Articolo 18 & Diritti dell’Infanzia

“I bambini devono giocare”.

Festival dei diritti dei bambini nelle Filippine

Festival dei diritti dei bambini nelle Filippine (Photo credit: Cifa Onlus)

Ahimè, anche la maestra della piccola F. è arrivata a questa affermazione intonandola con atteggiamento e tono di rimprovero verso i genitori della bimba i quali amano fare quel che ogni genitore dovrebbe normalmente fare. No, non va bene. Altri genitori delusi. Di fatto dispiaciuti.

Questa frase, è bene che si ribadisca, contrabbanda idee, e ancora peggio posizioni educative, prive di senso. Vuote di contenuti in tutti i sensi tranne quello di mostrare, dichiarare cioè apertamente (senza ombra di dubbio), impreparazione, incapacità e inadeguatezza. La scuola dell’infanzia (però) non è questa. O no? Rifletto.

Le maestre della scuola dell’infanzia esistono, le hanno inventate, per fare in modo che i genitori possano continuare a fare i giovani (irresponsabili) spensierati, sollevati dal dovere di crescere un figlio. Genitori liberi così di continuare a curare i bisogni personali (palestre, calcetto, aperitivi e shopping) sollevati dall’educare i figli. Hanno inventato le maestre proprio per questo, per renderci la vita migliore di quella che sarebbe se dovessimo giocare, parlare, scherzare e cantare con i nostri figli.

Ma cosa fanno nello specifico? Non lo sappiamo, non è definito. E’ un segreto. Una cosa è certa sono ostili e fortemente contrarie a quel filone di pensiero malsano che suggerisce di istruire, educare, arricchire culturalmente, far crescere il piccolo esemplare umano.

Il bambino deve giocare è lo Slogan manifesto della loro posizione pedagogica. Va bene, siamo d’accordo ma: “come“, “a che cosa” devono giocare?

Al dottore e l’infermiera? Non sarebbe una cattiva idea ma ancora non hanno la laurea. Allora come giocano? Forse giocano a mosca-cieca? No potrebbero farsi male; ci vorrebbe il cane guida. Bella idea però un cane a scuola ma qualcuno poterebbe essere allergico al pelo dell’animale; le maestre infatti non hanno peli. Allora sicuramente giocano al gioco del silenzio ed alla sua variante sicula: “zitto e fermo”. Seduti. Calmi. In silenzio come i politici. La maestra intanto vi guarda e gioca a “fare qualche telefonata”.

Di certo se i bambini sono movimentati, hanno voglia di correre e saltare, visto che non si può più giocare a “guardie e ladri” (sembra incostituzionale) ma serve “arrestarli”, possono cimentarsi nel gioco: “guardare un cartone alla TV dalla videocassetta”. Magiche alchimie tecnologiche di un tempo. La maestra li guarda – controlla – e si rilassa facendo “un salto su facebook” e nel frattempo pensa ad un altro gioco. Difficilissimo.

Cantare la “canzoncina” (il diminutivo è obbligo) delle 4 stagioni o dei 7 giorni della settimana. Quest’ultima però è difficilissima bisogna ricordare ben sette nomi. In ordine. Forse alla fine dell’anno si potrebbe anche provare quella dei mesi ma non possiamo rubare tempo al gioco. Facciamo un girotondo e poi tutti giù per terra. Fermi. Poi al segnale alzarsi tutti e correre fino alla parete. Poi seduti; la maestra deve riposare.

Dopo una giornata di faticosa scuola i bambini sono stanchissimi. Se chiediamo loro “cosa hai fatto a scuola” la risposta sarà (senzaombradidubbio) secca: “NIENTE” (Nulla). Come “niente”? Il lavoro delle maestre azzerato con una semplice risposta. Ingrati? Non è possibile; qualcosa non torna. Il bambino ha subito certamente un trauma. E’ stressato: troppo gioco. Non ricorda nulla; non ha memoria. E’ amnesia?

Come fa a dire che “non ha fatto niente”? Un trauma senza dubbio. Forse la maestra ha urlato al telefono con la figlia di 23 anni che non si è svegliata in tempo ed ha disertato per la seconda volta l’esame all’Università? Può capitare coi giovani di oggi che giocano fino alle 2 di notte. Speriamo non abbia una regressione; che inizi a bagnare il letto. Ma torniamo al bambino; probabilmente ha bisogno di staccare; serve una vacanza di riposo.

Qualche genitore premuroso, attento, decide di rivolgersi ad un operatore della psiche infantile (giusto perchè ha un amico che conosce la dottoressa; non si deve sapere in giro). Questa (generalmente è una donna) prepara l’atmosfera dell’incontro: sostituisce le candele aromatiche con i pupazzi delle sorprese dell’uovo Kinder (ma non le accende) e parla al bambino (annoiato), annoiandolo a sua volta finché, finalmente, come ipnotizzato, sente di poter porre la domanda. La risposta del piccolo è la medesima, precisa e scandita: NIENTE.

“Come niente??”. Urla la dottoressa a se stessa o meglio dentro se stessa (anche gli operatori della mente si arrabbiano ma “dentro”) con aria di sorpresa (anche le dottoresse si meravigliano). NIENTE, ribadisce sicuro il bambino alzando, stavolta, anche le spalle. “Ma dimmi (quasi con tono di preghiera) hai giocato almeno un po’?”. HO GIOCATO CERTO  SI, TUTTO IL GIORNO. Oh meno male; oddio che paura. Tutti si rilassano.

Il bambino è normale; solo che non aveva capito la domanda. Chissà cosa aveva capito. Distratto probabilmente dalla stanchezza psichica. Da oggi saprà che giocare è lo scopo della scuola, il suo fine. Il resto non conta. Se poi a 16 anni si marina la scuola per andare in centro città a “giocare alle baby squillo”, si tratta sicuramente di una regressione davanti al trauma invasivo ed arbitrario dello studio. Vuoi mettere?

Smetto di riflettere; no, non stavo delirando. Forse ricordavo.

Sono veramente sconcertato; mi piacerebbe ascoltare direttamente da queste persone, le maestre, alle quali affidiamo la parte più importante della vita di un bambino – persone dalle quali vorremmo ricevere giornalmente un incoraggiamento e suggerimento su cosa ha imparato e cosa sta imparando il nostro bambino (in termini di abilità pre-requisite, di capacità cognitive di base, di attività manipolative e di coordinazione e comportamenti di ordine superiore) – cosa significa giocare. Mi piacerebbe sapere: a) cosa significa: “i bambini devono giocare” e b) chi è che afferma che non si deve fare.

Cosa pensate che facciano bambini e genitori quando giocano a: chiedere il perché dei fenomeni della natura; “a divertirsi” a parlare in latino; ricordare i nomi delle capitali delle Nazioni, delle Regioni Italiane; a leggere e scrivere i nomi dei familiari, degli amici e delle parti del corpo? Giocano. Giocano con le parole, col cervello, con i sensi, col pensiero e con le mani e soprattutto con la fantasia: affinano (imparando nel gioco della relazione) gli strumenti che la natura ha dato (a tutti) da sviluppare e da arricchire. Qualcosa che “deve” essere stimolato a crescere (le connessioni cerebrali) con cura entro i sei anni. Improrogabilmente. E’ una sorta di scadenza.

Allora care maestre “paladine del gioco” (le altre sono quelle comuni che lavorano), diteci quali sono questi giochi di cui siete depositarie; giochi incredibilmente difficili, visto che durano da due a tre anni. Che giochi sono? Forse è il Grande Fratello? Chissà? E soprattutto diteci perché, per quale motivo – secondo quale credo o criterio “pedagogico” – i nostri figli devono rimanere ignoranti delle molteplici conoscenze che definiscono e caratterizzano la nostra specie, la vita stessa e la cultura che ne deriva? Sarebbe bello sentire una: una sola spiegazione. Io ne conosco tante ma tutte peggiori dell’affermazione di partenza.

Mi piacerebbe che al genitore si dicesse cosa ha imparato il proprio figlio, la mattina, alla Scuola dell’infanzia. Abilità, conoscenze, operazioni, capacità e schemi hanno un nome proprio. Tutte.

E l’unica cosa che mi viene da pensare dopo l’affermazione di cui si parla, fatte sacre, le dovute e nobili eccezioni, è il licenziamento per: impreparazione professionale ed incapacità produttiva. Aggiungerei falso ideologico ma non è il caso; in ogni caso non c’è bisogno dell’articolo 18. Si può fare.

Renato Gentile

PS Non avevo fatto caso che oggi è il 20 Novembre, giornata in cui ricorre l’anniversario della Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia. Da qualche parte nel mio corpo – non so dire dove – deve essere rimasto un brandello di ectoplasma del mio “ex” inconscio; anche lui ha giocato tanto.

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2 thoughts on “Articolo 18 & Diritti dell’Infanzia

  1. leggo con rammarico una serie di qualunquismi e di commenti da uomo della strada che ormai dilaga e che a quanto pare è contagiosissimo.. Vorrei scrivere “Non me lo sarei aspettato da te” ma non sarebbe sincero. No. Quell’unico inciso “fatte le dovute e nobili eccezioni” non basta.

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    • L’unico inciso sulle “eccezioni” potrà sembrare isolato, insufficiente, ma è fondamentale; non è buttato li per formalità. Forse non basta – è vero – pertanto ti ringrazio per avermi dato la possibilità di ribadirlo. Per il resto mi sembra giusto, oltre che equo, che ognuno possa considerare – direttamente con chi scrive – ciò che legge; grazie ancora.
      Renato

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