Omicidio di massa? Che novità

La storia è sempre quella.

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IL09 0224 Masada fortress model, Masada Visitor’s Center (Photo credit: Templar1307)

Non bisogna stupirsi né meravigliarsi di taluni comportamenti umani; anche se, agli occhi di chi non è in grado di leggere note evidenti, appaiono incomprensibili. Piuttosto bisognerebbe indignarsi e protestare contro chi non spiega chiaramente, oppure occulta volutamente, il significato reale e le finalità, vere o presunte, di taluni comportamenti. La storia serve a questo ad imparare a conoscere talune dinamiche sociali umane ed il loro “uso” improprio.

Bisogna imparare dalla storia e dai suoi errori. Noi però dimentichiamo tutto, e lasciamo così trascorrere la nostra generazione. Poi si vedrà.

Quanti suicidi di massa abbiamo “visto” negli ultimi 30 anni? Tanti. Nessuno li ricorda; ero giovane nel 1978, il 18 Novembre. 912 persone, seguaci della setta del Tempio del Popolo, si suicidarono in massa nella loro comune di Jonestown, nella Guyana, bevendo un cocktail al cianuro, secondo gli ordini del loro capo, il reverendo Jim Jones.

Oppure nel 1986, ad Hamanomiya, in Giappone, sette donne appartenenti alla setta religiosa Chiesa Amica della Verità si erano suicidate per seguire il loro capo Seiji Miyamoto, morto il giorno prima (Takahashi 1989). E così via fino a qualche anno fa; ma forse molti quarantenni non erano ancora nati.

La letteratura relativa alle Scienze umane ci dice, e chiarisce, tanto.

Vengono abitualmente distinti due tipi di suicidio di massa: a) etero-indotto, caratteristico di popolazioni assoggettate da un nemico reale il quale non riconosce la loro la dignità di esseri umani. Questa è la modalità di alcuni casi storici come l’epilogo dell’assedio alla città ebraica di Masada da parte dei Romani; b) auto-indotto i cui la realizzazione è correlata ad una visione distorta della realtà. Infatti siamo in assenza di un reale pericolo di vita. Questa modalità è tipica delle sette religiose e mistiche (Mancinelli et al. 2002). In Italia anche delle sette partitiche. La realizzazione dell’evento risolutivo è caratterizzata (e qui sta il bello) da una teatralità macabra (Maillot et al. 1988).

Il suicidio è apparentemente inspiegabile ma semplice da comprendere e riproporre in varie declinazioni. Eppure ogni volta sembra la prima volta; lo stupore emerge copioso dall’ignoranza come un pozzo di petrolio nel deserto del Kuwait. E dire che ci sono le istruzioni per l’uso in ogni confezione. Come fare? Gli ingredienti sono semplici e facili da trovare.

Un uomo, non uno qualsiasi, uno con una buona dose di carisma e capacità di “comandare”, dirigere (to lead). Non basta; c’è bisogno di una forte motivazione patologica. Ha bisogno (ho detto bisogno, non desiderio) di avere (diventare) qualcosa in più. Una cosa più “bella” del denaro che possiede e di cui non gli importa poi tanto. Lui la vuole questa cosa (mi viene in mente “Il piccolo diavolo” ma non è quello che voglio dire o intendere) che con il denaro non può direttamente ottenere. Chiamiamolo potere: in generale. Potere. Ovvero: Comandare. Avere, su tutti, la possibilità di essere ascoltato, obbedito, riverito e amato quasi carnalmente. Ciò lo fa sentire soddisfatto; placo. Una personalità facile da riconoscere. Ad occhio nudo.

Questi decide, un giorno, di agire. Inizia a cercare il suo popolo, quelli che lo seguiranno, disposti ad obbedire. Lo trova facilmente tra gli “sbandati” che hanno deviato o perso la direzione per approdare ad una condizione sognata o quelli insoddisfatti della propria, attuale, condizione di subalterni convinti di valere di più; e poi tra gli ignavi che vivono nel vuoto della propria persona. Gli arrabbiati senza ruolo sociale; gli “incompresi” drogati di egoità incapaci di creare e possedere un’idea o una opinione propria. Tutti quelli la cui “presenza” non emerge, risultando inutile ed insignificante rispetto a quell’ideale di appartenenza quella proiezione cinematografica. Infine, una frotta enorme, immensa, di ignoranti della funzione sociale e personale del lavoro ma soprattutto amanti ed invidiosi del benessere altrui e dei mezzi illegali per raggiungerlo. Adesso lo plasmerà a suo piacimento.

Il popolo, finalmente, incontra il suo profeta. il quale è in grado di vedere ed abbracciare i loro desideri (bisogni malati) e di credere nelle loro (nulle) qualità – che lui scorge benissimo – al punto che le farà sbocciare, fiorire, emergere e realizzare. Basta credere (solo) in lui: che lo farà, che lo può fare. Ecco il popolo da salvare dalla (loro naturale) mediocrità; il suo esercito. Per lui sarà facile lasciar credere che possiede la soluzione per ottenere una condizione di vita migliore: un mondo di “pascoli” diversi. Praterie di denaro, vergini, allegria, godurie, leggerezza e gioie di ogni tipo.

La scienza, infine ci informa che gli appartenenti alla setta si attribuiscono speciali diritti e privilegi dai quali sono esclusi tutti quelli che non appartengono a questo gruppo. Tutti i membri di questo popolo credono di essere i possessori della verità assoluta, una convinzione che li porta a condannare tutti quelli che hanno idee differenti.” (Mancinelli et al. 2002).

La storia ci insegna che molto spesso quando questo profeta viene, ahimè, “scoperto”, smascherato per quel che è (un millantatore disonesto ed imbroglione) e consegnato alla legge, i suoi seguaci sono “indotti” (e di certo convinti) ad un atto di suicidio di massa: nessun mondo è migliore di quello che lui ha promesso. Il profeta, occhio lungo per definizione, li addestra per tempo all’autodistruzione per dimostrare, fino alla fine, la sua potenza: la necessità della sua presenza. Lui finisce, generalmente, in carcere, ma i suoi fedeli inebriati di adorazione ed eccitati dal contatto spirituale, firmano l’innocenza del profeta, la sua purezza ed onestà, togliendosi… dai piedi. Accada quel che accada. Lo fanno tutti; proprio tutti.

Tutti, tutti? Mah, tutti no. O meglio, lo fanno tutti – si – con la sola eccezione dei pre-adolescenti che lo minacciano. Ma loro, come sappiamo, sono naturalmente dispettosi.

In realtà, alla fine, la popolazione attonita – quella che vive attaccata ai salotti televisivi le cui opinioni dipendono dal grado di simpatia che traggono dal modo di vestire o di fare dell’intrattenitore – si ferma a considerare il fatto di cronaca. Si commuoverà e commenterà la cronaca del giorno e non guarderà certo alla Storia. La storia richiede memoria: grande fatica cerebrale.

Siamo un Paese che vive di cronaca giornaliera, di fotogrammi, non certo di Storia e del suo divenire. Tutto si ferma alla notizia “fresca” e si aspetta la successiva.

Io abito in Via 4 giornate di Napoli. Pochi conoscono cosa “significa” quella data. Nei salotti televisivi della setta partitica si preferiscono altri argomenti.

Renato Gentile

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