Quote rosa… confetto

Trascorso il momento caldo della bufera verbale è saggio riflettere; chiarire ed analizzare, a freddo, qual è il problema. Mi riferisco al recente “dibattito” che ha avuto per tema la percentuale di presenza femminile all’interno dei posti di amministrazione della Nazione. Argomento interessante.

Come abbiamo visto, il ciarlare sul tema è risultato grassamente ridicolo. Già ridicola, per sé, è la connotazione: quote rosa. Mi vergogno di averlo dovuto usare. E mi vergogno, io, per coloro i quali lo hanno adottato passivamente offrendocelo come dato, come verità. Mi fa tristezza che i professionisti della comunicazione non provino neanche lontanamente a rettificare, aggiustare o sostituire la definizione. La si usa e come tale è corretta come un nome proprio. Non c’è da meravigliarsi, poi, se alcuni conduttori di programmi di Radio Rai 2 ti rispondono (male) se provi a farli riflettere. Ti azzannano via SMS sbandierando il dizionario dei neologismi. Idioti retribuiti ma poveri.

Il termine utilizzato ci fa comprendere la qualità (la profondità) degli interventi con i quali si vuole “presentare” l’argomento e, di conseguenza, con quale atteggiamento sarà affrontato politicamente. Il termine ricorda più la sala d’attesa del ginecologo, al mattino, tra mamme che si scambiano le informazioni sul sesso del nascituro; giusto per socializzare.

Che senso questo termine? Nessuno. Parliamo di niente.

O forse ha senso? I dubbi non mi abbandonano mai. E’ la consapevolezza di esistere. Forse bisognerebbe chiamarlo diritto. Avrebbe senso.

Le dichiarazioni che abbiamo ahimè ascoltato hanno avuto semplicemente il compito di spostare, come farebbe un carro attrezzi, il problema su piani diversi da quelli legittimi. Si sono susseguite con un corretto ritmo da avanspettacolo. E’ regola. Anche il tono e la (falsa) serietà recitativa era da passerella.

Non vale la pena ricordarle né ritengo possa essere importante citarle. Anzi me ne guardo bene dal rievocarle; fanno stare male. Vorrei solo aggiungere che sono state penose (e dolorose) soprattutto quelle provenienti dalla sezione “commenti” da parte del genere in questione. Accidenti. Che botta.

Che il 50% delle persone al governo di “qualcosa di pubblico” debba per legge essere di sesso femminile stona completamente con tutto ciò che questa nostra società ha costruito (e manovrato) nei trascorsi decenni. Se non ho permesso alle donne una strada percorribile con i medesimi diritti del sesso maschile dove le trovo adesso? Di certo “attorno” non ce ne sono: non le abbiamo “volute”.

Se non ho aperto le porte e permesso alla meritocrazia di potersi coniugare per entrambi i generi sessuali, dove lo trovo il 50% ? Al massimo ne trovo il 10%. Forse.

Il problema (vero) è che esiste una discriminazione di genere, nei riguardi delle donne, in ingresso. Ma di questo non se ne può parlare. Sarebbe un autogol politico. Se non le abbiamo fatte entrare non le possiamo “chiamare” a lavorare. Come fare? La strategia è ormai nota: la si fa diventare polemica, litigio tra schieramenti opposti. Ci offrono uno spunto per litigare, tra noi, sui commenti; in fondo siamo noi ad alimentare la polemica come per il calcio parlato al bar o sui marciapiedi del centro. E intanto “il ladro scappa”. I fessi siamo sempre noi: guardiamo il dito.

Il fatto reale, alla fine, è che si vuole inventare qualcosa per chiacchierare e perdere tempo senza trovare né accennare mai né al problema né ad una soluzione che sia attuata domani stesso. Ne parliamo dopo: sempre.

Intanto è doloroso dover constatare che alcune (non molte) persone di sesso femminile presenti nelle istituzioni politiche, spesso non rappresentano (talune neanche un poco), quelle capacità naturali di gestione e conduzione di una squadra (e sono tante) che risultano vincenti per la loro alta qualità. Femminile.

Spesso vedo in queste rappresentanti partitiche prototipi di cattiveria, rabbia, immaturità e rigidità di pensiero tipiche (qualità) della parte maschile.

Forse qualcuno sta tentando di clonare al femminile la parte peggiore degli esponenti politici di genere maschile; una sorta di trans gender politico genetico. Non diamogli una mano.

Renato Gentile

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