Psicologo: una professione?

Titolo: Le emozioni negative influenzano il bambino.

Lo trovo scritto su un opuscolo, dedicato al benessere, in una sala d’attesa di una città Italiana. Altri articoli parlano di medicina contro l’invecchiamento, della lombo sciatalgia e fecondazione assistita. Interessante. Ricco di pubblicità di moti psicologi: che curano tutto. Accidenti.

Da tempo si assiste ad una commercializzazione della psicologia in chiave di (estrema) superficialità; qualcosa che qualitativamente può essere collocata al di sotto dei luoghi comuni. In più c’è l’aggravante della fonte, spesso disattesa o, laddove presente, riferita a perfetti sconosciuti: come le frasi di rito sui profili di facebook.

Lo psicologo non sembra più essere una professione; nonostante si sia lottato (molti) anni per creare un Ordine di appartenenza per distinguerla dall’attività di maghi, fattucchiere, ciarlatani, chiromanti e chiaroveggenti la sostanza non è cambiata. Gli uni e gli altri si sono mischiati e grazie all’ignoranza accademica, finalmente convivono. Felici.

Ma torniamo all’articolo di cui cito il titolo. Lo leggo e poi, lo rileggo. Cerco di capire, comprendere o magari imparare qualcosa. Niente; non ci riesco. Ma veramente si può pensare che “questa” (cosa) sia psicologia? Con tutto il rispetto per coloro i quali questo lavoro lo praticano con dedizione, serietà, preparazione e soprattutto professionalità, non mi sembra. Gioca a discapito. Immotivatamente. E per giunta gratis.

Però è così. E questi giovani, non tutti ovviamente ma la massima parte, sono figli del loro tempo: formati così, come la società li vuole. Superficiali ed impreparati, pronti ad affermarsi con le regole del clientelismo politico e del culto del talk-show mediatico. In fondo la colpa non è loro ma dei valori che questa società (noi) gli abbiamo trasmesso. Usano come verità e onnipotenza l’ignoranza di cui sono tristi testimonial; e nella quale hanno una profonda fede. Usano parole, termini, concetti ed empietà come se fossero verità.

Mi spiace parlare usando questi toni ma, a quanto sembra, come in tutte le cose italiane, nessuno controlla niente. Chi controlla gli psicologi? Nessuno. E ci mancherebbe che nel paese dove nessuno controlla niente (tranne la trasmissione Report e Presa Diretta) ci si metta a controllare gli psicologi. E perché no i bidelli? Adesso (poi) sono anche obbligati ad avere una assicurazione contro (eventuali) danni verso terzi: tutto è sotto controllo. E che significa? Che non hanno più neanche un bagliore di responsabilità, che nessuno controllerà il loro lavoro, che possono fare qualsiasi danno, senza prevederlo minimamente, perché tanto non dovranno sborsare soldi; risarcire direttamente i danni. Liberi tutti… di sbagliare sulla pelle di altri: chi se ne frega? Che belle innovazioni.

Fortunatamente non si può generalizzare: grazie al cielo ma provate a trarre qualcosa da ciò che viene scritto a conclusione di questo “articolo” stampato e diffuso. E credetemi: non è un caso unico ma una epidemia, in quasi tutte le Regioni Italiane. Quanto sotto riportato è conforme a quanto pubblicato (grassetto compreso).

“In conclusione, per sviluppare un equilibrio funzionale tra emotività e linguaggio nel bambino, bisogna portare attenzione alla propria emotività dato che è impossibile e incompleto un linguaggio interiore che diventa linguaggio verbale, senza integrare la parte razionale del contatto emotivo verbale con le difficoltà della parte emozionale”.

Vi posso garantire che nel testo dell’articolo non c’è nulla che possa far comprendere a cosa fanno riferimento queste conclusioni: non si definisce neanche l’età del bambino, un dato che rimane vago, indefinito. Ovviamente non esiste accenno a quali siano queste emozioni negative: è lasciata libera interpretazione al lettore il quale, certamente, lo sa di suo; deve saperlo. In fondo neanche gli psicologi, come giornalisti ed intrattenitori televisivi, parlano di emozioni confondendole con altre espressioni del comportamento umano mostrando di non sapere, ovviamente, di cosa si parla.

Mi chiedo, da cittadino comune: Cosa ho imparato, capito, appreso da questo articolo? Cosa posso fare con mio figlio, il mio alunno? Niente se non sentirmi in colpa per non aver capito nulla; che esiste un mondo a me sconosciuto. Quale migliore strategia che farti sentire ignorante, inadeguato, stupido e decidere quindi di consultare uno psicologo? Il punto è: cosa ha da insegnarmi una persona che parla (scrive) così?

Vogliamo riflettere su questa professione?

Con un approccio di questo tipo rischiamo di vederli approdare in TV o al Governo come Ministri di qualcosa. Un vero rischio; per noi cittadini naturalmente e per chi, invece, fa bene il proprio lavoro.

Buon lavoro.

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