Dinamiche dell’incomunicabilità

Andare in giro per l’Italia è qualcosa che ancora mi affascina e soprattutto non mi stanca.

Sono veramente fortunato: occasioni diverse di lavoro (didattiche, professionali, editoriali ed artistiche) mi portano in luoghi dove, in ogni caso, verrò puntualmente a contatto (e conoscerò) gente nuova, usanze, modi di dire, fare, usare che hanno il sapore della libertà. Così alla occasione della conoscenza ed al sapore della libertà aggiungo la soddisfazione della gioia. Raramente torno in albergo senza poter esprimere (nella condivisione con le persone care) di aver trascorso una bella giornata.

Prima della pausa natalizia sono stato impegnato (per un Master) in una città della parte centrale della Nazione, lato est. Ancona. Da qui, poi, a Pescara.

E’ mia abitudine, una volta in “libera uscita” – libero cioè dagli impegni – chiedere di assistere o partecipare a spettacoli locali: quelli che nascono dal cuore della Città, quelle che arrivano dal lavoro di chi vive e lavora in quella realtà. Mi piace gironzolare tra le radici del tessuto locale.

Evito, in queste occasioni, le rappresentazioni ufficiali di “grido” o del momento. Proprio l’anno scorso, nel medesimo periodo, ho assistito, in Sicilia, ad uno spettacolo – tenuto in un piccolo teatro (I magazzini del sale) – che mi ha dato l’occasione (e perché no, la fortuna) di conoscere artisti dei quali tengo a mente il nome: non si sa mai quello che potrei inventarmi nel futuro. La vita, lo ripeto, è l’arte dell’incontro.

Le persone conosciute a Pescara (divenuti ovviamente amici) – vista la (insolita) richiesta – mi propongono di assistere ad uno spettacolo teatrale, frutto del lavoro di una scuola di didattica teatrale di giovani colleghi. Il tema dello spettacolo, poi, è musica per le mie orecchie: dinamiche della comunicazione. E’ fatta.

Il teatro, piccolo e “nascosto” è un luogo (quella che altri definiscono location) accogliente; una di quelle fucine nelle quali si lavora sodo. Gli attori sono tre: Alessandro, Arturo e Sara. Una breve presentazione di rito, i ringraziamenti a chi di dovere e poi in scena. Inizia lo spettacolo: tempi e ritmi adeguati da una regia precisa, attenta.

Una “originale” – ma bisognerebbe dire “reale” – carrellata di episodi sui quali viene materializzato, costruito, una sorta di archetipo (attuale) di incomunicabilità sul quale prendono forma, si intrecciano, senza mai incontrarsi né risolversi, messaggi (verbali) proto comunicativi: richieste di aiuto puntualmente disattese, inascoltate; disattenzioni parlate in terza persona plurale non reversibili che diventano mute riflessioni per il pubblico (che esplodono puntualmente, di volta in volta, al momento giusto in un applauso).

In “poche” parole, paradossalmente incalzate da fiumi di logorrea insensata, vengono sviluppate varie sfaccettature del mondo (in)comunicativo in cui viviamo: tutti i giorni per tutto il giorno. Episodi e situazioni perfettamente chiare, riconoscibili (forse anche familiari): intelligentemente (ed allegramente) argomentate da un fluire che ha una sola grande natura: l’improvvisazione. Si avete ben inteso: lo spettacolo viaggiava sulle corde dell’improvvisazione. Da non credere. Unica cosa nota il tema: come nel Jazz. E questo la racconta lunga, come suol dirsi, sul lavoro dei tre giovani attori, guidati da Ezio, e sulle loro qualità.

Fermarsi per qualche minuto con i tre attori, dopo lo spettacolo, a parlare, raccontare, riflettere a voce alta, chiedere: è stato altrettanto delizioso, vero. Senza schemi né ruoli formali. E’ stato uno spettacolo dal messaggio chiaro, facile da cogliere, grazie al lavoro gustoso, allegro, gradevole e soprattutto estemporaneo delle interpretazioni. Un lavoro che, visto nella sua semplicità, risulta davvero geniale. La nostra comunicazione è diventata patologica e gli artefici siamo noi stessi.

Mi fa piacere che, finalmente, nel post decennio di quella che è stata indicata come rivoluzione comunicativa, qualcuno (soprattutto giovane) abbia saputo, spontaneamente con le proprie parole, scelte con bravura momento su momento, condannare, castigare il “mal costume” di una società che è muta e non solo sorda.

 

Tanti auguri per Alessandro, Arturo e Sara. E al loro regista.

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2 thoughts on “Dinamiche dell’incomunicabilità

  1. Gentilissimo Prof. Renato Gentile
    (mi perdoni il gioco di parole 🙂

    la ringrazio per il suo commento (che ha tutto il sapore di una splendida recensione) alla performance sulle dinamiche dell’incomunicabilità. Tra l’altro è una tematica, questa, che trovo molto interessante (ed ovviamente inquietante) e sulla quale lavoro da un paio di anni. Sono contento che un professionista come lei sia capitato nel posto giusto al momento giusto ed abbia potuto apprezzare uno spettacolo i cui contenuti erano buon pane per i suoi denti.

    Un saluto
    Ezio Budini
    ResNudaTeatro

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    • Caro Ezio, innanzitutto il titolo di Prof. è ad esclusivo “uso” delle sedi Istituzionali & professionali quindi ti chiedo di chiamarmi per nome: Renato. E’ sufficiente e soprattutto lo gradisco. Quando sono “in borghese” mi piace vivere da cittadino anche perchè mi piace “giocare” alle dinamiche relazionali naturali. Quelle vere.
      Detto questo direi che sono io, ancora una volta, a dover ringraziare voi tutti per il lavoro creativo sul quale investite il vostro tempo per restituire a noi, fruitori, materia su cui riflettere, dialogare, dibattere. Crescere.
      Per quanto riguarda me (il post) credimi: ho solo scritto quello che ho visto.
      Lavori come il vostro, nati all’insegna dell’improvvisazione e con una attenta gestione dei tempi (anch’essa “improvvisata” dal vivo), evidenziano una spontaneità elaborata sulla base (comunque) di uno studio teatrale, mi fanno pensare a quanto mi sono arricchito incrociandovi ed incontrandovi sulla mia strada di errante. Il mio Idolo rimane, come è noto, Odisseo.
      Spero di poter avere ancora l’occasione ed il piacere di assistere ai vostri lavori.
      Grazie.
      Renato

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