Direzioni evoluzionistiche I

Da qualche tempo ci si sta interrogando, all’interno della comunità scientifica sulla velocità della evoluzione o sulla direzione della stessa. Il dibattito è interessante, variegato e ricco di posizioni affascinanti. Da tempo mi sto interessando a considerare taluni aspetti comportamentali che hanno subito una forte accelerazione dal progresso tecnologico o sociale oppure culturale.

Nel rivedere alcuni esempi ho messo a fuoco per poterli richiamare, alcuni aspetti del nostro comportamento che ancora hanno oggi hanno una loro valenza anche se la velocità dell’adattamento – tanto invocata – sembra non aver ancora agito. Non dimentichiamoci che la velocità come la “lentezza” è un termine relativo.

Un primo comportamento che mi è tornato in mente, sempre nella considerazione del cambiamento, è il riflesso di disgusto appena i nostri organi di senso percepiscono taluni odori forti ma soprattutto nauseabondi. Tra questi la carne in decomposizione. Una esperienza che molti di noi non hanno mai fatto, non capita più di andare in giro per luoghi ed imbattersi in una preda sbranata o una carcassa di animale morto di vecchiaia.

I micro organismi che si sviluppano sulla carne di un organismo animale deceduto danno vita ad un odore tremendo, nauseabondo, in grado di innescare l’allontanamento ed il riflesso di vomito. L’informazione è registrata ancora nel nostro cervello dopo decine di migliaia di anni. Automaticamente, senza cioè passare dalla coscienza, ci mette in guardia, ci “ordina” di allontanarci da quel posto e soprattutto ci impedisce di pensare di utilizzare la carne della bestia come cibo. Sarebbe un vero e proprio veleno.

Tutto questo avviene nonostante il nostro senso dell’odorato non ha più un significato utile, necessario in maniera certa, alla sopravvivenza; ci siamo adattati infatti a consumare cibi che non hanno bisogno di essere “analizzati” dal nostro olfatto per valutarne la eventuale commestibilità.

Allontanarsi dal luogo ha una forte valenza di sopravvivenza; quell’odore è in grado di attirare altre bestie in grado di cibarsi di quei resti per noi letali. Animali che servono a chiudere il cerchio dell’ecosistema.

La seconda riflessione ha una valenza spendibile in termini di conoscenza utile. Il nostro cervello, in particolare la zona dello striato, riconosce se ingeriamo dello zucchero; sostanza fondamentale per la nostra esistenza ed in grado di fornire un generoso contributo calorico ovvero di energia. Oggi si fa un uso, forse anche eccessivo, di dolcificanti per ridurre l’apporto calorico energetico al fine di smaltire qualche chilo di peso.

Niente di più fallace, come per le diete dimagranti o le persone che vogliono dimagrire evitando il cibo. Il digiuno è il miglio modo per perdere peso e la migliore strategia per riprenderlo con gli interessi. Bisogna fare i conti col nostro cervello. Sempre.

Ingerire dolcificanti illudendosi di poter dimagrire, significa auto-dichiararsi guerra. Il nostro cervello infatti non riconosce la sostanza come fattore energetico equivalente dello zucchero pertanto al momento di pranzare o cenare ci presenta il conto: deve recuperare una quantità di zucchero che gli manca. Cosa farà? Semplice: non fermerà il senso di appetito finché non recupererà il “mal tolto”. Risultato: la dieta dimagrante diventa difficile, dura, da seguire. Ci impone una volontà di rinuncia troppo forte.

Il nostro cervello è molto determinato: chiede quello che gli serve per funzionare. E lo chiede in tutti i modi.

In effetti, da sempre mi fanno sorridere le persone che al bar evitano un cucchiaino di zucchero mentre poi, alla sera, si trovano a combattere per lenire feroci crampi allo stomaco in posizione di concentrazione mistica davanti al frigorifero.

Renato Gentile

There was a German philosopher, who’s very weel known, Immanuel Kant, and he said there are two things that don’t have to mean anything: one is music and the other is laughter.
John Cage

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