La mafia è donna

Questo non significa: donna = mafia. Che sia chiaro, subito.

E’ una teoria che fino a poco tempo fa eravamo solo in due a sostenere, io e un altro studioso. Oggi forse siamo in 3 in quanto è una posizione difficile, scomoda e soprattutto pericolosa. Non si tratta di un teorema ma di una analisi deduttiva; derivata da osservazioni, numeri e fatti. Ad ogni modo la cosa non riveste alcuna importanza; la volontà di debellare la prepotenza, il sopruso e la relativa “potenza economica” è scarsa. Pertanto, il fatto che (la mafia) possa essere uomo o donna, in fondo, poco importa. Cosa importa? E soprattutto a chi?

Quando mai uno studioso (giornalista, storico, filosofo, sociologo) è stato preso in considerazione? Ascoltato? Mai, meglio tenerli lontani perché con le loro strane idee potrebbero indicare quale direzione prendere e/o svegliare i cittadini dal sonno mediatico. Scoprire verità

Il metodo mafioso, è adottato da chi vuole “gestire” un potere per trarre esclusivamente profitto economico. Pertanto è diffuso ovunque; dove più, dove meno. Reggio Emilia è, da tempo, una città “mafiosa”. Lo dico da anni: Ce ne è tanta. Il “seme” reggiano della Resistenza e della libertà si è perso. Calpestato e offeso.

Lo ripeto, non si tratta di quella mafia che uccide, ma del metodo (sistema) mafioso della gestione non legale che va ad esclusivo vantaggio di una gruppo esiguo della società: quella affiliata. L’esatto metodo in uso per creare grandi imperi economici. La mafiosità è per definizione una mentalità, uno stile comportamentale caratterizzato da arroganza, sopruso, cattiveria, vessazione ed ingiustizia al fine di “comandare”, avere potere; tale stile è completato dai relativi accessori: gli “appoggi”esterni. Un vero e proprio indotto.

La mafia cruenta delle cronache ha una identità specifica ed un territorio di pascolo preciso e definito; facile da individuare. Il metodo mafioso (o mentalità per dirla con le parole di Libero Grassi) è modello adottabile ed adattabile da chiunque abbia un ruolo professionale, in stile elegante – molto fashion – griffato, adatto a gestire operazioni di clientelismo, ruoli di potere e (naturalmente) accumulo di denaro. Professioni o ruoli in cui è facile coinvolgere un indotto di imprese o associazioni di vario genere: pulizie, ristrutturazioni, manutenzioni, servizi sociali di varia natura, perizie, accoglienza, formazione, gestioni varie o altri professionisti.

Tali professionisti hanno bisogno di tener lontano il controllo a partire (naturalmente) dal cittadino: il semplice utente che potrebbe ingenuamente fare una regolare e banale denuncia di irregolarità o richiesta di chiarimenti e giustificazioni per un diritto che ritiene leso.

Il punto chiave, lo sbarramento è proprio li: il cittadino può “reclamare” spiegare cosa accade, denunciare un dubbio di sopruso, un sospetto di irregolarità, ma nessuno lo ascolterà. Scientifico. E se qualche altro chiede, in sua vece, emergerà solo trasparenza. Il cerchio è magico ma reale: i diritti spariscono. Inutile urlare: ci vogliono troppi soldi per alzare il livello della (tua) voce.

Queste “Imprese” non minacciano (direttamente) il cittadino ma lo vessano, lo scoraggiano, spingendolo verso l’isolamento ed infine lo pongono impotente con le spalle al muro: nel modo più illegale della Terra. Lo mettono davanti a condizioni dalle quali risulta inutile, infruttuoso, e controproducente reagire perché tutti gli aiuti che potrebbe chiedere fanno parte del medesimo “giro di affari”. Cane non mangia cane.

Il cittadino è fregato: potrebbe avere tutte le ragione ma ovunque andrà a chiedere aiuto per far valere la sua voce (sindacati, associazioni, tribunali dei diritti, enti di assistenza) troverà terreno già contaminato: nessuno lo ascolterà. Mai.

Sono fior di professionisti (alcuni dei quali lavorano a stretto contatto con le istituzioni) che hanno creato connivenze di “basso profilo” ad alto livello. Un giro di “illegalità” evidente in cui tengono in pugno persone normali, persone oneste e civili che fanno presto a prendere ed aver paura. Chi azzarda alzare la mano per chiedere i propri diritti, urlare l’ingiustizia subita, trova un muro di gomma: prima o poi dovrà pagare. Anche se ha ragione: ci sarà sempre un motivo ed un timbro a sancirlo.

Mi chiedo, ma solo perché mi piace ragionare su fatti, una cosa semplice: se la gestione della città è questa perché meravigliarsi del fatto che ci siano “infiltrazioni” mafiose? Non è infiltrazione, è concorrenza; perché vederla (e chiamarla) in altro modo? La materia è uguale: il mercato è libero.

La lotta alla mafia, quella vera, efficace, non ha senso se non comprende il risveglio sociale di giustizia dei cittadini che questi professionisti dell’ illegale quotidiano – consentito e certificato – hanno soffocato. La lotta alla mafia dovrebbe iniziare dalle piccole insospettabili amministrazioni dei diritti del cittadino.

Ma torniamo al tema. Non è un caso, dicevo, che a capo di queste piccole Imprese (generalmente) ci siano donne. Menti raffinate, insospettabili, che hanno saputo scegliere le persone giuste per costruire una rete di connivenze che gli uomini non sarebbero capaci di mettere su. Ci vuole intelligenza, tatto, fiuto, pazienza, lungimiranza, autorità “riconosciuta” e freddezza per creare e costruire la gabbia dove introdurre chi “deve” (in silenzio) soggiacere e obbedire col denaro. Ci vuole la flessibilità (e cattiveria) femminile per decidere le azioni da avviare, le “bugie” da far sembrare inviti cordiali le (dure) minacce e il fascino recitante per gestire la rete di distribuzione e re-investimento (interno) dei benefici.

Io nel privato, personale, in pochi anni qui nella Città della gente, ne ho incontrate due: geniali. Cattive da far paura. Rispettate insospettabili per antonomasia. Visibilissime. Figurine di legalità e soprattutto giustizia. Due espressioni femminili diverse ma perfettamente sovrapponibili; con ottime squadre di “appoggio” professionale esterno. Non è raro trovare inseriti nei ranghi i propri “rampolli”.

Nel girovagare per la città ne ho adocchiate tante altre: sono sparse, a macchia d’olio, nei luoghi e nelle stanze della gestione ufficiale (o derivata) della Città. Tutte adottano il medesimo metodo contornandolo di visibilissime etichette (educazione, slogan e campagne civili) di “legalità” e trasparenza. Questa è la Città della gente (ma la gente non sei tu), dove la “gente” sono solo loro. Amici, parenti e affiliati: il famoso bene comune.

Sono tutti tranquilli: nessuno controlla, nessuno “sospetta” o che (se lo sa, lo vede) abbia voglia di “mettersi contro”. Denunciare? Chi glielo fa fare? Poi, non si sa mai, potrebbero entrare, prima o poi, a far parte degli eletti.

La mafia, dicono gli “esperti” nelle conferenze annuali puntualmente programmate da Comune e Provincia, è quella delle grandi imprese, dei grandi appalti e non (può essere) questa. Questa è trasparenza. Visibilissima a tutti. La città è sana.

La mafia, lo sappiamo [o forse no?]: è gestione – raffinata o rude – dell’ingiustizia ma soprattutto “controllo” [occulto] della (vera) giustizia. E se non c’è giustizia elementare, allora c’è mafia. Semplice.

Datemi una scorta e garantitemi un pool di magistrati da prima linea nella lotta alla delinquenza e vi racconterò i particolari. Io non ho paura e soprattutto nulla da perdere: soprattutto la vita.

Come ha detto un grande uomo: chi vive nella paura muore ogni giorno.

Renato Gentile

Per alcuni anni, mattina dopo mattina, ho percorso a piedi Viale della Libertà per andare a lavoro, incrociando puntualmente le lapidi poste a ricordo di Libero Grassi e Piersanti Mattarella.

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