La nazione vista dal treno

Sono uscito, per disattenzione, dall’isolamento che ho scelto di adottare, da un po’ di tempo, quando viaggio in treno; proprio questa ultima volta. Tornare ad essere presenti, in loco, è stata un’esperienza interessante e, sotto certi aspetti, nuova. Le lunghe tratte da percorrere richiedono una certa capacità di sopravvivenza: bisogna soprattutto salvaguardare la propria salute mentale da agenti inquinanti. Cercare di uscire incolumi dall’esposizione da sorgenti di “sapere” e “modi di pensare” – infettivi – molto nocivi che possono seriamente (e gravemente) alterare l’umore di un modesto viaggiatore che desidera trascorrere il tempo in santa pace. Leggendo, scrivendo, guardando il paesaggio o magari meditando.

Le persone che viaggiano sulle tratte che uniscono i due poli della Nazione, sono geneticamente, facili all’abbordaggio. Ti agganciano senza preamboli con strategie che invocano tutte le caratteristiche ancestrali umane. Dieci minuti dopo la partenza, gli occupanti del compartimento si sono (già) “presentati” e in meno di un’ora ognuno potrebbe scrivere il certificato di Stato di famiglia, il grado di istruzione e la cartella storica dell’ufficio di collocamento di ognuno dei presenti e in meno di due ore la cartella medica clinica completa degli stessi. Che spettacolo la meridionalità. Un modo di essere: come la “follia” ai tempi della legge 180.

Il tema fondamentale dell’approccio in treno è la salute e le vicissitudini legate ad interventi chirurgici – o ai ricoveri per accertamenti – effettuati da personalità della scienza – quelli dalla tariffa esageratamente elevata (altrimenti non sono bravi) – che magari “sono andati a parlare in televisione”. Una volta erano quotatissimi quelli che “andavano” da Raffaella Carrà; un titolo superiore al premio Nobel. E questo aggiunge un tratto di orgoglio che ha lenito la loro sofferenza, non tanto per aver ricevuto qualificati servigi ma l’onore della conoscenza, dell’incontro, di persone famose. Una forma di umana tenerezza che commuove; poi magari il congiunto muore ma che importa: è stato fatto il meglio. Senso di colpa uguale a zero. Ottimo.

Prima della fine del viaggio comunque, se non è stato proposto un gemellaggio con i residenti del compartimento adiacente ci si lascia con un facile quanto mai impossibile: “Ciao, ci vediamo” o un improbabile “fatti sentire”. Ma dove? Quando? E soprattutto, perché?

Queste interazioni mi hanno sempre incuriosito: rimango incantato per la vastità del repertorio di “conoscenze” (estemporanee) che le persone comuni posseggono per ogni argomento che si affronta. Le interazioni del primo approccio riguardano, generalmente, la conduzione e la gestione del treno in sé. Viaggiatori, esperti conoscitori della ferrovia e delle strategie di viaggio, fanno da cicerone a chi non ha alcuna esperienza. Attimi di celebrità che fanno stare bene. Frasi come: “adesso recupera il ritardo”; “qui rallenta perché deve dare la precedenza”; “adesso vengono a fare i letti”; “il cuccettista i biglietti ce li darà domani” sono perle di sapienza per chi, nel 2014 affronta lo spazio siderale della Nazione ed ha bisogno di conforto.

Di altro valore sono invece le performance di chi, di colpo, assurgere ad “esperto” della politica attuale; regalano spiegazioni – che odorano di “sentito dire” – la cui fonte è rigorosamente anonima e soprattutto priva del più elementare supporto teoretico. Luoghi comuni e posizioni dettate dall’ignoranza. Mi ricordano le dissertazioni ascoltate, per anni, su un treno di “pendolari di alto livello (e concentrazione) culturale”, in corsa alle cinque del mattino. Insegnanti della scuola dell’obbligo che “spalmavano” le ore del tragitto sfoggiando la loro incompetenza, ignoranza, impreparazione e soprattutto cattiveria professionale (pagata dai contribuenti) per tutta la provincia. Nessuno di loro che cercasse di recuperare qualche ora di sonno o che leggesse un libro (o anche, almeno, un giornale) per investire il tempo in modo utile; tutti a fare comizi, diagnosi e pettegolezzi sui genitori di ragazzi problematici e “scherzare” (come insegnava al tempo dei fatti un insegnante-scrittore) sugli strafalcioni degli studenti asini (i meno capaci), oppure spettegolare duro sui colleghi – idioti – assenti, perfettamente incapaci ed impreparati, senza curarsi di esserne la loro copia conforme.

Ma torno a questa esperienza nuova, nella specie. Diversa. Le persone si presentano ai compagni di viaggio con modalità diversa; la tecnologia ci aiuta a porgere il “biglietto da visita” già all’ingresso. Il telefono: il beato cellulare. Non c’è condivisione – se non del proprio status – ma ostentazione forzata. Aperta.

Prendo posto sul Freccia Argento, direzione sud, dopo aver chiesto ad un passeggero se lasciava libero il posto (finestrino) a me assegnato; sbuffando questi si sposta sul lato corridoio commentando, quasi incredulo, “ma è lo stesso”. Io rispondo che per me non lo è. Mi guardano quasi fossi un mostro. La mia dirimpettaia, una bella ragazza sui 30 anni, da li a poco chiama al telefono un amico. Una inflessione verbale chiaramente “nordica”, dai toni delicati.

“Ti disturbo? No, sono qui a Roma, da due giorni, ma sto partendo. Volevo sapere come stai, cosa fai”. Dal tono e dagli argomenti si comprende che è una professionista, forse un avvocato, Un osservatore direbbe subito che se la tira; parla a voce piena. Si nasconde dietro gli occhiali da sole di ottima firma e al dito ostenta un diamante. Poi informa il suo interlocutore che giorno uno Gennaio sarà nuovamente a Roma ma per prendere il volo per Budapest a fare la vacanza con amici e quindi andrà a Toronto. Si accomiata.

Accidenti. Sarà un manager di quelli a quattro stelle. Questa è l’Italia che funziona. Da li a poco, dalla borsa estrae una copia di un giornale settimanale di super-gossip, uno di quelli che ti dice anche a che ora la tale velina allatta il rampollo del giocatore. Non lo sfoglia ma lo divora, legge tutte le pagine piene, fino alla fine; con estrema cura ed attenzione. Lo leggerà tutto.

Nel frattempo, ad una fermata, sale una signora che cerca il posto mentre parla ad alta voce al telefono: in perfetto romanesco. Non c’è dubbio è di Roma. Impartisce ordini di “servizio” come: Metti le lasagne ner micro-onde, tre minuti. Non dimenticarti che ae quattro devi prendere a ragazza in piscina. Etc. etc. Seguono altre telefonate pubbliche cioè ascoltabili chiaramente dagli astanti. Anche questa ha l’aria di essere una manager… ogni telefonata un commento a chiusura: “questo nun ha capito che deve fare er suo lavoro altrimenti se chiude, bello mio”.

Comincio ad avvertire seriamente la mancanza delle mie cuffie; pagherei per averne un paio anche scadenti. Come ho fatto a lasciare a casa anche quelle che tengo (sempre) in valigia? Ritorno alla mia lettura e stacco virtualmente l’ascolto ma la mia “deformazione” mi restituisce frasi verso le quali non posso rimanere sordo.

Mi accorgo, con mio stupore che la pronuncia, la cadenza nordica e romana, svaniscono man mano che si scende al sud ed il vagone si svuota. Arrivano altre telefonate alle quali le signore rispondono in perfetto accento calabro che gradatamente lascia posto, verso la fine del viaggio, a dialoghi condotti in perfetto dialetto. Con doppie consonanti, intercalari monosillabici, imprecazioni e vocali sfiatate. Le due signore si sono trasformate come la carrozza di Cenerentola in una zucca. Questo viaggio, dopo tanti trascorsi in silenzio, è stato veramente una favola.

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