Io mafio, tu mafi, egli mafia

Io mafio, tu mafi, egli mafia… voi mafiate, essi mafiano.

Voce del verbo mafiare. Tempo presente.

Un neologismo la cui desinenza mi permette di declinare un argomento delicatissimo: la gestione socio-amministrativa della città. Come cittadino sento il dovere ma soprattutto il bisogno di fare alcune considerazioni e, se è il caso,  indignarmi. Non si tratta di uno scherzo, di un gioco di parole; è una seria e dolorosa constatazione, un dato emerso da alcuni anni di osservazione e di tentativi di inserimento (qualcuno ostenta l’uso del termine integrazione) nella vita produttiva e sociale di questa Città.

In poche parole: il desiderio – oltre che dovere morale – di dare il proprio contributo alla crescita della Città, essere utile, trasmettere esperienza e fornire contributi al sapere generale è praticamente impossibile. E’ inutile pensare di poter vivere nel gruppo partecipando e fornendo la propria risorsa professionale. Inserirsi e contribuire alla formazione di una società equa è stata una illusione coltivata inutilmente per anni. Il bene, anche qui, non è comune ma dato.

E pensare, rifletto nostalgicamente, che la nostra viene indicata come “la città della gente”. Chi sia questa “gente” però non è altrettanto chiaro. Sicuramente io ed altri, non siamo compresi tra questa “gente” né considerati tali se non fiscalmente.

Qualche tempo fa ho letto, in giro per la Rete, che in questa città delle gente ci sono “infiltrazioni” mafiose. Sorrido, forse non conosco tanto dei fatti sociali. Allora mi preoccupo, mi informo e cerco di capire. Alla fine mi oriento nei termini e concludo che non è vero nulla; balle spaziali. Nessuna infiltrazione. Non è possibile. La realtà (invece) è un’altra. E tutti a ben “sentire” la vedono.

Si tratta – a mio modesto giudizio – di qualcosa che forse è più grave: uno modus operandi (e vivendi) che potremmo assimilare, per la somiglianza di alcuni atteggiamenti, a quello mafioso. Un atteggiamento di mafiosità (termine coniato ed utilizzato da Libero Grassi) per indicare una realtà sociale, cittadina, caratterizzata da sistemi di relazione di tipo chiuso; fortemente limitato a pochi “eletti” ed estremamente rigido al suo interno. Adottato e condiviso in maniera naturale.

Si potrebbe affermare che si tratti di una “mentalità” diventata modello, costume di vita. Uno stile di vita sociale certamente maturato per necessità (soprattutto dalla paura) e che nel tempo si è affinato e diffuso a livelli diversi. Poi qualcuno, lentamente, lo ha piegato secondo la propria forza di potere e lo ha applicato e declinato. I fini, gli effetti, sono i medesimi: difendere la propria posizione, la propria persona, la famiglia e gli amici e soprattutto il proprio territorio diffidando (sempre e comunque) di tutti gli altri. Fidarsi solo degli “affiliati”; dare vita (lavoro, opportunità e sostegno) solo a loro ed interessarsi solo di loro. Il cerchio rimane chiuso anche se si allarga. Gli altri sono “il resto” della gente. Altro. Estranei.

Ci tengo a precisare – e sottolineare ancora una volta – che non si tratta di mafia – Dio ce ne guardi – ma di mafiosità. Un costume comportamentale che ahimè si è diffuso, a grandi macchie, nella geografia dell’Italia. Uno stile silente, apparentemente innocuo e soprattutto non cruento né plateale. Attraente ed insidioso al tempo stesso. Utile a mantenere equilibri altrimenti democratici, difficili da controllare. Chiariamolo.

E’ un atteggiamento semplice caratterizzato soprattutto da diffidenza, chiusura e sospetto, che genera (da sé) ostilità ed allontanamento. E’ adottato in maniera orizzontale con forme eleganti e “corrette” ovunque ci sia da rapportarsi o condividere qualcosa col prossimo anche se si tratta di un banale gruppo di conoscenti. In sintesi: chiunque non sia “qualcuno che conta”, o non rappresenti “qualcosa” è visto e guardato con diffidenza e sospetto e messo da parte, scartato. Rifiutato per definizione. In silenzio. Allontanato senza esporsi: facendo finta di non sentire. Totalmente. Questo atteggiamento è fortemente evidente. Inequivocabile. Osservabile e misurabile. Ovunque: persino nei “centri sociali e di accoglienza”.

Ho avuto numerose conferme soprattutto di recente.

Dietro modi cordiali e educati – ed una falsa regola di “trasparenza” della gestione (amministrazione) delle risorse ed attività umane – si nasconde il nepotismo e l’affiliazione. Il tutto protetto con una buona dose – necessaria – di silenzio. Non è contemplato comunque il favoritismo, quello mafioso. Quello vero. Nessuna infiltrazione perché se non sei un “amico del giro di notabili” accreditati da un “salotto” borghese o da un (anche falso e posticcio) titolo, allora sei nessuno. Inesistente. Non hai alcuna credenziale di accettazione. Sei meno, molto meno, di un “cittadino straniero” ed hai, pertanto, pochi diritti.

La gente della Città, a questo punto è chiaro, è solo: “colui che conosce chi”, colui che “possiede” una persona amica o parente (garante) di riferimento. Gli altri sono stranieri di cui si ostenta (si tollera platealmente) la presenza: un vero e necessario paravento di cui si fa sfoggio. A patto però che questi non cerchino di mischiarsi. Infiltrarsi e confondersi. Devono rimanere fuori. Visibilmente da parte. Ma tanto sono scuri di pelle.

Lo so, state sorridendo; pensate mi sia bevuto il cervello o che abbia assunto qualche sostanza psico-dislettica. No, non è uno scherzo. Non scherzo quando affermo che lo stile delle attenzioni – delle accoglienze – alle istanze di lavoro e professionali è assimilabile al modello mafioso. Una serie di rimandi (scatole cinesi) cui si delega senza soluzione di continuità. Passaggi all’apparenza trasparenti che nascondono un vero depistaggio. Esclusione. Le “agenzie” per il lavoro auto-alimentano la clientelarietà: lo scambio di favori da restituire.

Certo non parliamo della mafia che utilizza strumenti di morte, quella degli omicidi, ma è qualcosa che “uccide” ugualmente. Eccome se uccide. Uccide – in silenzio – nella ostentazione della “legalità”, delle norme: speranze, progetti, bisogni, slanci, proposte di crescita, di collaborazione e se vogliamo anche di volontariato. Il cerchio ha un raggio enorme. Invisibile ad occhio nudo.

Mi rendo conto, e l’ho ben capito, che questo atteggiamento non è intenzionale, progettato, nasce sicuramente dalla paura dello sconosciuto. I cittadini stranieri comunque sono ben integrati. Lavorano. Vivono. Sono visibilmente sconosciuti, estranei, quindi controllabili. Una funzione catartica. Ma un cittadino con la pelle bianca – anche se un po’ abbronzato – e i tratti caucasici è un potenziale “sospettato”. Forse anche pericoloso perché si può facilmente “confondere” e sembrare un cittadino come Noi. Allora bisogna stare attenti e tenerlo lontano con metodi educati sapientemente utilizzati ed ostentati per creare già una prima barriera come a dire: “bada che qui sei tra la gente civile non in mezzo ai terroni; qui non funziona così”. Mi ricorda New York e Chicago nei primi anni del ‘900. Non fu una bella mossa. La stiamo ripetendo?

Questa amara e reale constatazione mi ha profondamente avvilito ed ucciso dentro. Definitivamente. Adesso non posso e non voglio più tacere.

Fortuna che ho conosciuto tanta gente, molta, veramente speciale, vere persone, cittadini dal grande spirito di accoglienza e partecipazione. Gente che stima le altrui qualità, la persona, senza chiedere a chi sei “legato”. Persone che ti fanno nascere dentro un forte desiderio di appartenenza. E’ triste vedere il resto; è un vero peccato.

Ed è ancora più triste, dopo aver conosciuto questa gente speciale, sentire il silenzio di omertà che cancella le domande uccidendo i tuoi diritti, che circola nelle stanze e nei corridoi delle cosiddette “istituzioni” o “servizi”. Tutte ed a tutti i livelli; dalle gallerie per le mostre d’arte, alle presentazioni letterarie, dalle sezioni delle Ausl agli Assessorati ed Associazioni. Silenzio. Muri di silenzio intonacati di trasparenza.

Tutti si nascondono dietro una parola: “regole”. E’ un paravento; è reticenza. E’ omertà. Come la mafia ma non è mafia.

Renato Gentile

RE, 22 Aprile, 2013

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