Cambiamo la città dal basso

Errata corrige: Cambiamo (la) città (dal basso) = Cambiamo città.

E’ uno slogan più realistico. Lo dico con delusione e tristezza. Non nascondo lo sconforto. Delusione perché credo che siano svanite e dissipate le aspettative. Tristezza perché è evidente che nulla e nessuno potrà (mai) cambiare questa città. Nessuno.

Se non c’è riuscito Accorinti, che con la “politica” non ha mai fatto affari – una persona simbolo di trasparenza e fiducia – allora non c’è alcuna speranza. Anzi non c’è mai stata né ci sarà. E questa è la prova del nove.

Fatta fuori la giostra di partiti che hanno sostenuto i vari sindaci – uguali negli affari e negli interessi – non rimaneva che questa scelta. E’ stata fatta, con coraggio ed è fallita. Checché se ne dica. Fallita. Inutile “arrampicarsi” è finita. E’ stata sconfitta.

La fine dell’ isola pedonale è la cartina al tornasole dei fatti. Evidenti.

Ognuno può fare la retorica che vuole: scaricare colpe e responsabilità ad altri ma rimane l’evidenza a mostrare le vere dinamiche (alcune occulte ma note ed altre fin troppo evidenti) che guidano la gestione della città. Situazione irreversibile. Come sempre.

Ogni rivoluzione si spegne se non si sa come alimentare lo spirito. E’ storia.

Accorinti non ha programmi di comunicazione né strategie efficaci e perderà consenso. Nonostante si faccia “il mazzo”.

Visti i fatti mi chiedo dove sia il Ministro della Giustizia o, soprattutto, il Ministro degli Interni che qui ha profondi e vasti interessi. Si me lo chiedo ed è la mancanza di risposta che mi lascia sempre più basito.

Cosa rimane? Niente.

La malattia è: “non voler andare via” a cercare una vita da vivere. Ostinarsi a rimanere nella propria città di nascita a fare la fame senza un lavoro e rimanere imbrigliato nell’assenza di futuro ha rappresentato nei decenni scorsi l’epidemia più diffusa delle città del meridione. La speranza di una elemosina, dall’alto, pagata col servilismo, mendicata con favori, barattata con illeciti scambi ha mandato avanti intere generazioni. Il merito è rimasto al bando fino ad estinguersi e l’ignoranza premiata con l’assegnazione dei posti di dirigenza.

Il “richiamo” della terra è forte, come quello del sangue. Sarà poi vero? No.

Una cosa è certa: tra tutte le realtà che hanno come unica soluzione di vita la fuga, la città di Messina rappresenta un vero paradosso. E’ senza dubbio una città, come tante altre, molto ricca. Sicuramente anche troppo. Economicamente è ricchissima ma nessuno lavora, nessuno produce. ma non è questo il paradosso. Non ci sono più Aziende produttive.

Il controsenso sta nel fatto che c’è un tasso di presenze turistiche da fare invidia a molte altre città Europee (1500 turisti al giorno, in media); possiede bellezze paesaggistiche naturali e ricchezze storico culturali da far paura a moltissimi tesori archeologici.

Il patrimonio artistico è inestimabile per quantità, varietà e unicità. La ricchezza è talmente tanta che viene gettata e fatta marcire negli scantinati fatiscenti, nei sottoluoghi di opere pubbliche incompiute o nelle discariche libere e pubbliche utilizzate come cassonetti della spazzatura. Ovunque, ad ogni angolo.

Tesori trattati come rifiuti. La città stessa considerata pattumiera.

Un città ricchissima e potenzialmente produttiva il cui livello culturale medio – e la relativa qualità di vita – fa paura per le espressioni di miseria e arretratezza che esprime. Una povertà costante. La volgarità, la cafonaggine, le espressioni di inciviltà e l’ignoranza raggiungono livelli altissimi e non c’è bisogno di sondaggi o rilievi statistici. Basta guardare in giro, ovunque. Intorno. Dappertutto. Girare a caso.

Un enorme “rione” degradato, a cielo aperto: dal centro cittadino alle spiagge, dai negozi ai servizi, dagli uffici pubblici alle imprese. Ignoranza, arroganza e maleducazione a tappeto, come se piovesse. Abbondantemente distribuita. Da record dei primati.

Una cittadinanza senza identitàappartenenza, un agglomerato di piccole tribù nomadi che formano innumerevoli gruppi ristretti a vari livelli ognuno isolato e staccato dagli altri. Questa auto-esclusione produce una sorta di indifferenza che ricorda l’ignavia.

Infine la caratteristica più esemplificativa della cittadinanza: l’assenza di omertà. In Sicilia? Si. A Messina non viene praticata, in genere, l’omertà ma il corrispettivo, altrettanto dannoso: la buddacità.

Si parla, sempre, tanto, troppo. Tutti sanno e dicono la verità; ognuno è il migliore in produzione di idee e soluzioni. Ognuno è un boss (di se stesso). Chiunque è preparatissimo soprattutto nelle cose che non sono di sua competenza: veri professionisti delle balle e dei luoghi comuni. E nessuno si muove, chi si espone è fesso: farebbe una cortesia ad un altro. Una grande “filosofia” individualistica.

E’ chiaro, oltre che ovvio a tutti, tranne che agli interessati che una città già divisa per sé, e soprattutto in sé, rappresenta un ambrosia per chi – meno chiacchierone – ha in mente il gioco di Imperare. Arriva già “a tavola apparecchiata”, il più è fatto. Non resta che ringraziare e sfamarsi. Senza sforzi, insieme. A pranzo e a cena. Tutti i giorni. Il popolo non fa paura: non esiste.

Sotto il tavolo i commensali non si pestano i piedi, è da maleducati.

Sotto il tavolo le signore dei rispettivi potenti (spesso dei perfetti incapaci), con abili piedi e delicate mani stabiliscono relazioni interessanti e creano alleanze ed accordi politici. Nelle stanze dell’amministrazione gli uomini (delle donne) si concedono il permesso, sottoscritto dalle mogli, di educare segretarie di fiducia e dare alla luce “alleanze” di tutto rispetto. Importanti.

Ricordo un recente caso di due coppie di politici che hanno utilizzato le rispettive mogli (guarda caso omonime) par due vita a due diversi filoni di carriere. A cascata. I giornalisti di gossip farebbero a gara per queste notizie ma qui il pettegolezzo è materia esclusiva dei salotti.

Il popolo messinese non legge e su quel che legge non si osa parlare di questo.

Allegri: qui si gioca. Sempre. Da sempre allo stesso gioco: “non cambiare niente” cioè: lascia tutto come si trova, soprattutto le guerre di invidia e soprattutto non cambiare le promesse. Funzionano benissimo da un secolo. Sono collaudate, come i cittadini. Non cambieranno mai.

Niente li può scalfire: la cultura, la conoscenza ed il sapere non li hanno mai minimamente sfiorati. Sono schiavi per scelta non dimentichiamolo.

Ascoltami: cambia città. E’ meglio.

Renato Gentile

 

P.S. buon ferragosto

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