Insegnami a pensare

Arrivare ad un ventesimo anniversario è un cosa non da poco. Le reazioni emozionali che si possono scatenare sono tante, diverse, alcune imprevedibili, altre attese e contenute. Alla fine il risultato è quello: ricordare 20 anni fa significa esporsi ad una serie di stimoli capaci di far arrivare alla memoria fatti dimenticati. I più preparati parlano di ricordi rimossi, da evitare, forse pericolosi, dolorosi: chissà perché. Noi non abbiamo dimenticato nulla, anzi ricordiamo ancora il “fallimento” di una Associazione (Meter & Miles) che nasceva su basi non assistenziali, rifiutando modelli impliciti di abbandono, con l’intento di formare ragazzi in situazioni di handicap ad un futuro produttivo attivo e soprattutto utile (in senso economico) a se stessi ed alla società, sia stato soffocato, come sempre dai politici e amministratori di questa deludente città della Terra. Compresi quelli, più deludenti di altri, vista la qualità culturale della “provenienza”, che hanno appoggiato soluzioni “fumose” e concedere ad “estranei” (cioè non indigeni) strutture ed immobili per “curare” l’autismo, non quello normale, l’Autismo Blu, quello di elite, come il diesel. C’è differenza, come la dolce Euchessina. Si oggi l’autismo è Fashion, fa tendenza, un tempo era vissuto come “vergogna”. Il progresso politico è anche questo. Per questo se ne interessano: dal salotto al Municipio, il passo è breve. Quasi come andare nell’altra stanza. Ma non divaghiamo. Ho portato a casa (a parte un po’ di tristezza) un bel ricordo o meglio la sensazione di un ricordo impossibile da dimenticare, che forse era stato un po’ accantonato e suonava arrugginito anche se per me è un dato acquisito, penso che è tempo di farlo tornare attuale. Almeno a chi pazientemente ascolta e con modestia segue queste pagine. Dopo venti anni ricordo ancora nomi e cognomi, laddove normalmente uno dimentica anche il nome della prima moglie. Nomi, cognomi, frasi tipiche delle mie capaci di strappare una risata, soprannomi buffi, distorsioni o alterazioni di parole. Un repertorio che ancora conservo nella mia memoria, insieme a quello musicale. Uno diverso per ogni ragazzo/ragazza. Non sono più i bambini di venti anni fa. Adesso uno è campione di nuoto, un altro dipinge e fa mostre molto frequentate, un altro è un talento per il disegno, uno fa il cuoco, una è attrice di teatro e così via. In qualche modo non sono finiti “rinchiusi” come si pensava dovessero fare poco più di 20 anni fa. Tutto con le “proprie mani”: senza aiuto delle Istituzioni. Non ero certo alle prime armi ma con lo studio della sindrome autistica non si finisce mai di osservare ed imparare a programmare metodiche più efficaci, per ognuno. Per questo videoregistravo periodicamente i nostri incontri, mi servivano per osservare cosa accadeva durante il lavoro. Ho imparato tutto da quei filmati, ancora conservati, consumati, quasi sfocati ormai per l’uso e dal tempo. Dovrei digitalizzarli ma a che pro? Io li conosco e credetemi le nuove leve di psico-qualcosa-ti-impovviso-terapeuti, credono di aver trovato il metodo giusto: il loro. Fondato su nulla, su ciò che anche un animale domestico, senza laurea e soprattutto senza voce, può fare. Giuro. Infatti ognuno di questi neo-esperti senza esperienza, né cultura di base, ne trova uno: crede di essere un (il) genio della terapia riabilitativa, gli da un nome altisonante, si fa pubblicità, accalappia un paio di genitori (sempre in cerca di una soluzione al loro dolore), apre un conto in banca, va alle giornate blu, trova assessori coglioni che non ne sanno nulla, fanno progetti ed il gioco è fatto. E intanto gli autistici rimangono autistici. Su questo non c’è alcun dubbio ancora dopo altri 20 anni di ricerca. Anzi aumentano per “superficialità diagnostica” di comodo. Però questi maghi della psiche autistica non hanno ancora preso il Nobel mi chiedo: come mai? Ogni giorno. Ma torniamo al ricordo ritornato alla memoria, che mi sembra la cosa più tenera che il mio cervello – ormai agli ultimi neuroni revisionati – possa regalarmi. Una delle leggi dell’apprendimento/insegnamento suggerisce una pausa di silenzio tutte le volte che uno dei due soggetti dell’interazione “sbaglia”, commette un “errore” metodologico e tecnico. Una regola talmente semplice che nessuno riesce a comprendere l’importanza. Gli psico-qualcosa-ti-invento-terapeuti per primi. Rivedo nella testa le immagini di un giorno lontano, alcuni particolari sono andati, rimane vivo il concetto. Veronica, sette anni: qualcosa non funziona nella risposta, di certo sbaglio a fare la richiesta. Tra una prova e l’altra faccio cadere il silenzio e provo a non far trapelare incertezza o delusione con lo sguardo. Mi fermo, magari accarezzo il lobo o sposto i capelli (quelli di un tempo). Dopo due pause Veronica mi chiede: Renato cosa, cosa, còsa fai? Io rispondo “sto pensando”, e lei: “bello mi piace”. Ti piace quando penso? Si mi piace. Vera, veramènte. Perchè ti piace? Perché dopo che pensi sei più buono: mi insegni a pensare? Ogni bambino, giovane o grande che sia ci chiede sempre, solo, ancora questo: insegnami a pensare. E qui il ricordo, la mia memoria, non può non andare al Maestro Inverosimile: Silvio Ceccato. L’uomo che mi ha “indicato” le strade della conoscenza che ho poi percorso.  E’ questo l’unico vero compito. Loro mi hanno insegnato tutto. Davvero. Renato Gentile   Autismo Fashion: http://abautismo.wordpress.com/

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