Immagini: scatto # 1

Cometa

Cometa (Photo credit: Kliò)

Mentre guidava, il suo spazio mentale, l’universo di segnali, dentro e intorno a lui, cambiava. L’atmosfera di riflessioni sulle architetture del pensiero razionale si diradava e prendeva un odore di ritorno, di attesa, di leggera impalpabile serenità; come in quelle notti in cui mentre torni a casa pensi che Natale è vicinissimo e che sarà speciale ritrovarsi nuovamente insieme, non per festeggiare un desiderio ma per unirsi attorno alla pace, finalmente realizzata, del mondo.

Fece entrare aria nell’abitacolo dell’auto e si concentrò sull’odore del bosco, lasciando monti e pianure come scenario. Gli piaceva rivedere, nei vicini ricordi, l’immagine di Tànila corrergli incontro per attraversare insieme il grande cortile abbracciati. Lo avrebbe fatto anche stavolta; il loro legame era arricchito da queste attenzioni, inusuali agli occhi degli altri, forse rituali romantici e d’altri tempi, non certo più così diffusi. In quei momenti non parlavano, si guardavano e sorridevano, scambiandosi brevi baci di gioia, di contentezza per il ritorno dopo essersi attesi e desiderati per tutto il giorno. I loro sorrisi sembravano esprimere la scampata preoccupazione per qualcosa che li avrebbe separati, una specie di “pericolo fugato”, tanta era la gioia di rivedersi.

Come svegliandosi da un sogno triste, ci si accorge che tutto è diverso e che l’accaduto non è vero, che la realtà è quella che conosciamo, quella che vogliamo che sia. Che nessuno, in pratica, ci ha portato via nulla.

Nel frattempo Rehin era arrivato a casa; vide in controluce la sagoma di Tànila lasciare la finestra, la luce del pianerottolo accendersi al suo passaggio e subito dopo i passi frettolosi di lei riverberavano tra i muri e i portici del cortile. Uno spettacolo che potrebbe suonare come una messa in scena troppo romantica e sdolcinata, quasi da finzione cinematografica ma la modalità con cui si svolgeva tradiva ogni sospetto di recitazione; tutto era perfettamente naturale, non c’era nulla di artefatto.

Non si abbracciavano come ognuno di noi si aspetterebbe che facessero. Con le mani cercavano le guance, i fianchi, gli occhi e i capelli per sfiorarli. Come un non vedente che, riacquistata la vista, può riconoscere una persona solo attraverso il tatto, per rintracciare i contorni del viso e i confini del corpo.

Mentre sfioravano i rispettivi profumi gli occhi cercavano occhi da ascoltare e le labbra ogni parte del viso con cui dialogare. Poi si dicevano “ciao”, quasi sussurrando a conclusione di quel dialogo di sguardi e in silenzio sparivano dalla vista di tutte quelle finestre.

Renato Gentile

Tratto da “Il silenzio degli occhi” II Ed.

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