Domenica: supermercato

Domenica mattina, supermercato, con Karla (si, con la K); un momento necessario diventato gioco, rappresentazione. Quasi un rito per “esorcizzare” la solitudine.

Entriamo salutando. Lei toglie gli occhiali scuri ed inforca le lenti trasparenti; è necessario guardarsi. Sorridere e ascoltare ogni sguardo. Numerosi. Qualcuno premiato con un bacio o una carezza.

E’ piacevole muoversi lungo i corridoi, fermarsi alle tappe indicate dalla lista; discutere, scegliere, decidere. Scherzare come altri non fanno. Tutti seri, concentrati e soprattutto (alcune donne), vestiti a dovere. Quasi da passerella.

L’aria cambia. Sembra proprio che gli impiegati ci aspettino: tutto acquista un sapore diverso, piacevole. Chiediamo informazioni e consigli, scherzando garbatamente con ognuno di loro: e giù scambi di sorrisi. Il reparto salumeria diventa palcoscenico di un dialogo familiare. Un “pubblico” – per noi assente – osserva, ci guarda e si chiede qualcosa. Si capisce che commenta. Si domanda qualcosa che non esprime. E’ chiaro: non recitiamo, ci divertiamo. Siamo quel che il nostro cuore desidera esorcizzare.

Finiamo il “giro” all’ultimo corridoio, quello dei surgelati, con qualche commento sul menù del giorno e qualche “…al diavolo: prendo questo”. Una buona mezz’ora è andata impiegata, possiamo andare.

Scegliamo la fila da seguire alle casse in base, anche, a chi la gestisce. Non importa il tempo d’attesa; perché avere fretta? Il tempo non ha facoltà di influenzarci. La cassiera ci scorge (in realtà ci sente arrivare) e alzando per un attimo gli occhi mentre prende la tessera del carrello prima del nostro, sorride in segno di saluto.

Karla ricorda di aver bisogno di qualcos’altro che non era nella lista; mi lascia in fila e sparisce, veloce con le sue scarpe leggere, dietro gli scaffali.

Mentre giro attorno lo sguardo, una figura familiare viene nella mia direzione da un corridoio. Incrociamo gli sguardi. Lo guardo e sorrido di gioia, stavolta per primo. Wow. Generalmente lui anticipa il mio, sempre. Non è possibile che non mi abbia visto. Strano. Curioso.

Normalmente, a questa distanza, inizia a “declamare” una frase di commento per sottolineare la sua contentezza, usando un tono di gioia sincera, evidente, mentre mi viene incontro accompagnando tutto con l’apertura delle braccia. Lui mi abbraccia, ovunque e con chiunque sia; mi apostrofa per non essermi fatto vivo. E mi chiede di mio figlio.

Accanto a lui un giovane, slanciato, alto quanto lui, lo tiene per il braccio. Lo regge.

Ha un berretto di lana. Lui non indossa berretti e oggi non è freddo; in ogni caso qui dentro si sta bene. Siamo a due passi, di fianco. Lo guardo nuovamente – sperando che sia stata distrazione – ed intuisco che i suoi occhi hanno smarrito la strada che conduce alle porte della memoria o forse qualcosa le ha bloccate impedendogli di riconoscermi. Non può essere. No, non può.

Una frazione di secondo e vengo spinto in una fossa gelida di sconforto tremendo: ci siamo incontrati un mese e mezzo fa. Ha voluto leggere il manoscritto del mio secondo libro regalandomi un commento sublime: “adesso sarà un problema per me, alle prese con la mia pubblicazione, superare l’allievo”.

Agghiacciante. Il gelo mi penetra nelle ossa. L’umore si sbriciola davanti al dolore. Intono nella mente una bestemmia alla vita.

Poi una voce, quella di Karla, chiede: “cosa c’è, Renato ti senti bene?”. Mi strofina la mano sul braccio, delicatamente. Rispondo di si, aggiungendo che, per un attimo, ho avvertito una brutta sensazione. Percepisco di essere sbiancato in viso. Lei mi guarda con occhi preoccupati e scuote la testa come a chiedere se, veramente, tutto va bene.

La cassiera mi chiede quasi sottovoce se ho bisogno di qualcosa e ferma per un attimo il suo lavoro, faccio cenno che va tutto bene. Sorrido. In silenzio inizio a riporre la merce nei sacchetti con la mia solita attenzione: alimenti da frigo, confezioni delicate e prodotti di uso diverso. Avverto che le mani mi tremano. Respiro e prendo a parlare normalmente; accenno qualche battuta per rassicurarli. Sorrido. Salutiamo al (nostro) solito e scherzo col ragazzo straniero che si offe di aiutare a riporre la merce nelle borse.

“Una brutta sensazione… diciamo alla Leebee?”, mi chiede Karla. Rispondo di si, sorridendo e scuotendo la testa. Il mio ego (bastardo) risponde sereno, si sveglia alla citazione e spedisce un sorriso rassicurante, a salve. Cornuto e tetragono, passerebbe anche sul mio cadavere per avere il suo attimo di gloria quotidiano.

Saliamo in auto, sento il motore avviarsi. Rassicurata toglie le lenti trasparenti ed inforca gli occhiali scuri; ingrana la marcia e muove. Io tolgo i miei e mi stropiccio gli occhi. Usciamo dal posteggio e andiamo verso il centro: spettacolo terminato.

Il silenzio, quel silenzio infantile, comune a molti uomini – quello che irrita tutte le donne – ha preso la scena; completamente. Totalmente. Avrebbe bisogno di esplodere o dissolversi in un abbraccio; nessuna delle due.

Non è successo niente, come da copione.

Scendo al semaforo, un “grazie” allegro echeggia sul rumore dello sportello che si chiude accompagnando il commiato: “ciao, a domenica”.

Questa è la dimensione della solitudine. La mia. Da tanto.

Renato Gentile, Domenica 9 Marzo, 2014.

 

PS Solo oggi ho “trovato”, raccolto, la forza per accettare che il mio Prof non c’è, fisicamente, più.

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7 thoughts on “Domenica: supermercato

  1. Ciao,
    Ho letto e mi sono commossa, pochi sanno guardare se stessi ed altri da dentro e da fuori contemporaneamente senza smarrire un briciolo di profondità.
    Sono felice di dividere la mia solitudine con la tua, con te.
    Questo è l’unico modo che conosco per sentirmi meno sola.
    Noi espulsi con violenza della vita che avevamo immaginato, come molti, come tutti forse, ci accaniamo con tutte le nostre forze per non cedere di un passo all’adeguamento automatico.
    Starsi vicini, un poco, è l’unica possibilità per trovare un senso.
    Ancora mille e mille grazie per ogni inclinazione di occhi compresa, per ogni moto accolto, per ogni dolore accudito, per ogni riconoscimento che mi hai dato.
    Karla

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