Fanatismo animalista

Gli psico -“qualcosa-ti-invento”- terapeuti hanno una fonte continua ma non certo autorevole di aggiornamento: un ECM on-line, costantemente frequentato allo stesso modo e stregua (qualitativa) di facebook. Pertanto sono sempre informati e in grado di discutere e disquisire su qualsiasi cosa l’uomo – quello normale (ignorante fashion o radical chic) [non quello comune] – si chiede. Domande esistenziali.

La domanda alla quale sono riusciti a dare, finalmente, una importante quanto urgente risposta, è veramente attuale ed interessante. Serve soprattutto a creare altre, nonché ulteriori, tensioni e differenziazioni capaci di funzionare da veicolo di discriminazione ed emarginazione. Divisione, lotta: come se non bastassero già quelle in atto.

Ad esempio i cosiddetti (nuovi) “animalisti” sono recentemente diventati una “classe” a se stante, che si distacca dall’uomo civico-normale come se fossero una “razza” o un partito politico, indipendente. In ogni caso: fanatici, esaltati, quasi da delirio. Appunto.

La domanda alla quale gli psico-quello-che-vuoi possono oggi (finalmente) rispondere – naturalmente basandosi sui dati di ricerche effettuate – possibilmente seduti ad uno dei salotti in TV o per Radio è: chi ama (possiede) il gatto è più intelligente di chi ama (possiede) il cane? Fondamentale; questa è una conoscenza fondamentale signori miei. Urgente, insostituibile; senza la quale si è relegati nell’abisso degli ignavi. Ora lo sappiamo. Cerchiamo di gioire, please.

Adesso ditemi se questa può essere considerata (ancora) una professione? E al servizio di chi?

Aspettiamoci, quanto prima, una nuova valanga di esperti, improvvisati, nottetempo grazie al fuso orario, in Zoo-terapia, capaci di “curare” anche chi possiede un cane invece del gatto e viceversa.

Io, personalmente mi vergogno di riferire i risultati di questa importante, quanto inattendibile, ricerca.

Il problema comunque non sono questi psicologi/ghe che rispondono, con sciupata esperienza, alla domanda ma coloro i quali pongono la domanda e, dall’atra parte, coloro che aspettano e ascoltano, interessati, la risposta. In mezzo, come NON dicevano i nostri avi, c’è solo ignoranza. Questi poveri psico-qualcosa-terapeuti sono solo un mezzo.

E c’è da aver paura, sia di chi usa l’ignoranza come mezzo di controllo & potere, sia di chi si presta (per vanità) al loro infame e ridicolo gioco.

Renato Gentile

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4 thoughts on “Fanatismo animalista

  1. Non entro nel merito degli aspetti psicoterapeutici legati al fanatismo animalista, ma ti racconto l’ultima follia che ho visto con i miei occhi. Recentemente a Roma è stato aperto, in centro, un negozio dedicato ai piccoli amici a quattro zampe (negozio che mi dicono essere ispirato ad un altro più antico di milanesi fattezze). Bene: in questo ameno luogo alcune signorine di nero vestite, scollate e scosciate e in tacchi a spillo, vendono alle padrone di carlini, chihuahua e similari (non oltre i cinquanta centimetri di cane, comunque) alcuni utilissimi aggeggi per i loro tesori: passeggini, piccoli piumini con cappuccio, maglioncini con brillanti, collarini borchiati e persino profumi.
    Ecco, io non so se chi ha un cane sia più intelligente di chi ha un gatto. Però, insomma, qualche domanda sui clienti di quel negozio me la farei. E anche un po’ di analisi, già che ci siamo.

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    • Grazie per il simpatico contributo Veronica. Come emerso, la problematica si è diffusa a tappeto per tutta la Nazione, e questo dovrebbe farci riflettere su qualcosa che si chiama solitudine e soprattutto su ciò che la produce.
      Grazie ancora.
      Renato

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      • Figurati Renato, e grazie per ospitare le mie scemenze. Boutade a parte, mi chiedo se la venerazione per gli animali sia questione di solitudine o di semplice status symbol. O, ancora, di appartenenza a presunte “categorie morali superiori” (alcuni vegani che rifiutano di bere latte per contestare i sistemi industriali di mungitura delle mucche, attivisti che liberano cavie da laboratorio facendo blitz negli ospedali e nei centri di ricerca…sto estremizzando, ma esistono). Sono modelli sociali di comportamento che fatico a capire ed “incasellare” (passami il termine), eppure si diffondono a macchia d’olio.

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  2. Non sono per niente scemenze, Veronica anzi direi che mi dai l’opportunità per migliorare la riflessione sulla tematica, senza interpellare gli psico-qualcosa-terapeuti.
    Lo status symbol (alla portata di tutte le tasche) è qualcosa (non la sola cosa) che ti può “salvare” dalla solitudine. Per rimanere in tema; il movimento animalista guidato da una signora lombarda coi capelli rossi riesce a coniugare questi due aspetti: solitudine e desiderio di “appartenenza” ad una classe definita da una espressione di voto. E noi sappiamo che, in genere, se hai bisogno di essere identificato per “appartenenza” significa che altrimenti sei (saresti) nulla. Solo. Niente. Su questo si giocano le dinamiche di potere. Da sempre.
    Essere vegano non costa nulla e ti fa sentire di appartenere ad una categoria sociale “in” ovvero: fa molto figo. Fa immagine, ti mostri. Appari finalmente. Forse è questa la “classificazione” più parsimoniosa.
    Da qualche tempo mi dichiaro vegano per disertare (scappare da) inviti a cena davvero insostenibili; non ho bisogno di particolari indumenti o accessori costosi per mostrarlo, basta dirlo. Poi torno a casa e mangio quello che voglio. Il problema è che la mattina successiva sono tempestato da complimenti per la scelta di vita e da noiose domande su come e cosa fare, per diventare vegano.
    E’ semplice: basta dirlo.
    Rimane il fatto che è veramente triste vedere una signora che parla col suo cane in maniera talmente convincente: come se questi gli risponderà parlando a sua volta. Anche io, ma solo col pensiero, mi sento in dovere di esprimere la partecipazione alla sua tristezza. Povero cane.
    Grazie ancora per il contributo Veronica.

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