Insegnanti che uccidono la scuola

Ho sempre cercato di tenermi lontano, distante dalla scuola, l’ho già confessato. Per una serie di coincidenze mi ritrovo comunque, piacevolmente, ad avere contatti con alcuni insegnati. Persone di vero spessore, soprattutto umano e civile.

Quel che non comprendo, ancora oggi dopo 30 anni, è come abbiano fatto alcune persone, fortunatamente poche, ad abbracciare questo lavoro vendendosi o votandosi al ruolo di operatori e non a quello di professionisti come dovrebbe essere. Come le grandi figure della nostra storia ci hanno insegnato.

Ripeto, fortuna che sono pochi ma ahimè producono un danno tremendo non solo alle casse dello Stato ma soprattutto al futuro di ragazzi che difficilmente riusciranno, poi, da soli, a risalire la china dell’istruzione o della legalità sociale. Un ulteriore danno lo procurano (al fegato) dei colleghi professionisti che vedono premiato (in un certo modo) l’assenteismo, il menefreghismo e la superficialità, facendogli vivere un conflitto che li spedisce, gratuitamente, in situazioni di forte stress. Ma questi sono danni collaterali.

Gli operatori godono infatti di un buon riconoscimento; vengono percepiti come attivi, sicuri di se stessi e preparati. Una bella immagine. Vediamoli da vicino… ma non troppo.

Gli insegnanti operatori sono molteplici e di natura diversa: un campionario molto ampio e vario. Li accomuna il fatto di essere fortemente legati alla fiscalità. Talvolta, quasi sempre, risultano egocentrici rispetto al lavoro; sono quelli che programmano la loro presenza scolastica in base al tempo che rimane loro libero dalle faccende personali di primaria necessità: parrucchiere, palestra, estetista, aperitivo, danza. Un classico, soprattutto nel meridione di Italia.

Il prototipo di operatore dell’istruzione impiegato (e pagato) dal Ministero con i soldi dei contribuenti è un salutista: estremamente “cauto”. Conosce cioè tutto ciò che potrebbe nuocere alla sua salute nel caso di un controllo, una denuncia, un richiamo, una lamentela o una ispezione. Pertanto si limita a fare solo ciò che è disposto dal protocollo di cui conosce a menadito ogni singola normativa. Può ripeterla o addirittura recitarla (a seconda del contesto) con la sicurezza e l’enfasi di un attore di prosa vissuto e ad essa si adegua anche a costo di far morire qualcuno. Sa come muoversi per essere attivo senza fare nulla. Una metodica direttamente mutuata da alcuni medici e paramedici ospedalieri; guarda quanto è piccolo (ma ampio) il mondo degli “operatori”; li puoi trovare ovunque. Non c’è neanche un disoccupato.

Il loro demone persecutore è il termine responsabilità. I loro ritornelli suonano monotoni: di chi è la responsabilità se accade questo? “Se fai questo, se fai così, ti assumi una responsabilità che non ti spetta e ne paghi eventuali conseguenze”. “Io questo non posso farlo, non rientra nei miei compiti né nelle responsabilità previste”; ergo puoi morire ma io non mi muovo. “La legge dice che devo fare così ed io faccio come mi dice la legge”. Che cittadino modello!

La loro paura principale è “la denuncia” e quindi si laureano – e poi specializzano – in “evitamento” ovvero: non fare nulla e stare a guardare. Ma sono (pur sempre) insegnanti, non dimentichiamo la qualifica, e come tali insegnano o meglio intimano ai colleghi, redarguendoli, di stare attenti. Li informano quotidianamente sulle possibili assunzioni di responsabilità, pericoli, norme e sanzioni. Diffondono il verbo del mestiere di operatore. Qualcosa devono pur fare. O no?

Si. Eccome. E si che devono fare qualcosa; devono – ad esempio – difendersi con tutti i mezzi normativi dai ribelli. Quei “colleghi” (cosiddetti) che non seguono le disposizioni, le regole, le norme e le circolari. Fanno arbitrariamente secondo coscienza: roba di altri tempi. Sono capaci (per esempio) di portare a teatro un ragazzo, il solo in classe, che non ha consegnato la quota di partecipazione e quindi non autorizzato a lasciare la scuola dove sarebbe rimasto al sicuro: da solo in classe. Terroristi della scuola. Soggetti pericolosi che sanno (a modo loro) come affrontare i problemi e risolverli senza   rendersi conto che possono creare dei precedenti gravi con conseguenze tremende per chi è aspirante operatore di carriera. Con tanto di titolo. Un guaio, una disgrazia: proprio dentro la scuola. Un marciume.

La necessità di diffondere, propagandare e difendere, il modello cautelativo dell’istruzione è ovvia, non c’è bisogno dello strizzacervelli per comprenderlo. Un amico strizzologo mi ha passato la dritta. Costoro sono persone che probabilmente non padroneggiano la loro professione sono, diciamolo, impreparati. Forse (ma queste sono voci) non sanno neanche insegnare: sono quelli che spiegano la lezione e “se l’alunno non ha capito sono fatti suoi” e se quando interrogato non risponde prende tre, perché “la colpa è sua che è asino”. L’operatore ha il dovere di dargli un cattivo voto: lo dice (e lo impone) la legge. Applicano disposizioni e linee direttive di valutazione in maniera pedissequa, rigida e fortemente burocratica. Non hanno (continua ancora la dritta) alcuna capacità empatica né qualità umane di alcun tipo. Non si concedono “piaceri” futili come: aver insegnato, trasmesso interesse, fatto emergere sicurezza utile. Sono persone normali, non sono deviati come quegli altri, quella massa di ribelli incivili. I professionisti.

Gli operatori però sono, soprattutto, progressisti: sono i primi a promuovere e partecipare ai corsi di aggiornamento. Un primato di ci vanno fieri. Scelgono e propongono corsi utilissimi per migliorare le loro qualità, dai quali – cioè – poter reperire migliori o ulteriori strumenti per evitare l’impegno lavorativo e ri-definire – al ribasso – i limiti entro cui muoversi.

Riuscire ad esempio ad acquisire elementi di valutazione (o anche avanzare il minimo sospetto) per poter dichiarare – con tono accorato di allarme – che un alunno, ad esempio, è dislessico rappresenta un enorme vantaggio e risparmio di tempo (suo naturalmente). Per lui, operatore preparato ed aggiornato, aumenta il livello cautelativo: avere minore responsabilità nell’insegnamento. Un ulteriore carico di lavoro, è vero, ma ne vale la pena: pensa a quanto tempo si può risparmiare.

Delegare il problema della propria ignoranza, incompetenza e negligenza ad altre figure, per la presenza di eventi fuori dalla sua competenza e operatività, non è facile ma è una vera ambrosia. Il suo vero ed unico scopo istituzionale… dopo lo stipendio.

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