Ma adesso vorrei ancora ascoltarti; dimmi come hai fatto ad arrivare qui? Al nostro incontro.

Storia interessante, arti seduttrici (naturali) della vita. Strategie inspiegabili che lavorano per fare incontrare le persone: l’arte dell’incontro. Allora inizia. Come hai incontrato Jean Claud; è lui – come hai detto – il fulcro della storia, no?

Sì, è lui che ha trovato il legame tra le cose. Non riesco a immaginare cosa e come sia accaduto. Vuoi tenermi ancora sulle spine? No, però iniziamo a mangiare. Adesso ho veramente fame.

Se non mi racconti, potrei iniziare uno sciopero della fame, qui, adesso. A proposito da quanto tempo ci “rincorriamo” per realizzare questo incontro? Un mese?

No, di più. E’ facile: dalla presentazione del mio libro, sono trascorsi due mesi e mezzo. E’ vero. Dopo il nostro (primo) incontro mi hai invitata alla presentazione che era da lì a due, tre giorni. E’ vero, caspita tutto questo tempo? Già. Vuoi perdere altro tempo? No, per carità.

Allora. Era l’ultimo giorno di Marzo, un giorno nero [soprattutto per chi crede che Marzo è speranza di vita]. Una e-mail, attesa da molto tempo – e richiesta da altrettanto – azzerava la relazione sentimentale nella quale avevo riposto [ingenuamente] un progetto di futuro: un disegno di vita veramente stravolgente per le cose che desiderava realizzare. Una “delusione” che non avrei mai pensato di dover affrontare, era arrivata ormai decomposta, putrefatta, in ogni sua parte; ogni possibile tentativo di ricostruzione era stato ormai inquinato, alterato, distorto ed avvelenato. Rimaneva da fare solo l’autopsia.

L’anatomia di quella relazione era stata completamente stravolta, falsificata. O forse era falsa fin dall’inizio. Non lo so ancora. Forse non mi interesserà più saperlo, un giorno; ma deve ancora arrivarci.

Scusa Renato, ti ho chiesto di Jean Claud. Vuoi parlarmi anche di Adamo ed Eva?

E’ vero, però la premessa ha importanza: volevo sottolineare che questo “incontro” con Jean Claud mi ha permesso, lentamente, di respirare. Ero veramente a terra al punto che avevo riferito ad un amico di non poterlo più aiutare nel suo lavoro; non ci stavo più con la serenità. Arrivato a casa – quasi ora di cena – mentre cercavo un pensiero capace di disinfettare la ferita, squilla il telefono: “Il Professor Gentile? Scusi l’orario, spero di non disturbare, mi chiamo Jean Claud e sono un giornalista [di Rai Tre], una mia collaboratrice ha scoperto, cercando sul web, che lei è stato allievo del Professor Silvio Ceccato e siccome….”

Hai pensato ad uno scherzo? No, per nulla [a parte un primo fugace sospetto dato dalla nota di accento francese], ha dato subito precise indicazioni e riferimenti a me noti: lui è veramente un allievo di Ceccato. Il resto riesci ad immaginarlo. No?

Bene, sì, ci arrivo. Mi mancano dei passaggi ma una cosa è certa: grazie a tutto questo ti sei presentato, inatteso, a casa mia. E mi hai colpito, lo sai. Lo ricordi? No, scusa: tu mi hai colpito. Perbacco: la tua e-mail. Non potrò mai dimenticarla; come il fatto che tu sia venuta alla presentazione del libro. Ero certo che saresti venuta ma mi sono meravigliato quando ti ho vista arrivare.

Questa però devi spiegarmela Renato, vai: una delle tue spiegazioni da rocciatore.

Ridiamo e riprendiamo a pranzare; oddio quante portate ma quando finiranno? E poi il vino è veramente buono. Mi racconti di te, dell’Università, di Roma e del tuo lavoro appassionante di restauro. Mi permetti di regalarti alcuni miei modi di pensare, fare, credere. Del perché di alcune scelte o (forse) errori. Tu fai altrettanto ma apri poco quello scrigno di pensieri, ricordi ed eventi che vorresti regalarmi. Forse ancora non ti fidi; è giusto. O forse sei proprio così, riservata, misteriosa. Non sei sospettosa. Perfettamente tenera nella tua determinazione. Non c’è nulla di banale, scontato, in te. Non può essere che così.

Alla fine dici di volermi chiedere una cosa che, da ore, rimandi di volta in volta: la tua presentazione mi è piaciuta un mondo. In ogni sua parte: volevo chiederti quanto ci hai lavorato. Non ho mai visto niente di simile.

Ti faccio le ultime confessioni e rimani sorpresa dalle risposte; guardo i tuoi occhi e leggo che sei serena. Non si può definire felicità ma è qualcosa che le somiglia anche se non ha nome né corpo; né idea, né programmi. E soprattutto un futuro. Sono quasi le 16, il Cucciolo sta aspettando il tuo ritorno a casa; si va via? Sì, dai.

Imbocchiamo il vialetto di ghiaia sotto le palme ancora intrise di pioggia; l’odore dell’ozono e dell’erba bagnata ci invade appoggiandosi sui vestiti per arrivare ai pensieri attraverso la pelle. Quella pelle appena sfiorata, senza malizia, nella danza dei piatti del pranzo.

Allora che mi dici Renato? chiedi mentre allacci la cintura ed avvii il motore.

Dico che se dovessi morire adesso potrei anche farlo. L’auto si muove decisa, sicura.

Come fai ad essere così felice per così poco? Mi piace questa tua filosofia e come la trasporti nella tua vita giornaliera senza darlo a vedere.

La cosa che vorresti fare se dovessi morire? Bella domanda; donna audace. Secondo me vuoi finalmente fare la psicologa. Chiederei solo di telefonare a mio figlio per dirgli che ho trascorso una bellissima giornata e che questa serenità mi pervade.

Ti giri con un sorriso per guardarmi e ti accorgi che i miei occhi sono appena lucidi.

Non smettere di “stupirmi” con le tue parole Renato.

E tu non smettere di cancellare la mia malinconia, Anna – .

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2 thoughts on “Tutti gli Dei contro: la resa

  1. Tutti gli Dei contro: la sfida e la resa.
    Sfidare e poi arrendersi alle emozioni o ai fatti della vita?
    Un dialogo serrato, incalzante come il tuo modo di scrivere.
    Vivere intensamente gli attimi è il tuo mestiere. Continua a raccontare.

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    • Grazie dell’invito a continuare Anna; continuerò a scrivere. Dopo un periodo di “fermo biologico”, mi sento di poter riprendere. Grazie anche – o soprattutto – a te.
      P.S. Sono gli Dei che si sono arresi, davanti alla vita riempita da emozioni.

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