Centonove

Il programma annunciava la presentazione del libro, il suo libro. In una libreria del centro: La Feltrinelli. Vado a fare il mio servizio. Puntuale mi presento, mi qualifico e prendo posto. Tutto normale, come da prassi, come da copione. Sedie, microfoni, saluti, sorrisi, strette di mano, congratulazioni: una liturgia nota. Ultima sigaretta fuori dalla sala e, senza attendere oltre i sette minuti di “tolleranza” si inizia. Mi aspetto la solita languida presentazione, con qualche citazione estrapolata dal curriculum dell’autore, qualche titolo o “competenza”, o riconoscimento; preparo la penna, apro il taccuino.

Ma che succede? Le luci si spengono; sullo schermo partono le immagini di un film che non ho (mai) visto. Si riferisce ad una guerra, è chiaro, ma quale? L’equipaggiamento dei militari non è supertecnologico è molto spartano ma non è quello della seconda guerra mondiale. La musica che accompagna le immagini è affascinante, il ritmo trascina il corpo al movimento, le pupille si dilatano. Il cuore si adegua. Ascolto le parole della canzone e leggo la sofferenza nei toni. Le immagini scorrono veloci: un aereo decolla pieno di giovani militari e sfuma tra le nuvole, la dissolvenza incrocia su un gruppo di ragazzi coi capelli lunghi; il “piano inquadratura” allarga la scena che si apre su un cimitero militare. Migliaia di croci bianche perfettamente allineate. Adesso non c’è dubbio: il riferimento è al Vietnam. Le immagini si fermano su una folla di migliaia di giovani che cantano “Let the Sunshine in”.

Torna il silenzio e, sempre al buio, parte un altro brano: un’orchestra accorda gli strumenti, un rincorrersi di note che cercano la giusta frequenza di vibrazione. La tonalità di ogni corda degli archi gioca sui salti degli intervalli fino a riconoscerla poi inizia la musica e piove su tutti un’aria di pace che invita alla riflessione, alla concentrazione e lancia una nota di tristezza, o meglio di nostalgia. Sulle ultime note si innesta, sapientemente, un dialogo tra un uomo e una donna: Beelèv e Stray iniziano a parlare prima di riconoscersi. Il loro primo incontro. La voce di Eliana, prestata a Beelèv, è un vero spettacolo: “mima” una macchina ma si avverte forte che è una (macchina) donna. Lui è sciolto, sicuro: determinato. Dialogo breve ma intenso. Fine de “prologo” che l’autore ha creato per introdurre l’ambiente e il cuore della narrazione. Le luci si accendono e partono, delicatamente annunciate dallo scandire di due colpi sul rullante, le note di un brano che catapulta gli intervenuti ad accogliere l’evento.

Riconosco il brano anzi lo conosco: Are you going with me? Il cuore inizia a battere e respirare come in una danza. Un preludio di qualcosa. Entra l’autore; spontaneo parte un applauso. Inspiegabilmente fragoroso. Chi non lo conosce potrebbe pensare che si “atteggia” ad una star. No. Ha dipinto in faccia la sua commozione e la gioia che esprime con gli occhi. Fa un mezzo inchino, sorride, congiunge le mani. La musica sfuma delicatamente, un attimo di silenzio. Esordisce con una battuta, tipica delle sue, e poi aggiunge: “scusate l’invecchiamento”. Una risata nasce e si diffonde. Gli serve qualche secondo per controllare l’emozione e rompere il ghiaccio: sa come fare, lui. Saluta chi conosce, uno per uno, e presenta tra loro le persone che appartengono ad altre realtà ed invita gli ospiti “sconosciuti” a presentarsi da soli. Mi chiedo se siamo alla presentazione di un libro o a qualcosa di diverso.

La relatrice ci dà il benvenuto, introduce con le giuste puntualizzazioni e riferimenti il lavoro e la scrittura e tutto sembra prendere una piega nota. L’aria si riempie di curiosità e di respiri di attesa. Si parla del nuovo libro ma si richiama costantemente il primo; partono, senza rumore, silenziosamente, sullo sfondo della sala, una serie di diapositive che “raccontano” quel che è “accaduto” tra il primo ed il secondo libro: immagini che raccontano i retroscena della vita (dell’autore) che scorre mentre la malinconia detta le pagine e cerca di superare l’ennesimo abbandono, compreso l’ultimo ancora caldo di lacrime. E poi ancora un filmato musicale ed altre letture stralciate dal libro.

Un susseguirsi di domande, risposte e contributi come se seguissero un copione mentre è pura improvvisazione. Compreso “un minuto di… rumore” per ricordare l’amico musicista, Pippo Mafali, scomparso da poco.

Trascorrono ben oltre due ore senza avvertire alcuna stanchezza; dopo i saluti ed il congedo le persone rimangono a parlare, sorridere e scherzare, con lui. Dovrei dire con te; beh si, provo a dirlo, ci conosciamo: sono (stata) la tua ultima compagna. E posso dire che non finisci mai di sorprendermi.

Vorrei abbracciarti qui: davanti a tutti.

Grazie, ancora una volta, Renato.

Domani scriverò il pezzo.

M. CA.

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