Matematica: primo ciclo

Aritmética

Aritmética (Photo credit: My Buffo)

L’insegnamento della matematica, come altre discipline che ci permettono di sviluppare le capacità superiori tipiche della specie, necessita di un approccio dedicato, legato sia alla manipolazione, sia alla fantasia. Dalla praticità del 2+2 alle astrazioni dei teoremi il passo è breve. Basta studiare, sperimentare, creare ed applicare, metodologie di insegnamento efficaci – che prendano l’avvio dalle conoscenze riguardo allo sviluppo (di base) del nostro cervello e della realtà in cui da millenni ci muoviamo – e questo (insegnamento) si realizza e materializza in apprendimento. Vero ed efficace ma soprattutto divertente ed utile.

Chi (educatore) non riesce a produrre questo semplice miracolo (ci vuol pur sempre un minimo di preparazione didattica) inventa metodiche fantasiose, voli pindarici per fuggire dall’incompetenza, che non portano a nulla se non ad uno spreco di denaro pubblico. Il problema non è motivare allo studio ma farsi capire quando si parla in lingua matematica; renderla quel che è. La matematica è un linguaggio che serve per giocare a trovare le risposte e risolvere problemi. Bisogna saperlo parlare ed insegnare.

Si veda, a proposito di fantasie inutili, un esempio per tutti:

https://gentilerenato.wordpress.com/2012/11/08/matematica-e-movimento-wow/

Io sono sereno. Quest’anno inizia il secondo anno del primo ciclo delle elementari, che vede alcune mie amiche impegnate nell’istruzione di questa materia. I bambini sono più grandi e verranno impegnati nell’apprendimento delle due operazioni aritmetiche previste dai programmi ministeriali. Moltiplicazione e divisione. Loro sono pronte ed anche gli alunni.

Oddio, le divisioni. Fortuna che hanno inventato le piccole calcolatrici e che l’algoritmo delle operazioni è stato inserito nei telefoni cellulari. Wow.

Da quasi due decenni lo ripeto, in lungo e largo; la divisione è la prima operazione che i bambini dovrebbero imparare in quanto è la più facile dal punto di vista “logico”. Lo sanno fare ancor prima di imparare a contare; basta riconoscere “l’unità”. Un “singolo” come: una mamma, un papà, un nonno, una maestra. Semplice.

Vi invito ad una considerazione: se divento oggetto di critiche e invettive quando affermo che i bambini a tre anni dovrebbero già leggere (non lo sostengo io – in quanto tale – ma l’evidenza e la prassi), figuratevi quando consiglio di insegnare la divisione come prima operazione aritmetica. Vengo subito classificato all’interno di tutte le voci dei “disturbi di personalità” contemplate dal Manuale Statistico Diagnostico. Le insegnanti hanno molta dimestichezza (esperienza) quasi familiarità con le voci di questo manuale; molti operatori della mente si prendono carico di istruirle. Ogni anno.

“Ma come si fa ad eseguire la divisione se non si conosce (saper fare) la moltiplicazione?”. Con questa perla di saggezza dei luoghi comuni – riferita con un tono di consumata alterigia – venivo e vengo liquidato (durante i corsi di aggiornamento) come l’imbecille del giorno, anzi lo stupido dell’anno. Molte insegnanti recuperano dalla tasca la corona del “rosario” e si segnano a croce, altre guadagnano l’uscita senza salutare mormorando: “abbiamo capito tutto; buon lavoro”.

Rimangono in poche. Sul loro volto leggo disagio ed imbarazzo: generalmente sono quelle della prima fila le più sconvolte. Non è facile alzarsi. Certamente si stanno maledicendo per aver scelto quei banchi e giurano solennemente di non commettere più tale scelleratezza. Qualche altra presenza, sparsa, finge di essere interessata. Comprendo.

Di tutto questo non ne soffro più ormai, da tempo; anzi mi diverto. La (sola) cosa che mi addolora è che dopo 20 anni, il clima non è cambiato. La preparazione di base non è cambiata; le ricerche non hanno prodotto alcun cambiamento nella didattica. Si ricomincia sempre daccapo, da cinquanta anni fa; non da zero ma, ogni anno, da qualche punto sotto.

Il fumo (inteso come prodotto corrispettivo dell’arrosto) si vende sempre meglio ed in grosse quantità. Del resto è ovvio: il fumo inebria, alleggerisce – soprattutto dalle responsabilità – e poi svanisce. Non rimane niente.

La delusione aleggia tra i sopravvissuti all’impatto finché diventa voce: “magari dove vive lei, nella sua realtà (intendendo un altro Pianeta), sarà come dice lei. Qui è diverso; lei non conosce i nostri alunni, quelli che vivono qui. Con tutto il rispetto, cosa ne sa lei della nostra utenza?”. E’ vero, non ne so nulla. Ma neanche loro della mia. Siamo pace e patta. Allora “parliamone”.

Li tranquillizzo con due frasi: a) i bambini sono tutti uguali e tutti sono capaci di apprendere,  memorizzare e progredire, a tutte le latitudini della terra; basta volerlo fare; b) gli esperti di bambini per antonomasia, quelli di Reggio Children, direbbero le medesime cose cha avete pensato voi; è ovvio. “Se mi permettete un commento personale posso affermare che non siete in buona compagnia”. Per nulla.

Faccio partire il Video, pochi minuti, come se fosse l’intervallo della pubblicità. Segue il rumore di quaderni posati sul tavolo, il suono di pagine sfogliate, lo scatto delle penne e poi silenzio. Adesso ascoltano, finalmente.

Renato Gentile

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