Quei “tiranni” di bambini.

Forse il mio inconscio sta migliorando. Generalmente, quando non salta gli appuntamenti, arriva sempre in ritardo invece stavolta cade a fagiolo. Proprio oggi ho avuto “desiderio” di scrivere – denunciare – un altro luogo comune tossico. Questo è tra i più classici: bisogna amare i bambini. Bisogna educare con amore; l’amore li fa crescere. Crescerli con amore mi sembra una ridondanza.

A parte quella infinitesima percentuale di persone (malatissime) che riescono ad abbandonare un bambino in un cassonetto della spazzatura non penso che esistano persone in grado di non amare i bambini. Certo la violenza sui bambini è un dato agghiacciante, reale, non possiamo negare l’esistenza di persone fortemente disturbate che usano violenza sui bambini. Però questa frase viene normalmente dispensata come consiglio da esperto in materia di educazione a persone che si apprestano a dedicarsi all’educazione a metterla in atto. Queste per definizione amano il bambino. E’ un assunto di base.

L’eccezione è ben rappresentata quando questo ruolo viene destinato a talune suore; come quelle presso le quali sono cresciuto. Queste utilizzavano la violenza fisica come metodo educativo per definizione. La punizione corporale era esercizio giornaliero e quella psicologica pane quotidiano. Forse chi ha coniato questo motto educativo è cresciuto presso collegi di questo tipo: era un grido di aiuto, una denuncia, una preghiera. Il clero l’ha tradotta in regola aurea da loro promulgata.

Ma il problema non è questo. Il punto centrale è che tale affermazione è priva di contenuto pratico, operativo. Non è definito come si deve esprimere l’amore per il bambino. Un pedofilo può certamente affermare che ama i bambini; allora dove e la differenza? E’ necessario chiarirla. Non possiamo sbandierare parole vuote o piene di tutto ciò che possono contenere. La medesima frase scatena reazioni contrastanti.

San Valentino mi ha ispirato. Ho riflettuto. Ho sempre creduto nell’amore spontaneo, vero, naturale ma spesso quando deve essere modellatocostruito (insegnato), trasmesso e curato è bene che sia definito nei contenuti pratici senza negare, comunque, l’esistenza della inspiegabile (a parole) matrice chimica naturale: indispensabile e viva soprattutto nell’innamoramento.

Quel che dobbiamo imparare è come si esprime l’amore per il bambino. In che cosa consiste questo amore educativo. Certamente non nell’acquisto di giocattoli o nella organizzazione di feste di compleanno. Se non sappiamo come esprimerlo non lo potremo certo insegnare. La cosa fondamentale da chiarire è che il bambino deve sentirsi amato ovvero deve percepire come una sicurezza l’affetto e l’attenzione dei genitori. Deve sentirsi protetto – per definizione – da questa sensazione di appartenenza.

Una tale sicurezza – poter contare, fare riferimento, su qualcuno in ogni momento ed in ogni situazione – lo farà sentire capace di affrontare ogni prova o qualsiasi difficoltà si presenti ai suoi occhi. Sempre.

Meno di un mese fa, mentre passeggiavo sotto i portici della Via principale, sento alle mie spalle un bambino piangere. Al solito – attratto da tutto ciò – mi fermo ed osservo: il piccolo di poco più di tre anni, sul passeggino, chiedeva qualcosa. La madre si ferma, si china davanti a lui e gli parla con voce ferma ma tenera: “ti ho detto che non si piange. Lo sai. I bambini cattivi piangono; tu sei un bambino cattivo? No. Allora smettila di piangere altrimenti ti lascio qui”. La discrepanza tra tono garbato e contenuto verbale mi ha ricordato una vecchia “ninna nanna” di Pippo Franco. Ma non siamo al cabaret.

Non ci sono commenti per queste perle educative. Se poi giriamo l’angolo, troviamo chi vende l’espressione massima del progresso pedagogico: gli atelieristi. Anche qui si pulisce casa ramazzando la povere sotto il tappeto.

Prima regola per agire con amore è quella di ascoltare le esigenze, le richieste i bisogni dei piccoli. Condividerle. Prendere atto che ci sono delle difficoltà. Se un genitore non fa (non sa fare) questo non potrà dire di conoscere il suo figliolo; questi non educa ma critica il comportamento e questo non lo guida ad affrontare il disagio. Cosa impara il bambino? Tutto quello che di “brutto” può elaborare il suo esile e fragile pensiero. Questo modello di dialogo lo troviamo anche nella coppia, nasce da questa disattenzione.

Col tempo, approfittando delle incoerenze del genitore e dei sensi di colpa che questi ogni tanto matura (non fosse altro perché avverte l’attrito instaurato) – e che lo porta a comportarsi in altri momenti in maniera accondiscendente – il bambino diventa oppositivo; sa che vincerà. Smette di piangere per chiedere e inizia ad opporsi. Oddio è diventato cattivo davvero.

Il termine cattivo non “sta bene” soprattutto in certi ambienti. Oggi va di moda un termine più classico: tiranno. A talune discipline piace far tuonare la presenza di qualcosa di archetipico. Si invoca la tirannide come se fosse uno stato di fatto interno al bambino. Che si sviluppa dal carattere. Poveri genitori gli è toccato un figlio tiranno.

Il bambino diventa tiranno dei genitori perché questi gli hanno insegnato a diventarlo e non certo per un dato derivato dal carattere. A questo punto “amarlo”, nel senso non definito, significa accontentarlo, accettarlo e diventa perfettamente inconsistente, inutile altro tipo di aiuto se non la “terapia”; quella del profondo. Viceversa il bambino sarà sempre più tiranno. Alimentata la strategia diventerà sempre più capace ed abile nel gestire la situazione a suo favore.

Buon San Valentino, genitori.

Fill your paper with the breathings of your heart. WILLIAM WORDSWORTH

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One thought on “Quei “tiranni” di bambini.

  1. Sono d’accordo con lei per quanto riguarda l’educazione impartita da suore e preti che oserei definire una molestia per le menti dei bambini. Da quando sono diventato genitore ho capito che il rapporto da instaurare con il proprio figlio deve essere del tutto naturale al di fuori da qualsiasi schema precostituito. Capire sul momento cosa lui vuol sentire, capire quando vuole essere rimproverato e quando coccolato, quando vuole rimanere da solo con i sui giochi e nel suo mondo fantastico dove noi saremmo solo di intralcio. Parlare di tutto anche quando sembra che lui non sia interessato, perché immagazzina tutto e quando meno te lo aspetti tira fuori tutto quello che ha sentito. Essere naturali questo secondo me vuol dire farlo sentire bene, farlo sentire parte di qualcosa farlo sentire amato. Un saluto affettuoso Domenico Lorello

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