I servi

Bandiera della pace.

Bandiera della pace. (Photo credit: Wikipedia)

Qualcuno li definirebbe schiavi ma preferisco utilizzare l’accezione del titolo per riferirmi ai personaggi in questione. La schiavitù è altro. Orrenda in tutte le sue espressioni. Il servo invece è colui che si mette a servizio, si piega, si concede, si vende o si offre. Accetta consapevolmente. Ergo non hanno bisogno di “difesa”. Lo schiavo no; subisce totalmente e non può chiedere udienza.

Dire che il mio comportamento sia espressione di una deformazione professionale è poco; è diventato uno stile di vita. Osservare, al momento opportuno, la gente, le persone e gli eventi; riuscire a cogliere quel breve attimo in cui scorgere l’intuizione, la relazione. Quell’attimo di un respiro per accendere l’attenzione e porgere la penna al foglio.

Proprio in queste mattine mi sono trovato a dover girare per la città. Luoghi del centro a me caro. Non è difficile imbattersi, casualmente, in un capannello di persone che discutono, chiacchierano, in modo “serio” (a volte emotivamente stravolti), di calcio o di politica. Di base escludo di interessarmi alla prima grande fonte di “cultura” del paese e per riflesso gastrico evito di ascoltare la seconda grande vocazione degli italiani, soprattutto meridionali. Per entrambi gli argomenti si ha l’impressione che i componenti (ma sarebbe il caso di dire partecipanti) del gruppo siano direttamente interessati ai fatti come se fossero i consulenti privilegiati dei vari tecnici e/o politici. Quelli Nazionali intendo; è ovvio.

Stamattina sono stato davvero fortunato a trovare un “fuori programma”, sia per contenuto, sia per interpretazione. Una vera esibizione artistica. Un gruppo di “impiegati”, probabilmente in servizio (esterno), era impegnato all’angolo di un palazzo, all’ombra, a parlare con altri cittadini, credo amici, nel proposito di far luce e partecipare al contempo “qualcosa” di veramente oscuro. Indecifrabile. Discutevano infatti di non sapere cosa potevano fare o cosa ci fosse da fare, adesso, sul posto di lavoro.

Non lo nego: quando mi ci metto sono un bastardo. Attratto, come da una potente calamita, da un vocabolo, una parola, un termine che suonava molto “stonato” (mannaggia ai pregiudizi) in quel contesto, dovevo fermarmi. Ho approfittato di una panchina per improvvisare una sosta, necessaria, per confezionarmi una sigaretta. Peccato non aver avuto un cellulare normale (il mio è un modello speciale, serve solo a telefonare e mandare, con difficoltà SMS), lo spettacolo era davvero da biglietto in prima fila. Da farci un video.

L’argomento dell’incontro (o conferenza stampa) occasionale, tra impiegati & cittadini amici, era “parlare del Sindaco” della Città (ndr Messina). Il tema da discutere: capire cosa fare. Decifrare il codice. Il leader, ovvero colui che mi è sembrato a capo del gruppo (sia per il baffo di chi deve distinguersi, sia perché stava appoggiato al muro per creare un proscenio), si sforzava di spiegare (e far capire) agli altri che la situazione è, ormai, allo sbando; non si può fare più nulla e che, soprattutto, “non si sa più chi ascoltare”. Da chi dipendere = prendere ordini. Dipendenti senza direttive: dei nuovi esodati? Mi dispiace. Devo arrivare in fondo, temporeggio: accendo la sigaretta.

Il dibattito dei “servi sbandati” è durato molto più del confezionamento e del consumo lento della sigaretta e me lo sono assaporato. Mi ha ricordato gli antichi sit-in. Evito le frasi del dibattito, al 50% in dialetto con un buon 20 % di bestiario, e faccio una sintesi a conclusione.

In pratica, questi impiegati, afferenti in qualche modo ai servizi del Comune, non sanno più “chi ascoltare” ovvero da chi prendere ordini: sbandati e confusi come su una nave senza capitano né timone. Non si “ritrovano”. Una crisi di identità? Bisognerebbe interpellare un operatore della psiche. Da sempre abituati a prendere ordini di “corrente” (politica locale) ed in piena filosofia del “tira a campare portando acqua (favori) al tuo mulino”, adesso non sanno più chi è il “partito” (ovvero la persona) cui devono obbedire (da bravi servi) e col quale schierarsi nella lotta delle grandi spartizioni. In piena crisi di appartenenza affermano di non essere disposti ad incontrare il nuovo Sindaco.

Il Capo-mastro è cambiato ed è un capo senza bandiera e senza bastone per cui non c’è più un nemico. C’è solo un amico: il dovere verso la Città. I diritti civili. Il bene comune. Cose da pazzi.

Nessuno gli aveva mai detto, né tantomeno avvisati, che loro (in quanto impiegati) dovevano lavorare per la Gente di questa città; svolgere le mansioni richieste dal ruolo. Nessuno gli aveva mai fatto neanche sospettare che erano a servizio del prossimo (cioè tutta la città, intera: “200 mila cristiani”) e non esclusivamente dell’assessore, presidente, dirigente, consigliere o dell’onorevole Tal dei Tali. “Quale idiozia: lavorare per tutti questi imbecilli, sporchi e morti di fame. Per fargli un piacere?” (riporto la frase tradotta dal dialetto ed adattata). Detta così “rende poco” l’odio che contiene ma il dolore che ne deriva è davvero grande. Incredibile. Chi era pagato (è pagato) per svolgere servizi pubblici riteneva i cittadini dei nemici. Loro lavoravano i per “pochi”; quelli giusti, quelli meritevoli. “I cittadini, chi sono?”.

Ma torniamo al “lutto” ed alla rabbia dei nostri assembrati. Un vero veleno, altro che pillola amara. Il cittadino allora – da questo momento – non è più un nemico da osteggiare ma uno da favorire a cui rendere i servizi di cui necessita (e di cui ha diritto) ed il collega di lavoro non è più “mio compare” (livello superiore) o un “cugino” (pari livello) ma un individuo estraneo da rispettare in quanto tale e col quale collaborare a prescindere. E questa gente (questi impiegati intendo) quando mai è vissuta in queste assurde condizioni? Mai. Poverini che shock; una doccia gelata. Senza preavviso.

Mai, almeno negli ultimi 45 anni. Non c’è più “il mio lavoro” (ovvero faccio quello che voglio e quando voglio sempre se mi va di farlo) ma il bene comune. Impiegati e politicanti sono diventati i nemici di se stessi. Bello scherzo del destino elettorale. Una Corazzata armata con testate nucleari sconfitta dalla voce dei sogni, dalle parole che invitano a lottare per farli realizzare.

Bene Comune. Termine sconosciuto, altrettanto vago come: merito, rispetto, educazione, empatia, professionalità, lavoro, diritti civili, doveri, regole, onestà, collaborazione, educazione, futuro e democrazia.

Mi torna in mente un “mio” (recente) motivo-tormentone: l’educazione alla libertà si deve insegnare fin da piccoli, dal momento in cui si è imparato a scrivere. Chiudo la parentesi di riflessione.

La conferenza estemporanea, la riflessione dialettica, non si è fermata; la discussione-dibattito è andata oltre. Un altro punto fondamentale prima delle conclusioni. Il problema adesso è che questi impiegati & cittadini non hanno più chi pagherà le cambiali delle “promesse” firmate a suo tempo; come da usanza. Vi sembra poco?

Non ci sarà quel ricambio generazionale garantito dal favoritismo. “Se l’onorevole non fa strada come si fa ad avere un posto sicuro?”. “Sarà un disastro” sociale; e su questa affermazione arriva un altro termine che attizza la mia bastardaggine vista la dissonanza cognitiva: “rischiamo il default”. Sorrido ma non c’è proprio da ridere: quale futuro avranno i “loro” figli? E’ un allarme serio, da non sottovalutare.

Questa Città, se continua così, rischia veramente di diventare una società civile e chi non sarà d’accordo, chi non ce la farà, potrebbe anche considerare di emigrare.

Grazie Sindaco Renato

Renato Gentile

PS adesso, quando posso, vado a passeggiare per i corridoi tra i quali sono cresciuto.

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