Pedagogia Fashion: molto trendy

Si è già accennato, in altri appunti, della pericolosità dei luoghi comuni soprattutto se utilizzati come forma di regola di condotta, di orientamento culturale o linea di pensiero sociale.

Da qualche tempo ho riscontrato ed osservato un aumento nell’uso dei luoghi comuni al posto delle conoscenze necessarie ed indispensabili per poter dirigere, dopo averlo progettato, un percorso educativo. Cercherò di chiarire quanto qui sostenuto.

Mi accade di frequente di incontrare persone e fare, incidentalmente, la loro conoscenza. Sono, per natura, curioso anche se vorrei non esserlo più; se qualcuno, ad esempio, mi dice di avere figli piccoli non resisto a chiedere cosa sanno fare e di cosa si interessano. Direi che sono i residui calcificati di una deformazione professionale. Mi va ad esempio di chiedere se il bambino (poniamo che abbia 3 anni) sa già leggere, se parla inglese e quante unità di conoscenza possiede. Da qualche tempo tali domande vengono immediatamente bloccate da una barriera verbale dal sapore aggressivo che scatta veloce come un allarme anti-intrusione.

Vengo immediatamente travolto da una serie di frasi, di affermazioni che suonano come imperativi ideologici dal sapore di rimprovero. Richiamato prontamente a tacere come se fossi un predicatore, apostolo di una “corrente” religiosa. Non vi dico poi se mi fermo a considerare il linguaggio non verbale: gli sguardi. Soprattutto quelli delle madri. Un maniaco “mano morta” da autobus sarebbe accolto con maggior tenerezza. Tutto ciò mi ha suggerito di smettere la curiosità, di riporla in archivio. Basta.

A mente serena ho quindi valutato l’origine delle risposte individuando in queste espressioni figlie di luoghi comuni, frasi di rito, litanie. Concetti vuoti e commenti banali, privi di senso logico e soprattutto di proposizione e propensione all’agire. Ovvero di reale consapevolezza delle responsabilità. Ecco proprio questo è il dato più interessante: nessuna tendenza all’azione emerge dalla posizione sbandierata e difesa. L’importante è affermare, con decisione, la posizione di una scelta ed ostentarla, senza ritegno, come se fosse supportata da dati sperimentali. Come se tali scelte fossero avanti, oltre la conoscenza.

Ho raccolto le frasi più frequenti ed ho scelto, per questa sede, le più diffuse. Inizio dalla più agghiacciante: “Guardi, io sono del parere che i bambini devono fare i bambini, quindi lasciamoli vivere serenamente”. Seguono poi le più boriose, meno articolate ma accompagnate da aria di sufficienza: “I bambini devono giocare; ogni cosa a suo tempo” oppure “Perché sforzarlo? Io a mio figlio non lo faccio sforzare”. Infine la frase che anche un negoziante di giocattoli “intelligenti” mi ha rovesciato contro (guardandomi schifato come a dire “ma da dove vieni?”) mentre sceglievo con una amica un regalo per suo nipote: “Ogni cosa va fatta all’età giusta”.

Contento, in fondo, di questa rassegna mi sono messo a verificare la fonte di queste regole dello sviluppo umano. Non sono una persona buona, direi anzi che sono cattivo; ho iniziato quindi a rispondere ed a fare domande maligne, quasi perfide tipo: “può indicarmi per piacere in quale libro c’è scritto cosa devono fare i bambini quando sono bambini?” ed anche: “quali sono i giochi che devono fare i bambini da bambini? C’è una lista, una guida, un manuale?”, per poi concludere con “nella mia guida pediatrica non ci sono riportati gli sforzi da evitare ad un bambino; qual è la sua? Vorrei aggiornarla”.

E’ inutile dirlo, divento antipatico a molti: ho un mare di bravi “nemici” ma la ricerca ha bisogno di verificare e valutare la fonte delle conoscenze. Certo, esistono libri e riviste nei quali si argomenta tutto questo sapere pedagogico ma è obbligo chiedersi: cosa sostiene, empiricamente, queste posizioni teoretiche? Su quali conoscenze dello sviluppo umano si fondano? Niente. Ve lo garantisco, proprio niente. Nulla.

Parole vuote stralciate da chissà dove e copiate chissà da chi. Il niente più semplice: quello che chiunque può conoscere e quindi argomentare con tutte le variazioni e versioni e di cui si investono a portavoce i nostri specialisti commentatori ed esperti opinionisti della diffusione di massa. Che festival di saggezza, che vibrazioni. Che spettacolo la pedagogia fashion.

Quel che devono fare i bambini per avere uno sviluppo armonico ed in linea con la complessità evolutiva è scritto da decenni sui libri di fisiologia dello sviluppo neurologico, cerebrale, motorio e percettivo, del bambino. Lo aveva già indicato Maria Montessori, alla fine dell’800 e, potete crederci, lei aveva le carte in regola per sostenerlo. Si, aveva davvero le carte giuste.

Forse non tutti sanno (perché non era bello farlo saper in giro) o lo hanno appreso di recente, che Maria Montessori è stata la prima donna medico d’Italia, con una forte preparazione nella ricerca sperimentale e non una pedagogista come l’hanno sempre presentata (per emarginarla). Ve la ricordate? Quel viso di signora sorridente riportata sulle ultime (vecchie) 1000 lire. Lei, appunto, era specialista (anche) in pediatria e persino in ingegneria sperimentale. Alcuni (pochissimi) pediatri oggi, tra cui (ahimè) quello che ha seguito i miei figli, fanno altro lavoro (molto vicino a quello dell’allevatore di animali da cortile: peso, altezza, alimentazione e vaccinazioni), non certo quello che ha ispirato Maria Montessori ed altri nobili professionisti rimasti nell’ombra.

Le capacità di attenzione, osservazione, elaborazione, comprensione, apprendimento e memoria dei bambini (sotto i sei anni) sono un vero spettacolo della natura soprattutto per ciò che quel piccolo cervello in formazione riesce a fare: più del Big Bang. La sua velocità è talmente alta che sarebbe difficile (in realtà è impossibile) per un cervello adulto riuscire a mantenere quei ritmi senza collassare. Senza parlare poi della loro capacità di visualizzare la realtà. La lettura del mondo dei fenomeni naturali e sociali da parte di un bambino risulta caratterizzata (fortemente) dalla complessità, è caotica, non è certo regolare, lineare, semplificata come per gli adulti. Un adulto, è arcinoto, riesce a fatica a fare più cose contemporaneamente.

E cosa fanno le madri ed i padri attenti davanti a questa grossa energia? La frenano, la limitano, la blindano, la dissipano come a proteggere il loro figliolo dallo sviluppo naturale delle funzioni cognitive e dall’apprendimento. La potenza e la versatilità delle prestazioni di un motore Ferrari utilizzati per fare un giro in centro città. Questo atteggiamento sarebbe da includere tra i delitti contro l’umanità. Ma emerge ancora un altro paradosso, ancora più incredibile per gravità: tutti i bambini imparano giocando e divertendosi: non potrebbe essere diversamente. Per nulla al mondo.

Allora? Per molti genitori, ahimè ancora tanti, apprendere, imparare, capire, conoscere è sinonimo di scuola, di studio, di sforzo, impegno e soprattutto di assenza di interesse, divertimento e gioco. Temo che l’infanzia di molti genitori non sia stata affascinante; infatti non ha lasciato traccia. Non c’è traccia, se non qualche residuo, e non è stato certo per bisogno economico come per i nostri padri (dopo la guerra) ma per negligenza. Oggi si può sbagliare ma solo per scelta: rimanere consapevolmente ignoranti. Non esistono altre giustificazioni. Aggrapparsi ad una frase del senso comune significa questo: abbandonarli. Il futuro dei bambini non inizia a 18 anni e neanche a sei.

La risposta segretamente custodita di alcuni genitori alla (mia) domanda diabolica “cosa sa fare vostro figlio?” in fondo non è altro che una dichiarazione di scelta della staticità, dell’immobilismo. Lasciare tutto come è senza turbare (soprattutto) comodi e delicati equilibri (di tempo) familiari. In poche parole: passività educativa. Il verbo è presto declinato in azioni: aspettare, lasciare che la natura faccia il suo corso, delegare altri per riempire il loro tempo. Se parlassimo di una pianta allora potrebbe (forse) essere sufficiente ed accettabile la scelta di dargli (solo) l’acqua. Vostro figlio non è una pianta selvatica né tantomeno un’ape.

Disertate pure le visite su questo blog se vi ha infastidito o non vi è gradito: l’ingresso è libero e tale vuole essere. Posso chiedere scusa se vi ha turbato ma niente di più. Rimarrà acceso anche se avrà un solo utente. Uno. Che riesca a vedere, insieme a noi, che il Re è completamente e vergognosamente nudo.

Renato Gentile

Grave of Maria Montessori in Noordwijk, The Ne...

Grave of Maria Montessori in Noordwijk, The Netherlands (Photo credit: Wikipedia)

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