Evoluzione & cure parentali *

(Come abbiamo già argomentato). Il processo di selezione naturale ha lentamente ma costantemente “modellato”, affinato, le componenti ereditarie che meglio hanno consentito l’adattamento, la sopravvivenza e la riproduzione delle specie viventi durante l’evoluzione. (Si è anche definito e chiarito che) La psicologia evoluzionistica studia, indaga, l’evoluzione del comportamento umano alla luce e, soprattutto, in considerazione di questi fattori.

Un esempio paradigmatico – che ci permette di guardare la storia e la conoscenza della nostra evoluzione in maniera più chiara permettendoci altresì di stimolare talune considerazioni – è il comportamento classificato col termine di “cure parentali”. Non abbiamo motivo di dubitare che il genitore-madre sia stato maggiormente investito di questo compito e che ancora oggi sia considerato l’agente educativo al quale abbiamo delegato totalmente questo compito. E’ fuori dubbio che le cure materne – così naturali da poter essere considerate spontanee – si siano modellate sugli scenari di una esigenza adattiva che, nel recente passato, è diventata anche una esigenza di tipo sociale.

Anche se il panorama del rapporto e del legame madre-figlio è molto cambiato (in fondo ha continuato ad evolversi in senso sociale) bisogna considerarlo (ancora) alla luce delle “esigenze” che l’evoluzione ha cercato di definire per consentire una protezione al lento sviluppo del bambino. Un legame particolarmente vincente per coprire un periodo piuttosto ampio. Appunto; partiamo da questo e tracciamo il percorso.

L’uomo primitivo, lentamente, man mano che si è trovato motivato ad alimentare e perfezionare le sue capacità manipolative, di movimento armonico e coordinato per assestare la (nuova) deambulazione bipede; spinto dai nuovi schemi di caccia e difesa, di aggregazione ed organizzazione, ha stimolato lo sviluppo della massa cerebrale verso nuove direzioni. Maggiormente adattive. Il volume dell’encefalo e, naturalmente, del suo contenitore è così aumentato rispetto ai predecessori aggiungendo un nuovo (e fondamentale) fattore di selezione nella scelta sessuale: un maggiore la larghezza del bacino e delle pelvi per evitare di aggiungere ulteriori rischi di mortalità durante il parto.

Le dimensioni del cranio alla nascita sono pari ad ¼ della statura del nascituro pertanto il suo volume non può superare, per ovvii motivi, un certo “limite”. Sarebbe un grosso rischio per l’integrità sia del feto, sia della madre. L’evoluzione garantisce sempre – soprattutto durante il passaggio evoluzionistico – una buona percentuale di sopravvivenza a garanzia della preziosa trasmissione genetica.

Il costo di questa evoluzione, che ha condotto al progresso intellettivo che conosciamo, è dato dal fatto che il cucciolo dell’uomo nasce “inesperto”. Incapace di alcunché se non di pochissimi riflessi; il suo cervello è tutto da formare. Il piccolo ha bisogno sia di tempo, sia di stimoli esterni, ambientali, per sviluppare la complessa struttura di cui andiamo fieri e di cui andar fieri. Nel frattempo il bambino ha bisogno sia di nutrimento che di protezione; serve un lungo intervallo di tempo per diventare (almeno in parte) autosufficiente. Le cure parentali di cui ha bisogno vanno ben oltre il periodo dell’allattamento e dello svezzamento. Molto oltre.

Ed aggiungiamo ancora un altro fattore. L’uomo, sappiamo dalle varie ricerche archeologiche, si spostava cercando siti e territori in cui trovare risorse alimentari. Capace ormai di costruire, o adattare, luoghi di residenza sicuri dai pericoli dei predatori. E’ certo che l’uomo fosse preda preferita di altre specie e quindi doveva saper costruire luoghi sicuri ed organizzare difese personali e strategie da “portare” con se; cioè abilità comportamentali proprie (come il linguaggio verbale) da utilizzare al bisogno. E quali se non i comportamenti di una madre capace di calmare ed addormentare un cucciolo, ancora incapace di “comprendere” un pericolo e di adottare la strategia di “rimanere zitto e fermo” fino a pericolo scampato? Appare evidente e fondamentale il ruolo svolto dalla madre la quale aveva (ha) maggiori occasioni di trovarsi presso il piccolo.

Ecco da dove provengono, con molta probabilità, le “speciali” capacità femminili di quietare un bambino che piange, di comprenderne i bisogni e partecipare al gruppo eventuali necessità, fattori di disagio o richieste di aiuto. Ecco perché sembra proprio che una madre “sappia sempre” cosa fare; anche se non si tratta più di sfuggire a pericoli letali.

Certo ci sono madri che esagerano nella comprensione/interpretazione dei bisogni/desideri del piccolo ma appartengono alla generazione presente e non alle precedenti. Non sarebbero sopravvissute; sono “tendenze attuali”.

Le madri pertanto hanno evoluto capacità in grado di aumentare la probabilità di sopravvivenza dei figli fino al primo evento riproduttivo. Queste sono più brave dei padri a riconoscere le espressioni facciali infantili ed hanno tempi di reazione brevi – rispetto agli uomini – nel leggerle. Agiscono più velocemente riconoscendo prontamente felicità e rabbia.

Le cure paterne – a dispetto di chi vuole vedere, nelle attuali dinamiche relazionali della coppia. una sorta di latitanza educativa degli uomini – sono di tipo diverso ed abbracciano un periodo altrettanto lungo. Direi che c’è una saggia divisione di impegni ognuno con finalità definite; un investimento diverso ma sempre finalizzato alla sopravvivenza genetica. Non si può comunque disattendere la premessa relativa all’impegno parentale il quale è fortemente legato e guidato dalla certezza della paternità.

Renato Gentile

* traccia della lezione del 4/4/2013

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