Donne che odiano le donne

Non so a cosa possa servire ma penso sia arrivato il momento – sento probabilmente il bisogno –  di renderlo pubblico: dal 2008 non festeggio più l’8 marzo.

Ho sempre lavorato in ambienti in cui la presenza di professioniste era ed è consistente. Ho sempre creduto nelle notevoli capacità professionali delle donne. Sentivo il dovere, ogni anno, di mostrare con un gesto riconoscenza per le (faticose) conquiste ottenute. Rievocare simbolicamente (non con la mimosa ma con una pianta dai fiori gialli) la lotta per il riconoscimento di diritti elementari, fondamentali, validi per ogni essere umano significava – per me – continuare a mantenere accesi i riflettori sulla strada da continuare a precorrere. L’ho fatto per decenni.

Collaboratrici, colleghe ed amiche hanno sempre accettato questo gesto, comprendendo (conoscendomi) che non era per nulla formale. Ho lottato anche io, a suo tempo, per difendere i diritti della donne; l’ho insegnato ai miei figli e lotto ancora ma: Basta “8 Marzo”. Perché? Semplice: basta guardare cosa è diventato anzi: cosa accade.

A prescindere da ciò che accade – che sarebbe da considerare seriamente dal punto di vista sociale – ancora si dibatte per affermare qualcosa che dovrebbe essere naturale, normale. Discutere, chiacchierare, sparare cazzate è lo sport preferito degli Italiani. Ripetere alla nausea qualcosa che dovrebbe essere ovvio; senza mai risolvere nulla.

Ho vissuto a lungo nei paesi scandinavi dove la figura della donna è veramente una presenza preziosa; una risorsa che va oltre ogni aspettativa. Non è facile da spiegare; come tante altre cose – belle – di quella cultura. Non riesco quindi ad “accettare” gli spettacoli e gli scenari che la nostra Nazione ci regala, da anni, per l’occasione. Gli “inviti” e gli auguri, le speranze ed i propositi, gli impegni e le promesse disseminati ad ogni intervista. Solo parole; e neanche originali. Quest’anno arrivano anche dalla dirigenza della televisione. Da quale pulpito, mi verrebbe da dire. Si chiedono: “come rappresentano le donne i mezzi di comunicazione?”. La TV compie 60 anni quest’anno, non è nata ieri, lo saprà. Penso.

Non voglio presentare critiche, dico soltanto che non dobbiamo dimenticare che siamo un Paese che ha alle spalle una vecchia storia di discriminazione delle donne. Non dimentichiamoci che Maria Montessori, primo medico donna in Italia, fu “relegata” a coprire un ruolo da maestra (molti ancora credono fosse una pedagogista). Poi le abbiamo fatto la cortesia, il regalo, di “ricordarla” su una banconota da 1000 lire nascondendo la vergogna che in ogni parte del mondo esiste (almeno) una scuola che segue le direttive montessoriane. Noi l’abbiamo cassata. Però ci “indigniamo”, facciamo un gran casino, se le donne in altri paesi, hanno il divieto di guidare l’automobile. La dottoressa, ed ingegnere, Maria Montessori non è il solo caso e la lista, di donne, è veramente lunga. Lunghissima se consideriamo tutti i dimenticati in generale.

Passo al cuore di questo pezzo. Io credo sia finalmente emerso che si tratti di un disegno politico. Preciso, come sempre, per scardinare valori altrimenti pericolosi.

E’ il medesimo, vecchio, espediente comunicativo progettato dai governi per reprimere la consapevolezza: svuotare un valore del proprio significato e renderlo inutile, inefficace. Smontarlo e renderlo innocuo. Tenerlo in ogni caso sotto controllo.

Le agenzie di comunicazione “vendute” o alleate dei governi, hanno programmato la rottura e la fine dell’emancipazione femminile costruendo una serie di eventi, un controvalore, capaci di alterarne e sconvolgerne il significato. Innescare, alla fine, una “naturale” e quanto mai “spontanea” reazione contraria. Lo so sembra complesso e contorto ma non lo è.

Infine – e chiedo scusa per l’atrocità della cosa – penso che una delle sorgenti di quello strano fenomeno che chiamano femminicidio nasce (involontariamente ma sarebbe terribile dire “spontaneamente”), dalla rappresentazione, dalla “organizzazione”, dalla liturgia della festa della donna. Un incidente di percorso; danni collaterali. Fuoco amico direbbero gli Americani. Qualcuno penserà che ciò sia esagerato. Sarà?

Probabilmente, parecchie “figure femminili” vendute al consumo della festa nei salotti televisivi e quelle dello spettacolo della politica mi darebbero addosso, senza pietà, ma so per certo che non accadrà perché costoro non leggono questo blog. In ogni caso non importa.

Non è peccato né reato esprimere la propria opinione soprattutto senza offendere alcuno. La festa della donna è, secondo me, un progetto programmato (contro la donna) che ha funzionato, e continua a farlo, perfettamente. Come sempre. Se così non fosse, allora dovremmo seriamente discutere di altro; seriamente.

Non sono un politico né un sociologo; né tantomeno un “opinionista” di quelli bravi ed esperti. Io osservo e cerco di comprendere cosa lega gli eventi tra loro, gli effetti che possono produrre e le idee che ne possono derivare. Spesso mi accorgo di loschi traffici silenti: contrabbando. Contrabbando “legale” cioè autorizzato, in regola. Quasi un decreto legge. O meglio un articolo del codice civile. Tutto legale.

C’è una testimonianza, un video dal vivo, ma credo ce ne siano centinaia. Io ne posseggo una. Gelosamente conservata. E’ grazie al mio computer se posseggo una copia di questo video; qualche ora dopo il suo delirante debutto in Rete, è stato oscurato ma “lui” l’aveva conservata. Bravo Mac. Contiene una espressione della finalità del progetto “festa della donna”. Disgustoso. Ci sono le premesse per spiegare il fenomeno delle Baby Squillo; complimenti.

Vecchio progetto? Completato? E ne parli adesso che è concluso?

Si, ne parlo adesso. Ho pensato – da povero scemo quale sono – che in tanti, in molti, si sarebbero accorti di quel che accadeva. Era chiaro, evidente. Lampante, sotto gli occhi di tutti. Tutti vedono ciò che si vede. O no? La risposta è No.

Non lo era. Mi spiace, ho fallito. Dovevo dare l’allarme, denunciare il  fatto, smascherare la “manovra” anche se non sono un giornalista. Né avere paura che potermi ritrovare attaccato al collo – come un “pass” o, peggio ancora, all’alluce del piede destro – un cartellino con un termine psichiatrico – diagnostico – da psicopatologia scritto sopra. Beh, veramente mi bastano quelli che ho collezionato a scuola e nelle relazioni sentimentali.

E chiudo. Concluso il progetto “festa della donna” sostenuto adesso – fino ad esaurimento – con una geniale proposta che si chiama “quote rosa” (ancora più distruttiva dell’immagine della donna), la strategia è cambiata: si ricorrerà alla scienza. La scienza e le sue ricerche ci dicono che è meglio così; anzi necessario per migliorare la salute dei nostri figli.

Una campagna di marketing – geniale – per lenire o evitare femminicidi, almeno per il momento, per prendere tempo prima di avviare la nuova “collezione” promozione donna. Un nuovo progetto contro le donne. Sempre più sottile e micidiale.

Ci sono uomini che odiano le donne e questo è un serio problema ma ci sono, ahimè, donne che “odiano” le donne.

Il mio pensiero va al significato dell’8 Marzo ed alle donne che lo rappresentano: tutti i giorni. Sempre.

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6 thoughts on “Donne che odiano le donne

  1. Ho dichiarato la mia contrarietà alla parola “femminicidio” sul mio blog nel luglio 2012 intitolato “Femminicidio? No, grazie”, poco tempo dopo aver udito questo nuovo termine quanto mai ghettizzante.
    La maggior parte delle donne si sono scandalizzate per questa mia affermazione. Non aggiungo altro poiché il tuo post spiega ampiamente tutto il resto.

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  2. Grazie Evaporata, i tuoi commenti sono sempre illuminanti, sostanziali e soprattutto puntuali. Ho fatto del termine femminicidio una “trattazione” ampia e congruente nel mio secondo libro. E le “polemiche”, credimi, sono talvolta disarmanti.

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  3. Pingback: Donne che odiano le donne (di Renato Gentile) | Evaporata scrittrice

  4. C’è chi trova scorretto il termine “femminicidio”, portando come giustificazione alle sue obiezioni un’ipotetica eguaglianza di genere. In questo caso sono desolato di dissentire.
    Il “femminicidio” esiste, e negarne l’esistenza in forza di un ghetto semantico non aiuta a risolvere il problema, che lo si viva personalmente o per simpatia.
    Il femminicidio non è un’azione improvvisa e improvvisata, non può essere ridotto a una momentanea mancanza di controllo, e nemmeno va imputato all’irresponsabilità di qualche mentecatto.
    No.
    Il femminicidio è progettato, programmato e perseguito fin nei minimi particolari, secondo una strategia neanche tanto sottile, ma comunque efficace.
    Dirò di più, il femminicidio non è un delitto, ma è una condanna con fine pena “mai”.
    La sentenza viene emessa, in maniera inappellabile, fin dai primi momenti di vita, quando l’addetto all’ecografia, o la levatrice, si pronuncia: “complimenti, è un maschio” (soddisfazione generale), oppure “è una femminuccia” (notare il diminutivo).
    Da quel momento la “femmina” inizia a scontare la sua pena, la quale ha il fine, come quelle orwelliane di 1984, di distruggerne l’io senziente.
    Si inizia con la marchiatura, tutta a fiocchi rosa e lilla, e si prosegue con l’addestramento, a metà tra quello pavloviano e quello di un circo equestre, per stroncare sul nascere il femminino e far posto al femminile. Lo scopo è quello di tracciare una linea, indicare una bandiera, uno schieramento, un ruolo: di là “i maschi”, di qua “le bimbe” (non le femmine, non s’usa più).
    E avanti così a forza di bambole, bei vestiti, casette, belletti, e tutto ciò che serve per condurre in porto un “femminicidio”, usando come armi barbie, ragazze pon pon, silfidi adolescenti, attricette svampite e altri ectoplasmi multimediali. Il messaggio è dichiarato, non è bene essere femmine, è bene essere desiderabili, ovviamente secondo il grossolano metro di giudizio maschile.
    A questo punto il “femminicidio” smette il suo aspetto subdolo, e si mostra per quello che è: una tortura.
    Come altrimenti potremmo definire i capi di abbigliamento drammaticamente inadeguati, le calzature pericolose e insalubri, le modifiche al proprio corpo, la rinuncia a una sana alimentazione, e soprattutto la repressione di ogni pensiero che non sia quello di procurarsi un ragazzo?
    Il passo successivo di questo efferato delitto è arcinoto, e il carnefice, con crudeltà infinita, lascia alla vittima la scelta dell’arma che la strazierà. Può decidere di essere sposa, madre, donna in carriera, casalinga, divorziata, puttana, vedova, santa, ma giammai femmina.
    Non è detto che la sua scelta sarà rispettata, e capita spesso che il “femminicidio” sia condotto con perfide variazioni sul tema, ma non c’è speranza di grazia, e solamente una temeraria evasione, anche all’ultimo istante, può offrire qualche speranza di salvezza.
    Ciò che sconforta di più è la visione medievale di questo patibolo, il palco sopraelevato in legno grezzo che sovrasta la folla, una massa di persone che attendono rapite l’esecuzione della (secondo loro) giusta sentenza, la macabra forca dalla quale, tra qualche istante, penderà la vittima designata a morte per soffocamento, una morte che durerà tutta la vita, e, sugli scalini del patibolo la lunga fila di “femmine” già col cappio al collo che plaudono al boia.
    😦

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    • I tuoi commenti sono sempre attenti. Ammiro i contenuti cui ti riferisci e le citazioni puntuali. Il piano di analisi che hai scelto per il tuo contributo incontra la mia visione. Il livello che io ho scelto per argomentare il termine femminicidio è quello dell’analisi comunicativa di tipo “giornalistico”; cioè il modo di trattare l’informazione secondo le direttive del potere.
      Scusami se uso questo termine che potrebbe sembrare non solo insignificante ma anche astratto. Il potere per me è rappresentato dai Governi, cioè tutte quelle agenzie che possono spostare e dirigere l’opinione della gente secondo il proprio obiettivo. Ecco, secondo il mio parere, il termine femminicidio, rimanendo in accordo con la tua analisi, è usato perchè si usa fare “da eco” a ciò che qualcuno (una volta si diceva “il primo cretino”) dice, conia, spara. Nessuno riflette, pensa, analizza il motivo; basta ripetere. Piano piano il termine (ed è qui il problema) verrà usato come se fosse pieno di significato; pieno di contenuti. Noto. Assimilato come se fosse chiaro, definito e soprattutto condiviso il suo contenuto. Pensa ad esempio al termine U.F.O. Da decenni le persone sono convinte che significhi disco volante o qualcosa di simili; come se si “sapesse” cosa è un ufo in quanto tale.
      A questo punto entra nel flusso la seconda parte del piano: entrano, arrivano gli esperti. Che esperti non sono. Sono qualcosa di più, sono “opinionisti”, quelli che sanno tutto del nulla: gli esperti del niente.
      E qui arriva la botta: se loro sono gli esperti ergo noi siamo gli ignoranti.
      Probabilmente la mia analisi è poco chiara ma in sintesi si tratta del medesimo meccanismo per il quale qualcuno un giorno ha definito New York “la grande mela” ma nessuno sa Chi, perchè, e soprattutto per quale motivo. Ognuno ha la sua visione. Ognuno dice la sua come se sapesse perchè. Ma, ancora peggio: ognuno usa il termine come se sapesse cosa significa. Pochi hanno il coraggio di dire che il re è nudo. Abbocchiamo al gioco. Non possiamo fare figuracce.
      In conclusione: femminicidio è un termine che specifica che la vittima è una femmina (donna), allo stesso modo come “infanticidio” indica che il morto è un bambino ed “uxoricidio” che lo sfortunato è la consorte. Denominatore comune, generale, valido su tutte le ruote dei significati è che: si tratta di un omicidio. Un essere umano ha ucciso un altro essere umano e poco importa se è piccolo, grande, chiaro, uomo o donna perchè abbiamo deciso che non si fa. Punto.
      Mi puzza di bruciato se qualcuno vuole sottolineare o far passare (tra le righe) che si uccidono le donne come si trattasse di una malattia genetica indipendente dall’educazione, dalla società e dalla visione che si fornisce della vita e dei valori legati alla crescita umana.

      Continuiamo a discutere magari senza occupare gli spazi (stretti) del blog. Io sono sempre del parere di riunirci per una serie di incontri da qualche parte qualche volta. Un giorno. Il virtuale è buono fino ad un certo punto.
      Grazie

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      • Carissimo,
        mi devi scusare perché, me ne rendo conto, anch’io faccio parte di quella netta schiera di “tuttologi” che amano sentirsi parlare (o leggersi scrivere in questo caso) per il gusto sofistico (da sofista) di giocare con le parole e le argomentazioni.
        Ricordo un episodio che mi accadde in treno un po’ di tempo fa. Una donna accanto a me doveva tirare giù dalla mensola portabagagli il suo trolley e stava incontrando qualche difficoltà. Mi alzai e mi offrii di aiutarla, quindi presi il suo trolley e lo posai nel corridoio. Un altro passeggero che aveva visto la scena fece un commento che non ricordo, comunque qualcosa sul fatto che la mia azione non era usuale a vedersi. Gli risposi che era per via dell’altitudine. Ovviamente il tipo non comprese e gli spiegai che avevo coniato un nuovo significato per quel termine, ovvero l’altitudine è l’unione tra l’altezza, la mia, la quale mi permetteva di arrivare facilmente al trolley lassù, e l’attitudine, ovvero l’abitudine istintiva a soccorrere una persona in leggera difficoltà.
        Così pure se mi capitasse di incontrare Bandar al-Khaibari e lui cercasse di convincermi che il Sole ruota intorno alla Terra, obbietterei che casomai il Sole “ruota” attorno al suo asse e “orbita” attorno alla Terra. Se partiamo da lì allora se ne può discutere, altrimenti…
        Nel caso del tuo ottimo articolo ho preteso di dire la mia solamente per offrire un risvolto meno “secolare” della faccenda in quanto il femminile e il femminino sono concetti che superano per spessore qualsiasi aspetto giornalistico, legale, sociale, familiare, e per il solo fatto di essere (anche non involontario) complice di questa millenaria repressione non riesco a sottrarmi a un senso di colpa di genere.
        Nei riguardi dell’uso sconsiderato che facciamo delle parole, mi va di indirizzarti a un articolo che pubblicai più di un anno fa sul blog My3Place.wordpress.com . Si intitola “VAFFANCULO! Grazie, troppo buono” , e questo è il link https://my3place.wordpress.com/2014/01/27/vaffanculo-grazie-troppo-buono/ .
        Dovrebbe essere di tuo gusto.
        Ahoj

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