Tutti gli Dei contro: la sfida.

SMS: Scusa Renato, sono appena arrivata dai miei amici qui ai Laghi, non ho la mia auto e credo che non sarà possibile incontrarci. Neanche questa volta. Ci sentiamo Lunedì, buon week end. PS la mia vita è veramente incasinata.

Il lunedì arriva, come sempre: dopo la domenica. Tutto tace. Non c’è verso di incontrarsi. Ormai è storia, anzi leggenda. Lasciamo le cose come vanno: al loro destino.

“Pronto Renato, come stai? Ho trascorso un buon fine settimana, ci voleva, che ne dici di incontrarci domani? Vengo io da te o tu da me? Possiamo fare alle 12, mangiamo un panino da qualche parte; sono libera fino alle 16. Che ne dici? Sarebbe fantastico; “affare fatto” torno dal mare alle 11 e alle 12 sarò puntuale da te. In autostrada io (normalmente) volo. Dai, che stavolta sarà la volta buona. Beffiamo il Fato: tutto lo staff al completo.

Arriva il domani di ieri. “Pronto Renato, volevo chiederti cosa pensi di fare; il tempo è veramente brutto. Minaccia un temporale tremendo: rimandiamo?”. No, perché mai? Nessun problema: ho veramente voglia di sfidare gli dei dell’Olimpo. Basta rimandare o arrendersi ad un temporale. Al massimo potrò ritardare 10 minuti.

Sono già in auto; accidenti, neanche 3 chilometri di autostrada e già rallentiamo. Beh, la solita corsia ristretta per lavori ancora da fare, si va a 60 all’ora ma ce la farò. Galleria “Telegrafo”, quella (molto) lunga che unisce le due sponde: il lato Est dal quello Nord, adesso si scorre normalmente. Recupero la media.

All’uscita si presenta uno scenario da inferno: nuvole nere, vento, aria elettrizzata che odora di ozono e… saette. Zeus starà provando nuovi prototipi di munizioni con la collaborazione di Eolo. Viadotto Tarantonio, quello altissimo sui Colli, un fulmine scarica la sua energia nella vallata; il sibilo mi fa trasalire come un colpo di frusta ed il tuono mi fa sobbalzare come una scossa di terremoto. Rallento. Mi parlo: “Rallenta non spingere: safety first. Calmo. Un breve ritardo sarà giustificato; vuoi mettere?”.

Autogrill, il solito: quello dove il caffè è buono e puoi fare qualche foto dalla piazzuola panoramica che guarda le Eolie. Rifornisco il serbatoio di qualche litro; non c’è bisogno di lavare i vetri, sono perfettamente lindi. Controllo invece la pressione delle gomme: qualche millibar di pressione in più per favorire il drenaggio degli pneumatici. La pensilina è libera ma piena di pozzanghere, mi muovo con cautela per non inzuppare i pantaloni.

Riparto. Undici chilometri e 900 metri al casello di uscita ma la pioggia non permette di andare come vorrei. Rallento, mi accodo alle auto ed attendo la prossima galleria. Che coglioni, hanno macchinoni potenti e sicuri e vanno a 80… ma perché non prendono il treno? Ecco le gallerie, ne approfitto per “sbarazzarmi” di queste lumache. Gran Giara, 349 metri, utilissima per superare un autobus – che solleva una cascata d’acqua – ed un tir il cui rimorchio ondeggia troppo. Mi accodo alla nuova fila e mi preparo. Tracoccia, 378 metri, metto la freccia, guardo dietro (non c’è nessuno) scalo un attimo in terza [giusto per un piacere gestuale] e spingo subito sulla quarta e, dentro la galleria, ne “faccio fuori” almeno 10.

Finalmente sento il rombo del motore non più coperto dalla pioggia. Avverto la sapiente variazione della geometria delle valvole a 4000 giri. Quinta lanciata e, prima dell’uscita “pole position”. Meno di 15 secondi, ottimo. Ripiombo nella tormenta: non si vede ad un passo. Rallento. Nessuna luce di fari, la strada è segnata dai catadiottri [che invenzione], li seguo senza distrarmi un solo attimo. Tre chilometri e 900 metri; ma perché non arrotondano? Metto la freccia e imbocco la rampa d’uscita. Beep. Auto pass: bella invenzione.

La marcia viene quasi bloccata sulla rotonda: perfettamente allagata. Una giostra di auto. Sembrano piccoli motoscafi; una succursale di “No moto ondoso” sarebbe benvenuta. Imbocco la Strada Statale, che porta ancora il nome del Console romano che l’ha tracciata. I tir spavaldamente mi superano sollevando onde di fango e le imprecazioni si mescolano al tamburellare sincrono delle ondate sollevate per tutta la lunghezza del mezzo. Seconda rotonda: ricordo che devo percorrerla quasi tutta per invertire la marcia. Sento l’auto inclinarsi di qualche grado: sono salito con due ruote sul cordolo nascosto sott’acqua. Una “strategia” da formula uno da evitare. Trovo la segnaletica, la imbocco e riconosco la piazza alberata – seminascosta dal raccordo stradale sopraelevato – dove ci siamo incontrati la prima volta: sono nel parcheggio davanti alla villa, puntuale. Da non crederci. E’ fatta. Lottare contro i Numi dell’Olimpo, coalizzati, non è un gioco da poco. E’ andata.

Spengo il motore e slaccio la cintura. Avverto la schiena inumidita. Prendo il telefono, rintraccio il numero dalla rubrica, respiro; ascolto, aspetto. Squilla libero. Nessuna risposta; sarà momentaneamente occupata a fare qualcosa. Riprovo dopo due minuti; nulla. Uhm. Penso. Aspetto. Fumerei volentieri una sigaretta; accidenti ho dimenticato il tabacco sulla scrivania. Porca miseria: la fretta! Intanto i vetri dell’abitacolo si sono totalmente appannati; accendo l’areazione. Manovra inutile; si soffoca e l’umidità mi danneggia narici e trachea. Tossisco. Faccio entrare aria dal finestrino insieme ad una valanga di pioggia. Poggio la testa al sedile, chiudo gli occhi ed ascolto la pioggia; adeguo il respiro alla sensazione di abbandono delle forze. Bella botta di adrenalina da smaltire. Inutile corsa col tempo.

Mi chiedo: “perché?”. Un altro tentativo andato a vuoto. Vuoi vedere che il destino mi sta lanciando segnali di avvertimento? Può essere? Qualcuno lassù mi sta “guardando?”; mi vuole “proteggere?”. Da cosa? Ma che vuole da me? Una Punizione? Perché mai? Punire: questo termine non mi piace, in ogni sua declinazione. Da un po’ di tempo appare, invocato, come una spiegazione. Allontano questa riflessione, poso il telefono sul sedile accanto e provo a rilassare le gambe.

Medito di mettere in moto e tornare indietro. Potrei essere a casa per l’ora di pranzo. In fondo è il mio modo di fare: il mio modo preferito di sbagliare. Voltare le spalle e sparire. Mariamalia ne sa qualcosa e, da qualche giorno – anche se non serve più – ha la spiegazione “logica”: scagionante. E soprattutto inutile. Abbandonare quel segmento di vita pur sapendo che lo desideri tanto; che lo hai voluto, atteso e cercato. Quella condizione che ti serve come l’aria per vivere, eppure lo molli. Lo so non è rabbia è sconforto; non è sconfitta ma (auto) abbandono. Delusione. Rifiuto. Adesso lo so e so anche che non mi interessa saperlo.

Silenzio. Dentro il mio cuore avverto silenzio, anche i pensieri hanno smesso di chiacchierare, la pioggia è [diventata] un (fastidioso) rumore di fondo capace di far montare la rabbia. Quella rabbia che da qualche mese ha (ancora) bisogno di esplodere prima di diventare indifferenza dopo essere passata (prima) per il dolore. L’ansia richiama il bisogno, recentemente amplificato, di nicotina: appena arrivo a casa sarà la prima cosa che farò.

Appoggio il gomito sinistro al bracciolo della portiera ed impugno il volante a “ore otto”; faccio scorrere le dita della destra su esso, traccio un semicerchio e armonicamente le allontano. Cerco il cruscotto, lo sfioro coi polpastrelli, arrivo alla chiave, la impugno come fosse un gettone telefonico; mezzo giro e attendo che computer finisca le operazioni di settaggio mentre gli iniettori si riempiono di carburante. Tack. Aggiungo un quarto di giro (niente gas come da manuale) e sento la marmitta espirare; espelle la condensa. Abbasso la frizione, ingrano la prima, allaccio la cintura e la regolo, doso il gas e [perché no?] senza esitare sgommo dolcemente.

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2 thoughts on “Tutti gli Dei contro: la sfida.

  1. In questo pezzo ho riso e trepidato con te. Bello!! Ben scritto.
    Che cumulo di emozioni. Ti ascolti sempre così bene? Sono quasi imbarazzata.
    Avere la sensazione di sbirciare dal buco di una serratura e rendersi invece poi conto che la porta è stata lasciata socchiusa, non per caso.

    Devo ormai finire il libro che stavo leggendo (per me uno alla volta) e poi inizio il tuo, che a questo punto mi incuriosisce ancora di più.

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    • Wow, adesso mi monto la testa. Poi detto da te è veramente un “regalo” della vita; tu sai che Qualcuno, un grande Maestro, a noi caro, mi ha “consigliato” di imparare a scrivere. Oggi sono ancora più contento di essere stato suo allievo.
      Un abbraccio.
      Renato
      P.S. Sì, talvolta mi ascolto “bene”… se non sparo minchiate.

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