Diffido di chi …

Non è trascorso tanto tempo dalle ultime elezioni. Lo ricordo; eccome.

Una bella idea: trovarsi fuori città, su in collina, e rimanere a pranzo insieme. Quel che si direbbe una occasione per socializzare, condividere, integrarsi, conoscersi, divertirsi e magari progettare e lavorare. Il luogo è fantastico: una vecchia residenza di caccia (del 1700) di vecchi nobili Reggiani. Quale migliore occasione per fermarsi tutto il fine settimana e correggere in pace e tranquillità la prima stesura completa del secondo libro?

La mattina di domenica arriva il mio amico con tutto l’occorrente per trascorrere il resto della mattina in cucina a preparare contributi gastronomici tipici di tre diverse regioni italiane. E una cassa di Lambrusco.

Arriva, in ordine sparso, il resto della comitiva; un’auto dopo l’altra. Saluti, sorrisi, sguardi ed allegria. Tra poco il pranzo sarà in tavola; mi cimento anche nel ruolo di cameriere e suggerisco alternative alimentari per i piccoli che non gradiscono cibi “inconsueti” al loro palato.

Il dopo pranzo viene caratterizzato da esibizioni musicali in chiave Jazz; che bel feeling. La Band del mio amico Giovanni è davvero preparata. Alla fine mi coinvolgono in una versione “standard” di Yesterday dei Beatles. Un buon successo.

Il buio arriva presto, la primavera è vicina ma il sole è già stanco. Prendo le mie cose e rimedio un passaggio. Sono felice.

Durante il viaggio in auto, mentre si parla di andare per il week end di Pasqua al mare, in Toscana, sento che la malinconia mi ha assalito. Lascio perdere ma la sensazione è consistente; mi distraggo. Arriviamo in Città. Non sento più gioia. Ahia. Qualcosa sta accadendo.

Entro in casa e appena chiusa la porta la sensazione di tristezza mi assale. Va bene, forse i ricordi dell’ultima relazione – recentemente chiusa – hanno trovato una scintilla per emergere e presentare il conto della malinconia e dei sensi di colpa rivisitati. La solitudine fa il resto. Reagisco: ho da finire di guardare la serie di Dexter da cui trarre contributi di riflessione per un amico.

Ad un tratto ho consapevolezza del mio malessere: chiara. Ho trovato la sorgente di quel disagio senza parole. Rivedo la giornata in un Rewind caotico; vado avanti e dietro con la “registrazione” cercando di dimostrare che mi sto sbagliando. Alla fine ho la certezza: nessuno degli invitati mi ha chiesto il nome, nessuno mi ha chiesto cosa facessi nella vita, la mia provenienza, perché o come mai ero li e dove stavo andando. Nessuno.

Gioco ancora con la “registrazione” e trovo altri elementi: durante il pranzo nessuno dei commensali ha lasciato il proprio tavolo per avvicinarsi agli altri, scherzare con loro, chiedere qualcosa. Nulla. Ognuno al posto che aveva preso arrivando, come alla Corte della Regina: cerimoniale rigido ma “sicuro”. Divisi in piccole comunità regali separate dallo spazio abbondante tra i tavoli. Io ero stato il giullare. E come tale tenuto a distanza, come la casta impone.

Nessuno aveva interagito con alcuno. Eppure era stato un incontro tra persone che si conoscevano, che condividevano qualcosa e che avevano accettato di stare insieme. Avevamo infiniti argomenti di cui parlare; sviscerare i propri contributi, le visioni, i giudizi o anche i pettegolezzi. Nulla. Estranei consenzienti; formali.

Che immagine infernale: terribile per un mediterraneo. Impossibile ed inaccettabile solo al pensiero. Esperienza drammatica, deludente ma soprattutto dolorosa. Divisi da noi stessi.

Riesco finalmente a stare male con un motivo chiaro. Mi calmo anche se sono arrabbiato come un bisonte. Ognuno dei presenti, quasi 50, era rimasto al proprio tavolo come se fossero gli unici presenti in quei due saloni. Non si sono mischiati neanche fuori dalle sale, dopo pranzo e nelle pause. A coppie (fisse) o al massimo in tre, il resto per ognuno era deserto. La mia presenza un puro commento insignificante. Invisibile anche qui? Si, perfettamente invisibile. Ne sono certo. Sicuro. Neanche una foto da mettere su facebook. Ma che gente è questa? Forse ho sbagliato schieramento politico? Forse ho sbagliato e basta.

E’ ovvio che da allora ho iniziato a meditare di lasciare, definitivamente, questa Città.

Ne ho parlato con gli amici e la cosa peggiore è aver saputo che, ahimè, non si è trattato di una eccezione, di un evento dettato da fattori casuali ma della Regola. Un popolo diffidente e sospettoso, chiuso persino coi concittadini: auto razzista. Non è possibile.

Col tempo stavo quasi dimenticando questo triste evento ma sono arrivate le elezioni del 29 Maggio scorso ed il “crollo” è stato totale. Era il venerdì prima della pausa di silenzio elettorale; vado al Centro Sociale prima di cena. Qui un gruppo di nove ragazzi, percussionisti africani, si sta esibendo a titolo gratuito per la chiusura della campagna promozionale di una candidata. Il ritmo è coinvolgente; impossibile rimanere fermi. Ci si muove anche rimanendo seduti. Il ritmo trascina il respiro e l’attenzione è totalmente galvanizzata; non è possibile resistere al richiamo. Non è possibile. Mi avvicino e seguo il ritmo da fermo come un richiamo ancestrale. Muovo gambe e piedi; applaudo. Mi tornano in mente immagini passate di gioia e felicità in un contesto simile. Lontano.

Eppure lo spettacolo che si è realizzato da li a poco è stato traumatizzante. Nei locali del cinema del Centro Sociale un gruppo numeroso di persone stava consumando un aperitivo dopo una (loro) manifestazione. A coppie o al massimo in gruppi di tre hanno occupato tutto il giardino antistante e preso a chiacchierare tra loro; lontani anni luce dai musicisti distanti solo qualche paio di metri. Con aria schifata di sufficienza e distacco ma non insofferente, si sono mantenuti a distanza e come se non stesse accadendo nulla: hanno continuato a parlare tra loro, indisturbati, incuranti dell’evento. Come non udenti sono rimasti impassibili a quei disegni delle percussioni e dall’armonia dei canti che li accompagnavano. Solo tre mamme, dico tre: uno, due e tre, si sono avvicinate ai musicisti solo perché i loro figli piccoli erano stati attirati dal ritmo dei tamburi accennando movimenti coordinati ed interesse. I “padri”, nel ruolo di quelli che qui vengono definiti fighetti, si sono ben guardati dall’avvicinarsi. Le donne hanno delega a “sporcarsi” mentre i figli esplorano; i maschi osservano, commentano e dispongono. Si tratta di pari opportunità.

Tutta quella gente, quasi un centinaio, in massima parte giovani maturi, è rimasta impassibile. Come se nel parco non ci fossero che loro, le loro discussioni e soprattutto la loro importante appartenenza. Unica. Donne a seguito comprese.

No. Non sono razzista ma non credo ci si possa fidare di persone che rimangono impassibili ad un richiamo di questo tipo. Credo invece che bisogna essere razzisti nel cuore, nell’anima e nella testa per riuscire a non avere il benché minimo accenno di partecipazione. Sono persone fatte di pietra: la pietra è dura e soprattutto non si scioglie. Sono la generazione illuminata di questa città. La generazione che conta e che esclude tutto il resto.

Da lunedì 26 Giugno, abbiamo un nuovo sindaco; al primo colpo. Ha vinto la Città. Che significa?

Da sempre qui si fa un “gioco di prestigio” con le parole ambigue.

Qui non c’è niente da cambiare se non cambiare città. Andare via ancora una volta.

Tornare dalla mafia sembra l’unica vera alternativa alla mafia.

Non è edificante né civile ma è la realtà.

E la realtà qui è mafia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...