Calcio e chiudo

Dire, raccontare o solo commentare i fatti di sabato a Roma relativi all’incontro di calcio è esercizio inutile quanto mai ridondante. Potremmo scrivere centinaia di pagine (in effetti sono state scritte) senza risolvere nulla. Nulla. Scriviamo ma non leggiamo e se leggiamo subito dimentichiamo, come a scuola; preferiamo parlare. Raramente ascoltiamo. Bene, possiamo parlare quanto vogliamo: nel tempo di una settimana sarà tutto finito, cassato, archiviato. E soprattutto dimenticato. Scientificamente.

E’ stata l’ennesima occasione di tristezza e il dolore rinnovato per la condizione reale, vera, di quella che pensiamo sia o debba essere la nostra Nazione. La nostra casa. Fatti e reazioni emotive correlate mi portano a pensare e credere di non poterne più. E che forse è inutile credere o sperare.

Non riesco a immaginare (né capire) cosa più dobbiamo vedere per renderci conto che è tutto chiaro, evidente. Almeno così mi sembra. Abbiamo assistito a gente che ha inquinato con tremendi veleni la terra e le acque che vivono (da signori) impuniti mentre i bambini muoiono di cancro; poliziotti condannati per omicidio di gruppo accolti da calorosi applausi; un delinquente comune che sequestra decine di migliaia di persone – in poche mosse e senza armi – e detta condizioni diventando una icona per tutti i balordi come lui; politici potenti inermi spettatori, impotenti come coraggiosi giornalisti nel mezzo di un improvviso scontro a fuoco in Palestina; un pubblico pagante che fischia sull’Inno Nazionale; conduttori televisivi timorosi, preoccupati per la sorte del calcio che potrebbe lasciarli senza lavoro, che ostentano (falsamente) sdegno per la morte di un essere umano. Si potrebbe continuare per mesi. E’ routine.

E sopra tutto questo scenario, come se non fosse ancora chiaro, la difesa pubblica (falsa) di ognuno dei colpevoli che passa (per legge) su tutte le Tv, i giornali e le radio dove proclamano le proprie chiare scagioni, la loro evidente innocenza ed estraneità ai fatti e condannare, d’un fiato e con fermezza, il sistema. Il sistema?

La spiegazione è chiara e soprattutto semplice. Elementare per quanto evidente.

La politica ed il calcio sono la medesima cosa, non voglio dire che sono fratello e sorella, no: sono la medesima cosa. Una. Sia l’una che l’altro comandano; sulla nostra vita. Siamo in mano a questa gente. Poveri noi. Non c’è commistione né infiltrazione dell’uno nell’altro. E non è mai stato chiaro come sabato che entrambi perseguono gli stessi interessi.

Chi non ha interessi sono i proseliti ignoranti. Questi sono il motore della faccenda, il cuore del sistema, l’energia donata (giurata) a vita al carnefice. Gli ignoranti lavorano gratis, sempre e sono anche felici tanto da camminare a testa alta. In cambio appartengono ad un Club. Uno solo, preciso e ben definito. Stabile. Una fede ortodossa a tutti gli effetti.

Da tempo sono convinto che esistano 20 (e più) Italie conviventi (a forza e controvoglia) nello stesso territorio, tutte radicalmente (culturalmente) diverse una dall’altra. La storia sottolinea ciò che ci ha caratterizzato: il dominio. Essere dominati è nella natura italica e lo facciamo senza (più) chinare la testa; siamo orgogliosi, ci piace avere un padrone che pensi per noi. Che ci faccia divertire e soprattutto che ci dica chi è il nemico da odiare. Ci piace obbedire da sciocchi.

Non abbiamo una sola idea, un valore, un bisogno, un desiderio, un sogno, una meta, un obiettivo un orgoglio che sia comune a tutti. Mai. Tutti i giorni. Siamo sempre in costante polemica, in disaccordo, in lotta, in attrito con chi non è “dalla nostra parte”. Siamo decine di milioni di persone culturalmente diverse. E stiamo allevando una generazione di sbandati ed ignoranti.

Non siamo affatto fratelli: abbiamo padri diversi e madri occasionali. Al massimo potremmo essere (lontani) fratellastri.

Solo durante i mondiali di calcio la fratellanza (obbligatoriamente) si realizza, ci inebria: giusto perché dura poco e si consuma presto. Il resto è zero. Nulla. Quel che accade nei quattro anni di intervallo è guerra, tutti i santi giorni come nella politica chiacchierata a forza di slogan e proclami.

Gli abitanti di questa Nazione non mi sembrano cittadini, piuttosto sudditi. Plebe, manovalanza da tenere ben divisa senza possibilità di unione tra loro. Anche i sindacati sono diventati politica calcistica ma militano ancora tra i principianti.

Partiti & Squadre gestiscono la Nazione, ognuna con le proprie tifoserie diversificate solo per linguaggio e abbigliamento, dove non esiste alcuna legge né alcun bene comune se non il proprio. Insieme si accaparrano e dividono proventi di qualsiasi tipo, guardandosi le spalle, difendendosi ed aiutandosi a vicenda. Occultando prima e cancellando poi. Due mani dello stesso corpo. Ed è disgusto ascoltare (e vedere) chi annuncia “misure drastiche”, “giri di vite”. Cane non mangia cane.

Siamo uno stato diviso, spezzettato e frammentato in centinai di comuni, contee, signorie, feudi, famiglie, circoli e federazioni sportive. Ogni signorotto ha il suo territorio da gestire. Il proprio pezzo da difendere. E si fischia sull’Inno.

E’ il Sistema mafioso… appunto!

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